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venerdì 30 maggio 2025

Mystics in Bali: tra mito e frattaglie volanti

Sono passati quasi dieci anni dallo speciale thailandese “Bangkok Haunted” e ancora sono convinto si tratti di una delle cose migliori che abbia mai pubblicato qui sul blog. E non parlo di scrittura (non ho mai pensato di scrivere particolarmente bene), ma del fatto che credo di aver tratto il massimo dal poco materiale cinematografico a mia disposizione (come scrissi allora, “il cinema tailandese è molto restio a rivelarsi per intero.”). 
All’epoca avrei voluto proseguire nell’esplorazione del cinema folk horror del sudest asiatico, ma avevo sempre altro da fare e, semplicemente, la cosa mi è passata di mente, riaffiorando solo nei momenti meno opportuni. Faccio ammenda con questo timido tentativo, partendo da un film indonesiano che omaggia la figura che all’epoca più di tutte aveva colpito la mia immaginazione: Leyak/Leak, detta anche Palasik o Kuyang (il nome varia nei tre principali gruppi etnici del paese e anche la grafia a volte cambia, benché l’indonesiano usi in gran parte l’alfabeto latino). Leyak altro non è che l’equivalente della thailandese Krasue, un essere che si presenta sotto forma di una testa femminile con appese delle interiora sanguinanti che vaga di notte alla perenne ricerca di donne incinte per succhiare il sangue dei feti o dei neonati (vedi qui). Queste premesse sul folklore sono necessarie, altrimenti lo spettatore che fosse del tutto a digiuno di questi temi rimarrebbe spiazzato e finirebbe per capire ben poco di quello che sta guardando. 

lunedì 14 ottobre 2024

La Grande Abbuffata: scorpacciate da paura (Pt.4: vampiri)

Il sangue è la vita!” (Dracula, Francis Ford Coppola) 

Abbiamo parlato di zombi e di cannibali, e va bene, ma perché inserire un capitolo anche sui vampiri? Cos’hanno a che fare tali creature con questo speciale a tema gastronomico? Purtroppo, nel lungo elenco dei disturbi alimentari tipici di quest’epoca non bisogna dimenticare quello forse più singolare. Sto parlando della cosiddetta Sindrome di Renfield (*), nota anche come ematolagnia o più comunemente come vampirismo clinico, ovvero una parafilia nella quale l'eccitazione sessuale è associata al bisogno compulsivo di ingerire sangue. Per chi ne soffre, l’ematolagnia è un’esperienza molto più profonda e intensa dell’atto sessuale, che termina nel momento dell’orgasmo. Ingerire il sangue del partner, al contrario, soddisfa il desiderio di entrare in comunione con il partner per un tempo virtualmente infinito. Il partner, attraverso il sangue, viene ingerito, posseduto, inglobato, per sigillare in questo modo un rapporto indissolubile, attraverso un meccanismo simile a quello per cui i guerrieri di un tempo ingerivano, possedevano e inglobavano i nemici vinti in battaglia per assorbirne le migliori qualità.

lunedì 27 febbraio 2023

The Goat Man: la storia di un film perduto o forse mai esistito

Questo che oggi sto scrivendo è un post strano. Strano, ma non nel senso di anomalo, visto che altre volte mi sono trovato a indagare su faccende strane e misteriose; questo post è strano nel senso che tutto ciò che vi ruota attorno è strano, a partire dalla sua genesi. Oggi parliamo di un film, o per meglio dire di un film che dovrebbe essere tale ma che forse nemmeno lo è. Confusi? Anch'io, ed è per questo che ho bisogno di scriverne: magari riesco anch'io a chiarirmi le idee.

