giovedì 9 luglio 2020

Nightmare at Elm Manor

Ancora qui a parlare di Dracula? Che palle, direte voi! Ma perché no? In fondo l’argomento, mi pare di aver già detto in uno dei tanti post che ho pubblicato dall’inizio di settembre a oggi, è praticamente inesauribile. In realtà, tecnicamente non è proprio Dracula il protagonista del post di oggi ma, credetemi, ci va dannatamente vicino. Partiamo comunque dall'inizio.
Sapete benissimo quanto io sia poco incline alla sintesi e, di conseguenza, mi capita spesso che da un semplice abbozzo di idea finisca per scrivere lunghi e tediosi articoli, sviluppandoli magari in cinque o sei parti per ovvie necessità di spazio. In questo caso, il rischio di trasformare il commento a un insignificante cortometraggio di cinque minuti in uno "Speciale" infinito dedicato all'opera del suo regista è stato, fino a pochi giorni fa, altissimo.
La fortuna (o il suo contrario) ha invece voluto che tutto ciò riuscisse a risolversi nello spazio limitato di questo singolo post, concedendomi però di tenere aperta una piccola possibilità di un (poco probabile) progetto futuro.
Parlando di fortuna (o del suo contrario) mi riferisco al fatto che poco o nulla del materiale girato da George Harrison Marks sia oggi rintracciabile in rete. Magari, e di questo sono consapevole, si tratta di un mio limite, e voi che passate di qua mi farete notare quanto scarso sia il mio acume investigativo. Converrete anche voi, d'altra parte, che è non è facile googlare il nome del regista senza finire, nove volte su dieci, su qualche sito dedicato al quasi omonimo scarafaggio di Liverpool.

venerdì 3 luglio 2020

Traditi dalla fretta #19

Mentre su New York calano le prime ombre della sera (cit.) una nuova puntata di "Traditi dalla fretta" provvederà a rinfrescare questa torrida settimana estiva nella quale ci siamo ritrovati quasi senza preavviso.
Da queste parti si continua ad alternare il lavoro agile con il classico lavoro elefantiaco, nella speranza (vana) che un giorno il primo possa prendere definitivamente il posto del secondo.
Niente vacanze quest'anno, a causa di alcuni imprevisti che mi sono piombati tra capo e collo. Cercherò perlomeno di mandare in vacanza il blog per qualche settimana ad agosto, cosa che faccio praticamente ogni anno.
Per essere precisi, visto che già da tempo mi sono preso degli impegni bloggheschi nelle date del 21 luglio e del 20 agosto, il periodo di chiusura di Obsidian Mirror ricadrà inevitabilmente tra quelle due date.
Altre iniziative arriveranno con l'autunno, ma è un pelino presto per palesarle, anche perché tutto cambia ad una velocità mostruosa e non vorrei portarmi sfiga da solo.
Una pausa quindi servirà per mettersi a produrre nuovo materiale per la nuova stagione senza l'angoscia di dover per forza pubblicare qualcosa il giorno dopo.

sabato 27 giugno 2020

Zaffiro e Acciaio

Giusto qualche giorno fa, nel corso di uno dei miei tanti annoiati cazzeggi sul social di Zuckerberg, inciampo su un'immagine che mi fa trasalire. Quella qui a lato, per la precisione. Non ricordo chi sia ad aver postato quella foto ma, in fondo, non è così importante.
Ciò che conta è che improvvisamente mi sono sentito proiettare indietro, attraverso quello che definirei un corridoio temporale, agli anni della mia infanzia.
Andavo alle scuole medie, per essere precisi, e ciò me lo conferma la data in cui quella serie televisiva britannica andò in onda su mamma RAI.
Strano a dirsi, ma in quarant'anni mai prima d'ora quel ricordo è mai riaffiorato. Quasi come se certe cose, più di altre, siano predisposte all'oblio.
Eppure, ripensandoci adesso, mi coglie la precisa sensazione che "Zaffiro e Acciaio" fosse quasi ancora più bella del coevo "Doctor Who" della BBC, una serie quest'ultima che ha avuto dalla sua la fortuna (o il potenziale, non discuto) di venire riproposta e perpetuata nel tempo tra remake e reboot, oltre ad aver ispirato un certo numero di altri prodotti televisivi.
Al contrario, "Zaffiro e Acciaio" (nell'originale "Sapphire and Steel") ebbe sin dall'inizio una storia tormentata: la sua stessa esistenza, fortemente voluta dai finanziatori della rete ATV, si deve in pratica alla semplice necessità di rompere le uova nel paniere alla concorrenza, il cui iconico viaggiatore del tempo inchiodava sistematicamente allo schermo l'intero paese.

domenica 21 giugno 2020

Il Re in Giallo rivelato (Pt.4)

Now, the Black Lake on whose bleak shores the sage soon reared his hut or hovel was in no wise like unto the other lakes to be found upon this world of Carcosa in the Hyades; for the waters thereof were dark as death and cold as the bitter spaces between the stars, and naught that was composed of simple flesh lived or could live in the gloomy and fetid Deeps thereof. And it is said that a cold and clammy mist drifted ever above the bitter waters of the Black Lake, as a shroud clings to a moldering corpse. And this mist swayed to and fro with the wheeling of the black stars and the strange moons of Carcosa, and they in the Immemorial City knew this as the “cloud waves.”. (Lin Carter, Carcosa Story about Hali, Pnakotic Fragments,1989) 

Avevamo già accennato tempo fa all'esistenza di alcuni frammenti legati agli Yellow Mythos che lo scrittore americano Lin Carter, padre di numerosi testi apocrifi ispirati all'universo heroic fantasy di Robert Ervin Howard, scrisse nell'arco di trent'anni.
Uno di questi frammenti, "The King In Yellow: A Tragedy in Verse", rielabora parte del testo di Blish in una forma in versi differente, rendendola al tempo stesso più poetica ed elegante. Il contenuto è in gran parte identico a quello proposto qui sul blog ma, per dovere di completezza, occorre riportarlo. Ricordo che le traduzioni sono mie e, per tale motivo, la metrica potrebbe non risultare perfetta.

