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venerdì 21 febbraio 2025

Le Bunker de la Dernière Rafale

Quando capita che ti ritrovi la sera a casa nel bel mezzo della settimana, si sono già fatte le dieci e mezza e il giorno dopo devi alzarti presto per andare a lavorare, le alternative sono tre: ti metti a cazzeggiare col telefono intossicandoti anima e corpo in un'attività che non porta da nessuna parte, ti rifugi al cesso e ti metti davanti allo specchio alla ricerca di invisibili punti neri oppure, scelta preferita, ti metti a frugare nei tuoi "archivi" alla ricerca di un cortometraggio che ti accompagni verso un'ora più consona per andarsi a coricare. Ci sarebbe anche l'alternativa di mettersi a leggere o a scrivere qualcosa per il blog, che è ciò che sto facendo in questo momento, ma la sera di cui vi sto parlando è un'altra e risale a un periodo ormai imprecisato dello scorso anno. 
Ciò che venne fuori da quella ricerca serale fu un cortometraggio di appena 26 minuti il cui titolo e la cui locandina avevano, in un tempo di molto precedente, già attirato la mia attenzione per una certa dose di "singolarità" che mi aveva trasmesso così, a pelle. Il genere di riferimento è il "grottesco", un genere che ritengo essere sostenibile, ma questo è di certo un mio limite, esclusivamente se il minutaggio complessivo dell'opera non supera quello che una scatoletta di tonno richiedere per essere mangiata di fretta sul lavandino. In realtà, più che grottesco l'avrei definito "cyberpunk" perché, come spero vi sarà chiaro proseguendo nella lettura di questo articolo, certi dettagli non possono che far andare la memoria al cinema di Shin'ya Tsukamoto

mercoledì 15 maggio 2019

Invisibili: il raggio verde


È meglio vivere in solitudine sognando un ideale piuttosto che arrendersi ad una mediocre realtà (Marie Rivière, Delphine).
Ero più o meno adolescente quando in tarda sera, su una di quelle emittenti che ero solito snobbare (credo fosse RaiTre), incappai in un film che non si avvicinava nemmeno lontanamente al solito cinema a cui ero abituato. Non era un horror, tanto per citare un genere che già amavo alla follia, ma non era nemmeno uno di quei film che ci si aspetta possano piacere a un adolescente, quelli dove c'è gente che fa a pugni, guida macchine veloci e mostra signorine di niente vestite.
Oggi non saprei nemmeno dire perché, contro ogni previsione, non cambiai canale dopo cinque minuti: qualcosa evidentemente aveva catturato la mia attenzione, e quel qualcosa non poteva essere che uno dei temi a cui gli adolescenti dell'epoca (non so se sia così ancora adesso) erano più sensibili, ovvero la solitudine. Da quel giorno ne è passata di acqua sotto i ponti. E assieme all'acqua sono passati anche trent'anni. Nonostante ciò, la solitudine è sempre stato un tema che mi ha affascinato, vuoi perché a tratti ne ho sofferto in passato, vuoi forse perché, anche quando la solitudine ti lascia, ti rimane sempre appiccicato un pizzico di malinconia per quei giorni, masochisticamente parlando. "La solitudine è molto devastante, però riserva in te purezza", fa dire Eric Rohmer a Delphine, la sua protagonista, ed è la frase che meglio sintetizza quella strana voglia di scrivere di solitudine che ancora oggi non mi abbandona.

giovedì 15 gennaio 2015

Les Paradis Perdus

Narra qual mai cagion gli antichi nostri / Padri, sì cari al cielo e in sì felice / Stato locati, a ribellarsi mosse / Da lui che gli creò. Mentre signori / Eran del mondo, un suo leggier divieto / Come romper fur osi? Al turpe eccesso / Chi sedusse gl’ingrati? Il Serpe reo / D’inferno fu. Mastro di frodi e punto / Da livore e vendetta egli l’antica / Nostra madre ingannò, quando l’insano / Orgoglio suo dal ciel cacciato l’ebbe / Con tutta l’oste de’ rubelli Spirti. / Su lor coll’armi loro alto a levarsi / Ambìa l’iniquo e d’agguagliarsi a Dio/  Pensò, se a Dio si fosse opposto. (John Milton, Paradise Lost, Book I, 1667)
Questo è un post che ho scritto e riscritto decine di volte in questo periodo di pausa blog. Ogni volta che mi pareva finito e adeguato per la pubblicazione succedeva qualcosa che mi faceva cambiare nuovamente idea, un particolare, una sensazione, un avvenimento più o meno importante. Questo post non sarà perfetto, non può esserlo oggi e non lo sarà mai ma, se lo state leggendo, significa che in qualche modo sono riuscito a quadrare il cerchio, o perlomeno a fare in modo, con un po' di fortuna, che sia almeno vagamente simile a ciò che avevo in mente all'inizio.
La domanda che ci poniamo oggi è "ha ancora senso oggi parlare di paradiso perduto?". La domanda è intesa in senso generale; non è limitata al significato biblico o a quello dell'opera miltoniana che ho citato in apertura. La domanda è intesa nel senso più ampio del termine, partendo dalla non trascurabile questione se il paradiso, nel senso che volete dargli, esiste oppure no.

