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venerdì 6 novembre 2026

Traditi dalla fretta #50

Capita spesso, quando si gestisce uno spazio dedicato ai libri, al cinema e all'immaginario, di accumulare appunti, segnalazioni e idee più velocemente di quanto si riesca a trasformarli in articoli. 
Alcune opere finiscono così per restare a lungo in attesa sul bordo della scrivania: non perché prive di interesse, ma semplicemente perché altre urgenze si sono fatte avanti, altri temi hanno reclamato attenzione, altri progetti hanno occupato tempo ed energie. Eppure, come accade con certe letture o certi film particolarmente ostinati, prima o poi arriva il momento in cui tornano a bussare alla porta. 
Negli ultimi mesi Traditi dalla fretta ha cercato proprio di recuperare ciò che rischiava di essere lasciato indietro: libri dimenticati sugli scaffali, visioni rimandate, pubblicazioni finite nella pila dei "da leggere appena possibile". Un piccolo esercizio di resistenza contro la velocità con cui oggi consumiamo contenuti e, spesso, contro quella stessa fretta che dà il nome alla rubrica. 
Anche questo nuovo appuntamento nasce da un analogo desiderio di recupero e approfondimento. Da una parte ci addentreremo nei meandri della trilogia giapponese Evil Dead Trap, un'opera anomala e sfuggente che attraversa territori dove horror, allucinazione e inquietudine psicologica finiscono per sovrapporsi, inaugurando un mini-speciale dedicato a uno degli angoli più strani e affascinanti del cinema horror nipponico. Ci sposteremo poi nel territorio del romanzo Gli occhi di Modì di Ivano Landi, che intreccia arte, memoria, psicoanalisi, simbolismo ed esoterismo in una ricerca costellata di coincidenze, segni e interpretazioni possibili; ed esploreremo il secondo numero della fanzine Voci da R'lyeh curata da Pietro Rotelli e dedicata all'immaginario lovecraftiano, antologia che utilizza l'immaginario del Solitario di Providence come punto di partenza per esplorare nuove declinazioni del weird contemporaneo. 
Infine, due incursioni nel folk horror internazionale: The Brink di Sophia Adamowicz, tra maledizioni ereditarie e abissi che non smettono mai di reclamare il loro tributo, e It Pierces di Jack Finn, dove la foresta diventa custode di colpe dimenticate e memoria incarnata. Opere molto diverse tra loro, accomunate però dalla stessa sensazione: quella che certe storie non spariscano mai davvero. Restano in attesa, silenziose, ai margini della nostra attenzione. E prima o poi trovano sempre il modo di tornare.
Il sipario su Traditi dalla fretta si alza di nuovo: ecco tutto quello che dovete sapere per non smarrirvi nel buio.

È in arrivo un mini-speciale per inaugurare la "Spooky Season"
  SPECIALE EVIL DEAD TRAP

