giovedì 8 novembre 2018

Il creatore di libri

Una copia, più unica che rara, del sacro Testo di R'lyeh
Numerosi spunti sono emersi nelle ultime due settimane, dal giorno in cui pubblicai qui sul blog la mia piccola recensione dell'antologia di racconti weird "Ipnagogica", creata dal giovane autore piemontese Christian Sartirana. Molte erano le domande che mi ero posto, in special modo nell'interpretazione di alcuni passaggi, e che, per non saper né leggere né scrivere, avevo lasciato in sospeso. Ma altri elementi, nel frattempo, avevano iniziato a frullare nella mia mente in merito al titolo stesso dell'opera, a quel termine, "ipnagogico", che fa riferimento a un particolare stato di coscienza durante il quale possono prodursi fenomeni quali illusioni e allucinazioni, uno stato di coscienza tipico di quella fase di sonnolenza che precede l’addormentamento.
I commenti a quella recensione tra l'altro avevano parecchio insistito su quest'ultimo aspetto, portando addirittura una testimonianza diretta della realtà del fenomeno, sintomo che l'argomento ha suscitato un certo interesse. Ho pensato quindi di andare a fondo nella questione interpellando direttamente colui che l'ha scatenata, Christian Sartirana, che si è mostrato ben disposto a partecipare attivamente alla discussione.
Aggiungo che la molla che mi ha convinto a contattare Christian è stato un particolare della sua biografia che ha calamitato il mio interesse. Christian, come vedrete tra breve, è un "creatore di libri" a trecentosessanta gradi: non solo si diletta a scriverli, ma ci mette mano fisicamente grazie alla sua invidiabile attività di legatoria e di restauro di libri antichi. 
Cosa significa quindi posare le mani su un pezzo pregiato, consumato dal tempo, e regalargli una seconda giovinezza? Cosa significa creare dal nulla una copia del Necronimicon o del De Vermis Mysteriis? Andiamo a scoprilo insieme...

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Christian Sartirana mostra orgoglioso il suo De Vermis Mysteriis
T.O.M.: Ciao Christian, benvenuto sul blog e grazie per aver accettato di farmi visita. Mettiti pure comodo perché non ti lascerò andare via tanto alla svelta. No, non è una minaccia; solo una dichiarazione di intenti. 

C.S.: E qual è il problema? Sono qui apposta. 

T.O.M.: Solitamente quando si inizia a buttare giù due idee per un’intervista, la prima cosa che viene in mente è quella di chiedere al proprio ospite di raccontare qualcosa di sé. Immagino che ne avrai pieni i coglioni di mostrare la tua carta d’identità in giro per cui, se me lo consenti, salterei di netto l’aspetto anagrafico. A meno che tu proprio non insista… 

C.S.: Per me non è un problema. Mi chiamo Christian Sartirana e sono nato a Casale Monferrato l'11 novembre del 1983 da madre siciliana e padre ligure/piemontese. 
Dopo il divorzio dei miei genitori, avvenuto quando avevo quattro anni, sono stato “portato” nell'entroterra siciliano, per la precisione a Caltanissetta: la città natale di mia madre. In questo luogo, per certi versi dimenticato dalla civiltà, ho conosciuto e vissuto i lati peggiori di un'isola che, chi la guarda dal mare, la vede come una sorta di paradiso. Ignoranza, arroganza, ipocrisia, violenza gratuita e idiota. 
Molti degli stati d'animo angosciosi dei miei personaggi e delle loro manie di persecuzione si sono originate in questo ambiente: un posto, per farla breve, in cui un diciassettenne era capace di metterti le mani addosso, se giudicava la tua pettinatura troppo stravagante. E se per caso riuscivi a spaccargli il culo, poi dovevi fare i conti con amici e familiari che venivano a cercarti sino a casa. 
Insomma, anche se ambiento a Casale il mio weird deve molto alla Sicilia. Non essendomi mai adeguato all'ambiente, a diciotto anni compiuti, ho preso armi e ritagli (come diceva il bullo di Ritorno al futuro) e sono letteralmente scappato, mollando scuola (che non ho mai terminato; ho la terza media.) e quello che restava della mia famiglia. Di amici ne avevo pochi. 
Naturalmente sono tornato a Casale dove, dopo una breve parentesi punkabbestia, mi sono dedicato a tempo pieno alla scrittura. Oggi, dopo vari lavori, traslochi e avventure, vivo con la mia compagna Francesca sulle bellissime colline del Monferrato a pochi chilometri da Torino.