martedì 18 marzo 2014

Il giardino dei supplizi

L’animo umano è un universo profondamente complesso: capace di solidarietà, amore, empatia, sa anche cadere preda di terribili ossessioni e concepire le più tremende bassezze. Ci sono pieghe nell’animo umano che sarebbe forse meglio non esplorare, sulle quali sarebbe meglio non puntare mai lo sguardo. Una di queste nasconde la propensione per le perversioni, cosa che in me genera prima di tutto un profondo senso di pena.
Eppure, non è forse corretto mostrare anche quella che è una parte essenziale della nostra stessa natura, il nostro secondo volto, come l’altra faccia della luna nascosto, eppure intuibile e concreto? La letteratura ha esplorato e continua ad esplorare tutte le possibili sfaccettature della questione. Il vostro Obsidian Mirror, a sua volta, continua oggi con questo articolo ad esplorare la letteratura che maggiormente dimostra fascinazione per il morboso.
Nel 1899 Octave Mirbeau pubblicava “Il Giardino dei Supplizi”, uno dei suoi romanzi più famosi e perfetto esempio di quanto detto sopra. Personaggio eclettico e corrosivo (politicamente scorretto, come diremmo oggi), Mirbeau sembrava sentire come missione quella di smascherare i mali della società.
Questo romanzo in particolare, a dispetto del notevole successo, era destinato a dare scandalo, perché mentre il giardino ha un significato positivo nell'immaginario collettivo, qui era inteso come simbolo dell'ipocrisia che rende socialmente accettabili la violenza e la guerra purché le si ammanti di valore, travestendole da istinto di difesa, patriottismo, persino amore per Dio (e poco importa se da allora sono passati oltre cent'anni: non è poi cambiato un granché nella sostanza, anzi forse abbiamo affinato ulteriormente l'arte della menzogna). 
Il tema principale, dunque, è che la società si limiti a regolare e a piegare ai propri scopi questo atavico e irresistibile istinto. Queste non sono considerazioni che si può mettere da parte con un'alzata di spalle, e basta pensare a quella che è stata la storia dell'umanità per rendersene conto.

sabato 28 settembre 2013

Martyrs

È tipico di un certo tipo di religiosità cercare sempre un tramite per le proprie esperienze mistiche. Siamo talmente abituati ad avere intermediari nel nostro rapporto con Dio che il nostro senso della scoperta è ormai irrimediabilmente compromesso, e la smania di trovare conferme empiriche a questioni spirituali non conosce limiti: sacerdoti, santoni, guru, sensitivi e medium, non importa a chi ci rivolgiamo, l’importante è trovare qualcuno che riesca a confermare che non stiamo credendo invano, che la morte è solo un passaggio perché esiste un altro luogo dove possiamo vivere per sempre. Tutto ciò ha senz’altro a che vedere con la paura della morte insita dentro di noi, con il desiderio di rivedere ancora coloro che abbiamo amato e perso, e con molte altre cose. Tutte umanissime, per carità. Ma la fede? In tutto ciò, che posto ha? Io non so dirlo, ma tant’è.
A mio avviso, il significato di un film come “Martyrs” di Pascal Laugier (2008), l’horror francese che ha scioccato il mondo, sta tutto, o prevalentemente, qui. Se aveste la possibilità di gettare uno sguardo, anche indiretto, sull’aldilà, lo fareste?

domenica 19 febbraio 2012

Le visioni iconoclaste di Trouille

"Non ho davvero mai lavorato per vincere un premio in una qualsiasi biennale di Venezia, ma piuttosto per meritarmi dieci anni di carcere ed è questa la cosa che mi sembra più interessante". Clovis Trouille è un pittore francese poco conosciuto in Italia (in italiano non è stata realizzata nemmeno una voce in Wikipedia). Per chi volesse quindi cimentarsi nella ricerca di qualcosa su di lui non c'è molto. Solo chi conosce il francese può avere accesso a qualche informazione visitando il sito a lui dedicato oppure questo forum che gli dedica un po' di spazio.
Ho voluto perciò riempire questi vuoto scrivendo un post su di lui e, in particolare, sui suoi lavori più dichiaratamente anticlericali. Traumatizzato dal servizio militare durante la Seconda Guerra Mondiale, Clovis Trouillle sostiene infatti che il militarismo e il clericalismo rappresentino i due principali nemici dell'umanità.
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