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venerdì 16 maggio 2025

Possibly in Michigan

Quello che andiamo ad analizzare oggi è un perfetto esempio di "horror analogico", o analog horror, un sottogenere dell'horror di cui ignoravo l'esistenza sino a poco tempo fa, ma che ho scoperto avere una larga schiera di estimatori. No, in realtà non è esatto dire che non lo conoscevo; diciamo piuttosto che ignoravo fosse mai stato classificato come un genere a se stante. Di cosa si tratta? Semplicemente di un'opera che si basa sull'idea che la tecnologia analogica possa essere utilizzata per catturare eventi paranormali o soprannaturali, creando un'atmosfera di mistero e terrore. Nel contempo, e per quanto mi riguarda è la cosa più interessante, nonostante il mistero e il richiamo alla metafisica si tratta di una tecnica cinematografica che fa leva su timori fin troppo reali e concreti, come quello di essere osservati senza saperlo oppure di poter perdere la percezione di cosa è reale e cosa non lo è.
Sebbene il formato più comune dell'horror analogico sia quello del cortometraggio (e quindi pensato per un pubblico di nicchia), non mancano esempi in cui i media analogici possono ritagliarsi, in una sorta di metacinema, uno spazio all'interno di film veri e propri, spesso riuscendo a diventare l'elemento centrale della trama. È il caso della videocassetta maledetta di "The Ring", che è un perfetto esempio di come la tecnologia analogica possa essere utilizzata per creare un'atmosfera ansiogena, o di quei lungometraggi che utilizzano la forma del "found footage", quali "The Blair Witch Project" (1999), "V/H/S" (2012), "Paranormal Activity" (2007), "The Last Broadcast" (1998) o "Grave Encounters" (2011). 
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