lunedì 15 giugno 2020

Nuove riflessioni sulla Dinastia

«Hai letto The King in Yellow?». «L’ho letto tutto ad alta voce alla signora, e più di una volta. È il suo preferito». «È immorale, ed è peggio che immorale impregnare una simile decadenza con un fascino così irresistibile. Non riesco a capire come si sia potuto permettere che fosse pubblicato. L’autore doveva essere pazzo per mettere per iscritto questi pensieri.» «Eppure tu l’hai letto». Cassilda le fece posto sull’orlo del letto. «Il suo fascino è una tentazione troppo grande per resistervi. Volevo leggere ancora un po’ dopo che la signora Castaigne mi ha dato la buona notte». «Era il libro di Constance». Camilla si appoggiò ai cuscini vicinissima a lei. «Forse è per questo che Madame lo ama tanto». […]«Non è strano?» osservò. «Qui in questo dramma decadente leggiamo di Cassilda e Camilla». «Mi chiedo quanto noi due somigliamo a loro», rise Camilla. (Karl Edward Wagner, The River of Night's Dreaming, 1981) 
Si aprono indiscutibilmente nuovi scenari, a seguito della lettura del breve estratto da "More Light" di James Blish riportato la volta scorsa. Un nuovo personaggio è entrato in scena (due, se contiamo la fugace apparizione di Camilla), e ciò ci permette di fare alcune nuove considerazioni su quella mia vecchia teoria secondo la quale esistono due livelli di esistenza nell'enigmatico universo del Re in Giallo.

martedì 9 giugno 2020

Orizzonti del reale (Pt.23)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Le virtù del Dharma, dicevo in chiusura dello scorso articolo, si sono affievolite, e l’umanità brancola nel buio dell’ignoranza, della diffidenza, della corruzione e del declino spirituale. L’Induismo chiama l’era oscura che stiamo vivendo Kali Yuga. Se ho utilizzato questa immagine “orientaleggiante” è perché furono molte le personalità del tempo a mostrare interesse per l’Induismo e il Buddhismo. La più importante di queste fu senz’altro Richard Alpert. Durante il suo soggiorno in India, Alpert assunse un nuovo nome, con il quale nei decenni successivi divenne noto come uno dei più importanti maestri spirituali delle discipline orientali in Occidente: Ram Dass (cioè “servo di Dio).
Forse l’ho già accennato in precedenza, ma anche Leary si lasciò affascinare dall’Oriente e molta della sua teoria è ispirata a queste due religioni (sebbene considerasse il Buddhismo più una filosofia che una religione vera e propria, una posizione un po’ ingenerosa ma abbastanza diffusa). Per esempio, chi ha letto il post che ho dedicato a “Il Gran Sacerdote” sa che all’inizio di ogni capitolo del libro è riportato un esagramma tratto da I Ching, il Libro dei Mutamenti. Inoltre, non è difficile ricondurre la sua definizione di vita come “the game”, il gioco, al “lila” dei Veda, quello che cambia (e di parecchio) è il significato: il lila è l’universo come gioco, manifestazione divina, un’”azione senza azione” spontanea, senza tensioni o conflitti.

mercoledì 3 giugno 2020

Il Re in Giallo rivelato (Pt.3)

"Non ha senso parlare di originale. Quando troviamo diverse varianti della stessa storia, non c'è modo di sceglierne una e dichiararla come la vera, l'unica e la definitiva. Ogni racconto è l'anello in una catena, parte di un ciclo in evoluzione. Ogni nuova rappresentazione del mito è un nuovo originale. Allo stesso modo, mi sembra molto fuorviante prendere le storie di Lovecraft e i miti ad esso collegati e definirli originali, relegando Chambers a un semplice ispiratore e Derleth a un semplice imitatore. Ognuno ha la propria integrità, la propria priorità. Lovecraft, in buona sostanza, ebbe il suo momento sul palco, ma in seguito fu sostituito da nuovi attori altrettanto capaci." (Robert M. Price)

Ripartiamo da dove ci eravamo lasciati circa un anno fa, mese più, mese meno, quando il presente "saggio" sulla mitologia "in yellow", se mi passate il termine, si interruppe bruscamente. Ancora una volta mi vedo quindi costretto a fare un breve riassunto della situazione, ricordando, a beneficio del viandante occasionale, che questo lungo viaggio nei territori inesplorati del mito chambersiano ebbe inizio già nel lontano 2013, e che a quel primo post ne seguirono decine di altri. Non pretendo che il viandante si prenda la briga di andarsi a rileggere tutto, ma, per un minimo di infarinatura, sarebbe auspicabile almeno la lettura del mega-riassuntone che ho inserito in questa pagina statica

giovedì 28 maggio 2020

Orizzonti del reale (Pt.22)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Nel primo capitolo di “The Politics of Ecstasy”, “The Seven Tongues of God”, Leary afferma che fu la sua prima esperienza a Cuernavaca a fargli comprendere fino in fondo le infinite potenzialità del cervello umano, che i funghi sacri attivano a livello cellulare: la descrive come l’esperienza religiosa più profonda della sua vita, che gli permise di raggiungere vette mistiche paragonabili a quelle riportate dai santi e dai mistici, dagli sciamani e dai guaritori. Lui però, sebbene in molti l’abbiano definito un guru, non era un mistico né un santo, perciò affermò che aveva deciso di parlarne con il suo linguaggio e la sua esperienza da scienziato (vedremo poi, nel prossimo articolo, come questa premessa non si sia mai realizzata appieno, né in questa né in altre sue opere).
Non c’è alcuna contraddizione in questo. Se il ritratto delle religioni istituzionalizzate che esce dal libro non è dei migliori, la Psicanalisi e la Psichiatria non ne vengono fuori molto meglio; ma anche se, parole sue, religione e scienza si basano sulla paura e l’ignoranza dei “fedeli”, cui offrono con risposte parziali e spesso fallaci solo “distrazione, protezione illusoria, conforto narcotico”, entrambe in fondo non fanno altro che cercare di dare una risposta ai grandi quesiti esistenziali che l’uomo si pone dalla notte dei tempi; la religione con le sue diverse confessioni, e la scienza con le sue numerose branche che si propongono di sondare l’infinitamente grande, l’infinitamente piccolo e… l’Insondabile: Astronomia, Fisica, Cosmologia, Paleontologia, Biochimica, Genetica, Anatomia, Fisiologia, Neurologia, Epistemologia, Sociologia, Psicologia, Psichiatria, eccetera.

venerdì 22 maggio 2020

Vampiri!

