venerdì 14 dicembre 2018

Orizzonti del reale (Pt.19)

Timothy Francis Leary (1920–1996)
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Il suo primo “viaggio” fu per Leary come morire e poi rinascere. L’esperienza lo sconvolse al punto da convincerlo che l’LSD fosse la cura adatta a malattie che recenti scoperte scientifiche attribuivano ad alterazioni biochimiche, come la schizofrenia, una cura efficace per l’alcolismo, ma anche uno stimolo creativo e un mezzo per progredire nell’esperienza mistica. Occorre tenere a mente una cosa: Leary immaginava la società e i suoi prodotti (economia, politica, religione) come un grande organismo basato su stati di consapevolezza condivisi da tutti i suoi membri, i cui conflitti e difetti derivano da disfunzioni di origine neurologica, pertanto il progresso della società sarebbe stato possibile solo tramite il progresso mentale e spirituale dei singoli. In tal senso, sarebbe stato auspicabile somministrare l’acido a quante più persone possibile per guidarle sui sentieri della pace, dell’amore e dell’illuminazione. 
Si stima che il Progetto Psilocibina, che comprendeva ministri del culto, teologi e psicologi religiosi, tenne circa quattromila sedute con membri della Facoltà e volontari esterni, ma proprio perché aperto a tutti si attirò numerose critiche, in parte anche interne allo stesso movimento psichedelico. Nel tempo si creò una frattura con coloro, Huxley in testa, che pur essendo favorevoli all’uso terapeutico dell’acido come cura biochimica per la schizofrenia, ritenevano che il sentiero dell’illuminazione non potesse essere percorso da tutti, e perciò che l’LSD dovesse essere tenuto fuori dalla portata dalle masse.

sabato 8 dicembre 2018

Da donna a strega: retaggi

The golden bough, Wenzel Hollar, XVII sec.
L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI

Nel suo famoso saggio “Il ramo d’oro”, James Frazer fornì moltissimi esempi di riti della prosperità europei concentrati in primavera e in estate con al centro lo spirito arboreo o un suo rappresentante.
Letta oggi la sua opera risulta piuttosto ostica, marcata com’è da una “sociologia cristiana” che accomuna tutto quanto avvenuto in passato sotto la definizione di primitivo e inferiore, e inoltre le sue fonti, quando citate, sono state spesso giudicate carenti...
Eppure, per quanto mi riguarda, girando un po' per l'Europa ho notato che oggi tracce del folclore descritto da Frazer sono ancora ben evidenti; soprattutto in Inghilterra, paese in cui la vita sociale ruotava attorno a eventi legati al mondo agricolo-pastorale e alla caccia, e in cui le feste popolari e le sagre sopravvissero pressoché invariate anche dopo l'avvento del Cristianesimo.
Quelli che abbiamo visto la volta scorsa sono generici accenni a riti basati sulla concezione di spiriti incorporati negli alberi e di spiriti slegati dal loro involucro arboreo e incarnati in un uomo o donna viventi, che diventavano a tutti gli effetti uomini-dèi. Curiosamente, oltre agli Sposi di maggio (Re/Regina, Cavaliere/Dama, eccetera), esisteva anche una tradizione dello sposo o della sposa abbandonato/a: durante il rituale, che prevedeva in genere di trascinare per il paese un fantoccio di foglie e paglia per poi gettarlo nell’acqua o nel fuoco; un ragazzo o una ragazza si buttavano a terra e vi si rotolavano fingendo di addormentarsi, per poi venire risvegliati. Una metafora della vegetazione che si addormenta d’inverno e si risveglia in primavera?

domenica 2 dicembre 2018

Orizzonti del reale (Pt.18)

Timothy Francis Leary (1920–1996)
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Nel 1960 le nuove sostanze che permettevano l’espansione della coscienza furono classificate come psicopatomimetiche, perché si riteneva che potessero trasformare degli individui normali in psicopatici, o quantomeno indurli ad agire come tali. Per gli psichiatri sostanze come la mescalina e l’LSD erano degli strumenti tramite i quali era possibile manipolare le persone, aprire un varco tra le loro difese psicologiche e portare alla luce i loro sentimenti più nascosti. 
Leary non concordava affatto con questa visione delle cose, in base alla quale il vero io dell’uomo era fondamentalmente malato e non poteva esistere alcuna visione o rivelazione mistica, e definiva la letteratura psichiatrica “un moderno Inferno freudiano […] austero di angosce e di conflitti”. Fu per questo che, nell’ambito della sua ricerca, si attenne a regole molto particolari. Regole che egli stesso aveva stabilito, ma che qualcuno in seguito giudicò non molto ortodosse.

lunedì 26 novembre 2018

Traditi dalla fretta #10

Anche dicembre è ormai giunto alle nostre porte e con esso l'ultimo appuntamento della stagione con Traditi dalla fretta, il consueto recap di tutto ciò è successo in giro per il mondo mentre chi scrive era sepolto da scartoffie da ufficio ben poco interessanti.
Nelle intenzioni originali, questa rubrica non avrebbe dovuto essere una semplice vetrina per le uscite editoriali che hanno ingolosito chi scrive, ma la verità è che viene messa talmente tanta carne al fuoco che mi riesce davvero difficile trovare spazio per altro.
Conto però sul fatto che il periodo natalizio possa mettere un pochino in pausa la creatività di chi sta là fuori, permettendomi in tal modo di calibrare con più attenzione il Traditi dalla fretta prossimo venturo.
Anche il blog che state leggendo, come di consueto, si prenderà un breve periodo di riposo: non moltissimo, visto che nel corso del 2018 la produzione è andata già abbastanza a rilento per i motivi che ormai conoscete a memoria.
Ancora un paio di articoli, forse tre: poi ci saluteremo e ci daremo appuntamento a gennaio; non prima che la nostra simpatica befana sia sparita all'orizzonte, però.
È anzi probabile che sarà proprio questa rubrica a inaugurare il nuovo anno, declinandosi una volta tanto sullo stato dell'arte di Obsidian Mirror e sui progetti, nuovi o riesumati, che dovrebbero riuscire a trovare il loro giusto spazio all'interno di questo contenitore. Ma diamo tempo al tempo e concentriamoci sulla puntata odierna...

martedì 20 novembre 2018

Orizzonti del reale (Pt.17)

Timothy Francis Leary (1920–1996)
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

È giunto finalmente il momento di tornare a parlare di Timothy Leary, a cui a suo tempo avevo dedicato interamente la quinta e la sesta parte di Orizzonti del Reale. Non sarà facile, dato che si tratta di riprendere il filo di un discorso cominciato nel lontano marzo 2016, e non so se gradirete o storcerete il naso… ma direi che glielo devo, a Leary, a maggior ragione dopo tutto questo tempo, e considerato a quante storture e semplificazioni è sempre stata soggetta la sua figura. 
Molti non hanno ancora deciso se fosse un illuminato o un pazzo, un messia o un ciarlatano; prima di esaminare ancora i suoi scritti proverò quindi a ripercorrere la sua storia. 
Non mi dilungherò sulla prima parte della sua vita. Basti sapere che nacque a Springfield, nel Massachusetts, in una famiglia piuttosto normale, cattolica, e che fu uno studente brillante ma insofferente alla disciplina, con una formazione scolastica piuttosto singolare: dopo il college (una scuola gesuita), su richiesta del padre tentò la carriera militare, ma fu invitato a ritirarsi. (“Il preside della scuola superiore mi guardava calmo. Tu hai sistematicamente ignorato i principi su cui si basa questa scuola. L’imperativo categorico di Kant. Nessuno ha il diritto di fare ciò che, se da tutti fatto, distruggerebbe la società. […] Non voglio più vederti né parlare con te.”)

