Sono appena riemerso dalla lettura di “L’urlo” (The Shout) (sono almeno alla quinta o sesta in una decina
d’anni: è un testo molto breve) come si riaffiora dopo un’immersione prolungata, o come una foglia che
ripiombi a terra dopo essere stata a lungo in balia del vento. E già le mie dita cercano la tastiera, perché
voglio fissare le mie impressioni prima che svaniscano, frastornato da quello che forse è poco più che un
gioco letterario e tuttavia è pieno di suggestioni, e che mescola il sogno e l’inconscio, ma anche immagini,
oggetti e parole ricorrenti.
L’Autore di questo racconto, Robert Graves (ovvero Robert von Ranke Graves, 1895 – 1985), professore
e poeta inglese, fu anche un apprezzato saggista e un romanziere. Alla sua attività di saggista ho già
accennato in passato (per esempio, qui e qui), e certo ne
avrei parlato ancora, se una certa serie di post non si fosse arenata nelle sabbie mobili della mia mancanza
di tempo e d’ispirazione; stavolta mi dedico invece a una sua opera di narrativa (che è anche l’unica
incursione nel fantastico di una carriera in prosa che conta quasi solo romanzi storici), e alla trasposizione
per il cinema che ne è stata tratta.