Dopo nemmeno due mesi dall'ultima volta, torniamo a parlare di Luigi Parisi, l'uomo che ha reso possibile "Mirror Midnight", il cortometraggio horror uscito in anteprima qui sul blog lo scorso Halloween.
Torniamo a parlare di lui perché, da buon appassionato di genere, il buon Parisi non se l'è sentita di lasciare il suo pubblico a bocca asciutta in un periodo dove nessuno sa più distinguere la realtà a cui eravamo abituati dall'orrore in cui siamo piombati nemmeno tre mesi fa.
Ho quindi ancora una volta il privilegio di presentare, non dico in anteprima ma quasi, il suo nuovo lavoro, completato qualche giorno prima del lockdown e distribuito sui suoi canali social nelle scorse settimane.
Il soggetto è tra i più classici del cinema, forse uno dei pochi soggetti davvero intramontabili dal tempo in cui Murnau tracciò il solco ormai quasi un secolo fa e che, a ondate, ritorna ricorrente a terrorizzare le nostre serate svaccati davanti alla tivù o affondati nella poltrona di un cinematografo. Considerato che il cinema per un po' ce lo possiamo scordare e che la tivù non è l'ideale per un cortometraggio di cinque minuti, l'invito alla visione in questo caso avviene attraverso il blog, il che, tutto sommato, non è nemmeno così male.

sabato 16 maggio 2020

Traditi dalla fretta #18

Tantissime cose sono successe dall'ultima volta che questa piccola rubrica è apparsa sul blog. Viceversa nulla è cambiato in termini di lockdown: ero carcerato in casa allora e sono carcerato in casa adesso, seppure con il beneficio di qualche ora d'aria nel tardo pomeriggio, dopo il lavoro agile, per tenere calde le suole delle scarpe.
Non sto facendo i salti di gioia, ve lo assicuro, al pensiero che lunedì andrò in ufficio per la prima volta dal 9 marzo a questa parte, ma un piccolo respiro di "normalità" non può che farmi bene, sebbene la prospettiva di indossare una dannata mascherina dalla mattina alla sera non sia la maniera migliore per farlo.
Nel frattempo ci sono state le votazioni per il Premio Italia e lo zio Nick, come accade ormai abitualmente da cinque anni a questa parte, è meritatamente entrato a far parte della ristretta rosa dei cinque finalisti. Niente di nuovo sotto il sole, direi, visto che il nostro mitico vicino di blog ci ha ormai da tempo abituati a simili performance. Resta a questo punto solo da incrociare le dita e stare a vedere cosa succederà il prossimo 13 giugno, giorno in cui verranno rivelati i vincitori delle 19 diverse categorie.
In tale competizione "The Obsidian Mirror" ha raggiunto, nel frattempo, il suo miglior risultato di sempre, grazie a quei 22 voti che lo hanno scaraventato all'ottavo posto in classifica generale nella categoria "Pubblicazione amatoriale". Si naviga ancora ai margini del sistema stellare, ma questo blog, dalle forme volutamente ibride, non potrebbe davvero chiedere di più.

martedì 12 maggio 2020

Joseph S. Pulver, Sr. (1955-2020)

image (c) Yves Tourigny
Succede che apri gli occhi una mattina, butti l'occhio al tuo smartphone e ti accorgi che è arrivata la solita newsletter di Lovecraft eZine. Apri il messaggio mentre ti sei già infilato le ciabatte e stai affrontando il solito corridoio che ti conduce nella zona giorno e...
Lo scorso 25 aprile la giornata è iniziata con una notizia di quelle che non ti lasciano indifferenti: Joe Pulver se n'era andato. Era successo nel primo pomeriggio del giorno precedente, nella città di Berlino che lo aveva adottato una decina di anni fa. 
Avevo in mente di riprendere in maniera diversa la serie di articoli dedicati alla mitologia del Re in Giallo, ma il destino ha insistito perché mettessi da parte il materiale già programmato per far posto a questo breve e laconico post.
Temo che a molti di voi il nome di questo simpatico  personaggio dirà poco, ma è abbastanza normale che sia così se non siete "incagliati" come me nel suo lavoro. Per dirla in breve, Joe Pulver è stato, fino a poche settimane fa, il maggior esperto vivente del "Re in Giallo" e dintorni, avendo dedicato gran parte della sua carriera  di narratore e curatore ai "Mythos".

giovedì 7 maggio 2020

The Flu

No, tranquilli, non userò il termine "profezia" in questo post: primo perché ne ho abbastanza di tutti questi novelli Nostradamus che cercano lustro in questa apocalisse, e, secondo, perché di profetico in questo film coreano del 2013 c'è in realtà ben poco, a parte le mascherine sul naso. Ad ogni modo, se state cercando un film a tema pandemico con il quale trastullarvi sul divano, e avete già esaurito la visione degli ovvi "Incubo sulla città contaminata" e "La città verrà distrutta all'alba", non vi resta che rivolgere il vostro sguardo a Oriente, culla di ogni sana pandemia del nuovo millennio.
Certo, stavo riflettendo poco fa, di coreano in questo film c'è ben poco, al di là della location: se non fosse per un cast dai tratti somatici inequivocabilmente asiatici, "The Flu" avrebbe potuto benissimo essere scambiato per un prodotto della nuova Hollywood, talmente esagerati sono i suoi livelli adrenalinici. Ciò a dimostrazione del fatto che il cinema coreano, ma anche quello di altri paesi, può facilmente eguagliare Hollywood, o addirittura superarla, quando i mezzi e le idee lo permettono.

venerdì 1 maggio 2020

Confessioni di una maschera #5

Oggi è un giorno particolare, uno di quei giorni che capitano una sola volta nella vita e che, come immagino tutti voi, mi sarei augurato di trascorrere in maniera diversa. Ma non è del lockdown che voglio parlare, quanto del fatto che oggi è il primo maggio 2020 e, se mio padre fosse ancora vivo, oggi avrebbe festeggiato con la sua famiglia il suo 100° compleanno. Se ci penso mi vengono quasi le vertigini: un secolo intero!