Trasformazione di una vecchia edizione di Poe
T.O.M.: C’è un aspetto del tuo privato però che mi ha incuriosito e vorrei che spendessi su di esso qualche parola. Mi riferisco al fatto che hai messo in piedi un laboratorio di legatoria e restauro di libri (per tacer dell’attività correlata di commercio in libri antichi e da collezione). Sono rimasto davvero senza parole quando ho letto questa cosa altrove in una tua biografia e, posta così, la faccenda si direbbe maledettamente affascinate… Cosa significa avere un laboratorio di legatoria? Cosa ti spinge a cercare di recuperare libri caduti in disgrazia? Tra l’altro in un momento storico come questo, dove i libri non se li fila praticamente più nessuno… 

C.S.: Avere un laboratorio di legatoria significa, o forse sarebbe meglio dire “significava”, dato che si tratta di un'attività quasi inesistente, riparare libri danneggiati, ma soprattutto rilegare pile e pile di documenti per comuni e uffici vari. 
Talvolta studi legali e notarili, di tanto in tanto qualche piccolo restauro di libri antichi o la costruzione di un elaborato su richiesta, come un album fotografico oppure un libro firme. 
Io mi sono accostato all'attività di rilegatoria a causa del mio lavoro, ovvero commerciante di libri antichi. Quando fai quel mestiere ti ritrovi spesso tra le mani dei pezzi da riparare. Pagine staccate, copertine deformate o danneggiate ecc. Per tale ragione, io e la mia compagna, avevamo cercato un rilegatore che ci insegnasse qualche trucco e invece alla fine abbiamo finito per fare il suo lavoro. Naturalmente libreria e laboratorio, dopo un po' , sono andati a rotoli. Grazie un mondo signor Monti! 

Come dici tu non sono poi in molti a interessarsi ai libri e chi lo fa, spesso, è taccagno di natura. Dopotutto il mestiere di librario antiquario consiste nel ravanare il pezzo più prezioso al prezzo più basso possibile. E se consideriamo che ogni collezionista va a spasso per i mercatini con lo stesso intento, il confronto tra cliente e commerciante è una scornata tra spilorci affamati. Non è un bel lavoro... Affascinante sì, ma ti fa invecchiare in fretta. 
Dopo un paio di anni, però, per un mio pallino personale, ho cominciato a produrre elaborati di legatoria miei: quaderni bianchi da scrittura e pittura, album porta fotografie. La cosa è piaciuta e alla fine, grazie alla collaborazione della mia compagna, ha preso la forma di un mestiere. 
Ultimamente il mio cruccio è divenuto la legatoria tradizionale giapponese, che insegno in diverse associazioni di appassionati e librerie, mentre la mia compagna illustra e dipinge. 

Rasmsey Campbell, nella sua abitazione di Liverpool,
con una rarissima edizione del De Vermis Mysteriis
Perché mi piace prendermi cura dei libri? Adoro le cose vecchie e le storie. E i libri antichi sono appunto vecchi e pieni di storie. Hanno viaggiato nelle epoche, sono passati da una mano all'altra, da una biblioteca all'altra. Una volta, a un mercatino sfigatissimo, ho trovato la prima edizione de I Canti di Giacomo Leopardi. Ti lascio immaginare l'emozione di toccare qualcosa del genere. Penso sia un qualcosa di unico e affascinante. 
Per tale motivo ho elaborato una saga weird/fantasy (divisa in racconti che si autoconcludono, ma collegati da un'unica storia) i cui protagonisti sono appunto due cacciatori di libri antichi. 
C'è un maledetto mondo di pazzi e pazzie dietro l'antiquariato e io penso che ai lettori, non solo di weird, possa piacere molto. Spero se ne accorgano anche gli editori che lo stanno valutando... 
E se voi ve ne siete accorti dategli una spinta!

T.O.M.: Cacciatori di libri antichi? Il mio interesse si sta decuplicando rapidamente. Ahaha! A proposito, su questo blog, in passato, si è parlato spesso di pseudobiblia; specialmente del famigerato Roi en Jaune
Tu che leggi e scrivi horror, anche dai rimandi lovecraftiani come vedremo più avanti, ti sarà di certo passato per la mente che tra i tanti libri antichi con cui hai a che fare avrebbe potuto capitarti tra le mani un Necronomicon, un De Vermis Mysteriis o uno Unaussprechlichen Kulten… Mi sbaglio? 
E nell’ipotesi che, per ovvie ragioni, non ti sia ancora mai capitato… hai mai pensato di realizzare una tua versione di quelle opere mitologiche? 

