Non ricordo il giorno in cui lo vidi per la prima volta, ma sicuramente sono trascorsi anni, decenni o
forse intere ere geologiche. Non saprei nemmeno quantificare il numero di volte che le sue
immagini sono passate davanti ai miei occhi o il numero di volte che le note della sua colonna
sonora sono entrate nel mio cervello attraverso i padiglioni che mi ritrovo ai lati della testa.
Ciò che
è certo è che basta davvero poco per farmi risalire prepotentemente la voglia di tornare per la
milionesima volta a premere il tasto play di un telecomando e ricadere di nuovo in quell’esperienza
lisergica che è la visione del primo Halloween di John Carpenter.
Sarà per via della sua semplicità
di fondo che Halloween mi attrae. La sua musica, per esempio, fa quasi tutto con pochissimo: una
figura ritmica semplice e ossessiva, affidata soprattutto al pianoforte, che non accompagna
Michael Myers come farebbe una normale colonna sonora, ma sembra piuttosto dirci che si trova
lì, da qualche parte, anche e soprattutto quando non lo vediamo.
E ciò è altrettanto vero anche
nella vita reale, quando non ci si trova davanti a uno schermo ma se ne stanno ascoltando le note
su una qualsiasi piattaforma di streaming musicale. Non so a voi, ma a me capita spesso di
cercarla su YouTube e ascoltarmela in loop, magari in macchina mentre sto tornando dal lavoro col
buio. Dopo un po' diventa quasi impossibile guardarsi in giro senza cercare con gli occhi una tuta
da meccanico a maniche lunghe e una maschera bianca che mi fissa da dietro una siepe. E
quando il tema si interrompe, nel film come nella vita, il silenzio non porta sollievo: lascia
semplicemente il posto alla domanda su dove sia finito Michael. In altre parole, basta davvero
poco perché il 31 ottobre faccia capolino in un giorno qualsiasi dell’anno, anche quando il film non
è sullo schermo.
Ecco perché probabilmente Michael Myers è la scelta più ovvia possibile per un articolo pubblicato
nella notte di Halloween.
Non una recensione, per carità, di quella non se ne sente proprio il
bisogno, ma la ricerca di una risposta alla domanda “Che cosa ha di così speciale Halloween, che
continuiamo a guardarlo nonostante tutto quello che c’era da vedere l’abbiamo già visto un milione
di volte?”. Potrei iniziare a dire che uno dei motivi è che Carpenter non porta l'orrore in un luogo
improbabile come un manicomio abbandonato o in una casa acquistata in saldo perché costruita
sopra un antico cimitero indiano; Haddonfield è un posto qualunque, le sue strade sono quelle di
un comunissimo quartiere residenziale dove i giardini sono ben curati e i bambini tornano da
scuola. È un mondo perfetto e perfettamente riconoscibile, anche al di fuori del ben più aderente
contesto americano, e questa familiarità è sicuramente una delle ragioni per cui il film non ha mai
perso la propria efficacia.
Questo aspetto va poi in aperto contrasto con un altro elemento
importante, ovvero la maschera di Michael, una superficie bianca e inespressiva che ne cancella il
volto e rende impenetrabile ciò che vi si cela dietro; attraverso quel preciso tipo di maschera non
traspare né rabbia, né dolore né piacere, contribuendo in gran parte a quel meccanismo per cui il
personaggio di Michael funziona meglio quando rimane dietro le quinte, o quando rimane fermo
dall'altra parte della strada a fissare un punto nel vuoto.
Ma poi ci ricordiamo che è Halloween, che
non è soltanto un titolo, ma è la notte in cui una moltitudine di persone si riversa in strada con un
costume addosso e, attenzione, con una maschera davanti al volto paradossalmente incapace di
nascondere rabbia, dolore e piacere.
La maschera di Michael è quindi diversa e allo stesso tempo
uguale: “diversa” perché rende Michael un elemento estraneo alla festa, “uguale” perché lo cala
perfettamente nel contesto di Halloween.
Se il ragionamento che ho fatto vi è sembrato un po’
contorto, potrei semplificarlo dicendo che “nella notte in cui tutti fingono di essere qualcosa che
non sono, un uomo senza volto può passare inosservato”. In altre parole, la maschera serve a Michael non tanto (o non solo) per mimetizzarsi tra la folla, ma
anche per nascondere un volto incapace di esprimere qualsiasi emozione umana; una condizione
che neppure la scienza (incarnata dal Dottor Loomis) può spiegare, e che lo rende nella pratica più
simile a una macchina che a una persona. Non posso fare a meno di pensare che soltanto una
manciata di anni dopo James Cameron avrebbe portato sullo schermo la figura del Terminator, che
costituisce una sorta di Michael Myers 2.0, una evoluzione o progressione dell’umanoide senza
sentimenti, inarrestabile e indistruttibile, che di umano ha solo l’apparenza.