Un  nuovo episodio di  “Confessioni di una Maschera”, qui sul blog, oggi era praticamente scontato. Non mi sono mai illuso che avrei potuto trascorrere con lui questo giorno; anzi, mio padre ha mancato questo appuntamento di molto: non è riuscito nemmeno ad assistere al passaggio dal vecchio all'attuale millennio, a voler essere precisi. Neanche mia mamma ce l'ha fatta, seppure per un pelo, ad arrivare a questo giorno. Peccato, avremmo potuto perlomeno lasciarci andare ai ricordi, io e lei. E magari sarebbe stata l'occasione per venire a conoscenza di momenti della vita di mio padre che oggi, me ne rendo conto, ancora non conosco. Mio padre non parlava mai molto di sé, preferiva tenersi dentro le cose anziché condividerle e quel poco che so di lui deriva da racconti di terze parti o da quei (rarissimi) momenti in cui, sfiancato dalle mie continue insistenze, allentava un po' la corda.

sabato 25 aprile 2020

Look Back In Anger (Pt.3)

Lucifer Rising (1972)
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Il suo lavoro più controverso e uno dei meno apprezzati resta però Lucifer Rising non tanto (o non solo) per il tema, che per Anger non era nuovo, quanto per il contributo di Bobby Beausoleil. La genesi del film fu molto lunga e vale la pena raccontarla, perché è molto interessante: Anger cominciò a lavorarci già attorno al 1966 e scelse il giovane e allora sconosciuto Beausoleil per interpretare Lucifero e per realizzare la colonna sonora, ma la collaborazione si interruppe quando Anger lo accusò di aver sottratto gran parte del materiale girato fino ad allora quando lo aveva mollato per unirsi a Charles Manson
Beausoleil ha sempre respinto l’addebito, affermando invece che Anger aveva finito i soldi prima di terminare il film e si era inventato questa scusa per non doverlo spiegare ai propri finanziatori. Parte del girato superstite venne poi utilizzato per montare il successivo film di Anger, "Invocation of my demon brother".

lunedì 20 aprile 2020

Look Back In Anger (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Fireworks (1949) venne girato nell’arco di un solo fine settimana e fu il primo dei suoi film a godere di una vera distribuzione: Anger interpreta un ragazzo che, una notte, viene aggredito da un gruppo di marinai in licenza incontrati in un bar (nella realtà amici di Anger dei tempi in cui era arruolato in Marina) in quella che comincia come una brutale e degradante iniziazione al sesso e degenera in un efferato omicidio. 
La scena inizia in modo abbastanza rassicurante proprio all’interno del bar, dove è il protagonista ad abbordare un marinaio, ma una volta fuori di lì gli aggressori spuntano fuori dal buio. Il mattino dopo, il giovane si ritrova nel letto proprio il marinaio che aveva sognato, e resta quindi il dubbio di cosa sia successo in realtà.

mercoledì 15 aprile 2020

Look Back In Anger (Pt.1)

Kenneth Anger, al secolo Kenneth Wilbur Anglemyer, è stato (*) uno dei pionieri del cinema underground e della Controcultura, ma sono abbastanza certo che il suo nome dica poco o nulla perfino ai cinefili più incalliti e ciò nonostante il fatto che la sua tecnica di montaggio e l’uso del suono, che spazia dalla musica classica a quella pop, siano stati di ispirazione a numerosi registi ben più famosi.
Anger però mi interessa non solo nella veste di regista, ma anche in quella di esoterista e membro dell’Ordo Templi Orientis (OTO), l'organizzazione religiosa iniziatica fondata da Aleister Crowley attorno al 1895. La figura e le idee di Crowley hanno influenzato così profondamente l’uomo e l’artista che, nel 1955, Anger si recò perfino a Cefalù, in Sicilia, presso l’Abbazia di Thélema, dove restaurò i dipinti e le scenografie utilizzate da Crowley durante i riti che vi si svolgevano prima che le autorità italiane non decidessero di “sfrattare” il loro illustre inquilino. Il materiale fotografico gli servì per realizzare un documentario su Thélema per la televisione britannica che purtroppo in seguito andò perduto.

sabato 11 aprile 2020

C'era una volta lo "Speciale"...

C'era una volta lo "Speciale di aprile", appuntamento per lunghi anni ritenuto irrinunciabile che, nelle mie intenzioni, tentava di riunire due di quelle che erano (e sono) le mie più grandi passioni, il cinema e l’horror. Lo spunto iniziale era sempre stato quello di festeggiare in maniera, diciamo così, alternativa il compleanno del blog, occupandone gli spazi con un unico argomento, frutto di un lavoro mostruoso, dal primo all’ultimo giorno del mese.
Siamo ancora una volta giunti ad aprile e del "sospirato speciale" non v'è alcuna traccia. Segno dei tempi e della pandemia, si potrebbe pensare. La realtà, molto più semplice, è che ancora una volta quando avrei dovuto farlo non ho avuto tempo di mettere in pratica quel paio di idee che si trascinano nella mia testa ormai da diversi mesi. Nel frattempo "The Obsidian Mirror" è arrivato comunque lo stesso a spegnere la sua nona candelina e, in un modo o nell'altro, la ricorrenza va festeggiata. In qualche modo.
La realtà è che non ci resta molto altro da festeggiare, viste le circostanze. Domani è Pasqua, a quanto pare, vero? Me lo confermate? No, perché magari mi sbaglio. I giorni ormai sono così dannatamente tutti uguali. E no, non voglio scivolare nel solito discorso, non voglio mettermi anch'io a parlare di un agente patogeno il cui nome, solo fino a pochi mesi fa, richiamava alla mente solo una bevanda leggermente alcolica il cui sapore veniva esaltato da una scorza di limone incastrata nel collo della bottiglia. E soprattutto, non ho voglia di esprimere in questa sede opinioni sul "se sia giusto o meno" ciò che stiamo facendo. Tanto lo stiamo già facendo.

