mercoledì 7 ottobre 2020

A Garden Without Birds

Una decina di giorni fa, come avrete senz’altro notato, questo blog ha compromesso la sua anima dedicando, per la prima volta nella sua storia, tempo e spazio a una commedia italiana. È opportuno quindi recuperare un po’ di quella dannazione che ci spetta di diritto tornando a parlare di horror estremo. Contenti? 
L’asticella stavolta è anche posizionata piuttosto in alto rispetto ai miei standard: per dirla in due parole, siamo dalle parti di “Naked Blood” di Hisayasu Satō (recensito qui), ma con un regista che, a una prima impressione, parrebbe non essersi scomodato più di tanto nell’inventarsi una trama a sostegno delle immagini. Tutto sommato non sarebbe nemmeno una scelta sbagliata, se lo scopo del film non fosse altro che far affiorare un senso di schifo nello spettatore. Ma su questo punto torneremo prima della fine. Il mio consiglio, per voi che vi affrettate sempre a seguire i miei “consigli per gli acquisti”, è quello di tenere un sacchetto a portata di mano e utilizzarlo in caso di necessità. Un consiglio più onesto che dovrei darvi sarebbe in realtà quello di chiudere questa pagina web e tornare un’altra volta, anche se ciò renderebbe vano il mio lavoro. Your choice! 
Sono stato in realtà un po’ troppo duro, in questa introduzione, con colui che ha posto la firma in calce a questo cortometraggio di soli ventisei minuti. Una trama in effetti c’è, anche se si può riassumere in due righe: un gruppo di ragazzi, tre giovani coppie, prenota una camera all’ultimo piano di un grande albergo per trascorrere una serata da sballo, tutta sesso, droga e rock’n’roll. Il problema è che la droga è una di quelle brutte, in grado di azzerare qualsiasi inibizione, al punto che si ritroveranno subito tutti marci e inizieranno a massacrarsi a vicenda nei modi più assurdi, in un’apoteosi di sangue e viscere da far impallidire il più feroce serial killer cannibale della storia. 

I miei preparatissimi lettori avranno già pensato a “Climax“ (2018) di Gaspar Noé, e in effetti l’idea di base è esattamente quella, anche se, come pare ovvio, il talentuoso regista argentino ha avuto dalla sua un budget decisamente più consistente rispetto alle due lire spese qui per mettere in piedi il set (gran parte delle quali sicuramente impiegate per far ripulire e disinfettare la location al termine delle orgiastiche riprese). Viene quindi da chiedersi se Gaspar Noè abbia avuto modo di visionare “A Garden Without Birds” (Kotori Tachi No Inai Hanazono, 1992) per trarne ispirazione, visto che il cortometraggio giapponese precede il suo film di oltre un quarto di secolo. La risposta dovrebbe essere in questa intervista, nella quale Noè riferisce di essere stato ispirato da avvenimenti reali, sebbene privi del trascendente finale. 

Sconosciuto al grande pubblico, sconosciuto anche agli appassionati di horror giapponese, “A Garden Without Birds” è una vera bomba atomica diretta da un tizio di nome Akira Nobi la cui biografia rimane piuttosto oscura. Non ero nemmeno certo se si trattasse di un vero regista o di un semplice psicopatico finché non ho scoperto che, sei anni fa, Nobi fu chiamato a dirigere uno dei ventisei episodi di “Fool Japan: The ABCs of Tetsudon” (2015), un'antologia di cortometraggi giapponesi uno più scombinato dell’altro (ciò non risolve del tutto l’enigma “regista o psicopatico”, ma fa decisamente pendere l’ago della bilancia verso la prima ipotesi). 

Tornando al 1992, Akira Nobi in quell’anno diresse due cortometraggi che troviamo oggi riuniti in versione uncut in un pratico DVD tedesco ricco di extra: il primo, “Diamond Moon” non l’ho ancora visto, ma leggevo in giro che si tratta di un lavoro piuttosto moscio che non vale il tempo di una visione. Il “giardino senza uccelli” ha invece un impatto micidiale che chiunque abbia un minimo di interesse per certe espressioni psicopatologiche non può fare a meno di trascurare. È opportuno considerare che nel 1992 il cinema estremo era ancora ben lungi dall’essere sdoganato, anche in Giappone, e opere controverse come quelle che sarebbero esplose nei decenni a venire non erano nemmeno embrioni di idee. 