mercoledì 14 novembre 2018

A serbian film

Questo articolo avrebbe dovuto intitolarsi "Elogio di un film serbo", perché quella era inizialmente la mia intenzione. In fase di revisione ho poi optato per una soluzione più facile, forse meno accattivante ma nella pratica più comoda. Il mio timore era quello (e lo è ancora) di attirare su questo blog decine di troll, gente che magari senza nemmeno leggere un rigo possa comunicare il proprio disappunto per il contenuto che un titolo del genere può suggerire. Non ho bisogno di visitatori del genere; preferisco che i miei ospiti ascoltino quello che ho da dire e poi decidano, in piena autonomia e buona fede, se ciò che ho detto è stato degno di essere detto.
Concluso questo doveroso pippone iniziale, passiamo al tema di oggi, probabilmente uno dei più indigesti che siano mai capitati da queste parti dai tempi de "Il necrofilo". Stiamo parlando di cinema, ovviamente, e nella fattispecie del film serbo per eccellenza, perlomeno di quello più famoso, mi sentirei di aggiungere, sfidandovi a citare un titolo proveniente dallo stesso paese balcanico che sia altrettanto famoso.

giovedì 8 novembre 2018

Il creatore di libri

Una copia, più unica che rara, del sacro Testo di R'lyeh
Numerosi spunti sono emersi nelle ultime due settimane, dal giorno in cui pubblicai qui sul blog la mia piccola recensione dell'antologia di racconti weird "Ipnagogica", creata dal giovane autore piemontese Christian Sartirana. Molte erano le domande che mi ero posto, in special modo nell'interpretazione di alcuni passaggi, e che, per non saper né leggere né scrivere, avevo lasciato in sospeso. Ma altri elementi, nel frattempo, avevano iniziato a frullare nella mia mente in merito al titolo stesso dell'opera, a quel termine, "ipnagogico", che fa riferimento a un particolare stato di coscienza durante il quale possono prodursi fenomeni quali illusioni e allucinazioni, uno stato di coscienza tipico di quella fase di sonnolenza che precede l’addormentamento.
I commenti a quella recensione tra l'altro avevano parecchio insistito su quest'ultimo aspetto, portando addirittura una testimonianza diretta della realtà del fenomeno, sintomo che l'argomento ha suscitato un certo interesse. Ho pensato quindi di andare a fondo nella questione interpellando direttamente colui che l'ha scatenata, Christian Sartirana, che si è mostrato ben disposto a partecipare attivamente alla discussione.
Aggiungo che la molla che mi ha convinto a contattare Christian è stato un particolare della sua biografia che ha calamitato il mio interesse. Christian, come vedrete tra breve, è un "creatore di libri" a trecentosessanta gradi: non solo si diletta a scriverli, ma ci mette mano fisicamente grazie alla sua invidiabile attività di legatoria e di restauro di libri antichi. 
Cosa significa quindi posare le mani su un pezzo pregiato, consumato dal tempo, e regalargli una seconda giovinezza? Cosa significa creare dal nulla una copia del Necronimicon o del De Vermis Mysteriis? Andiamo a scoprilo insieme...

venerdì 2 novembre 2018

Il Re in Giallo rivelato (Pt.2)

"...il torvo Byakhee, dalle ali di pipistrello, venne dalle rive nuvolose del lago Hali, il pelo nero, il becco di ferro e gli occhi dell'inferno. Quando gli montammo a cavallo, la bestia spiegò le sue ali enormi e possenti. Attraverso mari oscuri e sconfinati abbiamo volato. Oltre le Iadi abbiamo raggiunto quel luogo mitico e desolato, proibito agli uomini e aborrito dagli dei: Carcosa, dove il grande Hastur è il Signore." (Lin Carter, Litany to Hastur).

Solo qualche giorno fa ci siamo posti la questione di come poter definire originale un'opera che si ispira esplicitamente a un'altra.  Nel tempo, all'interno di questo lungo speciale dedicato ai "miti in giallo" ci siamo imbattuti in una lunghissima serie di "originali", che si sono mantenuti tali fino a che non abbiamo scoperto qualcosa di ancora più "originale".
Ricordate il giorno in cui abbiamo scovato una citazione del "King in Yellow" nelle pagine di uno dei più famosi romanzi di Oscar Wilde (Il ritratto di Dorian Gray, 1890), di cinque anni antecedente l'omonima antologia di Chambers? Già a quei tempi avevamo iniziato a comprendere che quello che tutti ritenevamo essere l'originale... beh, non lo era affatto. E avevamo compreso che anche il tanto idolatrato Necronomicon di Lovecraft, testo fittizio ricalcato dal Re in Giallo, era tutt'altro che originale.

lunedì 29 ottobre 2018

Il Re in Giallo rivelato (Pt.1)

"...illustrò più dettagliatamente il manoscritto, ricorrendo a parecchie opere di araldica per convalidare il risultato delle sue ricerche. Citò l'origine della dinastia a Carcosa, i laghi che univano Hastur, Aldebaran e il mistero delle Iadi; parlò anche di Cassilda e Camilla e descrisse le nebulose profondità di Demhe e il lago di Hali. «Gli stracci dentellati del Re in Giallo devono occultare Yhtill per sempre», mormorò, ma non credo che Vance lo sentisse. Poi, passo dopo passo, guidò Vance lungo le ramificazioni della Famiglia Imperiale, fino a Uhot e Tale, da Naotalba e lo Spettro della Verità fino ad Aldones. Infine, messo da parte il manoscritto, cominciò a narrare la meravigliosa storia dell'ultimo Re". (Robert W. Chambers, Il riparatore di reputazioni).
Con l'arrivo dei primi freddi, e dopo tanti guest post, torniamo a bomba sull'argomento che, per via della sua "anzianità di servizio", ormai rappresenta la vera colonna portante del blog che state leggendo. A beneficio del pellegrino che si fosse affacciato solo di recente in questo remoto angolo del web posso infatti dire che questo lungo viaggio nei territori inesplorati del mito chambersiano ebbe inizio oltre cinque anni fa, ben prima del giorno in cui, grazie ad una serie televisiva di successo, termini come "Carcosa" e "Il segno giallo" entrarono a far parte della cultura di massa. 
Non pretendo che il suddetto pellegrino si prenda la briga di andarsi a rileggere tutti e trenta (e passa) articoli che hanno preceduto questo ma, per un minimo di infarinatura, sarebbe auspicabile la lettura del mega-riassuntone che ho inserito in questa pagina statica.

martedì 23 ottobre 2018

L’impero italiano dei sensi (Pt.3)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Alla fine, dopo quasi tre anni di rimandi e di attesa, il 28 marzo 1979 arriva la notizia: «L’Italia è il secondo paese al mondo in cui sarà possibile vedere in edizione integrale il capolavoro dell’erotismo contemporaneo». Così recita la locandina di Ecco l’impero dei sensi, con ben visibile la targhetta “Edizione integrale”.
Com’è possibile? La censura italiana ha richiesto molti tagli, com’è possibile esporre quella scritta sulle locandine? Eppure il giorno dopo, 29 marzo, quando il film viene finalmente proiettato in sala, il mistero è svelato: «Edizione integrale con sottotitoli italiani». Tre anni di attesa... e neanche l’hanno doppiato! «Dalla terra ove l’amore non è peccato ma occasione di gioia e di poesia, giunge questo audace, sconvolgente capolavoro che rivelerà a tutti i segreti più profondi delle passioni e le esaltanti liberazioni del gioco dei sensi.» «Film importante», lo giudica la recensione de “La Stampa” del 30 marzo successivo, che specifica come non si tratti di uno dei tanti film pornografici «per la semplice eccitazione e per il guardonismo doloroso e solitario»: chissà se era un neologismo dell’autore o se davvero all’epoca si tentò di italianizzare voyeurismo in “guardonismo”. «Quando l’erotismo si cala completamente nel segno dei sensi e ne accetta il dominio, non c’è più riscatto neppure nella parola, ma solo, appunto, nella furia distruggitrice, che può essere, volta per volta, rivolta a se stessi o all’altro amato: dedizione o cannibalismo.» La recensione purtroppo non ci dice l’informazione più importante: se il film è doppiato in italiano. Stando alle locandine, non lo è.

