domenica 8 ottobre 2017

Da donna a strega: l’eterno ritorno

L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI

In Europa, le analogie fra miti e figure del folclore in territori anche molto distanti geograficamente si spiegano per via delle migrazioni e dei contatti fra vari popoli, e in particolare i Celti e gli Sciti, ma anche i Daci e i Traci, il cui immaginario evidentemente si fuse con quello romano. Il patrimonio culturale italiano, in particolare, è stato plasmato anche da influenze di culture come quella illirica, quella cimbra e quella degli indoeuropei, i nomadi delle steppe russe, e, specie nelle regioni del Nordest, da quelle delle popolazioni slave, tanto che se oltre ai termini generici di Fate e Streghe tenessimo in considerazione tutte le variazioni dialettali dei nomi che ricorrono nelle varie leggende locali, dovremmo contare decine e decine di nomi, molti dei quali fanno parte da tempo immemore della toponomastica: Agane, Angolane, Anguane, Aquane, Begane, Bugadére, Cavestrane, Desodre, Dujacesse, Eguane, Fade, Gandane, Gane, Guane, Inguane, Ivane, Janare, Jane, Krivapete, Lagane, Langane, Linguane, Longane, Melusine, Nanguane, Pagane, Pane, Salinghe, Sequane, Somegane, Spilunghe, Stane, Torke, Varvuole, Vivane, Zuane, e ancora Vecchie Signore, Beate Donnette, eccetera eccetera... 

Nei racconti e nelle leggende che le riguardano, queste figure aiutano i contadini nel lavoro dei campi, svelano i segreti della semina o dell’aggiogo del bestiame, e (come la loro controparte maschile, l'Uomo Selvaggio, nelle sue numerose declinazioni) insegnano l’arte casearia, e addirittura sono in grado di prevedere i fenomeni atmosferici e più in generale il futuro. Solo raramente sono malvagie, in qualche caso persino antropofaghe, ma è del tutto plausibile che queste caratteristiche siano entrate a far parte del mito solo in seguito alla cristianizzazione del territorio. 
A volte si tratta di donne morte di parto, ossia creature che, morendo nel dare la vita, hanno sperimentato contemporaneamente sia la vita che la morte, assumendo caratteristiche soprannaturali di matrice animistica. Ma la tradizione le descrive anche come “lavandaie notturne” (le Agane, soprattutto) o come creature che trascorrono la notte a filare, due attività dall’oscuro simbolismo. Non è molto probabile, come a volte si afferma, che questi spiriti si limitino a ripetere gesti che gli erano abituali o che stiano espiando colpe commesse da vivi (magari, come Lady Macbeth, lavando e rilavando ossessivamente per rimuovere le macchie di sangue, cioè le prove dei propri delitti, dagli indumenti). La tessitura, evidentemente, riguarda il destino degli uomini (è quello, del resto, il compito delle Parche, le Moire, le Norne, le Matres, altre rappresentazioni della “triplice” Ecate). La lavatura invece le ricollega all’acqua, elemento che fa da tramite fra il nostro mondo e l’altra parte, l’Oltretomba: se dall’acqua si viene al mondo, è evidente che questo elemento può consentire anche il passaggio inverso. 