Il minutaggio, come detto, è piuttosto ridotto, ma “A Garden Without Birds” arriva subito al punto, sacrificando solo qualche minuto all’introduzione dei personaggi e della location, attraverso pochi rapidi scambi di battute, a conti fatti di importanza trascurabile. L’atmosfera nella stanza d’albergo è subito festosa, le prime bottiglie vengono stappate e le pilloline iniziano a circolare senza problemi, passando da una lingua all’altra con propositi registici decisamente voluttuosi. Gli effetti sono devastanti: tutti i partecipanti, senza eccezione, cadono improvvisamente preda di allucinazioni morbose che sfociano in atti di una violenza incontrollabile. 

Confondendo la realtà con la fantasia, il gruppo comincia a cedere ai propri impulsi più primitivi e a farsi del male l’un l’altro con rara ferocia: gole tagliate, enucleazioni oculari, annegamenti nel water… e potrei andare avanti per ore. Scoprirete tra l’altro quante cose interessanti si possano fare con un semplice cavatappi (tranquilli, non vi rovinerò il piacere della rivelazione con inappropriati spoiler). Per non farsi mancare niente, nei vari deliri indotti dall’effetto dello stupefacente assistiamo anche a episodi di gastronomia estrema: peculiare la scena del neonato cotto alla brace. Nel gruppo c’è anche un pittore che, nell’esaltazione del momento, immagina di dipingere uccelli sulle pareti del bagno (da qui il titolo, altrimenti incomprensibile). Venti minuti davvero vivaci, come avrete già intuito. 

Scavando in profondità attraverso lo strato superficiale di ultra-violenza, non possiamo però fare a meno di notare le ispiratissime scelte stilistiche del regista. L’uso dei colori è affascinante: quando la situazione è reale, viene proposta in bianco e nero mentre, viceversa, i passaggi onirici si tingono di colori brillanti. L'uso sapiente del ralenty spezza saggiamente il ritmo delle situazioni più insostenibili, mentre una colonna sonora composta solo da grandi brani di musica classica conferisce al film quel tocco in più. Nulla di veramente originale, per carità, ma pur sempre esteticamente apprezzabile.
L’iniziale nodo (regista o psicopatico) sta cominciando a sciogliersi: c’è indubbiamente del talento in Akira Nobi anche se, qualcuno potrebbe a questo punto osservare, pare essere stato sprecato in una stomachevole produzione ultra-gore concepita per palati collaudati. 

Si potrebbe azzardare anche una decodifica di “A Garden Without Birds” dal punto di vista sociale, guardando ad esso come una feroce critica a quella categoria di adolescenti ricchi e viziati che si sta espandendo in maniera preoccupante all’interno del tessuto urbano giapponese: dirigenti in pectore di prestigiose aziende familiari che si perdono in ozio, soldi facili e piaceri artificiali. Il regista trascrive in pratica, in modo assolutamente accurato, il declino di un’intera generazione, indicando con assoluta franchezza nella morte la strada per la redenzione. 

Si potrebbe però anche cercare un diverso significato nelle espressioni beate dei ragazzi durante la mattanza, che a differenza dei protagonisti di "Climax" non sembrano affatto spaventati dalla droga (è pur vero che la assumono spontaneamente, non per sbaglio o decisione altrui): forse la vita vacua che li intrappola non è una loro scelta, forse trovano inconsciamente un viatico per la libertà dalla gabbia sociale seguendo gli uccelli, psicopompi, fuori dal “giardino”. E allora quel murale nel bagno diventa una sorta di manifesto, una dichiarazione d’intenti, per quanto forse più irrazionale che no. Come vedete, non sempre ciò che a prima vista appare essere pura e semplice immondizia si rivela davvero essere tale, una volta spogliata della sua facciata. Occorre, è vero, un notevole sforzo di volontà per trascinarsi in un’esperienza del genere, ma a differenza di certe altre boiate che ho già recensito e che potrei recensire, “A Garden Without Birds” ha innegabilmente una sua ragion d’essere. 

Un cortometraggio che non è poi così difficile recuperare per una piacevole visione domestica in compagnia della vostra “altra metà del cielo”; dovrete ahimè rassegnarvi ai dialoghi in lingua originale, ma posso garantirvi che non sono assolutamente indispensabili. Assumetelo comunque in maniera consapevole e, vi prego, non andate in giro a dire che ve l’ho consigliato io.