venerdì 19 ottobre 2018

L’impero italiano dei sensi (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Il Festival di Cannes finisce e il bilancio tocca a Piero Perona, sulle pagine di “Europa” di sabato 29 maggio 1976: «Costituisce la gioia di chi ama il cinema, Nagisa Oshima scruta senza morbosità le follie erotiche di due amanti che si dannano da soli.» Poche parole, ma almeno lusinghiere. 
Lo stesso giornalista il 21 giugno successivo ci racconta degli “orientamenti dei produttori per la prossima stagione”, sdoganando un concetto a cui Arpino aveva già accennato: il cinema porno si sta trasformando in “film sexy d’autore”. «In ogni parte del mondo si avvertono i segni del declino della produzione pornografica. Nei Paesi del Nord Europa, negli Stati Uniti stessi i film spinti dove l’atto sessuale non è finto ma consumato, vengono relegati in sale particolari sempre meno frequentate. Linda Lovelace, interprete dello scandalo in Gola profonda, gira con Linda for president una scollacciata satira politica che tuttavia potrebbe benissimo comparire salvo il divieto dei minori. La Francia scoraggia il lancio del pornofilm con una serie di misure a carattere economico.» 
Pare che all’epoca la Francia avesse imposto tasse più onerose ai film dichiarati pornografici, costringendoli così ad un ghetto a loro riservato: se questo viene specificato, siamo autorizzati a pensare che in Italia non ci siano queste iniziative. «Da noi infine le leggi del mercato stanno per decretare la fine della programmazione sconcia: una zia scaccia l’altra, una camerierina vogliosa si confonde con la vicina dalle tendenze particolari, una brava maestra vale – come “nave scuola” – quanto la sua supplente. I titoli e gli argomenti, troppo simili e troppo improvvisati, si confondono con il risultato di non fare più sensazione.»

lunedì 15 ottobre 2018

L’impero italiano dei sensi (Pt.1)

Mentre sul blog del collega e amico Ivano Landi entra ormai nel vivo lo Speciale "Pleasure of Pain II", sequel dell'omonima serie andata in onda qui lo scorso mese di maggio, ne approfittiamo per uscire con quello che in gergo dovrebbe chiamarsi "spin-off", ovvero un articolo che avrebbe tecnicamente qualcosa a che fare con il suo ispiratore ma che nella sostanza vive di vita propria. 
Oltre ad potersi considerare uno spin-off, ciò che mi auguro inizierete a leggere tra pochi istanti potrebbe anche rientrare esso stesso sotto la definizione di sequel, avendo già proposto un tema simile proprio nel corso dello Speciale già citato.
A conti infatti, in realtà, "L'impero italiano dei sensi" è molto più di un articolo derivativo: è un lungo excursus (talmente lungo che l'ho dovuto spezzare in tre parti) sulle vicende al limite del paradossale che uno dei film più importanti del panorama erotico di tutti i tempi ha dovuto affrontare per entrare nel nostro scalcinato paese. 
Ma non sarò io a parlarvene: per l'occasione lascio salire su questo palcoscenico, mentre io mi defilo dalla porta sul retro, uno tra i blogger più abili a scavare nel torbido della settima arte. Signore e signori, lasciate che vi introduca il mitico Lucius Etruscus, per un giorno svestito degli usuali panni di investigatore bibliofilo. A te il microfono, Lucius!

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mercoledì 10 ottobre 2018

Ipnagogica

Partiamo subito dal titolo: "Ipnagogica". Bello, eh? Ma cosa diavolo significa? Questa parola, ammettiamolo, non è proprio di uso comune, anche se è probabile che ognuno di noi prima o poi l'abbia sentita pronunciare.
La definizione più comune è quella psicologica, composizione del prefisso ipno- (dal dio greco del sonno Hypnos) con il termine greco ἀγωγός (che conduce).
Secondo l'enciclopedia Treccani la fase ipnagogica è infatti "quella fase di sonnolenza che precede l’addormentamento", fase che si contrappone a quella ipnopompica (legata al risveglio). Viene subito da pensare, mal celando un sorriso, che un libro il cui titolo invia riferimenti così diretti alla sonnolenza non possa essere che mortalmente noioso. Ma, tranquilli, non è così; sono solo io ad essere un pelino malizioso.
"La fase ipnagogica  - prosegue la Treccani -  è caratterizzata da un particolare stato fluttuante della coscienza e dal carattere vago e sfumato dei pensieri, durante la quale possono prodursi fenomeni a tipo di illusioni o di allucinazioni", insistendo tra l'altro sulle loro caratteristiche generalmente terrificanti. Sarà perché di solito io mi addormento di schianto, ma non credo di aver mai avuto un'esperienza del genere. Posso forse ritenermi fortunato, non lo so, ma leggendo un po' qua e là in giro per il web si direbbe che tutti, almeno una volta nella vita, finiscano per sperimentare questo fenomeno. Evidentemente la mia "volta nella vita" deve ancora arrivare; oppure è già arrivata, ma ha trovato in me un soggetto poco adatto.

venerdì 5 ottobre 2018

Traditi dalla fretta #9

Non era previsto un nuovo appuntamento con Traditi dalla fretta così presto. Anche perché poi va a finire che parlare di periodicità di una rubrica che fa capolino sul blog a intervalli completamente casuali non avrebbe più senso. Mi accorgo invece che ci sono alcune cose che è il caso di segnalare prima che il tempo trascorra, le scavalchi e le renda obsolete.
Il mese di settembre è passato rapidamente, come se la sua pagina di calendario fosse stata strappata via da mani ignote mentre io mi trastullavo in questa coda estiva che sembrava non finire mai. Troppo bello per essere vero, mi dico adesso.
Lasciatoci alle spalle anche l'inestinguibile caso di Kenneka Jenkins, che ha praticamente monopolizzato il blog come solo pochi argomenti in passato hanno saputo fare, torniamo con i piedi per terra e proviamo a dare un'occhiata a tutte le cose che avevo lasciato in sospeso.
Sono tantissime le rubriche iniziate e mai portate avanti (o portate avanti a intervalli vergognosi).
Mi chiedo a volte se non sia il caso di alzare bandiera bianca e dichiarare alcuni progetti conclusi con un fallimento... ma poi mi dico che la voglia di ritornare su di essi potrebbe riproporsi senza preavviso in chi scrive, come è stato per Obsploitation, e allora lascio perdere e che vada come deve andare. In fondo c'è sempre tempo per mettere la parole fine alle cose, no?
Oggi, invece di parlare di progetti interrotti e abbandonati, sono qui per parlare di un particolare progetto che si sta risvegliando dal suo torpore per ritornare prepotentemente a galla. Il merito è tutto del collega blogger Ivano Landi che ha voluto rilanciare sul suo blog lo speciale che avevamo proposto qui nello scorso mese di maggio. Immagino ve lo ricordiate, no? Ebbene, a quattro mesi di distanza si torna a parlare di...

domenica 30 settembre 2018

Da donna a strega: i culti arborei

L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI

Se è vero che nell’antichità ci furono due tipologie di divinità prevalenti, una pastorale (diffusa fra le popolazioni nomadi) e una agricola (tipica delle popolazioni stanziali che, come sappiamo, col tempo divennero le più numerose), sembra che il contributo della donna fosse centrale proprio nel culto di queste ultime: il probabile retaggio di una precedente società di cacciatori, collocabile verso la fine dell’età glaciale, che divenne sedentaria proprio in seguito allo sviluppo dell’agricoltura. A quei tempi è probabile che la religione fosse prevalentemente di tipo domestico e come tale praticata in misura maggiore dalle donne, e che, non si sa bene come né quando, la donna stessa sia divenuta depositaria della salvaguardia dei ritmi della natura, che determinavano i ritmi della produzione agricola, e dell’energia sessuale, dalla quale dipendeva la prosecuzione della vita. 
Sappiamo da varie fonti che alcuni culti prevedevano la prostituzione rituale femminile. Nella mentalità degli antichi il modo migliore di assicurare la fecondità del suolo era quella di operare una sorta di incantesimo, o sortilegio, tramite rapporti sessuali (veri o simulati) che, su piccola scala, rappresentassero quelli del Cielo con la Terra, rispettivamente il principio maschile e femminile della Natura, fino (talora) a inscenare il mistero della nascita.

martedì 25 settembre 2018

La verità sul caso Kenneka (Pt.5)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

