sabato 21 marzo 2026

J-horror Theatre #4: Sakebi

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

* * *

Mi accingo alla visione di un nuovo film di Kiyoshi Kurosawa diametralmente diviso tra l’aspettativa di assistere a qualcosa di grandioso e il timore di uscirne destabilizzaro, per via della mia incapacità di cogliere il messaggio del regista giapponese nella sua completezza. Ma che altro potrei fare? D’altra parte, è esattamente il fardello che mi porto dietro da quando vidi, ormai diversi anni fa, “Pulse” (2001) e “Cure” (1997), gli altri due titoli che ancora oggi mi triturano il cervello. Visti, piaciuti, ma con quel retrogusto di impenetrabilità che ancor oggi non m’abbandona. Che poi, mi viene da dire, è forse proprio questo il bello di Kurosawa, il suo marchio di fabbrica, quella sottile ambiguità che lo rende indimenticabile. Ma ancora più bello è il suo modo di dipingere il Giappone contemporaneo in maniera completamente diversa dai suoi colleghi. 
Non ha paura, Kurosawa, di mostrarci ciò che non vorremmo mai vedere del suo paese, in generale, e di Tokyo in particolare. La sua Tokyo non è affatto la città pop simbolo della tecnologia, degli anime, dei manga e della cultura otaku, con le sue insegne al neon, i maid-café e le vending machine più bizzarre. La sua Tokyo è quasi post-apocalittica, spopolata o addirittura deserta, è una città moderna che moderna non sembra affatto. Non credo di aver mai visto una rappresentazione del Giappone così lontana dai cliché della società ultramoderna che tutti conosciamo. Detto in un altro modo, la sua rappresentazione della capitale si allontana dalle immagini cartolinesche per esplorare gli angoli più oscuri della metropoli. 

E con essi, attraverso essi, esplora la solitudine, l'alienazione affettiva e la difficoltà dei suoi abitanti a instaurare relazioni durature. Non fa eccezione un film come “Retribution” (Sakebi, 2006), nel quale l'azione si concentra nelle periferie e nelle zone portuali, dipinte come ambienti fangosi, freddi, sporchi e privi di vita. Kurosawa mostra siti in via di riqualificazione, discariche e case popolari fatiscenti, simboli di un progresso costruito sopra i rifiuti del passato, allegoria di quel complesso processo post-bellico di elaborazione della sconfitta causa collettiva di tutti i mali sociali del paese. In particolare, l'ospedale psichiatrico abbandonato, in “Retribution”, rappresenta uno dei simboli più potenti del degrado sociale e materiale, un edificio visibile dal traghetto durante il tragitto dei pendolari ma nella pratica ignorato da tutti, un edificio dove i malati venivano lasciati soffrire e morire nell'oblio che è lì per rappresentare, appunto, la colpa collettiva e il fallimento della comunità nel proteggere i più deboli. 
Il fantasma che in “Retribution” tormenta i personaggi non è il solito demone vendicativo della tradizione giapponese, ma una personificazione della vergogna, un monito agghiacciante sull'indifferenza sociale di un popolo che ha scelto l’oblio. Ma andiamo con ordine. 

Retribution”, che viene spesso considerato il capitolo finale della trilogia iniziata con i già citati “Cure” e “Pulse”, è un ibrido tra un poliziesco procedurale e una classica ghost story giapponese. La trama segue le vicende di Noboru Yoshioka (interpretato da Kōji Yakusho), un detective esperto e stressato che indaga sull'omicidio di una sconosciuta trovata annegata in una pozzanghera d'acqua salata sul waterfront di Tokyo, in una zona in via di riqualificazione destinata a diventare una discarica. 
Durante le indagini, Yoshioka scopre con orrore che tutti gli indizi portano a lui: sul luogo del delitto vengono trovati un bottone mancante dal suo cappotto e le sue stesse impronte digitali. Nonostante le prove schiaccianti, l'uomo non ha alcun ricordo dell'evento. 
Mentre il detective cerca di scagionarsi, si verifica una catena di omicidi simili in cui persone comuni e apparentemente miti uccidono i propri cari per motivi futili, utilizzando sempre lo stesso modus operandi: l'annegamento in acqua salata. 
Yoshioka inizia a essere perseguitato dal fantasma di una donna in abito rosso la cui presenza è spesso preceduta da rumori inquietanti. Inizialmente il detective crede che si tratti della vittima del lungomare, ma la verità si rivela molto più complessa. 