C.S.: Certo che l'ho già fatto. Le imitazioni di pseudobiblia sono state tra i miei primi esperimenti di legatoria. Provavo a utilizzare bene la pelle, intarsi, nervature, scassi particolari nelle copertine, cinghie, borchie. La tamarria all'ennesima potenza! 
Ho realizzato una prima versione del Testo di R'lyeh e poi una del De Vermis Mysteriis che tra l'altro ho regalato a Ramsey Campbell: uno dei miei autori preferiti. 

T.O.M.: Ah sì, ricordo quella foto. L'avevo vista circolare sui social un paio di anni fa, solo che non mi ricordavo chi l'avesse condivisa. Com'è piccolo il mondo. Christian, un cultore di libri antichi che pubblica in digitale... ma non ti suona strano? 

C.S.: Ma no. Ogni cosa va presa per quello che è. I libri sono belli, il digitale è comodo ed economico e, grazie alla sua esistenza, molti alberi hanno potuto tirare un sospiro di sollievo. Ci sono ciofeche letterarie che per fortuna sono uscite solo in ebook. Tolti questi aspetti è chiaro che il digitale non può reggere il confronto con la carta. Il libro esiste, l'ebook è solo un'allucinazione tecnologica. 

T.O.M.: Tornando dalle parti di HPL, ho notato che un tuo racconto, uscito di recente per i tipi di Nero Press, cerca di evocare le atmosfere acquatiche di certi vecchi racconti del Solitario... Solo che invece che nel Massachusetts la tua Innsmouth si è materializzata in Sardegna… 

Era da un pezzo che volevo farlo.
C.S.: Sì, ed è proprio in Sardegna che l'ho scritto. Mi trovavo a Bosa, ospite di un amico. La vista di quel mare bellissimo e inquietante, il paesaggio selvaggio, le strutture anguste dei paesini, mi hanno subito affascinato. Mi sono detto: è ora di cagare una storia lovecraftiana. 
Era da un pezzo che volevo farlo. Così, ogni mattina, per tre o quattro giorni, mi alzavo prima degli altri e andavo al bar. Aria frizzante, cornetto, cappuccino e sigarette. E naturalmente un bel quaderno. L'ho scritto come niente. Non ho nominato i Grandi Antichi e cose simili, anche perché (che Lovecraft mi perdoni) li trovo maledettamente tamarri. Ho preferito solo evocare le atmosfere tipiche dei racconti di Lovecraft.
Per me La gente della marea è un racconto riuscito (naturalmente migliorabile) anche se poi ognuno ha la sua opinione. Ho perfino una versione tradotta in inglese da Davide Mana, che quando mi ricordo di farlo cerco di piazzare sul mercato anglosassone. Per ora picche... 

T.O.M.: Veniamo ad Ipnagogica, che è poi la molla che ti ha portato qui nel mio salotto. Iniziamo dal titolo, che richiama, come azzardavo nella mia recensione, a certi stati allucinatori che in certi frangenti possono sopraggiungere tra la veglia e il sonno. Come si sposa questo concetto con i cinque racconti che compongono la raccolta pubblicata da Acheron Books

C.S.: Io soffrivo di allucinazioni Ipnagogiche da bambino. Vedevo alla finestra dei mostri nani e grassi. Sembravano una versione sinistra di Capitan Caverna. Hai presente quello del cartone animato? Mio padre diceva che erano i fari delle auto che filtravano attraverso le tapparelle. Beh, non aveva capito un tubo, perché una volta li ho sentiti parlare e ti assicuro che me la sono fatta sotto. 
Con il passare del tempo, per fortuna, le allucinazioni sono sparite da sole. Ho scoperto che si chiamavano illusioni ipnagogiche solo molti anni dopo. E la cosa mi ha sempre affascinato e spaventato al contempo, come le abduction aliene: fenomeno strettamente correlato alla paralisi del sonno secondo gli strizzacervelli. 
All'epoca in cui stavo compilando Ipnagogica ci pensavo spesso. Ne ho parlato a Samuel Marolla di Acheron e anche lui ne è rimasto affascinato. Infatti il titolo l'ha scelto lui. A me è piaciuto subito e poi si sposa bene con le storie. Illusioni ipnagogiche è come dire incubi a occhi aperti. Le mie storie sono così. Non si capisce mai quanto stia accadendo realmente o quanto invece stiamo travisando noi con le nostre percezioni. Che dici? Ci sta?