The trick to being smart is knowing when to play dumb (Irene Roberts). 
Non avrei mai pensato, nel momento in cui mi accingevo a ungere d’inchiostro il mio primo foglio bianco, che questo articolo potesse occupare tanto spazio. L’argomento alla fine si è rivelato talmente complesso che ho dovuto spezzare il testo in cinque parti, per non far andare in vacca la sua leggibilità. Prima di mettere la parola fine avrò di gran lunga superato le seimila parole; praticamente, un romanzo breve. Mi chiedo se anche Tolstoj, mentre provava a buttar giù l’incipit di "Guerra e Pace", pensasse di starci dentro in poche pagine. 
Sta di fatto che nelle ultime sere, proprio come adesso, ogni qual volta spingevo in là il piatto sporco della cena per far spazio al computer, mi infilavo in una serie di tunnel talmente intricati che finivo sempre, invariabilmente, per smarrirmi. La vicenda di Kenneka Jenkins, lo avrete certamente notato, è assurdamente complicata. È complicata al punto che non sai mai se hai scovato tutti i piccoli dettagli, l’assenza di uno solo dei quali può davvero ribaltare la prospettiva. Ho corretto e ricorretto quanto scritto decine di volte, praticamente a ogni battito di ciglia. Ogni cinque minuti un particolare nuovo rimetteva in discussione quanto pensavo di aver compreso. Il nome della festeggiata, per esempio, l’ho scoperto solo nel momento in cui ne ho parlato (alla fine del post precedente) e ciò, inevitabilmente, mi ha costretto a correggere il testo sin dall’inizio.

venerdì 21 settembre 2018

La verità sul caso Kenneka (Pt.4)

Monifah Shelton e Kenneka Jenkins
 LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Come sono finiti 3000 ng/ml di topiramato nel sangue di Kenneka Jenkins? Questo è un gran bel mistero e così, a sensazione (ma potrei sbagliarmi), potrebbe anche essere questa la chiave per arrivare alla verità. Essendo ormai escluso che la ragazza ne facesse uso personale per motivi terapeutici, ci basterebbe teoricamente capire come è finito lì, visto che il Topamax® può uscire dalle farmacie solo dietro presentazione della ricetta medica. 
Dicevamo la volta scorsa che si stava aprendo un piccolo spiraglio a un’ipotesi diversa dalla pura morte accidentale. A questo punto lo spiraglio inizia ad allargarsi. Se non Kenneka, sicuramente qualcun altro quella sera se ne andava in giro con delle compresse di Topamax® in tasca; e quelle compresse, per motivi a noi ancora ignoti, sono finite disciolte nel sangue di una ragazza. 
Mmmh, mi viene da dire, sta a vedere che siamo di fronte a una “cena con delitto” delle più classiche. Basterebbe, rifletto, capire se qualcuno dei presenti abbia un motivo medico per prendere topiramato e, voilà, ecco trovato uno che ha degli scheletri nell’armadio. Prima di pensare al peggio però, mi sono detto, lasciami controllare un’ultima cosa. Può essere che, nella mia ingenuità, mi sia sfuggito un punto fondamentale, vale a dire l’esistenza di certi individui disagiati che usano mix di alcol e topiramato per sballarsi meglio.

lunedì 17 settembre 2018

La verità sul caso Kenneka (Pt.3)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Occorrono solo venti minuti a Teresa Martin per coprire le 16 miglia che separano la sua abitazione, nel West End, all’Hotel Crown Plaza di Rosemont, giusto adiacente all’aeroporto internazionale O’Hare di Chicago. Solo qualche ora prima le ragazze avevano percorso lo stesso tratto di strada in quarantacinque minuti abbondanti ma, si sa, l’urgenza di arrivare non era per loro la stessa. Teresa entra nella hall dell’albergo poco dopo le 5 del mattino e al suo arrivo chiede aiuto al personale di turno, domandando di poter visionare i video di sorveglianza; riceve però un rifiuto in quanto, come da prassi, l’accesso a simili sistemi di video-sorveglianza necessita di una formale richiesta da parte delle autorità. La donna allora chiama il dipartimento di polizia di Rosemont e si sente rispondere che, a causa dell’elevato numero di falsi allarmi, è necessario attendere alcune ore prima di poter presentare rapporto. Ciò avviene alle 13:15 di sabato pomeriggio.

giovedì 13 settembre 2018

La verità sul caso Kenneka (Pt.2)

Un selfie di Kenneka Jenkins con sua madre
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Alle 23:30 del venerdì, Kenneka Jenkins lascia la sua casa nel West Side, dove vive con la madre Teresa Martin e la sorella Leonore Harris, sale sull’auto prestatale dalla madre e passa a prendere alcune sue amiche con il proposito di recarsi prima al cinema e poi al bowling, trascorrendo così serenamente qualche ora in compagnia. Qualcosa però, probabilmente una telefonata, fa in modo che i piani cambino e che le ragazze decidano di recarsi invece ad una festa di compleanno, organizzata in una camera d'albergo al nono piano del Crowne Plaza di Rosemont. Sulla strada per l'hotel, le ragazze si fermano per comprare una bottiglia di Hennessy Cognac, qualche lattina di energy drink, un altoparlante bluetooth e, secondo quanto successivamente dichiarato dalle stesse ragazze, un po' di maria “che non si sa mai”. Non sono ovviamente qui per giudicare la lista della spesa delle quattro amiche, perché da ragazzo di puttanate ne ho fatte anch’io, però lasciatemi dire che il cognac è davvero uno strano carburante da mettere nel serbatoio. E lo definisco “strano” perché ancora oggi, dopo anni di piccole esperienze alcoliche, lo considero una schifezza imbevibile di cui non giustifico nemmeno l’esistenza. Sulla questione degli energy drink non mi esprimo, perché 1) ai miei tempi non esistevano e 2) perché l’unica volta che ho assaggiato quella merda, l’ho subito sputata. Nulla da dire nemmeno sulla maria, considerando che ha praticamente messo d’accordo tre generazioni. Mi pare anzi che sia roba già ampiamente sdoganata, e non mi stupisco che il suo fascino possa resistere invariato ancora oggi.

domenica 9 settembre 2018

La verità sul caso Kenneka (Pt.1)

Kenneka Jenkins (1998-2017)
Curioso come certi avvenimenti, anche i più strani, a volte tendano a ripetersi. In un certo senso, viene a mancare la possibilità di utilizzare l'aggettivo "singolare" nel riferirsi a storie che la logica ci porterebbe a definire tali. Sono sicuro ricorderete il mio lungo articolo di qualche anno fa dedicato al caso di Elisa Lam, la ragazza ventunenne che trovò la morte fra le mura del Cecil Hotel di Los Angeles: una morte sulla quale furono sprecate intere biblioteche di supposizioni per cercare di trovare una spiegazione a una sequenza di situazioni, di casualità e di coincidenze che aveva quasi dell'incredibile. Senza il "quasi". 
A distanza di un anno esatto dagli avvenimenti che andremo qui di seguito a narrare affrontiamo oggi il caso di Kenneka Jenkins, una diciannovenne afroamericana il cui corpo senza vita fu trovato, una domenica mattina, prigioniero della cella frigorifera delle cucine del Crowne Plaza Hotel a Rosemont, Chicago, nell’Illinois. 
La prima similitudine è già abbastanza evidente: senza troppe difficoltà ammetterete che una cella frigorifera è un luogo piuttosto pittoresco dove morire, così come pittoresca è la cisterna d’acqua sul tetto dell’Hotel Cecil dove venne trovato il corpo senza vita di Elisa Lam… ma questo è solo uno dei tanti aspetti che, come vedremo, mi hanno portato a mettere in relazione i due casi.

lunedì 3 settembre 2018

Traditi dalla fretta #8

Lasciatoci alle spalle anche il mese di agosto, è tempo di un nuovo episodio di Traditi dalla fretta, la nostra ormai classica rubrica di segnalazioni il cui scopo è quello di fare il punto su tutto ciò che è stato detto e fatto mentre l'autore di questo blog si faceva i fatti suoi altrove.
Con il mese di agosto si è concluso anche quel piccolo esperimento di riproposizione di materiale già apparso anni fa nel vecchio e ormai abbandonato blog Obsploitation. Non resta a questo punto che l'ardua domanda: com'è andata? Difficile dirlo. Se dovessi guardare solo alle statistiche di blogger, dovrei dire che è stato un disturbo che mi sarei tranquillamente potuto evitare.
In realtà, non avendo una pietra di paragone (ad agosto, gli anni passati, questo blog ha sempre chiuso per ferie) non saprei dire se i risultati siano quelli tipici del mese più fiacco dell'anno oppure se siano maggiormente dovuti alla noia di ritrovarsi davanti a delle repliche, seppur riproposte a distanza di tempo dalla loro prima pubblicazione.
Comunque siano andate le cose, a questo punto poco importa andare a scervellarsi con i dettagli. Era in ogni caso un'operazione necessaria per poter rilanciare adeguatamente Obsploitation, nella nuova forma che andremo insieme a scoprire nel tempo che manca alla fine di questo 2018. Nel frattempo lasciatemi mettere da parte il cinema, che ultimamente ha fin troppo monopolizzato il blog e che, non posso che ammetterlo, sta iniziando a provocarmi un rigetto da sovradosaggio. Discorso accantonato, passiamo oltre.

