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venerdì 28 ottobre 2022

Manga, libri e altri Ju-On

Non è ancora tempo di far scendere i titoli di coda su questo speciale, scrissi in chiusura del post precedente. C’è in effetti ancora un po’ di materiale di cui vale la pena parlare, fermo restando che un’analisi esaustiva di tutto ciò che ruota attorno a un franchise iniziato ormai oltre vent’anni fa è praticamente impossibile. Oggi ci discostiamo un attimo dalle versioni in celluloide di Ju-On e volgiamo lo sguardo a media diversi che, in un business plurimiliardario come quello di cui stiamo parlando, non potevano certo mancare. 
Dopo aver dedicato qualche giorno fa un articolo al videogame Wii, rivolgiamo oggi lo sguardo alle “versioni cartacee” di Ju-On. Come forse alcuni di voi ricorderanno, i libri avevano giocato una parte fondamentale nell’universo di Ring: fu anzi proprio grazie alle opere di Kōji Suzuki che tutto ebbe inizio. 
La trilogia “Ring” (Ringu, 1991), “Spiral” (Rasen, 1995) e “Loop” (Rūpu, 1998) fu infatti la fonte che Hideo Nakata utilizzò per scrivere il soggetto dei suoi film (in seguito arrivò una seconda trilogia, di cui abbiamo però parlato ampiamente qui). Qui il discorso è diametralmente inverso: tutto nasce dall’ispirazione di Shimizu e solo in seguito arrivarono dei libri. In gergo tecnico l’operazione di chiama novelization, termine che identifica un romanzo che adatta la storia di un'opera creata per un altro mezzo, come un film, un fumetto o un videogioco.

martedì 24 marzo 2020

Ikigami, annunci di morte

Viviamo in un periodo strano, uno di quei periodi che mai avremmo immaginato potessero realizzarsi. Costretti agli arresti domiciliari da un nemico invisibile, passiamo le nostre giornate a interrogarci se quanto sta accadendo là fuori sia davvero reale o se, al contrario, sia frutto della nostra immaginazione, o peggio il risultato di un qualche complotto ordito ai nostri danni da improbabili burattinai di regime. Qualunque sia la verità, per la prima volta nel corso della nostra esistenza siamo costretti in massa a fare qualcosa che non vogliamo fare. Tutto ciò non è nemmeno lontanamente paragonabile a ciò che i nostri nonni vissero ottant'anni fa, quando fuori dalle porte di casa fioccavano le bombe, anziché dei semplici starnuti, ma il clima di incertezza è probabilmente identico. Finirà? Non finirà? Quel che è certo è che ce ne stiamo chiusi in casa e, tra un'attività e l'altra, abbiamo la possibilità di recuperare letture che probabilmente sarebbero rimaste per chissà quanto tempo ad accumular polvere sugli scaffali. Molti di noi lavorano da casa, questo è vero, e la maggior parte del tempo i soliti impegni continuano a essere prioritari, ma l'innegabile vantaggio è che siamo riusciti a tagliare i tempi morti dei trasferimenti, che nel mio caso incidono parecchio.  

martedì 14 giugno 2016

The Obsidian Golem



Mosso dall'esigenza di raccontare una storia, a cui ho potuto assistere a seguito dei miei viaggi nello spazio/tempo, vi offro un'epopea che narra di un essere che ha il fardello di esistere per portare a compimento una missione: il Golem di Ossidiana. Del suo lungo e impervio viaggio, tra sentimenti apparentemente dimenticati, tra valori per i quali ci si giocherebbe l'esistenza, tra le speranze e le relative conseguenze, tra esistenze che volenti o nolenti si intrecciano tra loro, perché tutti sono... come contenitori entropici che collidono evitandosi. Il mio unico fine è di lasciarvi un'esperienza quanto più possibile immersiva. Ho assistito a questa vicenda nascosto nei riverberi più oscuri e ho deciso di riproporvela attraverso l'occhio di OG, mostrandovela, negli "atti" più salienti. Abbandonate ogni illusione e siate consapevolmente contenitori entropici. Non racconto per rispondere alle vostre domande, ma per farvi vivere in un'estetica anomala i contenuti che da sempre vi appartengono. Il loro spazio/tempo, invece non vi appartiene. 