T.O.M.: Mi pare che ci stia benissimo. A proposito di sogni, Lovecraft sosteneva che fossero di ispirazione per la sua letteratura, anche se qualcuno ad un certo punto ha iniziato a dubitare che le sue fossero esperienze ben più reali di quelle che lo scrittore sosteneva essere. Mi sovviene a questo punto una domanda cattivissima da farti: secondo te che cosa sono i sogni? 

Se ne trovo una copia in giro la compro e la brucio.
C.S.: Io sono per la psicoanalisi. Quindi ti spiattello la definizione standard. I sogni sono espressioni mascherate di desideri inconsci, puzzle di fissazioni e idee, ricordi e altri fantasmi emotivi che vagano nella nostra mente cercando una storia. Lovecraft mi odierebbe per questa affermazione, ma se fosse vissuto più a lungo forse si sarebbe ricreduto anche lui. Leggendo le sue lettere ci si rende conto che si ricredeva spesso...

T.O.M.: Ho notato che uno dei racconti di Ipnagogica (Una collezione di cattiverie, ndr) era apparso tempo fa in un’altra tua raccolta che, tra l’altro, prendeva il nome dallo stesso racconto. 
E, magari qui mi sbaglio, una versione de “La porta” (o qualcosa dal plot piuttosto simile) era già apparsa su ebook per i tipi di Delos: un ebook (Le cose oscure, ndr) che tra l’altro pare essersi dematerializzato da tutti i marketplace. Vuoi aiutarmi (aiutarci) a mettere un po’ d’ordine tra tutta la tua produzione? Si tratta di riproposte, di riscritture o di cos’altro? 

C.S.: Allora, sì... Una collezione di cattiverie è il titolo della mia prima raccolta di racconti. Un disastro totale, pubblicata da Il Foglio. Se trovo una copia in giro (è molto difficile per fortuna) la compro e la brucio. 
Dentro c'erano dodici storie tra il weird e il distopico, tra cui le versioni strampalate di Una collezione di cattiverie e La memoria della polvere.
Quando ho compilato Ipnagogica con Marolla, dato che mi ero fatto ridare i diritti di pubblicazione da Il Foglio, abbiamo deciso di pubblicarli in una forma dignitosa. Adesso filano molto meglio. Samuel fa molto bene il suo lavoro. Era un peccato sprecare quei due racconti. 
Per quanto riguarda il racconto “La porta”, con Delos avevo pubblicato Le cose Oscure (titolo orrendo) che sarebbe una sorta di the beginning del racconto su Ipnagogica, in forma di romanzo breve. Era una buona storia, a molti è piaciuta, ma tra il titolo imbarazzante, la cover più che imbarazzante, l'editing che non c'era e il fatto che Delos l'ha sparato in rete per poi disinteressarsene dopo due giorni, ho voluto riprendermi i diritti. 
Voglio sistemarlo ulteriormente e ripubblicarlo su carta. Infatti, in questo momento, è in visione da un editore. Per me è una storia che vale molto. C'è dentro una bella fetta del mio immaginario personale, sia weird che casalese, con personaggi a me cari come il surrealista Giuseppe Marotto: una sorta di Richard Pickman monferrino che purtroppo ci ha lasciati circa un anno fa. È vissuto molto a lungo, penso un novantacinque anni, ma non abbastanza per il tipo che era. Ho scritto molte storie ispirate a lui, anche nella saga dei librai.  

Era una buona storia, a molti è piaciuta, ma... 
T.O.M.: “La porta”, tra l’altro, mi è parso un racconto dannatamente angosciante e mi pare strano che molti lo abbiano indicato come uno dei punti deboli di Ipnagogica. Cosa credi che non abbia funzionato ne “La porta”? E cosa invece credi abbia funzionato ne "La memoria della polvere", unanimemente riconosciuto come il migliore dei cinque? 