domenica 5 aprile 2020

Spettri di frontiera

Alcuni di voi - solo pochi, lo confesso - credono nell'immortalità dell'anima e in apparizioni che non avete l'onestà di chiamare fantasmi. Non mi spingerò oltre alla convinzione secondo la quale i vivi, a volte, vengono visti dove non si trovano, ma si sono trovati; dove hanno vissuto così a lungo, forse così intensamente, da aver lasciato la propria impronta su tutto ciò che avevano attorno. So, infatti, che il proprio ambiente può essere così influenzato dalla propria personalità da trasmettere, molto tempo dopo, un'immagine di sé all'altrui sguardo. ("A diagnosis of death", Ambrose Bierce).
Dal punto di vista scientifico i fantasmi sono considerati possibili manifestazioni di energie elettromagnetiche generate dalla mente umana. Tutto dentro di noi, in poche parole. Altro che anime dei morti. 
Il termine che in genere la scienza utilizza per definire tali fenomeni è, molto banalmente, "allucinazione", ma, se ci riflettere un istante, anche ad un profano esso appare eccessivamente semplicistico, finendo per relegare qualsiasi fenomeno al campo della psichiatria (che non è altro che un confortevole tappeto sotto il quale nascondiamo la polvere). La macchina umana è infatti talmente complessa che qualsiasi diverso tentativo di catalogare ciò che non è verificabile sperimentalmente finisce per cozzare con l'evidenza dei nostri limiti.

lunedì 30 marzo 2020

Making of... Mirror Midnight

Sono trascorsi ormai cinque mesi dal giorno in cui fece la sua première, in esclusiva su questo blog, il cortometraggio di Halloween "Mirror Midnight", diretto da Luigi Parisi sulla base di un soggetto scritto dal sottoscritto qualche anno prima. Come passa il tempo, mi verrebbe ora da dire se fossi un amante dell'ovvio.
Purtroppo le vicende della vita, che nel mio caso furono anche causa di una sospensione temporanea del blog, mi hanno costretto a trascurare faccende che, fino a pochi mesi fa, mi sembravano di importanza vitale. Tra queste, come avrete già capito leggendo il titolo, vi era l'idea di tornare  in tempi brevi sull'argomento "Mirror Midnight" e cercare di svelarne i segreti. Che ci crediate o no, l'idea non l'ho mai del tutto abbandonata, sebbene quei "tempi brevi" si siano inequivocabilmente trasformati in "tempi lunghi", ed eccoci quindi qui oggi per cercare di colmare quella lacuna.
Immagino che, dopo tutto il frantumamento di maroni che vi avevo fatto nelle settimane precedenti, abbiate tutti, chi per amicizia, chi per un sincero interesse, deciso di dedicare cinque minuti alla visione di "Mirror Midnight", vero? Se così non fosse stato, o se state capitando sul qui presente blog solo adesso, è questo il momento migliore per recuperarlo. Fatelo ora.

martedì 24 marzo 2020

Ikigami, annunci di morte

Viviamo in un periodo strano, uno di quei periodi che mai avremmo immaginato potessero realizzarsi. Costretti agli arresti domiciliari da un nemico invisibile, passiamo le nostre giornate a interrogarci se quanto sta accadendo là fuori sia davvero reale o se, al contrario, sia frutto della nostra immaginazione, o peggio il risultato di un qualche complotto ordito ai nostri danni da improbabili burattinai di regime. Qualunque sia la verità, per la prima volta nel corso della nostra esistenza siamo costretti in massa a fare qualcosa che non vogliamo fare. Tutto ciò non è nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che i nostri nonni vissero ottant'anni fa, quando fuori dalle porte di casa fioccavano le bombe, anziché dei semplici starnuti, ma il clima di incertezza è probabilmente identico. Finirà? Non finirà? Quel che è certo è che ce ne stiamo chiusi in casa e, tra un'attività e l'altra, abbiamo la possibilità di recuperare letture che probabilmente sarebbero rimaste per chissà quanto tempo ad accumular polvere sugli scaffali. Molti di noi lavorano da casa, questo è vero, e la maggior parte del tempo i soliti impegni continuano a essere prioritari, ma l'innegabile vantaggio è che siamo riusciti a tagliare i tempi morti dei trasferimenti, che nel mio caso incidono parecchio.  

mercoledì 18 marzo 2020

Traditi dalla fretta #17

Mentre quest'ultimo maledetto inverno volge ormai alla sua conclusione, giunge il momento di un nuovo episodio di Traditi dalla fretta, rubrica vagamente bimestrale con la quale mi propongo di segnalare ciò che, nonostante i mille impegni quotidiani, è riuscito in qualche modo ad attirare la mia attenzione.
L'ultima volta che ci siamo incontrati in questo simpatico salottino delle novità, tuttavia, fu però ben altro ciò di cui avevo voglia di parlare. Ero nel bel mezzo, lo ricorderete, di uno periodi più devastanti della mia vita, e sebbene fossi felice di aver ritrovato la voglia di scrivere dopo il lutto che mi aveva colpito, ancora non sapevo che, nemmeno ventiquattro ore dopo quel post, sarei ripiombato in un nuovo incubo.
Altre settimane nel frattempo sono passate e, incrociando le dita, tutto ormai mi pare possa dirsi risolto al meglio. Certo, c'è sempre un virus cinese di cui dovrei preoccuparmi, ma non è il caso di fasciarmi la testa prima che si rompa. E non è nemmeno detto che debba rompersi, se si fanno le cose per bene, evitando di accalcarsi in stazioni ferroviarie, stadi di calcio e piste da sci. Per quanto mi riguarda non sto nemmeno uscendo di casa (come immagino stiano facendo molti di voi), avendo attivato da un paio di settimane la modalità "Smart Working". Ho solo il problema dell'approvvigionamento di sigarette e altri generi di prima necessità, ma tutto sommato credo di potercela fare. In fondo è come se ci fosse una apocalisse zombi, ma senza gli zombi.

