domenica 30 settembre 2018

Da donna a strega: i culti arborei

L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI

Se è vero che nell’antichità ci furono due tipologie di divinità prevalenti, una pastorale (diffusa fra le popolazioni nomadi) e una agricola (tipica delle popolazioni stanziali che, come sappiamo, col tempo divennero le più numerose), sembra che il contributo della donna fosse centrale proprio nel culto di queste ultime: il probabile retaggio di una precedente società di cacciatori, collocabile verso la fine dell’età glaciale, che divenne sedentaria proprio in seguito allo sviluppo dell’agricoltura. A quei tempi è probabile che la religione fosse prevalentemente di tipo domestico e come tale praticata in misura maggiore dalle donne, e che, non si sa bene come né quando, la donna stessa sia divenuta depositaria della salvaguardia dei ritmi della natura, che determinavano i ritmi della produzione agricola, e dell’energia sessuale, dalla quale dipendeva la prosecuzione della vita. 
Sappiamo da varie fonti che alcuni culti prevedevano la prostituzione rituale femminile. Nella mentalità degli antichi il modo migliore di assicurare la fecondità del suolo era quella di operare una sorta di incantesimo, o sortilegio, tramite rapporti sessuali (veri o simulati) che, su piccola scala, rappresentassero quelli del Cielo con la Terra, rispettivamente il principio maschile e femminile della Natura, fino (talora) a inscenare il mistero della nascita.
Questa magia, che parafrasando James Frazer chiameremo imitativa o omeopatica, ispirata al principio di similarità, era tipica di un tempo remoto in cui l’uomo era fiducioso di poter modificare a proprio vantaggio l’ordine dei fenomeni naturali, forse ben prima di cercare di ottenere gli stessi effetti ricorrendo a preghiere o riti propiziatori dedicati a questa o quella divinità. In pratica, si pensava che fosse possibile ottenere l’effetto voluto, in questo caso la moltiplicazione delle messi e del bestiame, semplicemente imitandolo. Poiché prima o poi i risultati sperati arrivavano, non è affatto difficile comprendere come mai gli antichi riponessero tanta fiducia nell’efficacia di questo tipo di magia. È probabile che in una fase successiva l’alternarsi delle stagioni, con la fioritura e poi l’avvizzimento della vegetazione, venisse ricollegata a una sorta di declino della forza degli dèi, che si cercava di rigenerare attraverso gli sponsali divini, inscenati in veri e propri “drammi” in cui la distinzione fra pratica magica e religiosa era molto labile. Ad esempio, nei Grandi Misteri greci veniva inscenato il matrimonio fra Zeus e Demetra, interpretati dallo ierofante, momentaneamente reso impotente con una bevanda a base di cicuta, e da una sacerdotessa, che avveniva nel buio di una cripta dalla quale i due uscivano recando una spiga, frutto di quell’unione. 