martedì 28 agosto 2018

Play Motel

La fine di agosto si avvicina e con essa arriva al capolinea anche questo piccolo speciale dedicato ai ripescaggi cinematografici dal blog che c'era una volta e che ora non c'è più.
In un certo senso è stato come salire in soffitta e riaprire quel vecchio baule della nonna sepolto dalla polvere dei secoli: in mezzo a tanta fuffa qualcosa di buono torna sempre alla luce.
Inizio solo ora a spiegarmi il motivo per cui il progetto Obsploitation, nella sua forma originale, finì per perdersi. Credo fosse principalmente per via del suo essere monotematico. Scrivere di cinema è piacevole, soprattutto se si tratta di un cinema che si è sempre apprezzato e, in certi casi, anche idolatrato, ma rimane pur sempre un'attività limitante.
Il blog su cui siete oggi, e che tra pochi giorni riprenderà il suo corso normale, ha il pregio di non annoiarmi mai, cambiandosi così frequentemente l'abito. Dopo un agosto di Obsploitation, che si somma ad un luglio altrettanto pregno di argomenti cinefili, inizio a percepire un po' di nausea ed è ora di correre decisamente ai ripari.
Sarà un caso, ma la recensione di "Play Motel" che ripropongo oggi fu anche l'ultima che scrissi per Obsploitation prima della sua chiusura. Era il 18 settembre 2015...

giovedì 23 agosto 2018

Cani arrabbiati

Rileggere oggi l'articolo che scrissi su Obsploitation il 25 maggio 2015 è straniante. Avevo già più volte in precedenza esaltato l'operato di Mario Bava, indiscutibilmente uno dei miei registi preferiti, ma quella volta le cose andarono diversamente. Non dico che nella mia recensione lo feci a pezzi (sarebbe stato irrispettoso), e nemmeno finii per dire che non mi piacque (perché in fin dei conti non fu così), ma non riuscii a trattenere quel certo disappunto che sono sicuro traspare in diverse occasioni, specialmente nella "chiusa" dove scrissi, senza mezzi termini, che mi parve solo un "gran bell'esercizio di regia".
Un giudizio piuttosto duro che, oggi a mente fredda, mi chiedo se non fosse un tantino esagerato.
Avevo visto per la prima volta "Cani arrabbiati" solo nei giorni precedenti alla mia recensione, sebbene da diverso tempo quel titolo mi strizzasse l’occhio, e da allora non ho più avuto l'occasione di affrontarlo di nuovo. Non ne conservo un ricordo nitidissimo e devo ammettere che, se non mi fossi andato a rileggere tutto questo, non avrei davvero saputo cosa rispondere a un ipotetico interlocutore che mi ponesse la domanda "Lo hai visto? Ti è piaciuto?".
Eppure, quel twist finale che ai tempi definii "un po' troppo telefonato" mi appare oggi come un'idea grandiosa. Possibile che in soli quattro anni un parere possa cambiare diametralmente? O forse è solo un'illusione legata a un ricordo che nel tempo si è alterato? Dovrei andarmelo a rivedere per poter rispondere... Nel frattempo, vi lascio con l'articolo incriminato.

sabato 18 agosto 2018

Avere vent’anni

«Avevo vent'anni... Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.» (Paul Nizan)

Quando uscì questo articolo,  il 29 novembre 2014, Obsploitation stava già affrontando i primi suoi periodi di crisi. Quasi due mesi erano trascorsi dal post precedente e c'erano già i primi segnali che l'idea di poter gestire un secondo blog, parallelo ad Obsidian Mirror, fosse lì lì per naufragare.
Furono due gli avvenimenti che mi diedero modo di uscire dal torpore. In primo luogo l'iniziativa sorta in seno al solito gruppo di blogger cinefili, che avevano lo scopo di diffondere sensibilità attorno ad un argomento spinoso al quale, ahimè, non si dedica mai abbastanza attenzione, vale a dire la ricorrenza del 25 novembre, giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. I blogger coinvolti, tre al giorno, si impegnarono a pubblicare un articolo sull'argomento a partire appunto dal 25 novembre di quell'anno e fino alla fine del mese.
In secondo luogo ci fu la prematura scomparsa di una delle regine della commedia sexy all’italiana anni Settanta. Sto parlando naturalmente di Lilli Carati, all’anagrafe Ileana Caravati, giovane interprete di B-movies oggi elevati allo stato di cult e, in questi ultimi anni forse ancora più di allora, icona exploitation fra le più desiderate.

lunedì 13 agosto 2018

Il medaglione insanguinato

Spoletium, 241 a.C.: sulle pendici del Monteluco, presso una curva del torrente Tessino, affluente del Maroggia, in posizione assai ridente per la chiostra di montagne verdeggianti che le fanno corona, un insediamento, le cui origini affondano nella preistoria, diviene colonia romana. Spoletium, 571 d.C.: strappata dai longobardi al dominio bizantino, la città diviene sede di un vasto e potente ducato. Spoletium, 1155 d.C.: la città, ancor florida e potente sebbene il ducato si avviasse alla decadenza, viene assalita e distrutta da Federico Barbarossa. Spoletium, 1775 d.C.: una bambina scompare in circostanze misteriose mentre, in quello stesso istante, un quadro appare improvvisamente su una delle pareti del soggiorno di una villa fuori città. Per entrambi gli avvenimenti, apparentemente slegati tra di loro, non viene trovata alcuna spiegazione. Resta indiscutibile la straordinaria somiglianza tra la bambina scomparsa e una figura al centro del dipinto. Spoleto 1975 d.C.: la città presenta un aspetto vetusto, con i suoi numerosi edifici medievali e del Rinascimento, le vie strette e tortuose, spesso a cordonata, e i numerosi cavalcavia. Il quadro è allo studio degli esperti. Una figura in bianco, apparentemente una bambina, cerca di sfuggire terrorizzata ad un gruppo di persone (contadini?) armate di falci e bastoni. Il suo sguardo è rivolto verso l’alto, in direzione di una seconda figura femminile, adulta, che precipita nel vuoto circondata dalle fiamme. Sovrasta l’intera scena una figura demoniaca, che si staglia, appena distinguibile se non fosse per il suo colore rosso fuoco, sulle nuvole sullo sfondo.

mercoledì 8 agosto 2018

Sei donne per l'assassino

Secondo appuntamento con Obsploitation: Rewind e secondo ripescaggio nella memoria più remota del sottoscritto: questa volta si tratta del leggendario "Sei donne per l'assassino" di Mario Bava, altro film che definire fondamentale è quasi riduttivo.
Era il 26 marzo 2014 la data in cui decisi di far uscire la recensione che tra qualche istante andrete a leggere o a rileggere. Praticamente è passato un secolo.
A quel tempo, ricordo, fui a lungo combattuto sulla scelta di far uscire l'articolo su questo blog oppure di proporlo su Obsploitation: Mario Bava ben si adattava infatti all'impostazione che avevo dato al The Obsidian Mirror delle origini e, quasi senza farlo apposta, non era poi nemmeno molto che avevo intrattenuto i miei quattro lettori di allora con le recensioni de La maschera del demonio e de La frusta e il corpo, due tra i miei personali guilty pleasures firmati dallo stesso regista sanremese. Come andò poi a finire ormai lo sappiamo ma, stavo riflettendo, quale migliore occasione di questo rispolvero estivo per mettere una definitiva parola fine a quel tarlo di coscienza?
Dopo Banditi a Milano di Carlo Lizzani, che ha inaugurato il filone poliziottesco, quale naturale proseguimento potrebbe essere meglio di “Sei donne per l’assassino", unanimemente riconosciuto come il primo giallo all’italiana della storia?