giovedì 12 marzo 2020

L'esatta percezione

Non ho mai dedicato moltissimo spazio su questo blog, lo avrete senz'altro notato, ai giovani autori italiani. Se non fosse stato per il recentissimo articolo su Queho, che ha spezzato una tendenza che andava ad allungarsi in maniera preoccupante, l'ultima volta che me ne occupai fu un anno fa. E guarda caso, anche in quell'occasione ruppi il silenzio per presentare un'antologia personale targata Rill, nella fattispecie quella di Luigi Rinaldi.
Oggi mi occuperò invece di Andrea Viscusi, un nome decisamente interessante nel vasto panorama letterario di questi ultimi anni. Un nome che avrei voluto, se non dovuto, presentare anche in precedenza all'interno del blog: ma poi, a causa della mia incorreggibile pigrizia, come tante altre anche quell'idea è rimasta incompiuta.
Eppure di cose da dire sul primo esperimento di Viscusi nella dimensione romanzo ce ne sarebbero state parecchie. Mi riferisco, per la cronaca, a quel "Dimenticami, Trovami, Sognami" che aveva tanto fatto parlare di sé, in termini a dir poco entusiastici, al tempo della sua pubblicazione, ormai cinque anni fa. Non sono qui però per rivangare ciò che avrei potuto dire e fare, bensì per salutare con gioia il ritorno di Andrea Viscusi alla dimensione del racconto, a mio parere a lui più congeniale.

venerdì 6 marzo 2020

Invisibili: Pál Adrienn


«Ci sono tre livelli nel mio film. Il primo è l’indagine personale. Nei film, mi piace concentrarmi sulla vita interiore delle persone. I protagonisti sono in ogni inquadratura e io cerco di mostrare le loro emozioni attraverso la composizione dell’immagine. Così, mentre la storia progredisce, il lavoro della mdp diventa sempre più complesso e colorato. Il secondo livello riguarda il modo con cui lavora la memoria, che è relativo e soggettivo. La gente ha spesso ricordi diversi dello stesso momento. Infine, il terzo livello è uno sguardo sull’obesità. La protagonista è un’infermiera obesa che offre cure palliative in un ospedale. Per me, l’obesità rappresenta la tristezza. Questo si è visto anche durante il casting: la maggior parte delle donne che abbiamo incontrato avevano disturbi alimentari causati dalla depressione. Le persone obese sono spesso vittime di discriminazione e sono più sensibili verso i problemi degli altri. Infatti, molte delle donne che si sono presentate al casting lavoravano nel sociale. Credo che se arrivassimo a comprendere la molteplice natura della realtà, potremmo riuscire a dare meno importanza all’aspetto esteriore degli altri e allo stesso tempo accettare noi stessi con più facilità. Questo è quello che accade alla protagonista del film». (Ágnes Kocsis)

sabato 29 febbraio 2020

Toshio Saeki (1945-2019)

ATTENZIONE!
Le immagini contenute in questo articolo sono ad alto contenuto erotico, con elementi macabri e grotteschi e varie sfumature di devianza e perversione. Se ritenete, anche solo per una frazione di secondo, di non riuscire a sopportarne la visione, abbandonate immediatamente questa pagina web. Non voglio finire in galera.

Giusto qualche giorno fa, mente mi scervellavo alla ricerca di immagini adatte ad accompagnare i cinque post dello speciale Kaidan Botan Dōrō, appena conclusosi, sono inciampato nella singolare interpretazione della vicenda di Hagiwara Shinzaburō e della sua scheletrica amante Otsuyu. Potete ammirare tale interpretazione qui sopra. 
Mi sono subito ovviamente precipitato a capire chi fosse l'autore di tale grottesca immagine (tra l'altro, vagamente familiare) e mi sono trovato di fronte a un nome che, di per sé, mi diceva poco, ma di cui, ho subito realizzato, conoscevo alcuni altri lavori. 
Ero quindi pronto a inserire quell'opera a corredo di uno dei miei post quando, pesante come una pietra, la notizia della recentissima scomparsa di Toshio Saeki (avvenuta a fine novembre), indiscusso maestro dell'ero-guru contemporaneo, mi ha convinto a dedicargli un po' di spazio in più.

sabato 22 febbraio 2020

Kaidan Botan Dōrō (Pt.5)

Kaidan Botan Dōrō, Satsuo Yamamoto, 1968
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Alla fine degli anni Dieci del Novecento, il cinema giapponese comincia a raggiungere una posizione di privilegio rispetto al teatro. La major più famosa, la Nikkatsu, è già saldamente affermata, e in giro per il paese tutti cominciano già a riconoscere i volti delle prime star del muto; tra queste il già citato Onoe Kikugorô V, uno dei pochi attori kabuki che provò a cimentarsi con il cinema. 
La prima versione del Botan Dōrō fu girata nel 1910, un film certamente muto di cui neanche IMdB riesce a fornire alcuna notizia supplementare. Il cortometraggio Botan Dōrō di Shôzô Makino (Nikkatsu, 1914), andato perduto come molti altri, presumibilmente in occasione del grande terremoto del Kantō che colpì la pianura omonima nella tarda estate del 1923, è interessante più che altro perché fu girato da colui che è universalmente conosciuto come il padre del cinema giapponese.
Shôzô Makino a quei tempi era già una celebrità, e non solo per la versione datata 1912 di un altro celebre kaidan (Tōkaidō Yotsuya Kaidan). Figlio illegittimo, Shôzô Makino imparò il mestiere grazie alla madre, che all’epoca (era il 1901) gestiva un teatro kabuki. In carriera diresse centinaia di film (nemmeno la wikipedia giapponese è in grado di citarli tutti) e arrivò a fondare una sua casa di produzione. Nel 1928, all’età di 50 anni, girò il suo film più celebre, Chūkon giretsu: Jitsuroku Chūshingura (忠魂義烈 実録忠臣蔵, Chushingura: The Truth), basato sul tema classico dei quarantasette ronin. 

