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lunedì 24 febbraio 2014

Kuroneko

L’immaginario nipponico è pervaso di mostri; dagli yokai, o bakemono, ai più moderni Gamera o Gojira (Godzilla), dai classici oni e demoni ad animali mostruosi come l’Ushi-oni (tanto per non citare il solito Bakeneko), dagli esseri umani deformi (Noppera-bō, Futa-kuchi-onna…) agli oggetti animati (Bake-zōri, ecc.: su tutti il Kasa-Obake, il mio preferito) ai fenomeni meteorologici. Molti di essi derivano dalla religione primigenia della regione (Me-kurabe, Yobuko), che confluì nello Shintoismo, mentre altri (come Kirin e Shōjō…) furono importati dal continente in una commistione e varietà che lascia stupefatti. 
E così, è naturale che anche l’arte nipponica sia pervasa di mostri... Se anticamente c’erano le opere di Toriyama Sekien e Sei Shōnagon o i dipinti di Hokusai a rappresentarli, più recentemente sono stati i manga e gli anime a rivisitarli in chiave moderna. Tra le rappresentazioni più “colte” possiamo annoverare anche e soprattutto pellicole d’autore come “Onibaba – Le assassine” e “Kuroneko”, entrambe a firma del maestro Kaneto Shindo, purtroppo scomparso nel 2012.

lunedì 2 dicembre 2013

Onibaba

Gli anni sessanta del secolo scorso, cinematograficamente parlando, furono anni d’oro. In un periodo relativamente breve infatti videro la luce un numero impressionante di pellicole che, ancora oggi dopo oltre mezzo secolo, pubblico e critica sono concordi nel considerare capolavori imprescindibili.  Non è assolutamente un caso quindi che, pur non essendo questo un blog cine- tematico, già molte volte in passato siano qui apparsi articoli su film realizzati proprio in quel periodo. Ho scritto spesso a proposito di gotico italiano (Mario Bava, solo per citarne uno), che qualcuno ricorderà essere un tema ricorrente nel primo anno di vita del blog, ma ho spesso scritto anche dei capolavori dei grandi maestri del cinema giapponese di quel periodo: su tutti Koji Wakamatsu, Hiroishi Teshigahara e Shoei Imamura. C’era tuttavia, a tal proposito, una lacuna che da tanto tempo sentivo il bisogno di colmare:  quella di non aver mai parlato della perla più luccicante tra le tante della mia sterminata collezione “Made in Japan”, uno dei punti fermi della mia, già più volte esternata, passione per quell’incredibile Paese.
Era il 1964 l’anno in cui lo sceneggiatore e regista Kaneto Shindo diresse “Onibaba” (“Le assassine” nella versione italiana), un film basato un racconto buddista che egli aveva appreso da bambino: la parabola della yome-odoshi-no-men (嫁おどしの面) (maschera spaventa-moglie) o niku-zuki-no-men (肉付きの面) (maschera con la carne attaccata). Ho trovato traccia di due diverse versioni di questa storia. Nella prima una madre, per impedire a sua figlia di recarsi al tempio, indossa una maschera per spaventarla. Per punizione la maschera le si incolla al viso, e allora lei prega di riuscire a togliersela: ci riesce, ma insieme alla maschera si strappa anche la carne dal viso. La seconda è la storia di una donna che, per gelosia, indossa una maschera da demone per spaventare sua nuora e impedirle di incontrare il suo amante. L’amore, però, ha la meglio sulla paura, e per punizione la maschera le si incolla permanentemente al viso.

lunedì 21 novembre 2011

Yokai Monsters

This is a One Hundred Stories social gathering. Every time one story ends, one candle is meant to be put out. There is an old saying in which, when the last light is put out, an apparition will make an appearance. At the end of the gathering, it is customary to participate in the curse eliminating ritual.



Altre volte in questo blog ho parlato degli yōkai o yōukai (妖怪), creature mitologiche giapponesi, il cui termine dovrebbe tradursi come “apparizioni (kai) che attraggono (you)”. Spesso e volentieri il termine è genericamente semplicato con “dèmoni” (e di fatto alcuni di essi lo sono) ma più precisamente si riferisce a una miriade di esseri bizzarri e grotteschi che sembrano molto più propensi a fare scherzi burloni che a nuocere seriamente. Parlando di yōkai avrò senz’altro già ammesso in passato che poco essi hanno a che fare con la logica di questo blog (che dovrebbe teoricamente essere incentrato sul gotico) ma come credo sia ormai evidente, la mia passione per il folklore e per la cultura orientale, giapponese in particolare, mi spinge a fare delle eccezioni. Questa è una di quelle.

martedì 17 maggio 2011

A Devilish Murder

Un uomo di nome Shi-mak visita una galleria d’arte per vedere una mostra, ma quando arriva trova i muri vuoti e gli spazi deserti. Un custode di passaggio lo informa che la mostra è finita, ma in quel momento scorge un singolo dipinto a olio, appeso a un muro d’angolo. Si ferma di colpo: è il ritratto della moglie morta.

Con questo agghiacciante incipit veniamo introdotti da Yongmin Lee, considerato giustamente il più importante regista horror del cinema coreano degli anni Sessanta, nel film capolavoro “A Devilish Murder”, anche conosciuto con il titolo di “A Bloodthirsty Killer”, il cui titolo originale è “Salinma” (살인마)

Il modello è quello classico del cinema horror coreano (ma anche del cinema asiatico in generale): la storia di una donna ingannata, tradita e uccisa che torna come fantasma a esigere la propria vendetta.

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