C.S.: Mah, io non piaccio molto al lettore horror medio, quello che vuole i dialoghi alla King, e le trame e le inquietudini trite e ritrite. A volte i lettori di questo genere mi sembrano un po' come quelle persone che non cambierebbero mai pizzeria. A me piace giocare con la paura, anche rischiando di scrivere una boiata. Mi diverte spostarla da un punto all'altro della storia (come in La memoria della polvere dove all'inizio il terrore sembra focalizzarsi su una casa abbandonata), azionarla con levette invisibili e poi troncare tutto di netto, lasciando una sospensione di inquietudine e vuoto. 
Prediligo questo sistema (questo non significa che ultimamente non sia cambiato; sono cambiato tantissimo, lo vedrete nei miei nuovi lavori) perché credo che il vero terrore sovrannaturale si manifesti in questo modo. È un qualcosa che avviene in modi inattesi e poi se ne va, portandosi via tutti gli indizi della sua presenza. Rimangono solo il dubbio e la paura di essere diventati matti.
Questo tipo di storie non piace a tutti. E mi sta bene. “La porta” è un racconto molto breve e tutto giocato su pochi elementi. Non è strano che un lettore di storie alla Barker alla fine di un racconto del genere dica: embé? Quando la porta si chiude sai che il protagonista è sparito dentro il quadro, come la famiglia vissuta nella casa in cui l'aveva raccattato. Per me è più che sufficiente. Alcune persone, però, non accettano che possa finire così. Vogliono vedere cosa c'è dietro la porta. Vogliono entrarci, oppure pretendono che qualcosa ne esca fuori. Spiacente... Non sono l'autore giusto. Non in questa raccolta, almeno. Diciamo che La Porta è più una storia da estimatori di Ligotti, Campbell, Etchison, Koja, Shirley Jackson. Gente così. È quasi più pittorico che narrativo sotto certi aspetti. Ti pare? 
Per quanto riguarda “La memoria della polvere” invece non saprei che dire... Probabilmente piace perché è più lungo. Il bello di quella storia, per me, è che inizialmente sembra strutturarsi su di un impianto classico, ma poi invece cambia completamente. Le atmosfere sono belle. E anche il carro funebre. Il finale fa abbastanza male... Quando l'ho scritto, dato che parlava dell'amianto a Casale Monferrato, pensavo fosse normale che la gente del posto lo apprezzasse. Mi sono sorpreso poi nel vedere che tanti altri da fuori l'avevano valorizzato. Per saperne di più, però, dovremmo chiederlo ai lettori. :) 

T.O.M.: Concludo con una curiosità personale. Solo a me il protagonista de “La manina” è risultato un personaggio sgradevole? Nel senso: sono un essere meschino, io che ho trovato ripugnante un povero invalido, oppure mi ci hai portato tu? 

Un appuntamento Strän del marzo scorso
C.S.: Beh, la tua mi pare la reazione più sana. Non c'è nulla di piacevole nel vedere qualcuno che preferisce scavarsi la fossa da solo, piuttosto che affrontare i problemi della sua vita, qualunque essi siano. Certo, Danny non era il primo responsabile della sua situazione. Al di là della sua “manina” ci sono tante altre dimensioni di disagio che lo influenzano. La famiglia pessima, i colleghi stronzi. Danny è il prodotto di un concentrato di merda sociale e personale. È una metafora sul fatto che negare ciò che non ci piace di noi stessi ci porterà solo a soffrire di più. E a volte anche a fare del male agli altri. E vedere una persona che si comporta così, può fare ribrezzo. E piantatela di dire che è un racconto kafkiano! Non lo è. C'è molto più di Cronemberg che di Kafka.

T.O.M.: Oddio, spero di non aver usato io quell'aggettivo. Mi pare di no, ma lasciami andare a controllare.... Cazzo, sì, l'ho usato! Vabbè, a questo punto mi sa che è troppo tardi per rimediare e che te ne dovrai fare una ragione. Ahahah! 
Ora che la mia curiosità è stata ampiamente soddisfatta, caro Christian, non mi resta che ringraziarti per aver accettato di farmi visita sul blog. Come faccio abitualmente in queste occasioni, lascio a te un po’ di spazio dove puoi parlare a ruota libera di tutto quello che vuoi, dei tuoi progetti presenti e futuri, o di qualsiasi altra cosa. Un angolino dove puoi farti un po’ di pubblicità, anche in maniera spudorata. 