sabato 6 febbraio 2016

U.D.W.F.G. 3

Quasi un anno è passato dal precedente articolo e, non senza un piccolo imbarazzo, giungo a questo terzo appuntamento con U.D.W.F.G. con oltre nove mesi di ritardo sull’uscita del volume che dà il titolo a questo post. Stiamo parlando della graphic novel ammiraglia della casa editrice Hollow Press che, come avrete intuito leggendo il mio post di pochi giorni fa, punta essenzialmente su opere di grande qualità a discapito della frequenza di pubblicazione.
Una scelta, quest’ultima, un po’ controcorrente, ma di cui i cultori di questo genere di opere d’arte (perché di arte in fondo si tratta) non potranno che essere lieti.
Personalmente non avevo mai osato avvicinarmi a questo ambiente sino ad un paio di anni fa ma poi, incuriosito dall’accurata ed entusiastica descrizione che Michele Nitri ne fece nel corso di un’intervista ospitata proprio qui su Obsidian Mirror, ho iniziato a muovere i miei primi passi in questa direzione. 
Sono naturalmente molto lontano dal potermi definire un esperto e, diciamola pure tutta, sono anche ben distante dal poter essere considerato “uno che ne capisce”. Per il momento sono solo uno che prova a fare del suo meglio e questo terzo articolo su U.D.W.F.G. è la prova di quanto ciò sia difficile. A beneficio di chi si fosse perso quei miei due vecchi post in cui parlavo della prima e della seconda uscita dell’opera U.D.W.F.G. (che per la cronaca è l’acronimo di Under Dark Weird Fantasy Ground), cercherò di proporre qui di seguito una breve sintesi.

martedì 2 febbraio 2016

Largemouths

Gli albori. Una terra incontaminata dalle ampie foreste, le valli ventose e le alte montagne dove la vita nelle sue molte forme – mitologiche e proto-umane - si agita. Ma le atmosfere bucoliche, romantiche non potrebbero essere più distanti. Se della natura avete o amate una visione pastorale, decisamente quest'opera non fa per voi: qui la natura non è altro che lo sfondo di una perenne lotta per il predominio che non ha vincitori, perché la morte dell'avversario, o della preda, ripiomba, ancora e ancora, nella più totale solitudine, e la fame è un desiderio eterno che non si può saziare. 
In “Largemouths” il mondo è dominato dai giganti. Fra questi, i più colossali sono i Largemouths, o Grandgousier, ispirati per l'aspetto al Saturno goyano e per il nome al capostipite della famiglia rabelaiana. 
Che “Saturno che divora i suoi figli” di Francisco Goya sia il principale riferimento visivo appare immediatamente chiaro anche a chi non abbia letto la prefazione del volume che, fra l'altro, è firmata da una nostra vecchia conoscenza, Miguel Angel Martin: la fisionomia, la larga bocca dai denti aguzzi e soprattutto lo sguardo folle sono i medesimi. Dalla pentalogia di Gargantua e Pantagruel di François Rabelais l'autore prende invece a prestito il nome Grandgousier, gigante, re del paese d'Utopia e padre di Gargantua. Ma il Grandgousier di Delmas, a scanso di equivoci, non è affatto un personaggio comico. Solo e senza meta apparente, vaga sulla terra in preda ad appetiti inestinguibili, la voracità con cui si getta sulle femmine che incontra o con cui fagocita tutto ciò che si muove mostra il riflesso di un animo lacero e tormentato. In questo senso, quel fallo eretto che lo caratterizza, generosamente mostrato nelle tavole, più che simbolo di vigore sessuale sembra un grosso punto interrogativo.

