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venerdì 30 maggio 2025

Mystics in Bali: tra mito e frattaglie volanti

Sono passati quasi dieci anni dallo speciale thailandese “Bangkok Haunted” e ancora sono convinto si tratti di una delle cose migliori che abbia mai pubblicato qui sul blog. E non parlo di scrittura (non ho mai pensato di scrivere particolarmente bene), ma del fatto che credo di aver tratto il massimo dal poco materiale cinematografico a mia disposizione (come scrissi allora, “il cinema tailandese è molto restio a rivelarsi per intero.”). 
All’epoca avrei voluto proseguire nell’esplorazione del cinema folk horror del sudest asiatico, ma avevo sempre altro da fare e, semplicemente, la cosa mi è passata di mente, riaffiorando solo nei momenti meno opportuni. Faccio ammenda con questo timido tentativo, partendo da un film indonesiano che omaggia la figura che all’epoca più di tutte aveva colpito la mia immaginazione: Leyak/Leak, detta anche Palasik o Kuyang (il nome varia nei tre principali gruppi etnici del paese e anche la grafia a volte cambia, benché l’indonesiano usi in gran parte l’alfabeto latino). Leyak altro non è che l’equivalente della thailandese Krasue, un essere che si presenta sotto forma di una testa femminile con appese delle interiora sanguinanti che vaga di notte alla perenne ricerca di donne incinte per succhiare il sangue dei feti o dei neonati (vedi qui). Queste premesse sul folklore sono necessarie, altrimenti lo spettatore che fosse del tutto a digiuno di questi temi rimarrebbe spiazzato e finirebbe per capire ben poco di quello che sta guardando. 

lunedì 27 febbraio 2023

The Goat Man: la storia di un film perduto o forse mai esistito

Questo che oggi sto scrivendo è un post strano. Strano, ma non nel senso di anomalo, visto che altre volte mi sono trovato a indagare su faccende strane e misteriose; questo post è strano nel senso che tutto ciò che vi ruota attorno è strano, a partire dalla sua genesi. Oggi parliamo di un film, o per meglio dire di un film che dovrebbe essere tale ma che forse nemmeno lo è. Confusi? Anch'io, ed è per questo che ho bisogno di scriverne: magari riesco anch'io a chiarirmi le idee.

venerdì 8 aprile 2022

Ascensore per l'altrove

Erano ormai diversi anni che riflettevo su questo post, praticamente dai tempi del famoso video di sorveglianza che immortalò, proprio all'interno di un ascensore, le ultime ore di vita di Elisa Lam. L'ascensore, tra l'altro, è uno di quegli ambienti che personalmente mi hanno sempre inquietato, al punto che secoli fa, agli albori del blog, produssi un breve racconto che in seguito finì pubblicato su un'antologia a tema di cui da tempo ho perso le tracce. Questa, comunque, è un'altra storia. 
L'ascensore quindi, al pari di numerose altre location quali cantine, soffitte e case abbandonate, è uno di quei posti nei quali, specialmente da ragazzini, spesso ci si avventura con il preciso proposito di ottenere qualche brivido gratuito, senza correre troppi rischi e senza dare troppo fastidio agli altri. Non è un caso che l'ascensore sia stato talvolta anche protagonista di riuscitissimi film horror. Senza dilungarmi troppo, vorrei stavolta citare solo il più classico, ovvero "L'ascensore" (De Lift, 1983) del regista olandese Dick Maas, che, da buon appassionato, vidi al cinema ai tempi della sua uscita.

venerdì 16 luglio 2021

The Elvis Room

Se c'è un luogo dove la paura sta di casa, quello è quasi certamente un hotel. Ne sono la prova i numerosi film e romanzi ambientati nelle stanze di grandi alberghi pluristellati, nei lunghi e stranianti corridoi tutti uguali, nelle ampie hall che fungono da disimpegno tra il mondo reale e un mondo "asettico", pieno di comodità e servizi assolutamente inutili e buono solo per trascorrevi poche ore la notte, spesso quando si è talmente stanchi da non aver la forza di leggere nemmeno due pagine di un libro prima di spegnere la luce. 
A causa del mio lavoro giro abbastanza spesso per quel tipo di alberghi. O almeno lo facevo prima che viaggiare diventasse, come lo è ultimamente, un problema. Non che mi stia lamentando, anzi: non ho mai amato più di tanto trascinare queste mie quattro vecchie ossa in giro per il mondo, specialmente da solo. Non mi piacciono le lunghe attese negli aeroporti, non mi piace essere costretto a correre per non perdere una coincidenza, e non mi piace dormire negli alberghi. Ammetto di non essermi mai trovato veramente a mio agio in quei luoghi, tutti così noiosamente identici a prescindere dal paese in cui ci si trova. Luoghi che paiono anticamere dell'Inferno, in cui regna indisturbata la solitudine.