lunedì 9 maggio 2022

Il volto e la maschera: le due facce della personalità

Il volto è la nostra parte più esposta, e al tempo stesso la più misteriosa. Noi possiamo vedere il nostro volto solo riflesso, e anche così nella maggior parte dei casi non ne ricaviamo che un’idea superficiale. Si dice che, per una sorta di meccanismo di autodifesa, nessuno si veda davvero com’è realmente, ma si percepisca sempre un po’ più giovane e un po’ più bello; e chi può dire fino a che punto l’impressione che la nostra mimica facciale fa sugli altri sia diversa dallo statico ritratto che di noi rimanda lo specchio? 
Il volto è la parte del corpo che ospita tutti gli organi di senso, è in un certo senso la nostra parte più viva e vitale, e perciò quella a noi più cara. Ma un volto, come tutti quanti sanno, mostra e altrettanto cela. Conoscere il volto di una persona non significa affatto conoscere la persona nella sua interezza, perché la rivelazione che questo ci offre non può che essere incompleta e transitoria. Incompleta, perché il viso umano è fatto di una gran quantità di muscoli facciali superficiali, più di quanti ne abbia qualunque animale, e manifesta i nostri sentimenti in modo immediato, ma se da un lato è possibile che mostri di noi anche più di ciò che vorremmo, dall’altro c’è un intero substrato di pensieri e sentimenti che si può nascondere sotto la rassicurante superficie della sua epidermide; transitoria, perché siamo solo in parte divini, e come tali soggetti al decadimento fisico e morale. 

sabato 17 aprile 2021

“Penda’s Fen”: il daimon sacro dell’ingovernabilità

>>>  Guest post di Marco Maculotti <<<
Originariamente apparso su AXIS MUNDI
15 aprile 2018

«Oh my country, I say over and over… I am one of your sons, this is true. I am. I am. Yet, how shall I show my love?» (incipit) 

Fra le punte di diamante del filone folk-horror britannico anni Settanta — talvolta considerato parte di una tetralogia ideale che comprende The Wicker Man (Anthony Shaffer/Robin Hardy, 1973) [1], Witchfinder General (Michael Reeves, 1968) e Blood on Satan’s Claw (Piers Haggard, 1970) — Penda’s Fen è uno sceneggiato televisivo scritto da David Rudkin e diretto da Alan Clarke, che venne trasmesso per la prima volta il 21 marzo 1974 all’interno della serie Play for Today, prodotta dalla BBC.
Pellicola criptica e onirica, ambientata in un’Inghilterra rurale in cui i dogmi del cristianesimo e quelli del corporativismo militare sembrano fondersi in maniera tanto innaturale quanto inevitabile, Penda’s Fen si presenta innanzitutto come un dramma della diversità vertente da una parte su un desiderio di fuga da una società che tende a soffocare il potenziale individuale dei suoi singoli figli, dall’altra da un anelito ancora più forte: la conoscenza del sé più profondo e la sua realizzazione [2]. Due aspirazioni che, come vedremo nel proseguo di questo articolo, appaiono indissolubilmente legati nel filo della narrazione. 

venerdì 19 marzo 2021

Carcosa svelata

Ciò che distingue True Detective da grandissima parte delle serie televisive si può individuare nella sua caratteristica di basarsi più sul non detto che sul detto, di sfruttare più le atmosfere create e i simbolismi sapientemente velati che non ciò che accade effettivamente, a livello di azione, nei frangenti narrativi. Se questa sua peculiarità da una parte è lodevole, proprio per la sua capacità di calare lo spettatore in una dimensione quasi a-temporale, caratterizzata dall’onirismo più bizzarro e permeata dall’azione delle ineludibili forze del destino, dall’altra rende molto complicato decifrare i suoi significati più reconditi, cosa che noi in questa sede ci proponiamo di fare. Nondimeno, se sviscerare la serie nel suo complesso può sembrare un’operazione quasi impossibile, proprio per la sua caratteristica di non dire, nessuno vieta di provare a gettare luce su alcuni elementi chiave della storia, analizzabili per esempio con gli strumenti dell’antropologia del sacro e della storia delle religioni (Marco Maculotti) 
Un tempo di lettura record quello registrato per “Carcosa svelata”. Non mi capitava ormai da anni di far fuori duecento pagine in soli due giorni senza, si badi bene, sottrarre nulla al lavoro quotidiano e senza rinunciare al cinemino in streaming serale. Al netto di tutto, l’ho iniziato e portato a termine in tre o quattro ore, con gli occhi arrossati che gridavano inutilmente un po’ di pietà.