venerdì 17 luglio 2015

Imomushi, storia di un bruco (Pt.2)

Il tema sessuale, così importante nonostante sia appena accennato nel racconto di Ranpo Edogawa, è reso benissimo nelle tavole del mangaka di culto Suehiro Maruo (autore anche de “Il vampiro che ride”, di “Midori. La ragazza delle camelie”, eccetera): quelle al limite del pornografico che mostrano l’intimità tra marito e moglie (che nell’edizione italiana si è tentato di censurare, senza troppa convinzione, con una sorta di alone che dovrebbe coprire i dettagli anatomici più espliciti), e quelle sottilmente erotiche in cui Tokiko sogna che il suo corpo sovreccitato venga tormentato da miriadi di insetti. La graphic novel di Maruo fu pubblicata in Giappone a puntate nel 2009, e proposta in italiano nel 2012 dalla Coconino Press con il titolo “Il bruco”. 
Nell’opera l’autore riesce nella non facile impresa di dare vita ai sentimenti dei due protagonisti principalmente con il disegno, con tratti che sottolineano le pieghe della bocca, l’espressione degli occhi e la curvatura delle spalle, per esempio, un linguaggio del corpo che dice più di mille parole; e questo non solo perché un dialogo verbale tra marito e moglie non è evidentemente più possibile, ma come emblema della scarsa intimità rimasta (o mai esistita) fra i due. Il risultato è spesso una miscela di poesia e grottesco, sia per il contrasto tra la bellezza e il dettaglio delle tavole e ciò che viene rappresentato, sia perché guardandole non si può fare a meno di guardarsi anche dentro per capire le cause del proprio disagio – perché è indubbio che un disagio lo si avverte. Se certe pratiche tra marito e moglie sono la prassi e la normalità nell’ambito sessuale è soggettiva, cos’è che turba tanto? Non sarà che, intimamente, tendiamo a percepire il sesso come appannaggio delle persone “normali”, di corpi perfetti, o perlomeno sani e… interi?

lunedì 13 luglio 2015

Imomushi, storia di un bruco (Pt.1)

Uscire dai soliti schemi, sfruttare di ogni storia un potenziale che non sia quello più ovvio e immediato sono tutte caratteristiche note di Ranpo Edogawa e forse anche per questo, a cent’anni di distanza, la curiosità per le sue opere è ancora molto viva. Bizzarre e morbose, intrise di violenza quasi sempre psicologica, si prestano tutte molto bene a un certo tipo di cinema. Inutile dire che tutto questo per me è esaltante, perché significa poter esplorare diverse sfumature di queste storie incluse quelle che io da solo, forse, mai saprei cogliere o concepire. È ciò che accade sempre quando si traspone un libro al cinema, lo so, perché per quanto un significato possa sembrare del tutto universale viene sempre filtrato attraverso le nostre soggettività, e perché chi dà forma ai pensieri e alle ossessioni altrui rischia anche di riplasmarli, sostituendoli con i suoi.
Con Edogawa si va anche oltre, perché le sue non sono storie per tutti, e quando allo sguardo atipico dello scrittore si somma lo sguardo altrettanto atipico del regista di turno il risultato non può che essere qualcosa di davvero insolito. Nel bene e nel male. “Imomushi” (芋虫 , in italiano "Il bruco") ha ispirato non solo un film di Koji Wakamatsu, ma anche una graphic novel di Suehiro Maruo, che però sono tanto diversi nello svolgimento e negli intenti da poter essere considerati a tutti gli effetti due storie distinte. Il vero punto in comune, incipit a parte, è che entrambi propongono una riflessione sull'animo umano che vira nel pessimismo più nero.

