Gli albori. Una terra incontaminata dalle ampie foreste, le valli ventose e le alte montagne dove la vita nelle sue molte forme – mitologiche e proto-umane - si agita. Ma le atmosfere bucoliche, romantiche non potrebbero essere più distanti. Se della natura avete o amate una visione pastorale, decisamente quest'opera non fa per voi: qui la natura non è altro che lo sfondo di una perenne lotta per il predominio che non ha vincitori, perché la morte dell'avversario, o della preda, ripiomba, ancora e ancora, nella più totale solitudine, e la fame è un desiderio eterno che non si può saziare.
In “Largemouths” il mondo è dominato dai giganti. Fra questi, i più colossali sono i Largemouths, o Grandgousier, ispirati per l'aspetto al Saturno goyano e per il nome al capostipite della famiglia rabelaiana.
Che “Saturno che divora i suoi figli” di Francisco Goya sia il principale riferimento visivo appare immediatamente chiaro anche a chi non abbia letto la prefazione del volume che, fra l'altro, è firmata da una nostra vecchia conoscenza, Miguel Angel Martin: la fisionomia, la larga bocca dai denti aguzzi e soprattutto lo sguardo folle sono i medesimi. Dalla pentalogia di Gargantua e Pantagruel di François Rabelais l'autore prende invece a prestito il nome Grandgousier, gigante, re del paese d'Utopia e padre di Gargantua. Ma il Grandgousier di Delmas, a scanso di equivoci, non è affatto un personaggio comico. Solo e senza meta apparente, vaga sulla terra in preda ad appetiti inestinguibili, la voracità con cui si getta sulle femmine che incontra o con cui fagocita tutto ciò che si muove mostra il riflesso di un animo lacero e tormentato. In questo senso, quel fallo eretto che lo caratterizza, generosamente mostrato nelle tavole, più che simbolo di vigore sessuale sembra un grosso punto interrogativo.