venerdì 3 agosto 2018

Banditi a Milano

La nuova vita di Obsploitation inizia oggi e, come annunciato qualche giorno fa, proveremo a fare un piccolo ripasso di quanto era apparso sul blog omonimo che chiuse i suoi battenti un migliaio di giorni fa. Senza pretendere di realizzare un "best of" che, senza ombra di dubbio, risulterebbe piuttosto discutibile, proverò a riproporre alcune cosette che, a memoria, non riuscirono troppo male. L'articolo di oggi fu uno dei primissimi ad uscire su Obsploitation: era esattamente il 16 febbraio 2014 e, dannazione, mi sembra quasi passato un secolo.
I primi giorni di vita di Obsploitation furono piuttosto frenetici: il materiale che avevo preparato prima ancora di iniziare era parecchio ma, non per questo mi feci prendere dalla frenesia della pubblicazione a ritmi serrati (avendo già una discreta esperienza, prevedevo già da allora che sarebbero arrivati periodi di magra). Avevo già scritto parecchia roba, come stavo dicendo poc'anzi, e immagino sia un po' come quando sai che arriverà la cicogna e inizi con largo anticipo a infognarti la casa di fuffa ingombrante che poi, nel giro di qualche anno, non saprai come fare per liberartene. L'articolo che proverò a riproporre oggi, tra i tanti, era stato uno di quelli a mio parere più interessanti. Innanzitutto perché l'argomento trattato affondava le sue radici in documentati fatti di cronaca italiana che, come sapete, sono un'inesauribile fonte di spunti per un blogger come il sottoscritto; in secondo luogo "Banditi a Milano" (1968), il film che quei fatti Carlo Lizzani provò a mettere in scena, divenne il capostipite di un genere (il poliziottesco) che da lì a qualche anno sarebbe diventato di culto. E non solo per me.

domenica 29 luglio 2018

Obsploitation: Rewind

"...per tutto questo, e per molto altro ancora, credo che non abbia praticamente alcun senso continuare. Seppur con le mani tremanti, che mi costringono a dover correggere di continuo i refusi, è giunto il momento di scrivere la parola fine. Obsploitation chiude affinché Obsidian Mirror possa sopravvivere".
Con queste parole, nel dicembre del 2015 calava il sipario su Obsploitation, quel mio piccolo tentativo di operare su un secondo blog che, dopo due anni di crudele agonia, fallì miseramente.
Sono passati quasi mille giorni da allora. Un'eternità. Mille giorni durante i quali, di tanto in tanto, il mio occhio ha però malinconicamente continuato a scivolare su quelle consunte pagine digitali alle quali mi ero tutto sommato affezionato. Avevo fatto bene a chiudere? Avevo fatto male? C'era ancora speranza oppure la lapide che avevo posato stava bene là dov'era? Dubbi in realtà non ce ne sono mai stati: la chiusura di Obsploitation fu necessaria per motivi che non starò qui a ripetere, ma che, anche se non eravate presenti a quel tempo, potete benissimo immaginare.
E se non eravate qui al quel tempo, forse è bene a questo punto fare una piccola digressione e provare a spiegare cos'era Obsploitation, magari usando le stesse parole che usai nel primissimo articolo...

martedì 24 luglio 2018

There's something in... The Fog

E alcuni, in sogno, ebbero conferma dello spirito che ci colpiva così: a nove braccia di profondità, ci aveva seguiti dalla regione della nebbia... (Samuel Taylor Coleridge, La ballata del vecchio marinaio)

Vidi "The Fog" per la prima volta ai tempi della sua uscita nelle sale, anche se probabilmente con diversi mesi di ritardo rispetto alle prime visioni. Il gestore di quel piccolo cinema di paese che frequentavo da ragazzino, l'ho già raccontato tante volte, non era esattamente un fenomeno in termini di reattività, ma aveva sicuramente un gran talento nella scelta dei film da proporre (non che in questo caso fosse necessario, visto che John Carpenter era ormai sulla bocca di tutti grazie alle allora recentissime imprese slasher di Michael Myers).
Sebbene nell'archivio della mia memoria "The Fog" fosse rimasto per anni catalogato come uno dei tanti filmetti anni Ottanta dalla trama sciocca, mi era sempre rimasto quello strano senso di angoscia, tesa e palpabile, che provai in quel lontano giorno per tutta la durata del film. Rivisto ripetutamente negli anni Duemila e, per l'ennesima volta, giusto qualche sera fa, non posso che confermare quella vecchia sensazione: quelle atmosfere perennemente snervati girate da Carpenter e sceneggiate da Debra Hill sono ancora tutte lì, per nulla erose dai quarant'anni di cinema horror che nel frattempo sono trascorsi.
D'altra parte John Carpenter è sempre stato un maestro nell'ottenere il massimo risultato partendo dal nulla e non sarà certo un caso se sono tutti firmati da lui quei pochissimi film che oggi, alla mia veneranda età, mi fanno ancora paura.

giovedì 19 luglio 2018

Ed egli maledisse lo scandalo

"Autore del celebre Ed egli maledisse lo scandalo (Urania, 1966) e del non meno scandaloso Chi vuole distruggere l'America? (Urania, 1969) Mack Reynolds ha sempre venato di irresistibile satira le sue storie di fantascienza utopistica e sociologica".
Con queste parole, circa trent'anni fa, si faceva largo nella mia vita un autore americano che oggi, dedicandogli un articolo, riscopro con malcelato entusiasmo. Erano parole che apparivano nella quarta di copertina di un altro vecchissimo numero di Urania (Le comuni del 2000, ndr) che per anni, fino all'ennesimo trasloco in cui andò irrimediabilmente smarrito, aveva continuato a spostarsi da uno scaffale all'altro della mia libreria senza mai riuscire a trovare il suo momento. 
Non so come sia il vostro rapporto con questo tipo di letteratura, ma per me quella vecchia collezione di Urania (così come quella attuale, in gran parte ricostruita nel corso dei decenni) non solo era una fedelissima compagna di tante serate trascorse alla fioca luce di una lampadina, ma era anche, forse ancor prima del suo contenuto, un trofeo da feticciare con libidine. Prima di tutto venivano, neanche a parlarne, le immense copertine di Karel Thole: trascorrevo ore ad osservarne i particolari e, lo ammetto, spesso erano proprio quelle a far scattare in me la molla dell'acquisto. In secondo luogo, ma non per importanza, venivano i riassunti in quarta di copertina. Erano proprio quelle parole che, nel momento fatidico della scelta della lettura successiva, mi avrebbero indicato la strada da percorrere.

sabato 14 luglio 2018

L'ora del lupo

Un tempo la notte era fatta per dormire, sonni calmi e profondi, e svegliarsi poi senza terrori. Da molte sere siamo svegli fino all'alba. Ma questa è l'ora peggiore. Il popolo la chiama l'ora del lupo, è l'ora in cui la maggior parte delle persone muore, quando il sonno è più profondo, quando gli incubi sono più reali. È l'ora in cui gli insonni sono ossessionati dalle loro paure più profonde, l'ora i cui fantasmi e demoni sono più potenti. L'ora del lupo è anche l'ora in cui molti bambini nascono... (Johan Borg).