mercoledì 26 aprile 2017

Mae Snake

Mae Bia Uncut (Snake lady, 2015)
La genesi di una leggenda è forse la sua parte più interessante, ma è anche quella che di norma è destinata a rimanere incerta, se non proprio oscura, come nella maggior parte dei casi che abbiamo esaminato nel corso di questo mese (Mae Nak, Phi Krasue, Phi Pop, eccetera). Con il passare del tempo è sempre però possibile seguirne a ritroso le tracce all’interno delle forme di culto più primitive, e quando un legame si trova, che non sia campato per aria né labile, le leggende stesse assurgono a tutti gli effetti a letteratura religiosa, e acquisiscono un valore antropologico molto maggiore di quello che avrebbero se fossero solo mere testimonianze di superstizioni popolari (a meno di non considerare il sentimento religioso stesso come una forma di superstizione). 
Nel caso di Mae Nak, abbiamo già visto che Mae corrisponde all’appellativo “madre”, ma è il nome proprio Nak che ci fornisce un indizio chiave per comprendere la possibile origine di questo spettro. Un’origine ben più antica e “nobile” della leggenda kmer che abbiamo menzionato in precedenza. Uno dei significati della parola tailandese nak, infatti, è serpente, e questo legame evidente con i Naga della mitologia vedica e induista, presenti più o meno in tutti i paesi in cui è diffuso l’Induismo, ci dice che molto probabilmente Mae Nak era in origine una divinità.

lunedì 24 aprile 2017

Takien: The Crying Tree

Nang Takhian (Takien: The Haunted Tree, 2010)
Le leggende legate alla vegetazione appartengono agli albori dell’umanità: non solo miti di un Albero Cosmico, ma anche di figure arboree dalle radici animistiche che, per un probabile collegamento con qualche antico culto della fertilità, sono raffigurate quasi sempre come giovani donne. A volte si tratta di divinità, altre volte di spiriti, fate, perfino fantasmi. 
Gli alberi furono centrali in tutti i culti precristiani, ove rappresentavano un simbolo di rinnovamento e rinascita: con la loro longevità e la loro capacità di rifiorire di stagione in stagione, agli occhi degli antichi sembravano immortali. Per la loro mole, le radici saldamente immerse nella terra e il distendersi dei rami verso il cielo, anche fino a notevole altezza, si pensava che fungessero da collegamento tanto con il mondo dei morti che con la divinità, e non era raro che per i riti iniziatici si scegliessero radure in mezzo a un bosco o a una foresta, come nel caso delle cerimonie dei Druidi, e che gli sciamani, spesso in preda a qualche delirio estatico, si arrampicassero sugli alberi: c’era infatti l’idea che sia gli dèi che i loro messaggeri passassero dalla dimensione celeste a quella terrena scalando gli alberi o discendendone. Di conseguenza, quasi ovunque esistono archetipi legati a un albero della “vita”, che è spesso legato al tema dell’immortalità, e a un albero della “conoscenza”.

giovedì 20 aprile 2017

Kuman Tong: Ghost Delivery

Kuman Tong (© Reuters)
Novembre 2010. In un tempio buddista di Bangkok vengono ritrovati i resti di oltre 2.000 feti umani conservati in sacchi di plastica. La polizia afferma di aver investigato a seguito di diverse lamentele relative a cattivi odori provenienti dalla camera funeraria del tempio e sospetta che i resti derivino da aborti praticati illegalmente (l’aborto in Tailandia è consentito solo se la gravidanza deriva da una violenza sessuale o se può mettere a rischio la vita della madre): un membro del personale del tempio avrebbe confessato di essere stato pagato da alcune cliniche per disfarsi dei resti. (Fonte: bbc.co.uk.) 
Sappiamo che le derive magico-esoteriche nel Buddismo, con il proliferare delle sette più diverse, non sono cosa rara, pertanto il sospetto più grande è che questi feti venissero conservati per essere trasformati in Kuman tong, gli spiriti-bambini della tradizione tailandese. Quanto avvenuto nel 2010 non sarebbe né il primo, né l’ultimo caso del genere. Parlare di Kuman tong significa immergersi completamente nell’oscuro mondo della magia nera. Un tempo, fra gli atti di magia nera più comuni nel sudest asiatico c’era la creazione di questi spiriti familiari, che venivano tramandati da una generazione all’altra perché servissero gli appartenenti alla stessa famiglia (un po’ come i famigli che, nella tradizione occidentale, sono i compagni delle streghe).