giovedì 25 marzo 2021

Hellebore: ricordo di antichi terrori

The Yuletide Special
Ultimamente, vagando senza una precisa meta per siti e blog stranieri, mi capita di incappare in cose davvero interessanti. C'è un intero mondo là oltre i nostri confini, come sapete, e spesso è solo la pigrizia che ci trattiene all'interno delle mura domestiche. Fortunatamente l'ostacolo della lingua inglese è perfettamente sormontabile, e ciò mi consente di spaziare alla grande nel world wide web (altre lingue non ne conosco, ma me ne faccio una ragione) così come spazio tra siti e blog italiani. Il vero problema è la vastità del mondo: pensare di poter seguire migliaia di siti o blog, quando faccio fatica a seguire con costanza quei quattro o cinque connazionali, mi mette l'ansia. Per fortuna non si tratta di un lavoro, e ciò mi permette di uscire dal mio giardino solo quando ne ho voglia e quando mi ricordo. Ed è stato proprio in una delle mie ultime peregrinazioni che sono incappato sul sito di questa "casa editrice" indipendente specializzata nell'horror popolare britannico. Il virgolettato su "casa editrice" è quasi d'obbligo, visto che non ci sono veri indizi che lo sia davvero. Il sito è piuttosto minimale e lascerebbe pensare più che altro a dei fanzinari. In effetti, la loro proposta è un magazine a periodicità variabile il cui tratto distintivo è un forte interesse per uno specifico argomento; realizzata in pratica da appassionati per altri appassionati.

domenica 7 marzo 2021

Teke Teke

Un anno dopo il lungo speciale su Botan Dōrō, la lanterna delle peonie, torna sulle pagine virtuali di Obsidian Mirror un nuovo appuntamento con la classicissima rubrica Hyakumonogatari Kaidankai (百物語怪談会), ovvero “Cento storie del mistero”, progetto ormai di lunga data che si prefigge l'obiettivo di pubblicare una serie di cento articoli dedicati al sovrannaturale della tradizione giapponese.
Si potrebbe opinare, e immagino che qualcuno lo farà, sulla reale opportunità di inserire quella che è a tutti gli effetti una leggenda urbana in una serie come questa, ma considerato che il Teke Teke (テケテケ) è un personaggio che ha raggiunto livelli di notorietà tali da apparire ormai destinato alla memoria perpetua, mi sono detto "perché no?". In fondo, il Teke Teke non è meno creepy di quanto non possa esserlo un qualunque yōkai della millenaria tradizione giapponese e, per inciso, il suo aspetto bizzarro gli consente di reggere benissimo il confronto con uno Hyakume (百目) dai cento occhi, o con un Kasa-obake (傘おばけ), il celebre spettro a forma di ombrello. Il vantaggio, o lo svantaggio a seconda da che parte lo guardi, è che una leggenda urbana è generalmente storia recente e, in quanto tale, ha le sue buone probabilità di derivare da avvenimenti reali. In altre parole, se avete in programma un viaggio in Giappone, sarà molto più probabile imbattersi in un Teke Teke che in qualcos'altro. 

martedì 10 giugno 2014

Valhalla Rising (Pt.3)