Penserete che sono un pazzo scatenato. Ne sono convinto. Beh, lo penso anch'io. Il fatto è che quando, poco di un mese fa, mi venne proposto di partecipare alle celebrazioni del centenario della nascita di Ingmar Bergman, mi parve una buona idea: se c'è un regista che ha fatto la storia del cinema, pensai così di primo acchito, quello è senza dubbio Ingmar Bergman. "Vuoi che non riesca a trovare delle cose da dire?", mi dissi. Ed eccomi qua, davanti al foglio bianco, con nella pelle il terrore di non esserne all'altezza. Ma porca miseria, perché mi faccio sempre trascinare in queste cose? Non so da dove iniziare, ma so che al calar di questa sera d'estate (lo dico mettendo avanti le mani) qualcosa, nel bene e nel male, sarà venuto pur fuori e quel qualcosa, nel bene e nel male, verrà pubblicato. Intanto il ghiaccio è stato rotto e questo particolare già mi consola.

martedì 10 luglio 2018

Traditi dalla fretta #7

Un po’ in anticipo rispetto alla sua tradizionale cadenza bimestrale, sbarca oggi sul blog un nuovo episodio di Traditi dalla fretta, rubrica di segnalazioni nata 18 mesi fa per cercare di salvare il salvabile nel frenetico delirio della rete. La volta scorsa avevamo dedicato ampio spazio alla questione del GDPR, l’ennesima sfida che i blogger a questo punto dovrebbero essere riusciti ad aggirare indenni, seppur con qualche piccolo escamotage.  L’unica vera seccatura che i blogger di questa mia stessa piattaforma hanno in realtà dovuto affrontare è la disattivazione improvvisa e brutale delle notifiche dei commenti, seccatura che, leggendo in giro, solo in pochi pare abbiano risolto. Personalmente mi sono subito gettato a capofitto nella ricerca di una soluzione ma, nonostante i miei reiterati tentativi, per oltre un mese non sono riuscito a venirne a capo. L’unica cosa certa è che i tipi di Google avevano prontamente ammesso che la mancata notifica fosse dovuta ad un glitch (termine inglese che, da quanto ho capito, significa “boiata”), ma di soluzioni in giro nemmeno l’ombra. Alla fine, solo pochi giorni fa, ho trovato la soluzione in un commento a uno dei centomila post di insulti che la comunità digitale ha lasciato nelle pagine di supporto di Google. Riporto la soluzione qui di seguito a beneficio di chi si stesse ancora scervellando. Il segreto, come molti avranno senz’altro intuito, è da ricercarsi nel pannello di controllo di blogger, alla voce email nel menù impostazioni.

giovedì 5 luglio 2018

L'uomo dello specchio (Pt.2)

Siamo di nuovo qui nel salotto di Obsidian Mirror (certo che, detto così, mi sento un po' Costanzo) con Luigi Parisi, lo straordinario regista de "L'onore e il rispetto" e di numerose altre fiction televisive, che si è rivelato essere grande appassionato di...  ciò che la volta scorsa abbiamo definito "lato oscuro".
Negli ultimi giorni ho trascorso un po' del mio tempo a gironzolare sul suo sito e, non contento, ho cercato in rete tracce di quei cortometraggi che, chissà perché, non ho trovato sul sito ufficiale. Ne ho trovati infine diversi, alcuni interessanti, altri meno. Molti di questi però non hanno mancato di stuzzicare la mia curiosità. Riprendiamo la nostra chiacchierata con Luigi proprio da quelli. Per chi si fosse perso la prima parte, la mia raccomandazione è di fare prima un capatina qui.

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T.O.M.: Ciao Luigi e bentornato! Mettiti pure comodo perché stavolta non te la caverai con due domandine. Come stavo dicendo pochi istanti fa, mi sono divertito a cliccare ovunque sul tuo sito e, tra i vari cortometraggi presenti nella tua invidiabile filmografia, ne ho notato uno che porta la firma di Nicola Lombardi, uno dei nomi più interessanti del panorama horror italiano. Vuoi parlarcene?

L.P.: Nicola Lombardi è uno straordinario autore italiano, dotato di grande talento e respiro internazionale. Lo conobbi quand’ero più giovane, lui lavorava presso Profondo Rosso, il negozio di Luigi Cozzi Dario Argento sito nel cuore di Roma. Persona colta, intelligente e di acuta ironia, passavamo ore a parlare e a ridere… Acquistai proprio nel negozio la sua prima antologia di racconti brevi “Ombre” rimanendone sconvolto. Lombardi mi segnò profondamente poiché aveva un tipo di scrittura cinematografica. Tu leggevi, scivolavi nel suo abisso e “vivevi” la storia. Divertimento allo stato puro. Questo genio del male pubblicò diversi libri con racconti horror. Ce ne fu in particolare che mi colpì per l’alto impatto folle ed orrorifico: “Il dono degli Dei”. Ma non sapevo come poter imbrattare l’intera stanza di sangue chimico senza furiose conseguenze di chi a quel tempo mi stava accanto. E quindi declinai con uno più semplice che titolai “La Busta Nera” col mio solito quasi abituale protagonista, mio fratello. Il corto è davvero amatoriale (in un arcaico 4:3 letterboxato) e si distingue anche per il tema musicale di Gabriele Saffioti e la voce solista di un’artista francese, Asphodel.

martedì 3 luglio 2018

L'uomo dello specchio (Pt.1)

Ognuno di noi è una luna: ha un lato oscuro che non mostra mai a nessun altro. (Mark Twain) .
Non puoi nasconderti all'infinito, Luke. Consegnati al Lato Oscuro della Forza. (Dart Fener)
Tutto ciò che, mi auguro, andrete a leggere oggi nasce da una semplice riflessione: quanti di noi hanno un lato nascosto e ne sono consapevoli?
Ne parlavo giusto qualche giorno fa con un curioso personaggio, recentemente conosciuto in rete, il cui "lato oscuro", come vedremo, è decisamente interessante.
Nel giro di un attimo, e suo malgrado, tale personaggio e le sue riflessioni sono diventati l'argomento di questo post, e come spesso avviene quando la carne al fuoco è tanta mi sono visto costretto a spezzare il tutto in due parti.
Ma partiamo dall'inizio... Parlando di "lato oscuro", non mi viene in mente migliore esempio di quel tizio che, nell'anonimato, scrive da sette anni su questo blog.
Avrete senz'altro notato che, in tanto tempo, il mio vero nome non è mai apparso da queste parti (sebbene un buon investigatore, con qualche click ben calibrato, ci possa arrivare). Tutto ciò non è dovuto alla timidezza o alla libidine di avere un nickname "figo"... tutt'altro... è proprio un puro discorso di "lato oscuro" che, per mille ragioni, preferisco tener separato dalla facciata che espongo tutti i giorni.

giovedì 28 giugno 2018

Orizzonti del reale (Pt.16)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Il progetto Orizzonti del Reale riprenderà presto il suo corso, ma qui, oggi, intendo prima di tutto riannodare il fil rouge che unisce John Allegro a uno degli artisti più visionari di tutti i tempi, Alejandro Jodorowsky. Un fil rouge che, naturalmente, è incarnato da “La montagna sacra” (The Holy Mountain), il film del 1973 che Jodo ha trasformato in esperienza estatica e alchemica. Sì, perché "La montagna sacra" è un esercizio intellettuale di ricerca ontologica, ma anche un’avventura sensoriale cui bisogna consentire di penetrarci sotto la pelle; un'opera che ha resistito alla prova del tempo e ancora oggi conserva intatta la sua vena surreale (uso un termine forse improprio, ma non me ne viene in mente uno migliore) e dissacratoria. È anche un’opera che va affrontata con un minimo di conoscenza del personaggio Jodorowsky e della cultura psichedelica, perché in caso contrario la sua visione rischia di rivelarsi sterile oppure frustrante e scioccante, per via dell’ambientazione in un Messico grottesco, da incubo, dove la religione è soprattutto iconografia, e dell’esibizione di nudità, sesso e violenza.

venerdì 22 giugno 2018

The peace that will not come

Istanbul o Carcosa?
"Benvenuti a Carcosa, Gallipoli, o entrambe." (The peace that will not come, Peter A. Worthy.)
Lo so, avete ragione, non era questo l'articolo che mi ero ripromesso di scrivere, ma potete davvero biasimarmi se alla fine non ho resistito alla tentazione di andare a verificare eventuali collegamenti tra Carcosa e Costantinopoli? Nell'articolo di pochi giorni fa mi ero ripromesso di procedere come da copione, tralasciando ogni ulteriore digressione; l'idea è sempre la stessa, non vi preoccupate, diciamo che è soltanto rimandata di un pochino.
Come Wilmarth prima di loro, dicevamo la volta scorsa, Engels Mugnell si ritrovano, nel finale, intrappolati in un paesaggio onirico, strettamente legato al Re In Giallo, materializzato dalla mente del colonnello Thomas Atheling, che fu ospite dell'istituto psichiatrico ai tempi della battaglia di Passchendaele. Vediamo cosa possiamo ricavare da queste informazioni analizzando i dettagli di quel paesaggio.

