lunedì 29 novembre 2021

Unholy women #1: Rattle Rattle

Erano anni che giravo intorno alla questione se parlare o meno, sul blog, di Kowai Onna (コワイ女), un interessante esempio di moderno horror giapponese il cui titolo si potrebbe tradurre, a beneficio di chi ama la precisione, come "Donne terrificanti". Nella realtà la traduzione scelta per il mercato internazionale, che al momento, se non mi è sfuggito qualcosa, si limita a una sola apparizione in DVD per il mercato tedesco, è decisamente meno banale. Mi viene anzi da dire che "Unholy Women" (donne infelici) sia in grado di centrare meglio il punto in quanto, come credo di aver ripetuto mille altre volte parlando di horror giapponesi, all'origine del perturbante c'è sempre il dolore. Kayako e Sadako, le iconiche protagoniste di Ju-On e Ring rispettivamente, sono forse l'esempio più facile da individuare nella sterminata produzione giapponese (e non parlo solo di cinema). Abbiamo avuto modo di conoscere assieme, qualche anno fa, la leggenda da cui ebbe origine la seconda delle due e non credo serva dilungarsi ancora oggi sull'argomento, sebbene la "creatura" (non so davvero come altro chiamarla) del primo episodio di "Unholy Women" esteticamente richiami proprio quel genere di J-horror.
"Unholy Women", mi sa che non lo avevo ancora scritto, è un film composto da tre episodi, totalmente slegati tra di loro ma con in comune lo stesso concetto di azione-reazione, che è poi la quintessenza dell'horror giapponese: l'infelicità porta rancore, il rancore porta vendetta, la vendetta si scatena inarrestabile sul primo che passa per strada. Si chiama Kanako la prima persona che passa per strada (letteralmente, in questo caso specifico) nell'episodio che dà il via alle danze: Rattle Rattle (カタカタ, la cui traslitterazione è più un "Kata kata"), suono onomatopeico che ricorda molto (ma che non deve confondersi con) il Teke Teke che abbiamo affrontato qualche mese fa.

L'elemento scatenante è un vaso commemorativo posto su un marciapiede in prossimità del luogo dove, evidentemente, è morto qualcuno. Kanako, rientrando a casa dopo una serata trascorsa col proprio fidanzato, accidentalmente urta, rovesciandolo, il suddetto vaso. Ecco, questa è una cosa sconsigliatissima da fare un po' ovunque, anche involontariamente. Se siete però in qualche paese asiatico e, ancora peggio, se siete il personaggio di un film, allora è meglio lasciare subito ogni speranza non solo di sopravvivere, ma anche di morire bene. Avvicinandosi all'ingresso del suo stabile, Kanako vede prima cadere dall'alto un orecchino, stranamente identico a uno di quelli che il suo fidanzato le ha appena regalato, e poi qualcos'altro di molto più pesante, che non riusciamo a capire cosa sia, tanto rapida è la scena, ma che, prendendola in pieno, la manda al tappeto. Tutti noi che guardiamo da anni film horror giapponesi sappiamo bene che se c'è qualcosa che cade dall'alto, non solo si muove di moto uniformemente accelerato (cit.), ma di solito è il corpo di qualcuno che sta cercando di ammazzarsi lanciandosi dal balcone. 

Dicevo poco fa che la "creatura" del primo episodio di "Unholy Women" esteticamente richiama proprio il J-horror delle varie Sadako e Kayako, incluso quel tipico effetto sonoro (in questo caso un Rattle Rattle) che ne preannuncia l'arrivo. Diciamo che è così, ma con qualche sostanziale differenza: la rapidità di movimento, innanzitutto, che la rende mille volte più terrificante. Immaginate, giusto per fare un paragone spero azzeccato, la differenza tra l'incontrare lo zombi barcollante di Romero e lo zombi corridore di Zack Snyder. Con chi preferireste avere a che fare? Sì, lo so che nel J-horror non fa alcuna differenza (lento o veloce, le speranze di sopravvivere a un incontro sono meno di zero), ma di fronte a uno schermo qualche palpito in più viene. 

