"Nelle stesse circostanze - e sottolineo «le stesse circostanze» sì, lo farei di nuovo. Eravamo in guerra da cinque anni. Stavamo combattendo un nemico che aveva la fama di non arrendersi mai, di non accettare la sconfitta. È davvero difficile parlare di moralità e di guerra nella stessa frase. In una guerra si compiono tante azioni discutibili. Dov'era la moralità nel bombardamento di Coventry, o nel bombardamento di Dresda, o nella marcia della morte di Bataan, o nel massacro di Nanchino, o nel bombardamento di Pearl Harbor? Credo che quando c’è una guerra, una nazione deve avere il coraggio di fare ciò che è in suo potere per vincerla con una minima perdita di vite umane". Colui che pronunciò questa frase, il 93enne Theodore Van Kirk, è morto una settimana fa, il 28 luglio. Era l’ultimo superstite dell’equipaggio del famigerato B-29-45-MO Superfortress, meglio conosciuto come “Enola Gay”, che nel 1945 era in forza al 393º squadrone bombardieri, 509º Gruppo Composito dell'USAF.
Il bombardiere era decollato alle 03:20 del 6 agosto da Tinian, un isola nell'arcipelago delle Isole Marianne, e si era diretto a nord, puntando verso una cittadina del sud ovest del Giappone, placidamente adagiata sulle sponde del mare interno. Era un caldo e soleggiato mattino d’estate e nessuno tra i 300.000 abitanti di Hiroshima poteva prevedere quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Alle 08:14 e 45 secondi, l'Enola Gay sganciò un ordigno atomico da 13 chilotoni sul centro di Hiroshima: dopo 45 secondi, a circa 600 metri dal suolo, la bomba deflagrò e 80.000 persone, le più fortunate, vennero vaporizzate all’istante. Altre 100.000 morirono nei mesi successivi. Si calcola che il totale delle vittime, incluse le persone i cui corpi verranno consumati dalle radiazioni nel corso degli anni, saranno infine oltre 300.000. A questo numero vanno sommate le vittime dell’attacco di Nagasaki, avvenuto tre giorni più tardi, che fu però meno devastante in quanto l’ordigno, sebbene di potenza superiore (25 chilotoni), cadde a 4 km dalla città e il suo effetto venne in parte attutito dalle colline circostanti.
Il bombardiere era decollato alle 03:20 del 6 agosto da Tinian, un isola nell'arcipelago delle Isole Marianne, e si era diretto a nord, puntando verso una cittadina del sud ovest del Giappone, placidamente adagiata sulle sponde del mare interno. Era un caldo e soleggiato mattino d’estate e nessuno tra i 300.000 abitanti di Hiroshima poteva prevedere quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Alle 08:14 e 45 secondi, l'Enola Gay sganciò un ordigno atomico da 13 chilotoni sul centro di Hiroshima: dopo 45 secondi, a circa 600 metri dal suolo, la bomba deflagrò e 80.000 persone, le più fortunate, vennero vaporizzate all’istante. Altre 100.000 morirono nei mesi successivi. Si calcola che il totale delle vittime, incluse le persone i cui corpi verranno consumati dalle radiazioni nel corso degli anni, saranno infine oltre 300.000. A questo numero vanno sommate le vittime dell’attacco di Nagasaki, avvenuto tre giorni più tardi, che fu però meno devastante in quanto l’ordigno, sebbene di potenza superiore (25 chilotoni), cadde a 4 km dalla città e il suo effetto venne in parte attutito dalle colline circostanti.