A questo punto è giunto il momento di riepilogare cosa sappiamo di Odino. Primo, Odino è un dio che presiede alla guerra e alla caccia ma, poiché come detto sopra padroneggia i segreti delle rune, non deve sorprendere che sia associato anche alla poesia, alla magia e alla divinazione; è saggio e onnisciente e inoltre – questo è particolarmente interessante - viene considerato uno psicopompo, avrebbe cioè la funzione (propria  ad esempo di Hermes/Mercurio e di Osiride) di transitare i defunti nella residenza ultraterrena – il Valhalla, per l'appunto.  (Le analogie fra i due dei non finiscono qui, ma non voglio andare troppo fuori tema.)
Torniamo ora al nostro film. Il viaggio di One-Eye, Are e dei vichinghi, nella nebbia e tra gli stenti, ha tutte le caratteristiche della sovrannaturalità. È possibile che tutti i personaggi -  tranne, forse, Are - siano deceduti durante la traversata e che all'approdo si trovino non in un luogo reale, ma nell'aldilà. Un aldilà che ognuno di loro interpreta come può, in base all'evoluzione spirituale raggiunta in vita, un aldilà che sconcerta e spaventa: i guerrieri cristiani sono terrorizzati dall'inferno, mentre One-Eye accetta il proprio ruolo di demiurgo e si autoimmola. Wrath, ira, era una caratteristica di Odino, ed è anche il sentimento che inizialmente guida tutte le azioni di One-Eye. Il sentimento che lo tiene in vita. Poi però qualcosa cambia, e l'intravedersi di uno scopo nella sua esistenza stempera quest'ira, la annichila. Se One-Eye è Odino o una reincarnazione di Odino, allora quelle all'inizio del film sono premonizioni di qualcosa che gli accadrà poi ed ecco perché alla fine soccombe senza combattere: la lotta non ha senso perché lui non esiste più, è già morto. Al contrario di alcuni degli altri che continuano a brancolare nel buio, ne è consapevole. Intraprendendo quel viaggio ha già determinato il suo destino.

domenica 8 giugno 2014

Valhalla Rising (Pt.2)

Il film è diviso in sei capitoli che si chiamano Wrath, Silent warrior, Men of God, The Holy Land, Hell e The sacrifice dall'indubbia (soprattutto per gli ultimi tre) reminiscenza cristiana. Eppure, anche se il Valhalla viene spesso definito come l’inferno della mitologia norrena, i due concetti sono molto diversi. L’inferno cristiano è un luogo di punizione e di dolore, il Valhalla invece è la residenza ultraterrena degli einherjar (o einheriar), gli spiriti dei guerrieri morti eroicamente in battaglia, una vera e propria città nella quale essi attendono l’avvento del Ragnarök, la fine del mondo, al quale prenderanno parte schierandosi con Odino contro i suoi nemici. Perciò dire che il Valhalla corrisponde all'inferno cristiano è una forzatura, è il modo di trovare un equivalente ad un concetto familiare alla mentalità cristiana, forse un tentativo postumo (e inconscio?) di giustificare la“colonizzazione” religiosa della Scandinavia.
Già nel IX secolo la religione primigenia della Scandinavia, quella norrena, era in declino e veniva gradualmente sostituita dal cristianesimo. Sappiamo che la divinità più importante di questo pantheon era Woden, a noi noto con il nome di Odino. La leggenda narra che Odino offrì uno dei suoi occhi al gigante Mímir per poter bere dell'acqua dalla fonte che egli sorvegliava e ottenere così la saggezza e l'onniscienza. In base a quanto narrato nell'Hávamál, uno dei poemi facenti parte dell'Edda poetica, una parte consistente dell'antico Codex Regius islandese, Odino “il signore degli impiccati” restò invece crocifisso per nove giorni e nove notti all'albero cosmico:

venerdì 6 giugno 2014

Valhalla Rising (Pt.1)

In principio c'erano solo gli uomini e la natura. Gli uomini vennero portando le croci e sospinsero i pagani ai margini della terra.
Di “Valhalla Rising”, in retrospettiva, mi restano soprattutto le suggestioni visive e uditive così indissolubilmente legate agli stupendi paesaggi scozzesi che fanno da sfondo alla vicenda. Mi è successo, come poche volte in precedenza, di lasciarmi ipnotizzare da quella natura evocativa e dimenticarmi quasi del filo logico della storia, e anche di me stesso. Forse perché ci sono poche distrazioni a quel flusso di immagini così potenti, viscerali da reggere quasi interamente su di sé il peso del film. 
Uno dei motivi per i quali molte persone non hanno apprezzato “Valhalla Rising” è la quasi totale assenza di dialoghi e la cripticità di quei pochi, eppure a me, da spettatore, la scelta appare non solo logica, ma anche l'unica davvero possibile. Se io fossi un guerriero vichingo che lotta per sopravvivere in una società tribale, alla mercé di in una natura ostile, dubito che avrei molta voglia di dissertare di filosofia (o di parlare di qualsiasi altra cosa, se è per quello. Il freddo può essere un vero deterrente per la vita sociale). Perciò sì, di film come “Valhalla Rising” nel bene e nel male non se ne vedono molti, ma non sono d'accordo con chi lo giudica solo un pretenzioso esercizio di stile. La verità è che il tema scelto da Nicolas Winding Refn (regista del successivo (e un tantino sopravvalutato) “Drive”) è abbastanza insolito e i suoi sono vichinghi atipici, perciò chi si fosse aspettato un film alla “Beowulf” inevitabilmente sarà rimasto molto deluso. Le scene di lotta e d’azione sono poche e quelle poche, benché efficaci, sono sviluppate in modo lento ed onirico, un po’ come tutto il racconto, e nonostante questo “Valhalla Rising” trova un senso proprio nella battaglia, è un film su un viaggio del destino che è dall’inizio alla fine una lotta.

