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venerdì 14 febbraio 2025

Libro Vs. Film: Rosaura alle dieci

Mi accingo alla lettura di questo Sellerio, colto di passaggio sullo scaffale di una libreria lo scorso autunno, mentre attendo l'apertura del gate dal quale partirò a breve. Il volo che mi attende sarà uno di quelli lunghi e un libro dal titolo accattivante sarà, almeno così penso, il miglior compagno di viaggio possibile. Certo, avrei potuto mettere in valigia uno qualunque dei titoli già in mio possesso, magari uno di genere fantastico, di quelli che sono solito divorare uno dopo l'altro in rapida sequenza, ma stavolta ho optato per una casa editrice "generalista", giusto per non perdere l'abitudine. 
Sì, lo so che questo incipit lo avete già letto (infatti è uguale a quello che un paio di settimane fa ha aperto la recensione di "Attraverso la notte" di William Sloane), ma questo di cui sto parlando è il viaggio di ritorno. Stessa modalità di lettura, quindi, e stesse ore da riempire davanti a me, interrotto solo da qualche hostess incaricata di versare qualche caffè o vendere profumi che non interessano a nessuno.
In realtà non sono venuto in possesso di questo titolo in maniera casuale come nel caso di "Attraverso la notte", ma come frutto di una precisa ricerca, facilitata dal fatto che l'editore ha recentemente immesso sul mercato una nuova edizione di un romanzo storico del suo catalogo che era ormai da anni classificato come esaurito. Sto parlando, se non lo si fosse capito, di "Rosaura alle dieci", romanzo d'esordio di Marco Denevi, un'opera che ha portato all'autore argentino un successo immediato e ha gettato le basi per la sua carriera letteraria.

martedì 24 novembre 2020

Figure nel salotto

Ho appena voltato l'ultima pagina di questo libro e mi precipito a scriverne di getto, come un fiume in piena che aspetta l'indispensabile sbocco sul mare, dopo la prossima ansa, o quella dopo ancora. Non so ancora dove mi porterà la tastiera di questo computer, ma battere freneticamente su questi tasti di plastica è un po' come far vibrare delle lamiere di acciaio, una specie di cerimoniale primitivo volto a far passare  il temporale, a costringere la natura a richiudersi a guscio su se stessa, placando i suoi ardori, ammansendosi e in un certo senso proteggendosi. 
Vi siete mai soffermati ad ammirare un quadro? No, non parlo di quelli esposti ai musei, eredità di artisti troppo grandi per essere retrocessi a oggetto di esperimento. Mi riferisco a quei quadri di autori in genere ignoti che facevano capolino sulle pareti delle abitazioni dei nostri genitori o dei nostri nonni, quadri insignificanti ma allo stesso tempo essenziali in quegli ambienti domestici così familiari. A casa mia, dei miei genitori, ce n'era uno, un paesaggio con case, una crosta di quelle che si trovano ai mercatini per quattro lire. Non era certamente un capolavoro, ma sicuramente l'anonimo pittore si era impegnato parecchio nell'arricchirlo di particolari, particolari sui quali io passato intere ore e mi ci perdevo, sognavo di entrare in quel paesaggio, di farne parte, di scoprire il mondo che c'era dietro ognuna di quelle minuscole finestre, di scoprire cosa si nascondesse dietro l'ultima ansa del fiume sullo sfondo, che piegava dietro una roccia e spariva alla vista con la complicità della cornice.
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