16 commenti:

  1. Ciao sembra interessante.
    Ma dove si trova?
    Sai non c’entra niente ma a proposito di film disturbanti , guardando un po’ in giro oltre ai soliti Centipede Umano , Film Serbo , Le 120 giornate ecc..spesso mettono al primo posto di queste particolari classifiche un film d’animazione realizzato con una grafica digitale da video game anni 90.
    Che appunto perché d’animazione è veramente eccessivo e senza limiti.
    In Italia non penso sia mai stato distribuito e manco sottotitolato nella versione originale inglese.
    Si chiama Where the dead go to die del 2012.
    Infine se ti fa piacere ho scritto qualcosa qua :

    https://ilbuioinsala.blogspot.com/2020/10/recensione-cara-lilli-diario-di-una.html

    Se passate te e Simona mi farà sicuramente piacere.
    Ciao e grazie

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    1. No, non conosco quel film di animazione a cui fai riferimento. L'unico cartone un po' disturbante che ho visto (e recensito secoli fa) è una specie di versione horror di Mickey Mouse di cui non è nemmeno certa l'origine (probabilmente un fake creato ad arte, a quanto dicono).
      Dove si trova "A garden without birds"? L'ho trovato su un sito russo raggiungibile da questo blog con pochi click. In genere preferisci evitare di mettere link, ma posso darti le coordinate in privato, se vuoi.
      PS: Sono appena passato dal buio in sala sono, ma te ne sarai già accorto di sicuro...

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    2. si sì .
      Gorgon2011@libero.it

      Grazie per il commento di là.

      Si ho sentito di questo Micky Mouse horror e ho bypassato i blog dove ne parlavano.
      Per me Topolino è horror a prescindere -:))))da tenermi a debita distanza.
      Su Where the dead go to die trovi qualcosa su Youtube...ma non ti invito a cercarlo, credo sia veramente troppo.
      Ma forse questo è un buon motivo ahahahah!!!
      Ciao e grazie ancora.

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  2. La domanda era lo conosci?

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  3. Non so se seguirò il tuo consiglio stavolta, però nel dubbio comincio già a prenotare i sacchetti, non si sa mai. ;)

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    1. Tecnicamente non si può dire che io l'abbia consigliato. :-P

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  4. Già il fatto che tu stesso dici "regista o psicopatico" senza riuscire a venirne a capo, mi fa presumere che resterà nell'elenco dei film che non hanno ricevuto il disonore di essere visti da me...

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    1. Sto facendo un po' fatica a leggere quella tua frase con tutte quelle doppie o triple negazioni (non ricevere il disonore di essere visto?), ma il senso mi è chiaro. :)

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    2. Sto diventando contorto nell'esprimermi, è vero. Per essere più in linea con la mia mente ;-)

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  5. Horror estremi giapponesi? Conosco un certo Takashi Miike, e ormai non mi spaventa più niente, forse anche questo..

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    1. Beh, Takashi Miike è tanta roba, è cinema importante. Anche i suoi episodi più controversi (penso a "Visitor Q") si possono considerare opere d'arte. C'è però tutto un movimento undergound che inizia là dove Takashi Miike finisce ed è quello che in articoli come questo sto cercando di esplorare.

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  6. Cavolo, questo non mi era mai capitato sottomano, eppure traffic(av)o spesso il cinema stra-bis e assurdo.
    Interessante.
    Il regista e la sua vita di cui poco si sa sono poi la ciliegina sulla torta per un progetto simile...

    Moz-

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    1. La corrispondenza "regista di cui non si sa niente" e "film del ca##o" non è così infrequente come si possa immaginare... o anzi, credo che lo si possa benissimo immaginare. Questo di oggi è un esempio abbastanza tipico e forse, chissà, è quasi un peccato che si sia messo alla prova con qualcos'altro...

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  7. Ah, all'insegna del "stiamo una sferzata al weekend con un filmetto rinfrescante" :-D
    Trovo deliziosamente crudele il tuo NON consigliare un film pur avendo fatto di tutto per stuzzicare la curiosità morbosità insita in noi, lettori che resistiamo a tutto tranne che alle tentazioni. Non potremo mai accusarti di averci fatto conoscere roba terribile, visto che hai espressamente sconsigliato di vederla. Sei un diavoletto tentatore :-p

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    1. Tecnicamente non si può nemmeno dire che io l'abbia sconsigliato. :-P
      Mi fa comunque piacere che qualcuno sia stato punto dal demone della curiosità. Significa che il post ha raggiunto il suo scopo.

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