martedì 18 febbraio 2020

Kaidan Botan Dōrō (Pt.4)

Warwick Goble, The Peony Lantern,
 illustrazione interna per
Green Willow and Other Japanese Tales
by Grace James (Macmillan, 1910)
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Il richiamo inconscio delle storie di fantasmi risiede nella loro promessa di immortalità. Se hai paura di tali racconti, allora devi credere che uno spettro possa esistere. E se un fantasma esiste, allora l'oblio potrebbe non essere la fine (Stanley Kubrick).

Appena adolescente, Otsuyu incontra per caso Hagiwara Shinzaburō che, per una coincidenza, ha accompagnato un medico suo conoscente a renderle visita presso la sua abitazione. Superfluo a questo punto è precisare che i due giovani, già al primo sguardo, si innamorano perdutamente l’uno dell’altra, al punto che Otsuyu, prima di congedare il giovane, si fa promettere un nuovo incontro, in mancanza del quale si lascerà morire di tristezza. 
L’etichetta vuole però che un giovane non si possa presentare da solo, così impunemente, a casa di una fanciulla: perciò venendo a mancare, per motivi che non starò qui a specificare, il supporto dell’amico, il destino si compie. I due innamorati, Shinzaburō e Otsuyu, riusciranno infine a riunirsi, nella maniera che sappiamo, durante la famosa ricorrenza dell’Obon. Oyone, por dovere di cronaca, devastata dal dolore per la perdita della sua signora, la raggiunge prontamente nel regno dei morti. Ciò che segue è una storia che ho già ampiamente raccontato, per cui non credo di dovermi ripetere.

venerdì 14 febbraio 2020

Kaidan Botan Dōrō (Pt.3)

Edizione italiana Marsilio, 2012
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Negli uomini prevalgono le pure energie positive, nei morti le luride e corrotte forze negative - Qu You, Il racconto della lanterna delle peonie (Mudan Denjii, 1378) 

Nei giorni scorsi abbiamo visto come Asai Ryōi si fosse divertito a rielaborare, a uso e consumo dei suoi connazionali, certe vecchie storie di fantasmi cinesi. È però sorprendente rendersi conto che, dei 68 racconti inclusi nell’Otogi-bōko (16 dei quali prelevati direttamente dal Mudan Denjii), solo il Botan Dōrō sia sopravvissuto attraverso i secoli nella cultura popolare. 
Il segreto di tale longevità, possiamo tentare un’ipotesi, è la sua attitudine ad adattarsi ai tempi, prendendo di volta in volta nuove forme e ricomparendo periodicamente in più moderne varianti. Così come Asai Ryōi riscrisse un testo morale cinese del 1378, adattandolo al Giappone del 1666, così San'yūtei Enchō rivisitò ulteriormente il testo per renderlo più fruibile dai lettori della sua epoca (la prima stesura è datata 1861), a cavallo tra il periodo Edo (detto anche epoca del tardo shogunato Tokugawa) e l'inizio del periodo Meiji (1869-1912). 
Fu, quello, un periodo di grandi cambiamenti sociali: il Giappone stava finalmente uscendo dal Medioevo, e si accingeva a inaugurare una stagione di profondo ammodernamento del Paese (tra le importanti riforme del governo Meiji vi furono l'abolizione del sistema feudale e l'istituzione di prefetture guidate da governatori incaricati dall'imperatore).

lunedì 10 febbraio 2020

Kaidan Botan Dōrō (Pt.2)

Botan Doro by Yoshimi Maruyama
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI 

“Vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sake, consolarsi dimenticando la realtà, non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell’acqua: questo, io lo chiamo ukiyo”. - Asai Ryōi, Racconti del mondo fluttuante (Ukiyo monogatari, 浮世物語, 1661).

Le storie di fantasmi erano già un soggetto molto popolare nel folclore, nel romanzo e nel teatro giapponesi, ma fu solo durante l’epoca Tokugawa (1603-1868) che esse conobbero una nuova ripresa, emergendo come un genere letterario ben definito e ispirandosi alla letteratura popolare cinese di epoca Ming sullo stesso argomento, importata e tradotta in Giappone. L’epoca Tokugawa, che aveva segnato l’inizio di un lungo periodo di pace dopo più di un secolo di guerre feudali, fu particolarmente fertile per la vita culturale del paese e i suoi centri nevralgici, Ōsaka prima e, in seguito, Edo (oggi Tōkyō), prosperavano nel rinnovato entusiasmo per le arti e per le lettere.

giovedì 6 febbraio 2020

Kaidan Botan Dōrō (Pt.1)