Adolf Münzer, Walpurgis Sabbath, 1906
Ci sono racconti in cui queste creature fanno il bucato, in genere lenzuola così preziose e belle che non possono essere state create da mani umane, né con telai umani, e altri, ricorrenti ad esempio nella tradizione bretone, narrano di lenzuola rubate ai morti, anzi alle morte, che fanno di tutto per riaverli indietro, con conseguenze (ovviamente) infauste. 
Quei teli candidi, infatti, vengono generalmente interpretati come lenzuoli funebri e, guarda caso, questi racconti sono tipici di regioni dove l’uso del lenzuolo funebre si è protratto fino a tempi abbastanza recenti. In tutta Europa, e specie oltremanica, ove il retaggio della cultura celtica si è meglio preservato, le figure di lavandaie o filatrici notturne si fondono con quelle di divinità o spiriti che preannunciano la morte (come Ankou, nome che in Bretagna indica sia la Morte personificata che la lavandaia notturna, o Giltine, la Morte lituana, che si presenta avvolta in un lenzuolo bianco, il che spiega perché queste creature vengano definite anche Dame Bianche o Bianche Signore, essendo il bianco in tempi remoti il colore della morte). 
Solo per fare qualche esempio, possiamo citare le irlandesi Morrigan e Badb (probabili antenate della Banshee), la Bean Nighe e la Clóta scozzesi, le gallesi Modron e Golchwraig, la germanica Frau Holle (Hel, la Signora dei Morti), la bretone Kannérez-noz, la Moura portoghese, la Bagadiera occitana, la Maouèz-noz francese. 
Queste Fate, Streghe o come dir si voglia abitano quasi sempre zone di particolare interesse geografico o geologico, ma specialmente cavità o sporgenze delle montagne, grotte o antri, sorgenti o laghi o fiumi, tutti luoghi (di cui probabilmente sono le custodi) che rappresentano fisicamente e simbolicamente un accesso alle profondità della terra e alle forze che lì si annidano. Perché la terra è, sulla base di credenze antichissime, quel grembo “materno” che non solo genera e rigenera la vita vegetale e animale, ma che accoglie le anime dei morti e le riporta alla vita. 
Non di rado esse presentano aspetti zoomorfi, incluso un qualche tipo di malformazione che comporta problemi deambulatori (è il caso del piede caprino delle Anguane), caratteristica che da sempre contraddistingue le figure sospese fra il piano naturale e quello soprannaturale, ovvero fra il regno dei vivi e quello dei morti, anche per aver compiuto un viaggio iniziatico (o un’esperienza estatica). Infatti la mancanza di un osso, o una sua malformazione, è una prova del “sacrificio” insito nel rito di iniziazione – qualcosa che nel Cristianesimo divenne la prova tangibile di un patto col Diavolo. 
Tutto questo ci dice che, in origine, esse furono divinità celesti e terrestri, correlate tanto ai cicli lunari che alla dimensione ctonia, che entrarono a far parte delle fiabe e dei racconti popolari solo dopo aver perso ogni attributo metafisico, e dopo che i riti che un tempo venivano loro tributati, anche per la demonizzazione operata dalla Chiesa, vennero dimenticati. Il mito dell’Eterno Ritorno, nel suo senso più ampio che indica il perpetuo farsi e disfarsi delle cose, della natura che vive, muore e rinasce ciclicamente ogni primavera, è legato a doppio filo a quello della donna.

CONTINUA

Francisco de Goya, Il sabba delle streghe, 1823, dipinto a olio su muro trasportato su tela

20 commenti:

  1. Bel post, TOM. Su un punto in particolare sto lavorando anch'io, vedrai poi quale al momento in cui pubblicherò, penso a novembre... taggate nei meme permettendo ;-)

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    1. Quei tuoi post sono quelli che attendo con più ansia e, anche se in questo periodo sono più incasinato che mai, farò in modo di non perdermeli.
      Sulla questione meme... beh, mi pare sia un periodo piuttosto tranquillo, no? O mi sono perso qualcosa?

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    2. Tranquillo mica tanto... ho quello di Moz ancora in corso d'opera e un altro blog mi ha taggato per le "sei cose impossibili".

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    3. Sembra proprio che non ci sia mai davvero una fine...

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  2. Grande TOM, amo questi approfondimenti tra antropologia, mito e folklore.
    Aspetto il seguito^^

    Moz-

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    1. Grazie Moz! Il seguito arriverà presto ma non prestissimo... ho una lista di idee infinita per le quali dovei trovare uno spazio qua sopra, da qualche parte.

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  3. Io credo che, poiché sono le donne a dare materialmente la vita, nelle culture primitive diventavano creature "magiche" in quel senso. Da lì l'evoluzione della figura della donna-maga sino alla strega o altre figure sovrannaturali femminili.

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    1. Credo proprio che tu abbia centrato il punto, è un po' quello che tutti rilevano e io non farò eccezione, ma da solo non spiega perché questo abbia assunto sfumature così negative.