domenica 10 maggio 2015

Industrial Revolution & World War

Vi ricordate della pubblicazione UDWFG? Quella graphic novel di cui avevamo parlato qui e qui? Ebbene, la casa editrice Hollow Press, responsabile di quelle incredibili tavole, ritorna in questo 2015 con un progetto di più ampio respiro, allargando decisamente i propri orizzonti e andando a recuperare per il pubblico italiano grandi autori finora sconosciuti (o semi sconosciuti) nel nostro paese. Ciò che vi presento oggi di quel progetto è la pietra angolare, il primo tassello di una serie di proposte che, mi auguro, possano sorprendere tutti gli amanti del weird. Non è una novità assoluta, questo Shintaro Kago, in quanto una sua opera era già sbarcata in Italia in occasione del Lucca Comics 2014 dove, tra l’altro, fu premiata con il Gran Guinigi per il miglior "racconto breve”. Quell’opera si intitolava “Uno scontro accidentale sulla strada per andare a scuola può portare a un bacio?” e io personalmente non l'ho ancora letta, ma penso di farlo. Se quel titolo vi dice qualcosa, forse è perché un paio di miei vicini di blog ne hanno parlato di recente in una video recensione (in realtà, più che recensirla l’hanno fatta a pezzi, ma pazienza, ognuno ovviamente ha diritto alla propria opinione). 
Eppure c’è più di una ragione per andare alla (ri)scoperta di questo autore giapponese che tanto successo ha ottenuto nel suo paese di origine, pubblicando centinaia di tavole per riviste specializzate (solitamente riservate ad un pubblico adulto) che possiamo inquadrare tra il bizzarro, l’erotico, il grottesco e il nonsense. È sufficiente una rapida ricerca per immagini su Google per capire ciò di cui sto parlando: immagini decisamente forti, adatte a pochi stomaci preparati, quali per esempio l’artwork “Harakiri Girls” dove l’artista ci mostra dettagli di studentesse orrendamente mutilate.

lunedì 2 febbraio 2015

U.D.W.F.G. 2

A sei mesi di distanza dal precedente articolo, la sigla U.D.W.F.G. ritorna protagonista qui su The Obsidian Mirror con un nuovo entusiasmante capitolo. Ancora una volta il mio amico Michele Nitri, che conobbi tempo fa discorrendo di “Yellow Mythos”, mi ha piacevolmente sorpreso, non solo mandando puntualmente alle stampe il secondo volume della sua creatura, ma anche riuscendo a mantenerne altissimo il livello dal punto di vista della qualità dei contenuti. Innanzitutto sappiate che l’uscita di questo secondo volume risale ormai a diversi mesi fa, ma la mia proverbiale lentezza e pigrizia hanno fatto sì che ci mettessi molto più tempo del dovuto a buttare giù queste righe. A beneficio di chi si fosse perso quel mio vecchio post in cui parlammo della prima uscita di U.D.W.F.G. (che per la cronaca è l’acronimo di Under Dark Weird Fantasy Ground), cercherò di fare qui di seguito una breve sintesi.
Come già detto la volta scorsa, U.D.W.F.G. è un bizzarro contenitore che, come si può facilmente intuire, intende raccogliere e proporre tutto ciò che appartiene al lato underground del Dark, del Weird e del Fantasy. Qualcuno potrebbe considerarlo un fumetto, qualcun altro una graphic novel, qualcun altro ancora potrebbe arrivare ad innalzarlo allo stato di arte. A prescindere da come possa venire catalogato (alla fine, in fondo, tutto quello che diciamo è opinabile), dietro U.D.W.F.G. c’è un progetto vastissimo (e, di questi tempi, coraggiosissimo) la cui materializzazione è un’autoproduzione a tiratura semestrale contenente le opere di cinque nomi di rilievo nell’arte grafica: l’americano Mat Brinkman, già appartenente alla prima guardia del fumetto indipendente americano e cofondatore della scuola/collettivo Fort Thunder; Miguel Angel Martin, spagnolo, pluripremiato fumettista con alle spalle anche alcune esperienze di scrittura per il cinema; il giapponese Tetsunori Tawaraya, musicista e disegnatore, apparso su numerose fanzine in tutti gli angoli del mondo; gli italiani Ratigher, apprezzatissimo autore di Trama (definito uno dei migliori fumetti italiani del 2011) e in odor di Dylan Dog, e Paolo Massagli, autore di O.Z. (sua personalissima versione dell’omonimo racconto di Frank Baum) e disegnatore di Neromantico (graphic novel a tinte horror sull’immortale rapporto tra Eros e Thanatos).

