“La donna con gli occhi oleosi” di Dick Donovan è uno di quei racconti che difficilmente si
incontrano nelle consuete storie incentrate sui vampiri, nello specifico nei racconti sui vampiri di
genere femminile, categoria della quale la nostra “Oily Eyes” fa parte. Pubblicato nel 1899
dall’editore Chatto & Windus, compare quando ormai tutte le proto-vampire letterarie come
Carmilla (1872) di Sheridan Le Fanu e le più sfuggenti “varianti psichiche” Ligeia (1838) e Morella
(1835) di Edgar Allan Poe avevano già portato sulla pagina donne capaci, in modi diversi, di
oltrepassare i limiti della morte e di esercitare un’influenza inquietante sui vivi. La vampira
letteraria, dunque, non è affatto una novità; tuttavia, la figura di Annette, la protagonista, possiede alcune
caratteristiche abbastanza singolari da meritare una rilettura.
La recente edizione italiana curata da Dagon Press permette di farlo senza dover andare a cercare
il testo nelle vecchie raccolte inglesi. La donna dagli occhi oleosi, uscita infatti all’inizio di
quest’anno, riunisce le due novelle apparse nell’antologia “Tales of Terror”: il racconto originale e il
successivo "La storia di Annette". La scelta di pubblicarle insieme permette di seguire meglio la
protagonista, perché il secondo testo torna sulla sua vicenda e ne amplia il passato.
Il volume
comprende anche l'introduzione "I misteri di Dick Donovan", dedicata alla vita e all'opera di James
Edward Preston Muddock, lo scrittore che firmava con lo pseudonimo Dick Donovan.
Ma cominciamo dal titolo: l'espressione “occhi oleosi” restituisce subito qualcosa di sgradevole,
decisamente “fisico”. Donovan avrebbe potuto insistere sul sangue, sulla morte o sulla seduzione,
tutti elementi già familiari al lettore dell'epoca, ma preferisce concentrarsi sul particolare degli
occhi, il che rende la sua Annette piuttosto originale. Quando la incontriamo, però, il racconto non
offre subito una spiegazione: ci mette davanti alle conseguenze della sua presenza. Il dottor Peter
Haslar si trova a occuparsi dell'amico Jack Redcar, il cui stato fisico e mentale peggiora dopo
l'incontro con Annette.
Haslar cerca di capire che cosa stia succedendo e, seguendo gli indizi,
finisce per sospettare che dietro quella donna si nasconda qualcosa di più inquietante di una
semplice seduttrice. La storia procede attraverso osservazioni, racconti e tentativi di ricostruzione,
mentre Annette resta sempre un passo avanti rispetto a chi cerca di comprenderla.
In questa sede
non posso davvero raccontare di più perché finirei per rovinare, a chi si trova a passare di qua, il
piacere della lettura, ma posso al contrario rivelare che nel secondo racconto, che possiamo
considerare una sorta di prequel ante-litteram, Donovan torna indietro e ci mostra la donna prima
che diventasse la figura inquietante che abbiamo incontrato nel primo. Anche qui, però, l'autore
evita di spiegare completamente il mistero.
È proprio questo, a mio avviso, a rendere interessante l’edizione Dagon Press: i due racconti non
sono semplicemente accostati, ma permettono di vedere Annette da due angolazioni diverse. Nel
primo è soprattutto una presenza misteriosa che gli altri cercano di decifrare; nel secondo diventa
invece una persona della quale si cerca di ricostruire il passato. Il soprannaturale rimane, ma
cambia il modo in cui il lettore vi arriva: prima attraverso ciò che Annette provoca negli altri, poi
attraverso la sua storia.
Nella presentazione del volume Dagon Press insiste sul rapporto fra vampirismo, mesmerismo e
folklore, e il collegamento è senz’altro interessante. Donovan prende infatti una figura ormai
riconoscibile nell’immaginario gotico e la porta fuori dal castello e dalle atmosfere più tradizionali,
mettendola in un contesto che doveva apparire molto più vicino al lettore del suo tempo.
Letto oggi, naturalmente, The Woman with the “Oily Eyes” porta tutti i segni della narrativa
popolare dell’epoca e in alcuni momenti il melodramma prende decisamente il sopravvento. Ma è
proprio questo, almeno in parte, il suo fascino: è un piccolo frammento di quella narrativa
ottocentesca dell’orrore che è rimasta ai margini delle genealogie più note e che vale la pena
riscoprire.
Tornando alla questione degli occhi “oleosi”, non possiamo non ammettere che l'aggettivo che li
definisce, che richiama una superficie lucida, umida, quasi coperta da una pellicola, sia
un'immagine che resta fortemente impressa nel lettore. Quando Annette guarda qualcuno, il suo
volto trasmette prima di tutto disagio; il volto può apparire normale, il comportamento può non
rivelare subito nulla, ma lo sguardo introduce da subito una stonatura, il che allontana Annette
dalla tradizione della vampira seduttrice, nella quale incanto e paura sono momenti nettamente
separati.
Nel caso di Annette le due cose convivono fin dall'inizio, ed è proprio questo a renderla
inquietante: attira l'attenzione mentre, nello stesso momento, qualcosa nel suo aspetto mette in
allarme. Non è necessario che aggredisca qualcuno. Basta che l'altro continui a guardarla, che
voglia starle vicino, che cerchi di capire cosa ci sia dietro quella presenza così strana.
A poco a
poco la curiosità diventa una forma di dipendenza e chi le sta intorno finisce per collaborare, quasi
senza rendersene conto, alla propria rovina. La curiosità, quindi, diventa parte della trappola.
Il lettore avverte subito, sin dalle prime pagine, che il rapporto fra Annette e le sue vittime non è
alla pari e non lo sarà mai, a differenza di molti vampiri ottocenteschi che, prima o poi, erano
destinati a incontrare qualcuno disposto a dar loro la caccia: il loro personale Van Helsing.
Alla fine, forse, il motivo per cui vale la pena recuperare “La donna con gli occhi oleosi” non sta
tanto nella possibilità di collocare Annette lungo una genealogia del vampiro femminile, stabilendo
chi tra esse è la più “precoce”, quanto nella sua singolarità. Donovan avrebbe potuto mostrarci i
denti, il sangue, la morte, e invece ci lascia gli occhi, occhi che continuano a tornare alla mente
anche dopo aver chiuso il libro.


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