martedì 18 aprile 2017

Phi Pop: Body Jumper

Pop weed sayong (Body Jumper, 2001)
Un giorno qualunque. Una graziosa, giovane donna viene intervistata durante un talk show televisivo. I primi minuti trascorrono normalmente, fra le domande e i sorrisi di rito, finché l’intervistata non confessa di venire posseduta regolarmente da uno spirito di nome Pop. Poco dopo, lo spirito fa la sua comparsa e la donna comincia a tremare e a emettere suoni gutturali e inquietanti, fino a quando il suo ospite non le cinge il collo con una collana-amuleto. L’uomo chiede allo spirito come mai non la lascia andare, ma questo rifiuta di rispondere e dice che qualcuno lo ha mandato nel corpo della donna. Pop grida che le diano del sangue di maiale, o la divorerà. 
Sembra la scena di un film, non è vero? Invece questo fatto è successo realmente a un’attrice e modella di nome Thippawan “Pui” Chaphupuang. E non anni o decenni fa: la notizia è dell’11 luglio 2016. In breve tempo il video con l’intervista è diventato virale, ma ciò che ha sconvolto l’audience tailandese ha suscitato al più scetticità nel resto del mondo, ove la maggior parte delle persone si è limitata a ironizzare sulle capacità attoriali della “vittima”. Che cosa è successo davvero a questa donna? La sua era davvero solo voglia di pubblicità? Conoscendo la mentalità tailandese, non mi stupirebbe invece che non stesse affatto recitando ma, a torto o a ragione, credesse davvero di essere posseduta.

domenica 16 aprile 2017

Krasue: Demonic Beauty

Tamnan Krasue (Demonic Beauty, 2002)
Se avete avuto la pazienza di leggere il lungo excursus di pochi giorni fa attraverso i terrificanti Phi tailandesi, sarete magari curiosi di capire se (e come) il cinema del paese asiatico abbia dedicato loro dello spazio. È la stessa domanda che mi sono posto anch’io quando, ormai molto tempo addietro, mi sono avvicinato per la prima volta a questa cultura, così diversa dalle altre culture orientali a cui siamo abituati, spesso anche grazie al bombardamento mediatico degli ultimi decenni. Se da un lato infatti termini giapponesi come yūrei e yōkai sono entrati a bomba nelle nostre case sin dagli anni Sessanta con i grandi classici di registi come Kaneto Shindō (Onibaba, Kuroneko) e Tetsuro Yoshida (Yōkai Monsters), nulla era mai trapelato a proposito dei loro corrispettivi tailandesi, senza dubbio altrettanto degni di interesse. Il motivo di tutto questo silenzio è presumibilmente legato allo scarso livello di esportabilità del Phi tailandese, radicato molto più in profondità nelle tradizioni di un paese che a sua volta non ha mai cercato un contatto con il mondo esterno. 
Lo speciale “Bangkok Haunted seguirà quindi, da qui alla fine del suo percorso, questa logica, tentando di scavare là dove pochi hanno mai osato scavare. Se poi dai nostri scavi verrà fuori qualcosa di buono, è ancora troppo presto per dirlo. Nell’articolo di oggi ci concentreremo sulla creatura più strana e repellente fra quelle a cui ho accennato finora: Krasue. Questo fantasma femminile è formato praticamente da una testa e, sotto il collo, tutte le interiora penzolanti. Tuttavia il suo viso, a dispetto dell’espressione bramosa, è giovane e bello. Krasue esce di notte alla ricerca di cibo fluttuando in una luce verde. Da dove viene? Perché non trova pace? Come mai appare così anomalo, più strega che spettro, rispetto alle altre figure della tradizione tailandese?

venerdì 14 aprile 2017

Sugli spiriti tailandesi

Anche se ora come non mai mi sento inadeguato a fare da Cicerone, proverò a guidarvi per quanto possibile nel misterioso mondo del folclore tailandese. Sviscerare la materia è impresa non semplicissima neanche per gli studiosi, perché diversamente da altri paesi asiatici la Tailandia non ha una ‘letteratura di fantasmi’ a cui poter attingere; il suo esteso corpus di leggende viene da sempre tramandato in forma orale, e coloro che si sono cimentati con la tassonomia del folclore tailandese hanno basato il loro lavoro su interviste a un campione di individui che, benché rappresentativi dei vari ceti, gruppi e fasce d’età del paese, non sono appunto che una frazione della popolazione totale. Io, nel mio piccolo, ho dovuto fare i conti con molte difficoltà: talora mi imbattevo in spiriti con caratteristiche simili e nomi diversi, e solo dopo realizzavo che quei nomi descrivevano la stessa entità e non un'altra simile; oppure, trovavo gli stessi nomi traslitterati anche in quattro o cinque modi diversi, per via del sistema di utilizzato o semplicemente perché erano scritti ora col nuovo sistema di scrittura, ora con uno più vecchio, notevolmente diverso. Questo per dirvi, casomai ce ne fosse bisogno, che ciò che riporterò di seguito non affronta che alcuni aspetti della materia e che potrebbe alla fine risultare un mero elenco di alcune delle sue creature soprannaturali. In altre parole, questo è semplicemente ciò che ho avuto modo di mettere insieme nel tempo a mia disposizione e, soprattutto, che è mi possibile riportare nello spazio limitato di uno “speciale” che dovrà concludersi alla fine del mese. 