giovedì 6 marzo 2014

I fantasmi di Fyvie

Fyvie, Fyvie, thou’se never thrive, as lang’s there’s in thee stanis three.There’s ane intill the oldest tower, there’s ane intill the ladye’s bower,there’s one aneath the water-yett, and thir three stanes ye’se never get.

Il racconto che avete letto solo qualche giorno fa è frutto della fantasia del blogger qui presente, ma i personaggi descritti, con la sola eccezione della voce narrante, sono realmente esistiti e proprio di essi e delle loro vicende vi narrerò oggi. La leggenda alla quale mi sono ispirato è una delle più note nella contea dell’Aberdeenshire (Scozia orientale) e lo scenario in cui avvengono i fatti è il medievale castello di Fyvie, nei pressi dell’omonimo villaggio.

domenica 5 gennaio 2014

Körkarlen, il carretto fantasma

“Che possa l'uomo ricordarsi il suo nome nella Grande Dimora e che possa ricordarsi il suo nome nella Dimora del Fuoco in mezzo alla Compagnia degli Dei, la notte in cui sono contati gli anni e i mesi nella dimora che ho costruito. Io sono assiso nel grande luogo del cielo e se vi è un qualsiasi Dio che non viene dietro di me, che io pronunci il suo nome.” (Libro dei morti, Capitolo XXV, “Per dare ad un uomo la sua memoria nella Necropoli”, Papiro di Nu, British Museum No, 10,477, foglio 5).

L’ultima notte dell’anno è appena trascorsa e ancora abbiamo negli occhi i festeggiamenti: fuochi d’artificio e spumante hanno sepolto per sempre il 2013 e hanno salutato la nascita del 2014. Mi è sempre piaciuta l’idea dell’anno precedente che se ne va sotto forma di un vecchietto con la schiena curva e i capelli imbiancati, e dell’anno nuovo che arriva sotto forma di un neonato. A voi no? È forse anche per questo che una delle prime notizie che vengono date dal telegiornale di solito è proprio il nome del primo nato dopo la mezzanotte. Vediamo in quel bambino il futuro che ci aspetta e, così piccolo e innocente, non può che trasmetterci fiducia. Forse è proprio per conservare quel senso di positività che non succede il contrario. Vi siete mai chiesti infatti perché non ci viene detto anche il nome dell’ultimo morto dell’anno, di quel poveraccio che, magari solo per pochi secondi, non è riuscito a sopravvivere fino alla mezzanotte di San Silvestro? A colmare questa lacuna ci pensa il vostro Obsidian Mirror con il post odierno.