Se state leggendo queste righe, significa che alla fine ce l'ho fatta. Questo è infatti il terzo tentativo di scrivere una serie di articoli dedicati alla trilogia di Evil Dead Trap. Il primo risale a circa dieci anni fa, quando recuperai i tre film per la prima volta, convinto che sarebbero diventati l'oggetto di un lungo speciale sul cinema horror giapponese. Il secondo avvenne qualche anno più tardi. Anche in quel caso riguardai l'intera trilogia, presi appunti, raccolsi materiale e iniziai persino a delineare una possibile struttura degli articoli. In entrambi i casi, però, il progetto finì inevitabilmente in uno dei tanti cassetti nei quali, nel corso degli anni, sono andate ad accumularsi idee, recensioni incomplete e buoni propositi.
Il problema è che il tempo, almeno nel mio caso, produce effetti curiosi: l'entusiasmo iniziale tende ad affievolirsi, ma spesso lascia dietro di sé un pizzico di amaro in bocca. Può capitare così che un film accantonato per anni torni improvvisamente a reclamare attenzione. E quando ciò accade non resta che ricominciare da capo, riguardare opere viste e riviste, recuperare vecchi appunti e provare a ricostruire quel dialogo interrotto. È esattamente ciò che è successo con Evil Dead Trap. 
Nel frattempo, molte delle impressioni che avevo conservato si erano fatte sorprendentemente nebulose. Ricordavo immagini, atmosfere, dettagli isolati, ma non abbastanza da permettermi di scrivere qualcosa che andasse oltre una semplice recensione. È stato quindi necessario tornare ancora una volta dentro quella trappola, percorrerne nuovamente i corridoi e verificare quanto fosse rimasto intatto dopo tanti anni. La risposta, come vedremo, è più interessante di quanto immaginassi.  
Il primo capitolo, apparso nel 1988, sembra intercettare con sorprendente anticipo alcune delle traiettorie che caratterizzeranno l'horror giapponese degli anni successivi. Allo stesso tempo, esso guarda apertamente all'Occidente e assorbe suggestioni provenienti dal giallo italiano e dal cinema splatter, per poi restituirle sotto forma di un incubo industriale dalle regole sfuggenti. I due seguiti percorrono strade diverse e talvolta inattese; la violenza lascia progressivamente spazio all'allucinazione, il sangue al sogno, mentre la narrazione si addentra in territori sempre più ambigui, dove il confine tra realtà, memoria e ossessione finisce per dissolversi. Più che una vera saga, Evil Dead Trap assomiglia a una serie di variazioni sul medesimo tema; pur cambiando pelle a ogni capitolo, la trilogia continua infatti a tornare sugli stessi nodi: identità, memoria, desiderio e isolamento, temi che emergono di volta in volta sotto forme diverse.
Rivedere oggi questi tre film significa intraprendere un viaggio in una zona periferica dell'horror giapponese, una regione poco frequentata ma sorprendentemente ricca di scorci inattesi. Tra fabbriche abbandonate, appartamenti spettrali, nastri video maledetti e corpi sottoposti a trasformazioni sempre più inquietanti, la trilogia costruisce infatti un immaginario che continua a conservare qualcosa di profondamente perturbante. Nelle prossime settimane proveremo quindi ad attraversare questa trappola un corridoio alla volta, partendo dall'opera originale di Toshiharu Ikeda per esplorare una delle parentesi più strane, affascinanti e sottovalutate del cinema horror giapponese. 

Segnalazioni, divagazioni, varie ed eventuali  
 GLI OCCHI DI MODÌ

"Tutte le innumerevoli forme che la vita attualizza possono rinvenirsi in potenza in una parte o l'altra della carta natale, sotto la pelle dell’individuo stesso. Sia la psicologia del profondo sia la sua sorella maggiore, l’astrologia, mirano al sé reale e provano a portarlo allo scoperto e finalmente vedere la luce del giorno." (Arthur Dione)
"Non c’è professione moderna che avvicini un individuo all’esperienza del fato più della pratica dell’arte astrologica, a eccezione di quella dello psicoterapista." (Liz Greene)
Scrivere di un libro firmato da un amico di vecchia data non è mai semplice. Da una parte c'è il piacere di veder prendere forma un percorso creativo seguito, almeno in parte, da vicino, dall'altra la necessità di accostarsi al testo con lo stesso sguardo curioso che si riserverebbe a qualsiasi altra lettura. Fortunatamente, nel caso de "Gli occhi di Modì" la curiosità non fatica a trovare terreno fertile. Come già suggerisce il titolo, il romanzo sembra muoversi lungo una linea di confine dove arte, memoria, simbolismo ed esoterismo finiscono per intrecciarsi. Al centro della vicenda torna il protagonista già incontrato ne "L'estate dei Fiori Artici", impegnato a inseguire il significato di una serie di coincidenze, segni e interrogativi che ruotano attorno a Shaula, a uno scorpione tatuato e a una costellazione di personaggi enigmatici che sembrano emergere da territori sospesi tra realtà e interpretazione. 
Analisti junghiani, cartomanti, esploratori, studiosi di discipline apparentemente lontane tra loro e figure legate alla storia dell'arte e dell'esoterismo compongono una trama che sembra interrogarsi continuamente sul modo in cui attribuiamo significato agli eventi e alle immagini che attraversano la nostra vita. 
C'è qualcosa di profondamente affascinante in questo tipo di narrativa, non tanto perché prometta risposte definitive, quanto perché sembra interessata a esplorare quei territori in cui letteratura, simbolo e immaginazione iniziano a sovrapporsi, territori in cui Ivano Landi, a partire dal suo blog, ha sempre dimostrato di trovarsi perfettamente a suo agio, e che non a caso hanno sempre occupato una posizione privilegiata anche sulle pagine di The Obsidian Mirror. 
Il romanzo Gli occhi di Modì è come al solito rintracciabile, in versione cartacea e digitale, su Amazon.