venerdì 1 agosto 2014

Parlando di fumetti underground

Come avevo preannunciato qui sul blog solo qualche giorno fa, è venuto a sedersi nel salotto di Obsidian Mirror l'ideatore del progetto U.D.W.F.G., nonché padre della Hollow Press, una piccola realtà sorta con il fine di diffondere, in questo mondo affamato di nuovi spazi underground, un piccolo sprazzo di cultura alternativa. Il suo nome è Michele Nitri, il quale, come senz’altro noterete leggendo l’intervista riportata qui di seguito, si è dimostrato una persona brillante e intelligente, cosa non da poco, ben lieto di affrontare le domande non facili che avevo in serbo per lui.
Oggi parleremo di fumetti, gente, nel caso non si fosse ancora capito. Ma soprattutto, grazie a Michele, andremo a tuffarci in un mondo incredibile, popolato da grandi artisti e da appassionati disposti a lasciare giù centinaia di euro per poter accapparrarsi un loro cimelio.
Ma bando alle ciance. Vi lascio senza altro indugio all’intervista perché ciò che ha da raccontarci Michele è mille volte più interessante di qualsiasi mia introduzione.

martedì 29 luglio 2014

U.D.W.F.G.

E fu così che il caso ha portato a bussare alla porta del mio blog un nuovo amico, Michele Nitri, che incuriosito dalla mia serie di post incentrati sulla mitologia “in giallo” mi ha inviato un paio di email di richiesta chiarimenti, email che naturalmente includevano la fatidica domanda su quali siano state le mie fonti. Parlando di “Yellow Mythos”, me ne sono reso conto solo durante il nostro scambio epistolare, ho sempre accennato vagamente ai racconti e agli autori oggetto dei vari post, ma evidentemente non ho mai affrontato la questione da un punto di vista più generale. Lo farò presto, promesso, ma non oggi. 
Non sono infatti gli “Yellow Mythos” ciò di cui volevo parlare oggi. Probabilmente lo avevate già intuito, no? L’argomento di oggi è proprio Michele Nitri, mente pensante della Hollow Press, una piccola realtà sorta con il fine di diffondere, in questo mondo affamato di nuovi spazi underground, un piccolo sprazzo di cultura alternativa. È nata così la scorsa primavera una… ehm… fanzine (si può dire così?) di periodicità semestrale, dal titolo tutt’altro che intuitivo di U.D.W.F.G.
U.D.W.F.G. (l’ho capito solo dopo) è un acronimo che sta per “Under Dark Weird Fantasy Ground”, che intende raccogliere appunto il lato underground di generi (già di per sé abbastanza undergound) quali il Dark, il Weird e il Fantasy. Tutto chiaro, no?
Ma dietro U.D.W.F.G. c’è un progetto ben più vasto il cui frutto più importante è sicuramente un ‘autoproduzione a tiratura semestrale che contiene opere di cinque nomi di rilievo: l’americano Mat Brinkman, già appartenente alla prima guardia del fumetto indipendente americano e cofondatore della scuola/collettivo Fort Thunder; Miguel Angel Martin, spagnolo, pluripremiato fumettista con alle spalle anche alcune esperienze di scrittura per il cinema; il giapponese Tetsunori Tawaraya, musicista e disegnatore, apparso su numerose fanzine in tutti gli angoli del mondo; gli italiani Ratigher, apprezzatissimo autore di Trama (definito uno dei migliori fumetti italiani del 2011) e in odor di Dylan Dog, e Paolo Massagli, autore di O.Z. (sua personalissima versione dell’omonimo racconto di Frank Baum) e disegnatore di Neromantico (graphic novel a tinte horror sull’immortale rapporto tra Eros e Thanatos).

