Erano i capei d’oro a l’aura sparsi che ’n mille dolci nodi gli avolgea, e ’l vago lume oltra misura ardea di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi; e ’l viso di pietosi color’ farsi, non so se vero o falso, mi parea: i’ che l’esca amorosa al petto avea, qual meraviglia se di sùbito arsi? (Francesco Petrarca, Il canzoniere)
Erano anni ormai che intendevo cimentarmi con la lettura di Patrick McGrath, autore britannico che conoscevo per una manciata di racconti, uno dei quali recensito con entusiasmo anche qui sul blog secoli addietro.
L’impresa di recuperare McGrath non era tra le più difficili, visto che nella mia polverosa libreria sono già presenti quasi tutti suoi titoli, già letti a apprezzati da mia moglie nel corso degli anni.
Volendo iniziare ad affrontarne la corposa bibliografia, mi è quindi bastato chiedere consiglio alla mia preziosa "dolce metà".
Da dove iniziare? La risposta, arrivata di getto nel giro di tre secondi, è stata “Dr. Haggard's Disease”, ovvero “Il morbo di Haggard” come è stato tradotto da Adelphi nel 1999, pochi anni dopo la sua prima pubblicazione inglese.
Di Adelphi, per la cronaca, ne ho contate almeno sei diverse edizioni, chiaro sintomo dell’enorme successo di vendite che quest’opera ha raccolto in questi ultimi vent’anni.