Segnalazioni, divagazioni, varie ed eventuali  
 VOCI DA R'LYEH #2

Le fanzine non inseguono classifiche, algoritmi o strategie editoriali; esistono perché qualcuno sente il bisogno di riunire attorno a un tema, a una passione o a una visione del mondo una piccola comunità di lettori. È per questo che mi ha fatto piacere vedere arrivare il secondo numero di Voci da R'lyeh, fanzine dedicata all'immaginario lovecraftiano curata da Pietro Rotelli. 
Cinque anni separano questo nuovo volume dal precedente, un intervallo che in termini editoriali potrebbe sembrare enorme, ma che, in fondo, ricorda i tempi dilatati delle antiche corrispondenze fra appassionati di fantastico, quando i progetti maturavano lentamente e senza la pressione dell'immediatezza digitale. Per me, inoltre, il ritorno di Voci da R'lyeh possiede un significato particolare; nel primo numero avevo infatti avuto il piacere di partecipare con un mio contributo, condividendo quelle pagine con autori, illustratori e studiosi accomunati dalla stessa fascinazione per il Weird e per l'universo di H. P. Lovecraft. 
Ritrovare oggi la stessa iniziativa, ancora viva e ancora animata dalla medesima passione, è forse il segnale più importante che una pubblicazione indipendente possa offrire. 
Sfogliando questo secondo volume colpisce soprattutto la volontà di ampliare l'orizzonte. Lovecraft rimane naturalmente il fulcro gravitazionale dell'opera, ma attorno al suo immaginario orbitano altre presenze fondamentali, a partire da Edgar Allan Poe e Charles Baudelaire. Una scelta che non appare casuale: se Poe ha aperto le porte dell'abisso interiore e Baudelaire ha dato voce alle inquietudini della modernità, Lovecraft ha esteso quel medesimo senso di vertigine all'intero cosmo, trasformando l'angoscia individuale in consapevolezza della nostra irrilevanza universale. È un percorso ideale che attraversa molte delle pagine della rivista e che costituisce forse uno degli aspetti più interessanti del progetto. 
Ma il vero valore di una pubblicazione come Voci da R'lyeh non necessariamente risiede nei singoli contenuti, bensì nel gesto stesso della sua esistenza, in un'epoca nella quale buona parte della comunicazione è progettata per essere consumata rapidamente e dimenticata ancora più in fretta. Le fanzine, in questo scenario, seguono una logica opposta: sono luoghi di resistenza culturale, spazi dove l'approfondimento può ancora prevalere sulla velocità e dove l'entusiasmo degli appassionati continua a generare qualcosa di concreto e condivisibile. 
Il secondo numero di Voci da R'lyeh lo trovate come al solito su Amazon, in cartaceo e in digitale.