Non fu un caso se, nell’ultimo articolo apparso su questo blog sotto l’etichetta “Kaidan”, mi presi la briga di dedicare ampio spazio a un personaggio decisamente di rilievo per il progetto che mi ero preso l’impegno di portare avanti.
Patrick Lafcadio Hearn, irlandese, di madre greca, è stato senza dubbio il più celebre narratore occidentale di storie di fantasmi giapponesi, ed è proprio dai suoi scritti che il mio piccolo lavoro di blogger trae ispirazione. Già a partire dal 1887, come già ebbi modo di dire, Lafcadio Hearn iniziò a sviluppare una vera e propria ossessione per la letteratura del paese che lo aveva adottato, in particolare raccogliendo frammenti di leggende, vecchie storie di fantasmi e di esseri soprannaturali, e mettendole insieme per l'entusiasmo dei lettori del magazine americano sul quale scriveva.
Stiamo parlando di un sacco di tempo fa, come avrete notato, ma non credo di andare molto lontano dalla verità affermando che, se non fosse stato per il certosino lavoro di raccolta che fece Lafcadio Hearn nel corso della sua esistenza, il mondo occidentale oggi non potrebbe vantare la stessa familiarità (o presunta tale) che ha con i fantasmi giapponesi. Quelle saghe cinematografiche divenute virali negli anni Novanta, quali “The Ring e “The Grudge”, giusto per citare i casi più emblematici, probabilmente non sarebbero state in grado di varcare i loro confini e, di conseguenza, il mondo non avrebbe potuto scrivere quel pezzo di storia del cinema horror che, a posteriori, si può ben definire fondamentale.

venerdì 31 gennaio 2020

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.2)

L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI
LA 1' PARTE DI LACRIME E SANGUE QUI

Dioniso
Il mito orfico di Dioniso, il più antico, lo vuole figlio di Zeus e Persefone: il primo Dioniso è Zagreo, ovvero “colui che prende la preda viva”. Ma Zagreo è anche “il lacerato” e difatti, secondo il mito, Dioniso viene ucciso, in forma di toro, dai Titani, che lo smembrano e lo divorano; e una versione del mito dice che l’unica parte del suo corpo a non essere divorata fu il fallo, e che Zeus lo affidò alla dea Ipta, che se lo pose in capo a mo’ di corona.
Si potrebbe continuare a lungo su questa falsariga, ma ancora più interessante sarebbe l’analisi di quegli dèi o personaggi del mito la cui virilità viene persa o sacrificata: Attis, Osiride e Dioniso e indietro fino a Urano, evirato dal figlio Crono su istigazione della madre Gea.

sabato 25 gennaio 2020

Confessioni di una maschera #4

Non era previsto oggi un nuovo episodio di  “Confessioni di una Maschera”, ma le circostanze hanno deciso diversamente. Parleremo di ospedali, oggi, e di come fu che alla veneranda età di 52 ani e 9 mesi il sottoscritto fece il suo ingresso in uno di quei luoghi di sofferenza per la prima volta in assoluto, e per regalare un po' di compagnia a qualcuno nell'ora di visita. Due settimane fa, senza alcun presagio, mi sono lasciato convincere a recarmi al pronto soccorso per un dolore di incerta origine che non mi aveva lasciato dormire la notte, e che ancora non se ne andava. Dopo una serie infinita di esami, e senza darmi modo di elaborare ciò che mi stava accadendo, la dottoressa di turno sintetizzò il tutto con una frase che non mi dimenticherò tanto facilmente: "La ricoveriamo!"

domenica 19 gennaio 2020

Queho: l'uomo nero dell'ovest

Lo dichiaro sin da subito: ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il genere western. Da un lato, ancora bambino mi sono lasciato affascinare dalle grandi saghe western con protagonisti gli eroi bonelliani, al punto dal poter oggi ancora vantare una discreta collezione di albi a fumetti che, non senza fatica, è scampata al tempo e alla polvere. Dall'altro lato, ho sempre mal sopportato quei vecchi film che mio papà mi imponeva una sera sì e l'altra pure alla televisione (in questa "mal sopportazione" ci metto dentro anche i capolavori di Sergio Leone, che sarà anche un essere mitologico, non lo nego, ma andrebbe gustato a dosi più controllate).
Sembra illogica la questione, detta così, ma c'era un motivo ben preciso che rendeva gli scenari calpestati da Tex, Zagor e Kit Teller (il piccolo ranger, ndr) per me così affascinanti, ovvero le frequenti contaminazioni con l'horror.
Ecco perché mi ha incuriosito immediatamente questo progetto editoriale indipendente presentato pochi mesi fa da Christian Sartirana, che tra l'altro è una vecchia conoscenza di questo blog. L'altro elemento catalizzante è stato il personaggio stesso che presta il suo nome al titolo all'opera: Queho, un nativo americano che insanguinò il Navada nei primi anni del secolo scorso e che finì per guadagnarsi il titolo di primo serial killer mezzosangue della frontiera (se non il primo in assoluto, certamente il primo a creare attorno a sé un alone di leggenda).

venerdì 10 gennaio 2020

Traditi dalla fretta #16

Siamo già nel 2020, il che significa che sono già trascorsi vent'anni dall'inizio del secolo, da quel capodanno del 2000 che, quand'ero bambino, sembrava essere un traguardo pressoché inarrivabile in un futuro remoto. Tra l'altro, ricordo che pensavo al 2000 come all'anno in cui avrei compiuto 33 anni (gli anni di Cristo, secondo alcune discutibili teorie), e già allora mi vedevo vecchio e decrepito, cosa che fortunatamente non sono ancora del tutto. Perlomeno, non decrepito.
Inevitabilmente però mi sorprendo a pensare agli anni che passano; a pensare a come il 2020 si trasformerà quasi senza preavviso in 2030; e a pensare a come quel 2030 mi troverà, a come sarò, a chi sarò. E se tra dieci anni mi ricorderò di oggi, seduto su uno sgabello a scrivere queste righe. Quel che è certo è che oggi non  ricordo per nulla il Capodanno di dieci anni fa, ma quello fu certamente un momento più anonimo di questo, per i motivi che ormai ben sapete. E poi, nel 2010 il blog (inteso come web-log, equivalente digitale di un diario) non esisteva ancora; non ho nemmeno la possibilità di andarmi a rileggere quello che scrivevo e a fare, di conseguenza, due collegamenti con quella che era la mia vita a quel tempo.
Siamo a gennaio ed è giunto il tempo, ora più che mai, per un nuovo appuntamento con Traditi dalla fretta, la periodica rubrica solitamente dedicata a ciò che mi sono lasciato indietro.
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