C.S.: Ti ringrazio moltissimo io per avermi invitato nel tuo salotto. Le tue domande sono state molto stimolanti. Spero aiutino i lettori a capire meglio quello che scrivo e magari anche ad apprezzarlo di più. Per quanto riguarda i progetti futuri a gennaio uscirà un mio racconto inedito all'interno di una raccolta con altri ottimi autori. Si tratta di una storia Strän, dove sfrutto l'assurda vicenda riguardante un autentico paesino sfollato nella zona di Vercelli. Se volete cercarlo il paesino si chiama Brusaschetto Nuovo. 
In questo racconto ho anche cercato di colmare alcune lacune di cui spesso mi si accusa. Vediamo se riesco a fare contenti i lettori. Poi, come dicevo, ho creato questa saga werid/fantasy con due personaggi seriali: il libraio antiquario Fossano e il Prof. Magagna. Sarà il miglior progetto weird da me realizzato. Divertente e misterioso. Un Sartirana che non avete mai letto. Dimenticatevi Ipnagogica. Il titolo provvisorio è Fossa e Magagna. Poi vediamo cosa farà l'editore che deciderà di prendersene carico. Se non lo trovo, lo faccio uscire da solo. Tanto so già che piacerà. È troppo divertente per toppare. 
Intanto sto finendo una storia dell'orrore per bambini da proporre a un editore specializzato. Continuo la collaborazione per la casa editrice La compagnia del libro, che pubblica le mie storie illustrate dalla mia compagna Francesca Zanotto. E poi ho in visione da un agente un romanzo che io definisco una sorta di True Detective italiano, ambientato a Casale Monferrato, che spero diventi il mio biglietto di uscita dal genere. Vediamo che succede. Un abbraccio e grazie ancora! 

T.O.M.: Ricambio di cuore l'abbraccio e ne approfitto per dirottare tutti coloro che hanno seguito con interesse questa intervista alla pagina Facebook di Book Cemetery, la legatoria creativa di cui ci hai dato oggi un piccolo assaggio...

Christian Sartirana e Giuseppe Marotto nello studio di Casale Monferrato

12 commenti:

  1. Molto interessante! Grazie! Federico

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  2. Grazie di tutto! Ho letto con interesse (ed anche con una sorta di dispiaciuta amarezza) le considerazioni che Sartirana ha compiuto riguardo alla sua attività di rilegatore ed anche a certe storture del mondo del colezionismo.
    Considerazioni che purtroppo condivido avendo incontrato io stesso diversi collezionisti.

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    1. Siamo tutti un po' così. Anch'io, nel mio piccolo, giro per mercatini alla ricerca di chicche a prezzi stracciati. Il più delle volte senza grossi risultati, ma una volta mi è anche capitato di trovare un bancarellaro inconsapevole che vendeva dei "Nova SF" anni Settanta a un euro l'uno...

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  3. Bella intervista, non conoscevo questo autore, mi informerò.

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    1. In questo articolo mi pare ci sia più o meno tutto quello che c'è da sapere su Christian. :)

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  4. Libri rilegati, cacciatori di libri, libri inesistenti... questa intervista è un'overdose d'amore, per citare un vecchio cantante :-D
    Devo assolutamente approfondire l'autore, soprattutto con le storie di cacciatori di libri ;-)

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    1. Ero praticamente sicuro che ti avrei fatto scattare la libidine!

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    2. Verissimo, un'overdose d'amore. :)

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  5. Interessantissima intervista. E poi è una meraviglia per gli occhi vedere il libro lavorato come "oggetto fisico" per renderlo unico ed esteticamente perfetto.

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    1. Non nascondo di provare un pizzico di invidia per un'abilità del genere...

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  6. Bella intervista, TOM.
    Che dire? Una biografia già di per sé degna di essere "romanzata".
    Mi ha colpito la tua esperienza di adolescente giù al sud. Io conosco abbastanza quelle realtà, alcune veramente difficili. Comprendo perfettamente la tua fuga e il ritorno nei luoghi che sentivi da sempre più tuoi. Al sud non avresti trovato ambiente che accogliesse il tuo talento di rilegatore e scrittore, questo è certo.
    Mi è piaciuto come hai costruito quel romanzo, ispirato dalla Sardegna, così come l'aspetto della conoscenza approfondita di alcuni classici che poi si decide in qualche modo di "attraversare" prima di trovare una nota propria.
    E poi questo mestiere "artigiano". Ho avuto modo di studiare alla Scuola vaticana di biblioteconomia, nel corso di studi c'è stato anche un ampio periodo dedicato al restauro e alla rilegatoria di libri antichi. Il gusto per questi aspetti denota una certa spiccata sensibilità. Congratulazioni per tutto e in bocca al lupo per le tue pubblicazioni.

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