lunedì 2 dicembre 2013

Onibaba

Gli anni sessanta del secolo scorso, cinematograficamente parlando, furono anni d’oro. In un periodo relativamente breve infatti videro la luce un numero impressionante di pellicole che, ancora oggi dopo oltre mezzo secolo, pubblico e critica sono concordi nel considerare capolavori imprescindibili.  Non è assolutamente un caso quindi che, pur non essendo questo un blog cine- tematico, già molte volte in passato siano qui apparsi articoli su film realizzati proprio in quel periodo. Ho scritto spesso a proposito di gotico italiano (Mario Bava, solo per citarne uno), che qualcuno ricorderà essere un tema ricorrente nel primo anno di vita del blog, ma ho spesso scritto anche dei capolavori dei grandi maestri del cinema giapponese di quel periodo: su tutti Koji Wakamatsu, Hiroishi Teshigahara e Shoei Imamura. C’era tuttavia, a tal proposito, una lacuna che da tanto tempo sentivo il bisogno di colmare:  quella di non aver mai parlato della perla più luccicante tra le tante della mia sterminata collezione “Made in Japan”, uno dei punti fermi della mia, già più volte esternata, passione per quell’incredibile Paese.
Era il 1964 l’anno in cui lo sceneggiatore e regista Kaneto Shindo diresse “Onibaba” (“Le assassine” nella versione italiana), un film basato un racconto buddista che egli aveva appreso da bambino: la parabola della yome-odoshi-no-men (嫁おどしの面) (maschera spaventa-moglie) o niku-zuki-no-men (肉付きの面) (maschera con la carne attaccata). Ho trovato traccia di due diverse versioni di questa storia. Nella prima una madre, per impedire a sua figlia di recarsi al tempio, indossa una maschera per spaventarla. Per punizione la maschera le si incolla al viso, e allora lei prega di riuscire a togliersela: ci riesce, ma insieme alla maschera si strappa anche la carne dal viso. La seconda è la storia di una donna che, per gelosia, indossa una maschera da demone per spaventare sua nuora e impedirle di incontrare il suo amante. L’amore, però, ha la meglio sulla paura, e per punizione la maschera le si incolla permanentemente al viso.

giovedì 31 ottobre 2013

On Halloween look in the glass...

On Halloween look in the glass, your future husband’s face will pass. Olivia si era ritirata in camera sua eccitatissima quella sera. Ancora poche ore e sarebbe giunto il giorno del suo quindicesimo compleanno, il che significava davvero molto per lei. Aveva trascorso l’intera giornata ad aiutare sua madre ad intagliare zucche per la ricorrenza che cadeva, guarda caso, quella notte stessa. Eh sì, era davvero singolare che il caso avesse fatto coincidere la vigilia del suo compleanno con la notte di Halloween, una delle feste più amate dai bambini. Olivia però quell’anno non si sentiva più una bambina. Si era lasciata alle spalle tutte quelle sciocchezze, le streghe e i fantasmi, e non aveva ceduto alle insistenze delle sue amiche che, anche quell’anno, avrebbero trascorso il loro tempo bussando di porta in porta e ripetendo la solita filastrocca del “dolcetto o scherzetto”.
Ormai era grande. Una vera signorina. Quindici anni erano un traguardo che aspettava da tempo, dal giorno in cui sua madre, tanti anni prima, le aveva detto che l’età che rimpiangeva di più era quella dei suoi quindici anni. Non se lo era mai dimenticato e, anzi, da allora aveva cominciato a tenere il conto, con incredibile assiduità, dei giorni che la dividevano da quell’evento. Il conto alla rovescia era ormai quasi terminato. Da domani si sarebbe aperto un mondo nuovo per Olivia, almeno questo era quello che si augurava e su cui aveva fantasticato tanto. Sua madre aveva conosciuto l’uomo che sarebbe diventato suo padre a quindici anni e forse, chissà, anche Olivia avrebbe incontrato il suo futuro marito. Magari non lo avrebbe sposato subito, quello no, non era ancora pronta per sposarsi né tantomeno per avere dei bambini veri, però magari lo avrebbe incontrato, così per caso, magari davanti alla gelateria, o passeggiando per il parco o magari sulla strada della scuola. Lo avrebbe incontrato e lo avrebbe (su questo non aveva alcun dubbio) riconosciuto al primo sguardo.

lunedì 17 giugno 2013

Pareti d'ossa

Sì! tale sarete, o regina delle grazie,/ dopo gli ultimi sacramenti,/ quando andrete sotto l'erba e i rigogliosi fiori,/ a marcire tra le ossa. (Charles Baudelaire, Una carogna, I fiori del male, 1857/61).
Diversi mesi fa, proprio all’inizio di gennaio, accennai in un post a quelli che avrebbero dovuto divenire i contenuti di Obsidian Mirror nel 2013. Sono passati quasi 6 mesi, ho pubblicato nel frattempo un’abbondante trentina di post, ma ancora non ho mosso un passo per realizzare quei propositi originali. Oggi però ho deciso di fermarmi un attimo e ritornare su quanto promesso in quella sera d’inverno e che, i più attenti se ne saranno accorti, ho ripromesso qualche giorno fa nella sezione “Oltre lo specchio”. A quel tempo scrissi, testuali parole: “Un’altra iniziativa nasce dall’analisi dei contenuti fino a qui inseriti nel blog. Mentre realizzavo l’indice degli argomenti, mi sono reso conto che ho parlato tanto di cinema ma, paradossalmente, poco di quegli argomenti che facevano parte della mia idea iniziale di “The Obsidian Mirror”: vale a dire leggende e misteri. Andremo insieme quindi a visitare luoghi affascinanti, magari qualche castello, qualche chiesa o qualche cimitero, perché no? Armato di macchina fotografica mi lancerò alla ricerca di storie da raccontare, partendo magari dalla mia stessa città, Milano, città che offre un sacco di spunti ma che, per chi ci vive tutti i giorni, è dannatamente difficile fermarsi ad osservare con gli occhi curiosi del turista.”
Eccoci qui quindi con la prima puntata di una rubrica che intitolerò “Luoghi incredibili”. Ma la prima domanda a cui rispondere è "perché questo titolo?".