La lunga veste rossa (anziché il classico abito bianco, che ricorda il kimono funerario in uso durante il periodo Edo) è il secondo elemento e ciò ci fa sospettare che non ci stiamo relazionando con uno spirito inquieto. Il rosso infatti in Giappone ha una connotazione morale positiva, è il colore della sacralità, dei rituali, è usato per tenere lontani gli spiriti maligni, è il colore delle bambole daruma, figurine votive simbolo di ottimismo, costanza e determinazione, è il colore della felicità (il filo che unisce idealmente due anime gemelle è rosso), ed è anche il colore della preghiera e della purificazione (e ciò si nota anche nell’architettura sacra del Giappone: il rosso vermiglio dei templi shintoisti e quello dei torii, le porte di accesso al sacro). In tutta questa positività, il rosso non può che essere anche il colore dell'immortalità e, se indossato da una "creatura" che ci insegue tentando di assassinarci, beh, forse per noi che cerchiamo di sopravvivere non è una buona notizia. 
Non ho altri elementi per inquadrare la creatura all'interno di una mitologia esistente, ma a una visione più attenta non si può non notare un particolare importante: il collo per una frazione di secondo le si allunga a dismisura. Ciò porta alla mente la sinistra figura dei Rokuro-kubi (ろくろ首), che nei racconti buddisti sono comuni esseri umani condannati per aver infranto i precetti religiosi.

Kanako, comunque, si risveglia dal trauma. Le atmosfere sono piuttosto "oniriche", per cui riusciamo facilmente a immaginare che qualcosa non quadra. La comparsa improvvisa di una bambina che sembra volerle dire qualcosa è un secondo indizio; un terzo indizio lo troveremo più avanti, quando Kanako, fuggendo in strada incalzata dalla "signora in rosso", si imbatte in un capannello di persone apparentemente inanimate disposte in cerchio intorno a un cadavere spiaccicato sull'asfalto. Un secondo incontro con la bambina, che le indica il vaso rotto sul marciapiede, ci lascia credere di aver capito tutto. Ma non è così: in Rattle Rattle nulla è come sembra e i colpi di scena si susseguono. Keita Amemiya, che oltre a occuparsi della regia ha scritto la sceneggiatura, è stato abilissimo nel proporre tre differenti finali... che non sono però tali. Provo a spiegarmi meglio: quando tutti i tasselli del puzzle sembrano combaciare e noi crediamo di aver capito tutto, ecco che compare un elemento nuovo che rimescola le carte. Una, due, tre volte. In un avvincente (terzo) finale, il giorno si tramuta improvvisamente in notte, la signora in rosso si rivela essere ciò che è, e Kanako finisce in uno sbalorditivo loop temporale.  
Alcuni degli effetti speciali potrebbero sembrare datati e, occasionalmente, anche un po' sciocchi, ma Rattle Rattle è decisamente un primo segmento che merita un dieci in pagella. Vedremo tra qualche giorno se sarà così anche per i successivi.

6 commenti:

  1. Vista la mia nipponofilia incurabile, ho letto con particolare interesse le tue deduzioni storico-culturali sulla natura del mostro (che a giudicare dalla locandina sembra comunque ispirarsi molto alla bambina di The Ring).
    Da come lo descrivi, me lo immagino qualcosa a metà strada fra un film di David Cronenberg e "Gantz" di Shinsuke Sato.

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    1. La "creatura" di questo primo episodio credo sia un mix di riferimenti mediatici riuscito bene forse un po' per caso. Non c'è molto di Sadako ma qualcosa inevitabilmente si. Puoi vederci la follia di Cronenberg, se vuoi, o anche un pizzico di Chistopher Nolan, per via di alcuni paradossi che non sto a raccontare. Senza scomodare nessuno preferisco riferirmi a "Rattle Rattle" come ad un'idea originale realizzata con mezzi non originali.

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  2. Mi ha colpito molto la simbologia del colore. In effetti il rosso nei paesi dell'Asia orientale viene considerato beneaugurante, al punto che sia in Giappone che in Cina, interessante questo capovolgimento con la creatura vestita di rosso.

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    1. Magari sono io a sbagliare, volendo dare per forza un significato alle piccole cose.

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  3. Quando si parla di cultura e arti giapponesi...

    Noto che ti stai diventando un espero di katakana.

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    1. Ahaha! No, tutt'altro, ma giuro che mi piacerebbe!

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