giovedì 17 ottobre 2013

Il mondo secondo Go Nagai (Pt.3)

Voi che per la vostra natura miserabile... per il vostro aspetto... voi che per vostro cuore malvagio siete disprezzati dagli dei! Voi che scacciati dagli umani siete stati relegati alle loro leggende! (Shutendoji, vol. 2).
Quanto a Shutendoji, c'è più di un dubbio che si trattasse effettivamente di un oni. La leggenda, nata attorno al XIII secolo, narra che egli nacque presso una famiglia di contadini nell'Echigo. Quando nacque già camminava e dimostrava diversi anni di età. I suoi genitori, spaventati dal suo aspetto, lo affidarono ad un monastero, ma uno dei monaci, che era malvagio, gli insegnò la magia nera e lo iniziò alla vita criminale. In effetti le cronache riportano che nella zona di Kyoto sia vissuto un giovane monaco di circa 12-13 anni di età che avrebbe lasciato la vita monacale per darsi alla dissolutezza dopo aver sterminato tutti i suoi compagni. Che in realtà fosse lui il famoso Shutendoji? Questo spiegherebbe anche il mistero del nome Shutendoji, che si può tradurre come “l'oni bevitore di vino”.
Quando attorno al 988 una tromba d'aria colpì Kyoto, un indovino che disse la causa era una presenza malvagia nelle vicinanze della città. Fu così che un giorno l'imperatore inviò in città una spedizione guidata da Yorimitsu, un famoso militare del clan Minamoto, per uccidere Shutendoji. Yorimitsu decise di usare l'astuzia e, anziché cercare di piegare il suo nemico con la forza, travestito da montanaro riuscì a penetrare nel suo covo e a servirgli un vino particolare in grado di far ubriacare gli oni; non appena Shutendoji si addormentò, Yorimitsu gli tagliò la testa. E tutti vissero felici e contenti.

domenica 13 ottobre 2013

Il mondo secondo Go Nagai (Pt.2)

In “Devilman”, il manga, si racconta che Satana e i suoi demoni siano stati i primi abitatori della Terra. Fin dai tempi del Mesozoico, in una realtà dove solo i più forti riuscivano a sopravvivere, questi esseri proteiformi acquisirono la capacità di fondersi con altri corpi, sia esseri viventi che oggetti inanimati, al fine di divenire più forti... e più si fondevano, più il loro aspetto e i loro poteri diventavano spaventosi. Con l'arrivo dell'era delle glaciazioni i demoni, come i dinosauri, scomparvero, senza però estinguersi. 
La vera storia dei demoni sarebbe stata tramandata da Dante Alighieri nella Divina Commedia: nel fondo dell'inferno Dante vede il Diavolo intrappolato tra i ghiacci… Dopo una lunghissima ibernazione, i demoni intrappolati dove il ghiaccio s'è disciolto tornarono in vita, generando le leggende sul diavolo... attendendo nell'ombra che quelli tra loro (la maggior parte) ancora intrappolati nel ghiaccio, ai Poli, tornino anch'essi alla vita, in modo da rimettere insieme le schiere demoniache e impadronirsi del mondo, sterminando l'intera razza umana. 
Per sopravvivere nel nuovo mondo, gli uomini saranno costretti a diventare essi stessi dei demoni. Ryo Asuka, il figlio di un archeologo che per primo ha scoperto la verità e ha tentato la fusione con un demone, decide di combattere per difendere il nostro mondo: suo padre, nell'accorgersi che dopo la fusione stava perdendo del tutto la propria umanità, decide di togliersi la vita, e proprio per questo Ryo si convince che l'unica possibilità di contrastare l'avanzata dei demoni è trovare un uomo che possa impossessarsi dei poteri di un demone rimanendo umano, un individuo dall'animo puro e una forza di volontà tale da soverchiare quella del demone. 