venerdì 31 maggio 2013

Il diabolico barbiere di Fleet Street

Davvero pensavate che la mia irruzione nel mondo di Sweeney Todd potesse limitarsi alla sola analisi del film di Tim Burton? Da curioso indagatore di leggende metropolitane, non posso non ammettere che è il personaggio che si cela dietro la finzione cinematografica quello che mi affascina maggiormente. La domanda fondamentale che mi sono fatto (e che si saranno fatti i migliaia di fan di Sweeney sparsi per il globo) è: il “barbiere tagliagole”, il boogeyman inglese per eccellenza, fu un personaggio reale? Ricominciamo quindi dall’inizio.
Londra, 1784: un barbiere assassino compare ufficialmente negli annali grazie ad un articolo del periodico “The London Chronical”. Lì si riportava, infatti, la notizia di un omicidio perpetrato da un barbiere ai danni di un suo cliente in un impeto di gelosia. Pare che la vittima si fosse vantata di una conquista amorosa con l'uomo, il quale, convintosi chissà come che l'altro stesse parlando di sua moglie, per vendicarsi lo sgozzò con il suo rasoio.

venerdì 12 aprile 2013

Suicide Mouse

Topolino. Chi di noi da bambino non ha mai sfogliato un albo di Topolino? Tutti, vero? Sono pronto a scommettere che ognuno di noi ha imparato a leggere iniziando proprio dalle coloratissime vignette con le avventure dei personaggi di Walt Disney. Che belli! E che ricordi! Ancora oggi conservo gelosamente alcuni di quei giornalini, quelli che mi erano piaciuti di più, quelli che mi hanno accompagnato negli anni della crescita e che non potrei mai dimenticare. Non ho idea di come sia Topolino oggi, ma per chi come me era un bambino negli anni Settanta del secolo scorso, Topolino era qualcosa di ineguagliabile. Ricordo le sue avventure su altri mondi, le sue indagini a supporto del maldestro commissario Basettoni, la terrificante minaccia di Macchia Nera e quella, tutt’altro che terrificante, dei poveri Bassotti. E poi c’erano Pippo, Pluto, Minnie e mille altri. Ricordo anche che mi divertivo a ritagliare le immagini dei personaggi di Walt Disney e, stringendo a me il mio tubetto di colla preferito (il mitico Vinavil), mi aggiravo per casa appiccicando figurine dappertutto, sui mobili, sul frigorifero, il tutto con buona pace di mia madre, da tempo rassegnata alle mie scorribande creative. E poi c’erano i punti del Club di Topolino, che non ho mai capito a cosa servissero ma li ritagliavo e li conservavo in una busta da lettere. Armato di forbici e colla ho fatto a pezzi decine di giornalini e, ripensandoci adesso, è un vero peccato. Ho perduto per sempre chissà quante meraviglie.