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  4. Argomento che mi affascina da sempre.
    Già al sud dove sono nata e cresciuta, c'è una tradizione molto radicata nei paesi dell'interno (io ne sentii gli echi da bambina, la qual cosa mi impressionò non poco) con signore che sanno fare alcune cose sconosciute ai più.
    Per esempio mettono insieme delle erbe e fanno sacchetti amuleto per chi cerca l'amore o vuole scacciare il malocchio. Alcune hanno il dono di fare massaggi guaritori a chiunque si rivolga a loro per un mal di schiena o dopo una caduta.
    Ci sono "mammane" che sono rispettate e ricercate, molte di queste non si fanno pagare nulla, di tanto in tanto accettano qualche dono in natura (uova, verdure, ecc.)
    Forse è anche questa una forma di stregoneria.

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    1. Una forma di stregoneria? Certamente! In fondo migliaia di "streghe" che in altri tempi vennero bruciate sul rogo non facevano altro che mettere insieme erbe innocue. Grazie per il contributo: le realtà regionali sono così vaste e varie che si potrebbe parlarne all'infinito senza venirne mai a capo.

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  5. Una cosa che mi ha sempre affascinato è proprio la corrispondenza di tanti elementi simili in figure folkloristiche lontane migliaia di chilometri l'una dall'altra.
    Le anguane, come hai detto tu, sono solo una di questi esempi. Popolarissime nella tradizione vicentina, hanno tante similitudini con decine di altre figure della tradizione europea e non solo....

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    1. In effetti il nordest è particolarmente ricco di leggende di questo tipo. E chissà che prima o poi io non si riesca ad approfondire qualcuna di queste figure in separata sede ^_^

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  6. Splendido, un indizio di ciclo coi fiocchi!
    Essendo nato e cresciuto in città, da famiglia cittadina, sono del tutto estraneo alle tradizioni folkloristiche quindi hanno su di me un gran fascino ;-)

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    1. Per me è lo stesso. I miei genitori sono nati in ambienti rurali, ma conta poco: sono comunque cresciuto in mezzo al cemento, anche se da adulto me ne sono parzialmente allontanato. La campagna e le sue tradizioni e leggende mi hanno sempre attirato come una calamita e forse per questo supplisco con numerose letture a quello che forse molti altri sperimentano direttamente (i racconti di prima mano dei nonni o di altri patenti)...

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  7. Non immaginavo proprio che le streghe avessero tutti quei nomi! Per quanto riguarda l'Uomo Selvaggio, mi è venuto in mente l'homo salvadego della Valtellina.

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    1. La tradizione dell'Uomo Selvaggio è diffusissima in Lombardia e da qualche parte, in Valtellina, c'è persino un museo a lui dedicato (e magari non è neanche l'unico). XD

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  8. Oltre che potenzialmente infinita, questa trattazione è molto interessante: leggendo tutti questi nomi di streghe e creature fatate non ho potuto fare a meno di notare che ci sono costanti rispetto a tradizioni locali (penso alle vicine montagne della Lessinia, favolisticamente popolate di spiritelli, vecchie terribili, fate e folletti) ma anche particolarità rispetto alla nomenclatura. Davvero un post curioso e ricco di informazioni gustose!

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    1. Grazie mille! Per forza di cosa dovrò passare di palo in frasca se voglio districarmi in un argomento così vasto, ma come dicevo a Nick non è escluso che in futuro non dedichi un approfondimento almeno a qualcuna di queste figure. ^__^

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  9. Senza saperlo ho nominato per anni la dama bianca nelle canzoncine che cantavo ai miei figli per farli addormentare, pensa tu!
    Sai "ninna oh, ninna oh questo bimbo a chi lo do? Se lo do alla befana se lo tiene una settimana..."
    Ecco, in una strofa mi sono inventata: "se lo do alla dama bianca se lo tiene e mai si stanca... ecc. ecc."
    Oddio, ora sono pentitissima, dopo quello che ho letto qui! 😄

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    1. In effetti la coincidenza fa accapponare la pelle ;) Però, dato che non è mai successo niente, potremmo prendere questo come prova del fatto che sarebbe ormai ora di sfatare questi pregiudizi ancestrali :D
      Oppure no?

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