martedì 8 ottobre 2013

Il mondo secondo Go Nagai (Pt.1)

C'è qualcosa che mette d'accordo tutti, occidentali e orientali, una sorta di moderno ponte virtuale tra culture lontanissime e per certi versi agli antipodi. Quel qualcosa sono i manga. Non che i manga siano l’unica forma di fumetto esistente, o la più antica, ma il modo in cui, pur mantenendo la propria autonomia rispetto ad altre forme d’arte, ne ricevono e vi apportano influenza in un rimando di reciproche citazioni, è un fenomeno più unico che raro. Se della cultura giapponese sono un elemento essenziale, tanto da rappresentare, come ho letto da qualche parte, circa il 40% del mercato editoriale, anche in quella del resto del mondo hanno assunto man mano sempre maggiore importanza. Non dimentichiamo che generalmente è dai fumetti che nascono i cartoni animati: spesso contestati, sono comunque, nel bene e nel male, il primissimo approccio dei bambini con la televisione.

venerdì 12 aprile 2013

Suicide Mouse

Topolino. Chi di noi da bambino non ha mai sfogliato un albo di Topolino? Tutti, vero? Sono pronto a scommettere che ognuno di noi ha imparato a leggere iniziando proprio dalle coloratissime vignette con le avventure dei personaggi di Walt Disney. Che belli! E che ricordi! Ancora oggi conservo gelosamente alcuni di quei giornalini, quelli che mi erano piaciuti di più, quelli che mi hanno accompagnato negli anni della crescita e che non potrei mai dimenticare. Non ho idea di come sia Topolino oggi, ma per chi come me era un bambino negli anni Settanta del secolo scorso, Topolino era qualcosa di ineguagliabile. Ricordo le sue avventure su altri mondi, le sue indagini a supporto del maldestro commissario Basettoni, la terrificante minaccia di Macchia Nera e quella, tutt’altro che terrificante, dei poveri Bassotti. E poi c’erano Pippo, Pluto, Minnie e mille altri. Ricordo anche che mi divertivo a ritagliare le immagini dei personaggi di Walt Disney e, stringendo a me il mio tubetto di colla preferito (il mitico Vinavil), mi aggiravo per casa appiccicando figurine dappertutto, sui mobili, sul frigorifero, il tutto con buona pace di mia madre, da tempo rassegnata alle mie scorribande creative. E poi c’erano i punti del Club di Topolino, che non ho mai capito a cosa servissero ma li ritagliavo e li conservavo in una busta da lettere. Armato di forbici e colla ho fatto a pezzi decine di giornalini e, ripensandoci adesso, è un vero peccato. Ho perduto per sempre chissà quante meraviglie.

lunedì 29 ottobre 2012

Parasite Eve

“Il maschio è un incidente, la donna sarebbe stata sufficiente.” (Rémy de Gourmont) - Ho sempre amato la biologia. Per me non è una serie di nozioni aride e spesso noiose, ma il mondo delle possibilità, la terra delle scoperte, paradiso e inferno insieme. Talvolta mi chiedo se a qualche livello primordiale le nostre cellule non siano consapevoli del macrocosmo che le contiene (il corpo umano), e se l’umanità non sia altro che una cellula del macrocosmo pianeta terra, il pianeta terra una cellula del nostro universo, e infine se l’universo stesso non sia una cellula del corpo di un qualche Dio di questa dimensione e così via…
Quando guardo un cielo stellato, spesso è in questi pensieri che mi perdo, ma c’è davvero da diventare matti… Meglio allora concentrarsi su qualcosa su cui c’è almeno qualche possibilità di osservazione, ovvero il microcosmo cellulare. Non essendo io uno scienziato, ovviamente il mio approccio alla materia non sarà scientifico; stavolta ho scelto quello del lettore di fumetti giapponesi, anche se un po’ inconsueto. Perché inconsueto? Perché se si parla di fumetti ci si aspetterebbe anche delle valutazioni tecniche, che però io non farò perché non mi interessa farne e perché non è la mia materia… Dei fumetti mi interessano principalmente gli argomenti e il modo in cui vengono sviluppati, se poi accanto a ciò c’è anche un bel disegno - bello secondo i miei canoni - meglio, altrimenti non ne faccio un cruccio. Mi fa molto più piacere leggere una bella storia, anche se non è disegnata in maniera eccelsa, piuttosto che il contrario.