domenica 9 aprile 2017

Sulle orme di Mae Nak

Su un affluente del Chao Phraya, là dove la leggenda di Mae Nak è ambientata, sorge il distretto di Phra Kanong, uno dei cinquanta in cui è suddivisa Bangkok: un emblema della Tailandia intera, ove la tradizione si fonde volentieri con la modernità. È un quartiere tranquillo dove la vita si concentra principalmente attorno al lungofiume, dal quale il centro città è facilmente raggiungibile con lo sky train. Molti piccoli negozi, mercatini e bancarelle si affacciano sui moli in legno. A Phra Kanong non ci sono grattacieli, ma piccoli edifici immersi nel verde, con i templi buddisti, vero cuore culturale del distretto, a pochi passi dalla zona residenziale.
Qui si trova anche il Wat Mahabut, ovvero il tempio dedicato a Mae Nak: in quello che la tradizione indica come il luogo in cui sorgeva il tempio dove lo spirito venne esorcizzato, un sacrario ospita un piccolo altare con due statue ornate da foglie d’oro che raffigurano Nak e suo figlio. Le offerte dell’incessante folla di fedeli che visita il tempio sono ai suoi piedi, mentre di fronte c’è una tivù sempre accesa, e poco lontana una radio trasmette sovente canzoni d’amore. Mentre la si prega, si bada a che lei e suo figlio siano distratti dai doni ricevuti, dalle immagini della tivù o dalle canzoni in modo che i loro spiriti inquieti, ancora legati alla vita, non abbiano modo di riflettere su chi si trovano davanti, di provare invidia nel realizzare che i fedeli gli chiedono proprio di elargire ciò che a loro fu negato in vita.

venerdì 7 aprile 2017

Il fantasma di Mae Nak

Secondo la tradizione orale tailandese, una persona che muore di morte innaturale, specialmente se improvvisa, come nel caso di un omicidio o di un annegamento, si trasforma in un Phi Tai Hong (letteralmente “spirito di persona morta di morte violenta”). Tali spiriti sono particolarmente temuti in quanto pieni di risentimento e di desiderio di rivalsa nei confronti dei vivi. Lo spirito di una persona assassinata cercherà di ottenere giustizia, scatenando la propria vendetta non solo nei confronti dei propri assassini, ma anche nei confronti delle persone che casualmente possono venire a trovarsi nel loro raggio d’azione. È appunto per questo che i Phi Tai Hong sono tra i fantasmi più temuti: essi non riescono (o non possono, o non vogliono) a discriminare il bersaglio del loro risentimento e, pur di giungere al risultato voluto, non esitano a compiere una strage di innocenti. 
Una forma ancora più estrema di Phi Tai Hong è quella nota come Phi Tai Hong Tong Klom, che è il fantasma di una donna morta insieme al suo bambino nel grembo. La forza vendicativa di tale spirito si può considerare in pratica come la somma del rancore di due spiriti, quello della madre e quello del nascituro. Ecco forse individuato il motivo per il quale Mae Nak è una storia che, allo stesso tempo, ha affascinato e terrorizzato intere generazioni di tailandesi. Anche perché, e di questo ve ne potrà dare conferma chiunque se mai visiterete la Tailandia e avrete l’ardore di chiedere, Mae Nak non è una semplice figura del folclore locale: si ritiene infatti che quella di Mae Nak sia una storia dannatamente vera, avvenuta sul finire del 1860, durante il regno di Sua Maestà Re Mongkut (1851-1868), conosciuto anche come Rama IV del Siam, uno dei sovrani più amati dai tailandesi per via dei suoi grandi risultati nel sociale, per i progressi economici e scientifici avvenuti negli anni del suo dominio, e per il lungo periodo di relativa pace di cui aveva goduto il paese, anche per via dell’estrema tolleranza che Mongkut aveva dimostrato nei confronti delle numerose confessioni religiose che chiedevano attenzione.