Segnalazioni, divagazioni, varie ed eventuali  
  IT PIERCES: A FOLK HORROR

Il folk horror attraversa una stagione particolarmente fertile; non tanto perché continuino ad apparire nuove storie ambientate in boschi, campagne isolate o comunità marginali, quanto perché sempre più autori sembrano aver compreso che il vero cuore del genere non risiede nel folklore, ma nella memoria, nella possibilità che certi luoghi conservino traccia di ciò che è avvenuto e attendano pazientemente il momento di restituirlo; e It Pierces: A Folk Horror di Jack Finn sembra muoversi proprio lungo questa traiettoria. 
Ambientato negli Adirondack del 1935, il romanzo segue quattro ex marine che cercano di lasciarsi alle spalle le esperienze traumatiche vissute durante la campagna del Nicaragua. Una battuta di caccia nella natura selvaggia dovrebbe offrire l'occasione per ritrovare un fragile equilibrio. Accade invece l'opposto: un'antica forza legata alla foresta si risveglia, trasformando il paesaggio in uno spazio di resa dei conti, dove passato e presente finiscono per sovrapporsi.
Le poche informazioni disponibili e le prime segnalazioni dei lettori insistono soprattutto sull'atmosfera: una narrazione cupa, ossessiva e profondamente radicata nel rapporto tra colpa, guerra e natura. Anche le presentazioni promozionali sottolineano il carattere "haunting" e "relentlessly unsettling" dell'opera, più interessata a generare inquietudine che a inseguire effetti spettacolari. 
Almeno sulla carta, il romanzo sembra inserirsi in quella linea del folk horror contemporaneo che passa per Andrew Michael Hurley e Adam Nevill, dove il paesaggio non è mai semplice sfondo, ma presenza viva, memoria incarnata, giudice silenzioso; un tema che, del resto, continua a riaffiorare anche nel weird classico: i luoghi dimenticano molto meno facilmente degli esseri umani.
It Pierces è rintracciabile, in quanto pubblicazione indipendente, su Amazon.

Segnalazioni, divagazioni, varie ed eventuali  
  THE BRINK

Nel cuore del Derbyshire del Seicento, The Brink di Sophia Adamowicz conduce il lettore nei pressi di Elden Hole, un abisso reale attorno al quale il folklore inglese ha costruito per secoli leggende e paure. Qui vive Jane Vernon, custode riluttante di una maledizione che attraversa la sua famiglia da generazioni: nutrire un'antica presenza affamata che dimora nelle profondità della terra. Ogni sacrificio serve a rimandare la catastrofe, ogni sacrificio consuma un altro frammento della sua umanità.
L'arrivo di un viaggiatore, Isaac Latimer, alla ricerca di una donna scomparsa, introduce però un elemento imprevisto: la possibilità che la vita possa essere diversa da quella determinata dal sangue, dalla tradizione e dalla paura. È da questa frattura che prende forma il romanzo, più interessato alle crepe che si aprono nella coscienza dei personaggi che agli effetti spettacolari dell'orrore.
Quello che rende The Brink particolarmente intrigante è l'impressione che l'orrore non provenga soltanto dalla creatura che abita l'abisso, ma dal sistema di compromessi costruito attorno alla sua fame. La violenza diventa consuetudine, la superstizione si trasforma in legge, il sacrificio in tradizione. Il vero mostro potrebbe non trovarsi sottoterra, ma nel modo in cui gli esseri umani imparano a convivere con l'inaccettabile.
Le prime recensioni parlano di un folk horror storico intriso di atmosfera gotica, di colline battute dal vento, inverni di brughiera e antichi debiti mai saldati. Un immaginario che richiama Arthur Machen, le leggende delle campagne britanniche e quel particolare senso di inquietudine che nasce quando il paesaggio sembra custodire qualcosa di molto più antico dell'uomo.
The Brink è rintracciabile, in cartaceo o digitale, su Amazon o sul sito dell'editore.

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