C'è poi un altro elemento, a mio avviso, che contribuisce al fascino inquietante di Michael Myers:
per una gran parte del film Carpenter ci costringe a guardare il mondo attraverso gli occhi del
predatore. Diventiamo quindi noi quelli che osservano, seguono, studiano le vittime, ovviamente
accompagnati dalla celebre colonna sonora. La scena in cui Michael gira in automobile e segue
lentamente Laurie per le strade di Haddonfield è esemplare: non accade quasi nulla, eppure la
durata dell'inseguimento e il punto di vista interno alla macchina ci fanno condividere il suo modo
di guardare e Laurie, paradossalmente, diventa un po’ anche il nostro bersaglio. (*)
Non significa
naturalmente che lo spettatore condivida le motivazioni di Myers, che nel film restano quasi del
tutto indecifrabili, ma significa che per una volta il cinema ci permette di provare, in forma
puramente narrativa, quella sensazione di controllo che appartiene al predatore, ovvero scegliere
una vittima e seguirla mentre lei continua a vivere la propria giornata senza sapere di essere
osservata.
È un meccanismo che può risultare disturbante proprio perché tocca una corda che preferiremmo
non riconoscere come nostra: l’essere vulnerabili alla seduzione del male. Il cinema horror ci ha
abituati a combattere il mostro, ma qui ci offre anche la possibilità di occupare per qualche istante
il suo posto, ci fa sperimentare il potere di chi sta osservando.
Non è certo possibile stabilire un
rapporto diretto fra queste rappresentazioni e il comportamento dei serial killer reali, ma il parallelo
resta inquietante: il cinema ha trasformato in spettacolo proprio quel piacere adrenalinico che il
predatore deve provare quando individua una persona, la segue e aspetta il momento opportuno
per avvicinarsi e colpire.
Quando poi arriva il momento dell'omicidio, e questa è una scelta di Carpenter che trovo
particolarmente significativa, la macchina da presa si sposta all'esterno e smettiamo di essere
Michael. È come se Carpenter stabilisse una soglia: possiamo condividere lo sguardo del
predatore, ma non il suo gesto; possiamo sperimentare quella sua posizione privilegiata, ma non ci
costringe a vivere l'omicidio dalla sua prospettiva, quasi come se l'atto stesso della violenza,
osservato in prima persona, rappresentasse un livello di esperienza che Carpenter non vuole
concederci.
Sono trascorsi quasi cinquant’anni dal giorno in cui Halloween è uscito nelle sale, e in questi
cinquant’anni il cinema (horror in generale e slasher in particolare) ha fatto molto di più, molto
peggio e molto più rumorosamente. Halloween conserva invece la sua purezza originale, non è
mai eccessivo in quel suo procedere lento, fotogramma dopo fotogramma, una lentezza che non
comunica calma, ma una specie di inevitabilità, perché anche se un Michael Myers talvolta cade
da una terrazza, la minaccia non si risolve, ma si trasferisce solo fuori dall’inquadratura.
Cinquant’anni dopo le cose non sono cambiate, Haddonfield è ancora un luogo in cui è piacevole
vivere, così come, per estensione, è piacevole vivere in uno qualsiasi tra i milioni di altri paesi del
mondo che quell’immaginario paese dell’Illinois rappresenta, dove ciascuno vive la sua vita
serenamente, tra una pizza, un cinema e una serata con gli amici, ignaro che un uomo immobile
dietro una siepe, senza cuore né anima, sta attendendo il momento giusto per irrompere sulla
scena e fare a pezzi quella serenità che, come ci ha suggerito Carpenter, non è affatto una
nostra condizione garantita.
(*) Anche in questo caso ritorna l'analogia con il Terminator: un film ci fa calare nella parte di un inarrestabile killer che, al volante di un automobile, vaga alla ricerca della propria vittima (nella fattispecie Sarah Connor), con la sola differenza che tutto avviene attraverso gli occhi bionici di una macchina che trasforma le persone in informazioni da decodificare.
* * * * *
Le "notti horror", da queste parti, non sono solo quelle estive, ma sempre più spesso fanno capolino sul finire del mese di ottobre. Oddio, in realtà l'horror su Obsidian Mirror è presente 365 giorni l'anno (talvolta 366), ma le iniziative congiunte sono decisamente più rare. Questa è appunto una di quelle rare occasioni in cui milioni di creatori digitali, vecchi e nuovi, sono concordi nel affrontare le loro paure (e quelle degli altri) con un tema da brividi. Non posso ovviamente citarne milioni, ma quelli più vicini a me certamente si. Vi invito pertanto a fare un salto presso la loro abitazione (non letteralmente, però) cliccando sui link che vi spammo qui di seguito: Il Zinefilo, La Bara Volante, CineMuffin, Pensieri Cannibali, Solaris, Pietro Saba World, Vengono fuori dalle fottute pareti, Storie da birreria, Catia in cucina, Il Citascacchi, Dizionario del doppiaggio, Gli archivi di Uruk e In Central Perk






Che bella questa iniziativa di Halloween, e che bello il film che hai scelto, mi piace molto! Buon halloween!
RispondiEliminaEsiste il cinema Horror prima del 1978 e dopo, esiste la mia vita prima di aver scoperto questo film, come sempre, ogni giorno passato a parlare di John Carpenter è un giorno ben speso, figuriamoci ad Halloween.... Auguri! Cheers
RispondiEliminaAuguri di buon Halloween (in ritardo) e grazie per questo "sguardo fuori campo" di un titolo di culto ;-)
RispondiEliminaPerchè è Carpenter, punto. Non c'è bisogno di aggiungere altro :)
RispondiEliminaUn film che ha fatto scuola, per i tanti motivi che hai elencato e perché alla regia c'è un maestro!
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