lunedì 2 dicembre 2013

Onibaba

Gli anni sessanta del secolo scorso, cinematograficamente parlando, furono anni d’oro. In un periodo relativamente breve infatti videro la luce un numero impressionante di pellicole che, ancora oggi dopo oltre mezzo secolo, pubblico e critica sono concordi nel considerare capolavori imprescindibili.  Non è assolutamente un caso quindi che, pur non essendo questo un blog cine- tematico, già molte volte in passato siano qui apparsi articoli su film realizzati proprio in quel periodo. Ho scritto spesso a proposito di gotico italiano (Mario Bava, solo per citarne uno), che qualcuno ricorderà essere un tema ricorrente nel primo anno di vita del blog, ma ho spesso scritto anche dei capolavori dei grandi maestri del cinema giapponese di quel periodo: su tutti Koji Wakamatsu, Hiroishi Teshigahara e Shoei Imamura. C’era tuttavia, a tal proposito, una lacuna che da tanto tempo sentivo il bisogno di colmare:  quella di non aver mai parlato della perla più luccicante tra le tante della mia sterminata collezione “Made in Japan”, uno dei punti fermi della mia, già più volte esternata, passione per quell’incredibile Paese.
Era il 1964 l’anno in cui lo sceneggiatore e regista Kaneto Shindo diresse “Onibaba” (“Le assassine” nella versione italiana), un film basato un racconto buddista che egli aveva appreso da bambino: la parabola della yome-odoshi-no-men (嫁おどしの面) (maschera spaventa-moglie) o niku-zuki-no-men (肉付きの面) (maschera con la carne attaccata). Ho trovato traccia di due diverse versioni di questa storia. Nella prima una madre, per impedire a sua figlia di recarsi al tempio, indossa una maschera per spaventarla. Per punizione la maschera le si incolla al viso, e allora lei prega di riuscire a togliersela: ci riesce, ma insieme alla maschera si strappa anche la carne dal viso. La seconda è la storia di una donna che, per gelosia, indossa una maschera da demone per spaventare sua nuora e impedirle di incontrare il suo amante. L’amore, però, ha la meglio sulla paura, e per punizione la maschera le si incolla permanentemente al viso.

lunedì 1 luglio 2013

Issun-bōshi

Come forse vi ho già detto, amo le fiabe e leggo volentieri tutti i tentativi di interpretazione (psicologica, antropologica o esoterica che sia) che se ne fanno. Mi affascina soprattutto vedere come dalla stessa matrice possano prender vita storie che parlano della realtà da angolazioni molto diverse (è lo stesso con i miti della religione, se è per quello); del resto siamo umani e tendiamo, con buona pace di Galileo, a mettere noi stessi e ciò che ci circonda più da vicino sempre al centro dell'universo.
Per esempio, sapevate che la storia di una creatura alta appena un pollice è diffusa in molte varianti un po' in tutto il mondo? La fiaba “Tom Pouce” di Charles Perrault del 1697 (ripresa dai fratelli Grimm nel 1800) in italiano si chiama “Pollicino”,  in inglese “Tom Thumb”, in tedesco "Daumesdick”, in spagnolo “Pulgarcito”, in portoghese “O Pequeno Polegar”, e poi ci sono varianti in danese, polacco, russo, olandese…  persino vietnamita. E il Giappone? Di certo non poteva mancare all’appello, anzi quella di cui vi parlerò oggi è proprio la storia del Pollicino del Sol Levante, Issun-bōshi (一寸法師): “Issun-bōshi from OtogizōshiIssun-bōsh”.