lunedì 18 giugno 2018

Un tentativo di datazione

Quando il governo francese ne aveva sequestrato le copie appena giunte a Parigi, Londra ovviamente aveva cominciato a bramarne la lettura: com'è noto, il libro si diffuse come una malattia infettiva, di città in città, di continente in continente, proibito qui, sequestrato là, condannato dalla stampa e dal pulpito, censurato persino dai più moderni fra i letterati anarchici. Eppure quelle pagine stregate non violavano alcun principio del vivere civile, nessuna dottrina conosciuta: nessuna ideologia vi veniva offesa. Semplicemente non poteva essere giudicato secondo i modelli abituali. (Robert W. Chambers, Il riparatore di reputazioni.)
Sono trascorsi diversi mesi da che il blog si è affacciato l'ultima volta sull'affascinante mondo del Re in Giallo. Senza quasi farlo apposta è passato di nuovo quasi un anno, tra vacanze, traslochi e impegni di varia natura; e addirittura cinque anni dal giorno in cui abbiamo iniziato assieme questo lungo percorso, nella finora vana ricerca di una chiave per decifrare il mistero che si cela dietro la mitologia rivelata da Bierce e Chambers.
Ci eravamo addirittura lasciati con una promessa, quella di "materializzare" il famigerato "King in Yellow" attraverso gli scritti di due celebri autori americani di fantasy e fantascienza.
Ebbene, il momento di fare il nostro trionfale ingresso a Carcosa è quasi arrivato, ma prima occorre fare un passo indietro e fare il punto su tutto ciò che sappiamo a proposito del famigerato testo.

martedì 12 giugno 2018

Da donna a strega: Caotica Ana

L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI

Prendendo spunto dal folclore italiano, nello scorso articolo abbiamo visto una breve panoramica di quelle creature che, in quanto tarda espressione di un’antica tradizione di divinità femminili agresti, di notte, tempo deputato agli spiriti, lavano lenzuoli funebri, e se non lavano tessono gli umani destini.
Le analogie con lavandaie e filatrici notturne e con messaggere di morte del resto d’Europa sono lampanti, e in particolare con quelle rintracciabili nel folclore di Irlanda, Scozia, Galles, Bretagna, tutti luoghi di comprovata e duratura influenza celtica.

Senza entrare nel dettaglio, due sono le cose da sottolineare. La prima è che alcune di queste figure femminili, come le Agane, vivevano in piccoli nuclei di tre guidati da una “madre” o “sorella maggiore”, denominata sovente anche badessa o priora. Un’altra peculiarità che le accomuna a figure mitiche di solito rappresentate come triadi, oppure dai triplici attributi: le Parche; le Moire; le Norne; le Matres; Core/Persefone/Ecate, a propria volta raggruppate nella figura “una e trina” di Demetra, che racchiude in sé la vergine, la madre e l’anziana, ovvero le tre fasi della vita della donna; la celtica Brigit, o Brighid; eccetera.

mercoledì 6 giugno 2018

Traditi dalla fretta #6

Lasciato alle spalle lo speciale collettivo "Pleasure of Pain", con tutto il clamore che da esso è derivato, è tempo di riprendere il filo del discorso lasciato interrotto mesi fa per i motivi che ormai anche i sassi conoscono.
Una nuova puntata di "Traditi dalla fretta" è a questo punto necessaria (e oserei dire anche prevedibile), sebbene mi ci voglia un pochino più di impegno per riuscire a stilare una lista delle cose interessanti che mi sono perso dall'ultima volta.
Ma prima di arrivare al dunque lasciatemi spendere due parole sulla famigerata GDPR che, immagino, avrà colto di sorpresa la maggior parte di noi dilettanti del blogging.
In realtà sono due anni che nell'azienda dove lavoro si sente parlare della nuova normativa. Inizialmente solo piccoli sussurri di una cosa remota e di conseguenza evanescente; poi, con il passare dei mesi, i sussurri hanno lasciato spazio a voci sempre più moleste, con tanto di leggende metropolitane che avrebbero dipinto la GDPR come il male assoluto, l'inizio della fine dei giorni terreni di tutti noi, catturati, legati e imbavagliati da una normativa talmente rigida da non lasciare più spazio nemmeno a un respiro. Oggi che ho le idee un po' più chiare posso finalmente affermare che l'inizio della fine non era poi un concetto del tutto campato per aria.

giovedì 31 maggio 2018

...a riveder le stelle

Luogo è là giù da Belzebù remoto / tanto quanto la tomba si distende / che non per vista, ma per suono è noto / d’un ruscelletto che quivi discende / per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso / col corso ch’elli avvolge, e poco pende. / Lo duca e io per quel cammino ascoso / intrammo a ritornar nel chiaro mondo / e sanza cura aver d’alcun riposo / salimmo sù, el primo e io secondo / tanto ch’i’ vidi de le cose belle / che porta ’l ciel, per un pertugio tondo / E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Questo nostro lungo viaggio è giunto alla fine. Nel corso dei trenta giorni appena trascorsi siamo sprofondati in territori che mai forse avremmo pensato di raggiungere. Dolore, sofferenza, masochismo... termini scomodi che crediamo non appartenerci ma, come abbiamo visto, un po' ci circondano, e sono a vari livelli parte integrante delle nostre vite. Abbiamo già avuto modo di verificare che certi termini (masochismo, in particolar modo) non sono appannaggio esclusivo di pratiche sessuali estreme, né tanto meno di sempre più rari episodi di estremismo religioso (legati, a mio parere, più al folclore locale che a convinzioni di altro genere).

martedì 29 maggio 2018

Lasciate ogni speranza...

Hellraiser (1987)
Benvenuti all'inferno e...
Lasciate ogni speranza!

Le vie dell’inferno sono lastricate di brutti film, soprattutto di quelli prodotti esclusivamente per spennare i fan. Questo 2018 festeggiamo i trent’anni dell’arrivo in Italia dell’ottimo primo film di una saga terrificante, un ciclo di dieci film totali che dal 1987 ad oggi rappresenta il perfetto specchio in cui l’arte cinematografica riflette il proprio declino verticale: c’è da credere che neanche gli infernali Supplizianti usino gli ultimi film di Hellraiser come tortura: sarebbe troppo crudele. 
Difficile stabilire quanto successo abbia avuto in Italia la saga di Hellraiser, quanti fan l’abbiano seguita e le siano rimasti fedeli: è raro trovare qualcuno che ricordi più di due o tre titoli e spesso le trame si confondono. Di sicuro si ricordano i titoli pre-Duemila. 
Penso si possa affermare che in Italia – dove sono usciti solamente sette film su dieci – la saga di Hellraiser non sia così amata e seguita come nei Paesi anglofoni, in cui i fan hanno tenuto vivo qualcosa che vivo non è mai stato. E proprio i fan hanno iniziato ad utilizzare un termine molto pericoloso, che intorbidisce ogni discussione: mythology.

domenica 27 maggio 2018

Carne e metallo

L’audio-tortura Barkeriana
Carne e Metallo

"The only group I've heard on disc, whose records I've been taken off because they made my bowels churn." [L'unico gruppo che ho ascoltato su vinile, i cui dischi li ho rimossi perché mi hanno ridotto le viscere in poltiglia]. 
A pronunciare queste strane (e in un certo senso profetiche) parole è l’autore dei Libri di Sangue Clive Barker (uno che con viscere e poltiglie assortite aveva praticamente rifondato un genere) il quale, nei mesi di preparazione del suo primo film da regista, il famigerato Hellraiser (in Italia Hellraiser, Non Ci Sono Limiti), deciderà di assecondare i suoi umori funesti, affidando la colonna sonora a una band inglese che attraverso rimandi esoterici e lugubri sinfonie elettronico/industriali aveva costruito una carriera altrettanto controversa: parliamo dei Coil
Barker ama e odia la musica del duo britannico (Peter Christopherson, ex-Throbbing Gristle e John Balance) e ricordando il disagio che aveva provato nell’ascoltare i loro dischi rompe gli indugi e si affida al terribile combo d’Albione per costruire quelle sinfonie di dolore e di morte che accompagneranno le gesta dei suoi Cenobiti sul grande schermo.
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