Persefone
Nei Grandi Misteri di Eleusi la nascita del fanciullo divino nel mondo sotterraneo veniva collocata al tempo della vendemmia (“eleusis” significa avvento); ma questo tema mistico, che rappresenta la nascita nella morte, oltre ad essere molto antico appartiene tanto alla mitologia degli dèi che a quella degli eroi. 
Indizi dell’esistenza di antichi riti magici del tipo descritto si troverebbero, ancora una volta, nella tradizione e nel folclore, ma per forza di cose bisognerà restringere ogni considerazione alla sola Europa. Indizi, e non prove: se il patrimonio culturale italiano (ad esempio) risente di moltissime influenze diverse, è praticamente impossibile valutare come e fino a che punto l’integrazione fra diverse culture può aver alterato riti e usanze già presenti nel territorio. 
Prima che pascoli e coltivazioni intensivi e insediamenti umani li soppiantassero, boschi e foreste ricoprivano gran parte d’Europa. Non è difficile immaginare il timore e la reverenza che queste distese di verde dovevano provocare nell’osservatore, con il loro estendersi a perdita d’occhio e il loro ciclo vitale che, in confronto alla precaria esistenza umana, sembra quasi eterno. L’animismo finì per ispirare una forma di adorazione religiosa per gli spiriti della vegetazione. 
Tra l’altro, boschi e foreste furono probabilmente la forma più arcaica di santuari e templi: fra le popolazioni celtiche, ugrofinniche, germaniche, slave quanto fra quelle dell’Italia e della Grecia antica, i fedeli si radunavano per fare sacrifici e pregare nei boschi, meglio se impervi. Talora, come fra gli antichi Germani, i boschi erano sacri e, pena la morte, inviolabili. I templi di pietra che sorsero successivamente, con le colonne sormontate da una copertura orizzontale a simboleggiare i fusti e le cime degli alberi, si spostarono gradualmente sulle coste e nelle città. 
Presso gli antichi la concezione di spiriti incorporati negli alberi era legata alla convinzione che oltre a regolare la pioggia e il bel tempo questi rendessero fecondi gli animali e le donne. Secondo alcune tesi, fu un’evoluzione lenta e graduale avvenuta fra il Paleolitico e il Neolitico (ovvero risalente forse a circa trentamila anni fa) a portare con sé quel cambiamento ideologico per cui l’idea generica di fertilità finì per sovrapporsi a quella della fertilità femminile. 
Da qui nacque quella tradizione contadina conosciuta un po’ in tutta Europa come “portare il maggio”: a Calendimaggio, i giovani portavano una fronda verde a casa della donna amata, oppure innalzavano un giovane albero, in genere un abete o una betulla, davanti alla sua finestra. L’auspicio di fertilità implicito nel gesto era ovvio, così come quello rinvenibile nella tradizione di “innalzare il maggio” davanti alle stalle attestata anticamente nelle campagne. 

L'alzata dell'albero di maggio a Glastonbury.
Oltre a questa tradizione perpetrata dai singoli, esisteva la tradizione comune di un albero o palo del maggio (May Tree, May Bush o Maj Stang) scelto dall’intero villaggio. In primavera (ma anche il 23 giugno, San Giovanni e inizio dell’estate, e talora a Ferragosto) si usava prelevare un albero dal bosco e portarlo in paese, dove veniva addobbato e talvolta portato in processione di casa in casa; altre usanze comportavano il piantare un albero del maggio oppure appendere fronde verdi (normalmente di biancospino o sicomoro) davanti ad ogni abitazione, e tutta una serie di varianti territoriali come la cosiddetta “bambola del maggio”. Si organizzava inoltre una questua, con i giovani che andavano di casa in casa cantando canzoni e in cambio di un obolo, in genere cibo o vino, regalavano una fronda. Il senso era portare a contatto con chiunque potesse beneficiarne lo spirito fecondatore della vegetazione, ma si supponeva che le persone gli offrissero qualcosa in cambio, a mo’ di compensazione. Ormai, quasi ovunque la parte che riguarda l’albero è scomparsa ed è rimasta solo la questua, perdendo di vista il vero significato del rito. 
Tradizioni diverse sorsero quando lo spirito arboreo divenne antropomorfo, umanizzato, se non addirittura incarnato in un uomo o donna viventi. A poco a poco, infatti, spirito e albero vennero dissociati, vale a dire che più che il corpo fisico di uno spirito, l’albero cominciò a essere considerato nulla più che la sua dimora. Spesso, la raffigurazione vegetale scompariva del tutto, o quasi. 
Di ciò danno conto vecchie tradizioni come quelle della Rosa di maggio (comune soprattutto in Francia e Inghilterra) e degli Sposi di maggio (che ricorda l’antica usanza di unire in “matrimonio” due alberi a cui si conferivano attributi maschili e femminili), ma soprattutto quelle che appaiono equivalenti del Jack-in-the-Green (spesso tradotto come Gianni-nel-Verde) e del Verde Giorgio