venerdì 2 novembre 2012

On the Eating of Books

“Some books are to be tasted, others to be swallowed, and some few to be chewed and digested.” (Francis Bacon) -  “Quel libro è stato davvero avvincente: l’ho divorato.” Quante volte abbiamo sentito pronunciare una simile frase? Quante volte l’abbiamo pronunciata noi stessi? L’atto del divorare un libro è qui visto naturalmente in senso figurato: se il contenuto di un libro è particolarmente interessante non è improbabile che lo si riesca a portare a termine in breve tempo, che si possa venire coinvolti a tal punto che diventa quasi impossibile staccarsi dalla lettura, escludendo la realtà e immergendosi profondamente nell’universo immaginario descritto in quelle pagine. Esiste un’altra espressione idiomatica che così recita: “Quel libro è proprio difficile: faccio fatica a digerirlo”. Ecco quindi che per meglio assorbire i contenuti di un testo ci vediamo costretti non solo a mangiarlo, ma pure a portare a compimento il ciclo digestivo. Bizzarro, no? 
C’è invece chi i libri li divora per professione, costretto a scrivere recensioni di due o tre romanzi alla settimana, oppure chi è incaricato da una casa editrice di selezionare le migliori tra le migliaia di proposte giunte da una moltitudine di aspiranti scrittori o sedicenti tali. In questo caso divorare un libro è più una necessità che un piacere. Si dice che esistano dei metodi di lettura veloce che i più esperti non esitano ad applicare per poter sopravvivere. Uno di questi è la lettura in diagonale: si legge la prima parola di un rigo, la seconda parola della riga sottostante, la terza di quella sotto ancora e così via. Teoricamente, una volta giunti alla fine del testo, dovrebbe rimanere, in qualche angolo remoto del cervello, abbastanza da poterci scrivere sopra una recensione. La ricetta? Condire il tutto con due note biografiche sull’Autore, aggiungere un pizzico di contesto storico, mescolare il tutto ed ecco sfornata la recensione. 
Una recensione di cui nessuno potrà contestare l’esattezza, perché tanto i lettori sono rimasti in pochi e quei pochi non andranno certo a verificare, dopo aver letto il libro in questione, cosa ne aveva scritto quel tizio su quella rivista.

lunedì 21 novembre 2011

Yokai Monsters

This is a One Hundred Stories social gathering. Every time one story ends, one candle is meant to be put out. There is an old saying in which, when the last light is put out, an apparition will make an appearance. At the end of the gathering, it is customary to participate in the curse eliminating ritual.



Altre volte in questo blog ho parlato degli yōkai o yōukai (妖怪), creature mitologiche giapponesi, il cui termine dovrebbe tradursi come “apparizioni (kai) che attraggono (you)”. Spesso e volentieri il termine è genericamente semplicato con “dèmoni” (e di fatto alcuni di essi lo sono) ma più precisamente si riferisce a una miriade di esseri bizzarri e grotteschi che sembrano molto più propensi a fare scherzi burloni che a nuocere seriamente. Parlando di yōkai avrò senz’altro già ammesso in passato che poco essi hanno a che fare con la logica di questo blog (che dovrebbe teoricamente essere incentrato sul gotico) ma come credo sia ormai evidente, la mia passione per il folklore e per la cultura orientale, giapponese in particolare, mi spinge a fare delle eccezioni. Questa è una di quelle.

mercoledì 26 ottobre 2011

Kakashi

Kakashi nasce dalla fantasia di Ito Junji (伊藤潤二), uno dei più famosi autori di manga-horror giapponesi, divenuto precocemente famoso grazie alla sua opera prima, un'agghiacciante racconto intitolato  Tomie (富江), divenuto poi cult e saga di successo ispirando addirittura otto film. "La peculiarità della narrazione di Ito Junji è di mostrare eventi imprevedibili e sconcertanti che scaturiscono da situazioni normali e 'deviazioni' che si manifestano in forme inconcepibili e traumatizzanti. Ogni tentativo di dare un senso a tali eventi non fa che accelerare il passo dell'incauto razioncinatore verso la follia" (Citazione tratta dalla biografia dell'autore nel volume di Tomie - Hazard Edizioni).
Il manga è divenuto ben presto (nello stesso anno della sua realizzazione, il 2001) anche un film, diretto da Norio Tsuruta (鶴田法男),  lo stesso regista del visionario Premonition (予言, Yogen) e del superfluo Ring 0: Birthday (リング0 バースデイ Ringu 0: Bāsudei).

La storia ha il grosso merito di introdurci la leggenda del Kakashi che altro non è se non lo spaventapasseri, queste strane e bizzarre figure a braccia aperte, vestite di vecchi abiti dismessi, che piazzate in mezzo alle coltivazioni, avevano un tempo il compito di spaventare non tanto gli innocenti passeri, quanto i corvi (come rende meglio il termine inglese Scarecrow). Erano, quindi, l’evidente testimonianza della lotto dell’uomo contro i pericoli della natura rispetto al bene più prezioso di cui disponeva per assicurare il sostentamento della famiglia. Gli spaventapasseri hanno ispirato nei secoli fiabe, miti e leggende, non limitandosi quindi al loro compito anti-volatili, bensì rappresentando un potente amuleto contro gli spiriti e le forze del male.
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