mercoledì 13 marzo 2013

La dama verde di Caerphilly

Ai miei lettori più attenti non sarà sicuramente sfuggito il dettaglio che Caerphilly, la location del racconto apparso qui nei giorni scorsi, era già stata citata in passato su questo blog. A beneficio di coloro che non se ne ricordano, il mio invito è quello di dare un’occhiata alle fotografie da me scattate e pubblicate, ormai più di un anno fa, nella sezione “Castelli”.
Sì, perché Caerphilly esiste davvero e così il suo castello il quale, persi i fasti del XII secolo, rimane tuttavia indiscutibilmente uno dei più affascinanti di tutta la Gran Bretagna.
Ho visitato il castello di Caerphilly nell’estate del 2010 sulle tracce della leggendaria figura della dama verde, la cui anima senza pace continua, da otto secoli a questa parte, a commuovere i suoi concittadini e ad incuriosire i viandanti. Come potevo io resistere al suo richiamo? Quelle giornate furono poche, ma intense: in una settimana percorsi circa duemila chilometri, in lungo e in largo, alla ricerca di chiese, castelli e cimiteri, tutti rigorosamente “haunted”. Detto tra noi, non è che sia molto difficile trovare un luogo in Inghilterra che non sia legato alla presenza di fantasma: c’è la strada infestata, il pub infestato e pure l’hotel infestato (leggi qui)… non saprei dire con certezza quante di queste infestazioni siano reali e quante invece siano semplici trovate pubblicitarie: sta di fatto che, nell’uno o nell’altro caso, io ne finisco inevitabilmente attratto come un orso dal miele.

venerdì 8 marzo 2013

Caerphilly Tales

Ci sono storie d’amore che durano lo spazio di un’estate e ci sono storie d’amore che durano per tutta la vita. Ce ne sono poi alcune che superano i limiti temporali imposti dalla umana condizione, e sopravvivono per secoli, se non per millenni. La storia che vi racconterò oggi è proprio una di queste: vi dirò della bella principessa Alice e del suo perduto amore, vi dirò dei loro fugaci incontri e di come cedettero alla passione, e vi dirò di come tutto questo finì nel sangue.

domenica 10 febbraio 2013

Kuchisake-Onna

Le ombre della sera erano ormai calate da tempo sulle strade di Shinjuku, ma l’uomo pareva non accorgersene. Da tanto ormai era abituato a non fare troppo caso all’alternarsi del giorno e della notte. Da quando era stato assunto come responsabile della sicurezza della Tomahashi Electronics aveva dovuto rinunciare a tutto il suo tempo libero. Il suo lavoro non gli permetteva più quei dolci momenti di relax che aveva vagamente assaporato negli anni dell’università, e dei quali conservava ormai solo un malinconico ricordo. Erano quasi le undici di sera quando l’uomo varcò la soglia del grande edificio e si diresse pensieroso verso la vicina fermata dell’autobus. Nel giro di una quindicina di minuti sarebbe rientrato a casa, non prima naturalmente di aver effettuato la sua solita sosta presso la drogheria “24-ore” all’angolo, dove avrebbe acquistato per pochi Yen una confezione di pollo fritto. Quella sarebbe stata la sua cena, uguale a quella del giorno prima e, quasi certamente, uguale a quella del giorno dopo. Non c’era tempo per nulla di più elaborato: la mattina successiva avrebbe dovuto essere al suo posto alle otto in punto. Non ci sarebbe stato nessuno ad attenderlo a casa quella sera, così come tutte le sere da quando aveva deciso di trasferirsi a Tokyo alla ricerca di quella indipendenza economica che, se non altro, gli permetteva di sollevare i propri anziani genitori di un peso non indifferente. Aveva anche avuto una ragazza qualche anno prima, ai tempi della laurea, ma si sa come vanno a finire queste cose…  oggi ormai non ci pensava quasi più.

giovedì 31 gennaio 2013

Uomini e lupi (Pt.2)
















In chiusura della prima parte di questo articolo ho voluto inserire una piccola apologia del lupo. Mi sembrava doveroso, e non solo come riflessione sul detto“in bocca al lupo”. Bambini, amate e rispettate l lupi, come tutti gli esseri viventi: non sono quelle creature infide e vigliacche che ci dipingono favole come “Cappuccetto rosso” e “I tre porcellini”. I lupi nella vita reale sono ben altri (e spesso si travestono da agnelli).
La cattiva fama del lupo non è solo un pregiudizio, purtroppo, ma è anche il risultato di una vera e propria opera di demonizzazione operata dalla religione per mezzo della letteratura. Come sappiamo, un po’ in tutte le culture ci furono delle figure di guerrieri ispirate all’animale (o animali) prevalente nella propria mitologia. Nel saggio di Christian SighinolfiI guerrieri-lupo nell’Europa arcaica” (Ediz. Il Cerchio), l’autore ci propone un interessante excursus attraverso queste  figure, dalle quali probabilmente con il tempo nacque il mito del lupo mannaro come superuomo.
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