Avevamo già incontrato uno spettro in abito rosso in “Rattle Rattle” (Kata Kata) di Keita Amemiya, primo episodio dell’antologia "Unholy Women" (Kowai Onna), recensita qui, e curiosamente uscita nelle sale contemporaneamente a “Retribution”. La lunga veste rossa (anziché il classico abito bianco, che ricorda il kimono funerario in uso durante il periodo Edo) era un elemento che già allora ci fece sospettare che ci stessimo relazionando con qualcosa di diverso dal classico spirito inquieto. Il rosso, infatti, in Giappone è il colore della sacralità, dei rituali, ed è anche il colore della preghiera e della purificazione. 
Kurosawa qui sembra rifarsi alla stessa logica: una veste rossa come strumento estetico con cui egli materializza il ritorno del rimosso e offre una possibilità di redenzione. Si noti, per inciso, che il rosso acceso dell'abito è un pugno nell'occhio rispetto alla tavolozza cromatica del film, dominata dai toni fangosi, grigi, sporchi e "senza vita" della periferia di Tokyo, e ciò credo che intenda sottolineare l'intensità delle emozioni che divengono impossibili da ignorare una volta che emergono. 

Kurosawa
adotta inoltre un approccio assolutamente sperimentale nella rappresentazione, quasi come se stesse lavorando a un'installazione d'arte moderna. L’uso sapiente degli specchi, che manipolano le percezioni dello spettatore e sovvertono le aspettative classiche del genere, ne sono un esempio. 
A differenza di molti film horror che utilizzano un singolo specchio per mostrare un'apparizione improvvisa alle spalle del protagonista, Kurosawa posiziona spesso più specchi all'interno di una singola inquadratura creando una visione a 360°. Lo spettatore, che vedendo un singolo specchio si aspetta automaticamente il riflesso del fantasma, è quindi completamente disorientato, perché Kurosawa lo colloca in un punto completamente diverso della stanza, dove lo spettatore in quel momento non sta guardando. 
Una complessità di inquadrature pensata per affaticare il cervello dello spettatore, costringendolo a elaborare troppi dettagli contemporaneamente, e per trasmettergli quel senso generale di paranoia e instabilità che caratterizza l'intera opera. Lo stesso movimento in simultaneo slow-motion e fast-forward  del fantasma è una scelta stilistica mirata a creare confusione sensoriale, rendendo la "donna in rosso" una delle figure più terrificanti e visivamente memorabili del cinema horror. 
Se per tutto l’arco del film Kurosawa riesce sapientemente a trasmettere il messaggio che l'indifferenza e l'oblio non cancellano la colpa, ma la trasformano in una forza distruttrice, il finale, che mira a sconvolgere gli spettatori con una rivelazione improvvisa, non è ahimè sufficientemente d'impatto. 
L'immagine profondamente nichilista di Yoshioka che vaga per le strade deserte di Tokyo e la voce fuori campo che ripete ossessivamente “Muoio, affinché anche tutti gli altri muoiano” sono troppo interpretative e contraddittorie, e anziché travolgere gli spettatori di eccitazione (o di terrore) li abbandona semplicemente in balìa di un mare di domande. 
Il sito Bloody Disgusting arriva a definire il film il "Mulholland Drive del J-Horror”. Diciamo che di certo “Retribution” brilla per la sua ambizione stilistica, e che per chi ama Kiyoshi Kurosawa la sua visione rappresenta un'esperienza imprescindibile.


Il presente articolo è parte di un vasto progetto che ho voluto chiamare Hyakumonogatari Kaidankai (A Gathering of One Hundred Supernatural Tales) in onore di un vecchio gioco popolare risalente al Giappone del periodo Edo (1603-1868) e, di  tale progetto,  esso rappresenta la parte 61 in un totale di 100.
Se volete saperne di più vi invito innanzitutto a leggere l'articolo introduttivo e a visitare la pagina statica dedicata, nella quale potrete trovare l'elenco completo degli articoli sinora pubblicati. Buona lettura! P.S.: Possiamo spegnere la 59° candela...

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