giovedì 26 luglio 2012

Uzumaki: il potere della spirale

Curioso esperimento “Uzumaki”: film dell’orrore con brevi momenti-commedia, siparietti che “solo in un film giapponese”, che trovo a tratti fuori luogo ma che tuttavia, stranamente, non impediscono alla trama di divenire inquietante al momento opportuno. Finale irrisolto, non mi ha soddisfatto. Il film comunque merita una visione, se non altro perché ha una trama molto originale e in molti sensi, direi, visionaria.
Il merito però non è del regista Higuchinsky (giapponese, ma originario dell'Ucraina), poiché il film altro non è che la trasposizione cinematografica dell’omonimo manga di Junji Ito (伊藤潤二 Ito Junji) . Solo il finale è diverso, perché quando il film uscì, nel 2000, il fumetto era ancora in corso di pubblicazione.
Uzumaki racconta della cittadina di Kurouzu i cui abitanti a poco a poco divengono preda di quella che ha tutte le caratteristiche di una vera e propria possessione, anche se molto anomala, e finiscono per suicidarsi o comunque per perire in modi orribili per colpa della spirale. Dapprincipio, la cosa si manifesta con un improvviso, morboso interesse delle persone verso qualsiasi oggetto abbia una forma a spirale, ma ben presto degenera nell’insopprimibile desiderio di divenire essi stessi una spirale, plasmando i propri corpi di conseguenza ove la trasformazione non avviene naturalmente, e di rendere il mondo intero e il genere umano una spirale.

mercoledì 26 ottobre 2011

Kakashi

Kakashi nasce dalla fantasia di Ito Junji (伊藤潤二), uno dei più famosi autori di manga-horror giapponesi, divenuto precocemente famoso grazie alla sua opera prima, un'agghiacciante racconto intitolato  Tomie (富江), divenuto poi cult e saga di successo ispirando addirittura otto film. "La peculiarità della narrazione di Ito Junji è di mostrare eventi imprevedibili e sconcertanti che scaturiscono da situazioni normali e 'deviazioni' che si manifestano in forme inconcepibili e traumatizzanti. Ogni tentativo di dare un senso a tali eventi non fa che accelerare il passo dell'incauto razioncinatore verso la follia" (Citazione tratta dalla biografia dell'autore nel volume di Tomie - Hazard Edizioni).
Il manga è divenuto ben presto (nello stesso anno della sua realizzazione, il 2001) anche un film, diretto da Norio Tsuruta (鶴田法男),  lo stesso regista del visionario Premonition (予言, Yogen) e del superfluo Ring 0: Birthday (リング0 バースデイ Ringu 0: Bāsudei).

La storia ha il grosso merito di introdurci la leggenda del Kakashi che altro non è se non lo spaventapasseri, queste strane e bizzarre figure a braccia aperte, vestite di vecchi abiti dismessi, che piazzate in mezzo alle coltivazioni, avevano un tempo il compito di spaventare non tanto gli innocenti passeri, quanto i corvi (come rende meglio il termine inglese Scarecrow). Erano, quindi, l’evidente testimonianza della lotto dell’uomo contro i pericoli della natura rispetto al bene più prezioso di cui disponeva per assicurare il sostentamento della famiglia. Gli spaventapasseri hanno ispirato nei secoli fiabe, miti e leggende, non limitandosi quindi al loro compito anti-volatili, bensì rappresentando un potente amuleto contro gli spiriti e le forze del male.
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