Jack in the Green Festival - Hastings 2017
Il Jack-in-the-Green, la maschera del Maggio inglese, non è altro che uno spazzacamino rinchiuso in una gabbia di vimini ricoperta di fogliame che sfila per le strade ballando e raccogliendo offerte, e viene spesso ricollegato al Green Man, sebbene non manchi neppure chi, in maniera piuttosto opinabile, attribuisce la nascita di quest’ultimo al Cristianesimo (ne abbiamo parlato qui). Il Verde Giorgio è più semplicemente un giovane rivestito di foglie e fiori, comune presso le popolazioni slave e in generale nell’Europa dell’Est. Dopo la processione un fantoccio ricoperto di rami, simulacro del Verde Giorgio in carne e ossa, veniva gettato in acqua, al probabile scopo di propiziare la pioggia. 
Il Verde Giorgio fu quasi certamente la prima incarnazione di San Giorgio, il santo festeggiato il 23 aprile che, secondo la tradizione, morì, risorse e operò miracoli ma di cui, guarda caso, mancano notizie biografiche certe. San Giorgio è però famoso soprattutto per la leggenda nella quale salva un villaggio e i suoi abitanti da un temibile drago, ribaltando il significato archetipico di questo animale mitologico e facendone un simbolo del male (il drago è chiaramente collegato al serpente, antico simbolo di saggezza). Non è un caso neppure che, per tradizione, San Giorgio si evocasse a protezione contro le streghe. 
Ci sarebbero poi da menzionare quelle tradizioni in cui si rappresentava la morte simbolica del Carnevale, con la sua effige bruciata sopra a una catasta di legna; la lotta fra Estate e Inverno, il cui esito magico anticamente era influenzare il tempo e che, quindi, doveva vedere quest’ultimo sconfitto; oppure la cacciata della Morte, collocata a metà Quaresima (cioè nella quarta domenica di Quaresima), che serviva a scongiurare le epidemie e, appunto, la morte, e di conseguenza a richiamare la Vita, qui identificata con l’arrivo della primavera e poi dell’estate. Come se la morte, portatrice di lutto, fosse anche la più potente forza vivificante dell’universo.
CONTINUA

4 commenti:

  1. Interessantissima la riscoperta di questi antichi riti della fertilità in un'epoca come la nostra in cui non ci rendiamo più conto dell'importanza del legame con la natura e pensiamo che il cibo "cresca" nei supermercati. Soprattutto, è la più antica forma di spiritualità, totalmente spontanea e "primitiva", quindi che ci aiuta a scoprire le nostre radici culturali e anche "biologiche" risvegliando emozioni ancestrali della nostra corteccia cerebrale.

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    1. Grazie Ariano! In effetti, davanti a certe tradizioni non sono pochi quelli che storcono il naso, prendono tutto sul ridere o peggio le giudicano sconvenienti, dimenticando che non sono altro che retaggi della nostra antichità. Dovremmo avere rispetto per le nostre radici, così come dovremmo avere rispetto per la natura.

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  2. Periodicamente -sopratutto nelle zone d'influenza celtica- avvengono dei tentativi più o meno riusciti, più o meno modaioli di recupero di queste antiche radici culturali, con risultati a volte risibili, come ben sai. Discorso diverso per quanto avviene in alcune regioni sperdute dell'Islanda o della Norvegia nelle quali una larga parte della popolazione in tempi recenti ha abiurato al cristianesimo per riallacciare la pratica degli antichi riti pagani.
    Ovviamente per quella parte e quelle pratiche che non sono andate dimenticate nel corso del tempo...col risultato che queste persone senza accorgersene stanno praticando una religione diversa e nuova rispetto all'antico paganesimo.

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    1. Diciamo che, moda o no, non mi pare una cattiva idea riallacciarsi alle proprie radici culturali, purché si mantenga il rispetto di fondo, cioè si abbia per gli altri lo stesso rispetto che si pretende per sé.
      Detto ciò concordo che quella che si ricrea non sarà mai la religione 'originale', ma una versione un po' differente della stessa. E poi, sono convinto che anche il cristianesimo farà la stessa fine delle religioni che ha inglobato e soppiantato, e se non scomparirà finirà comunque per diventare molto diverso da come lo conosciamo oggi... ma per allora io probabilmente avrò lasciato da tempo questa valle di lacrime ;-)

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