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venerdì 16 maggio 2025

Possibly in Michigan

Quello che andiamo ad analizzare oggi è un perfetto esempio di "horror analogico", o analog horror, un sottogenere dell'horror di cui ignoravo l'esistenza sino a poco tempo fa, ma che ho scoperto avere una larga schiera di estimatori. No, in realtà non è esatto dire che non lo conoscevo; diciamo piuttosto che ignoravo fosse mai stato classificato come un genere a se stante. Di cosa si tratta? Semplicemente di un'opera che si basa sull'idea che la tecnologia analogica possa essere utilizzata per catturare eventi paranormali o soprannaturali, creando un'atmosfera di mistero e terrore. Nel contempo, e per quanto mi riguarda è la cosa più interessante, nonostante il mistero e il richiamo alla metafisica si tratta di una tecnica cinematografica che fa leva su timori fin troppo reali e concreti, come quello di essere osservati senza saperlo oppure di poter perdere la percezione di cosa è reale e cosa non lo è.
Sebbene il formato più comune dell'horror analogico sia quello del cortometraggio (e quindi pensato per un pubblico di nicchia), non mancano esempi in cui i media analogici possono ritagliarsi, in una sorta di metacinema, uno spazio all'interno di film veri e propri, spesso riuscendo a diventare l'elemento centrale della trama. È il caso della videocassetta maledetta di "The Ring", che è un perfetto esempio di come la tecnologia analogica possa essere utilizzata per creare un'atmosfera ansiogena, o di quei lungometraggi che utilizzano la forma del "found footage", quali "The Blair Witch Project" (1999), "V/H/S" (2012), "Paranormal Activity" (2007), "The Last Broadcast" (1998) o "Grave Encounters" (2011). 

venerdì 12 aprile 2024

Fuori speciale: uno sguardo all'America con Nando Mericoni

“Fuori speciale” è una serie di articoli che vengono scritti di getto nel periodo di pubblicazione dello speciale “La grande abbuffata”. Pur non essendone parte integrante, ciò che viene qui trattato ruota intorno all’argomento principale senza spezzarne il filo logico. Si tratta, in estrema sintesi, di piccoli approfondimenti che non hanno trovato posto nella struttura principale. “Fuori speciale”, in uscita tutti i venerdì, non è una lettura necessaria alla comprensione degli articoli de “La grande abbuffata” (che usciranno invece il lunedì), è viceversa una lettura che può essere ignorata o rimandata, a vostro piacimento. 

***

Ve l’aspettavate o non ve lo aspettavate? Quel che intendo dire è che, probabilmente, dopo l’articolo di venerdì scorso su uno dei film più celebri del grande Totò, un piccolo sospetto che saremmo piombati anche su Alberto Sordi a qualcuno sarà pure venuto. È anche vero, tuttavia, che di film italiani, specie se commedie, su questo blog non se ne sono mai visti molti (praticamente nessuno, direi), per cui sentir parlare qui oggi di uno dei film più “caciaroni” della nostra tradizione può risultare una sorpresa per molti. 

lunedì 19 febbraio 2024

Nebraska

Lo ammetto, ho approcciato questo film per un motivo decisamente infantile: il titolo. Un titolo che associo, per mia forma mentis, all’omonimo album di Bruce Springsteen, sottovalutato capolavoro folk registrato con il solo l’ausilio di armonica e chitarra acustica, e fondamentale, all’interno della sua discografia, per il suo fare da spartiacque tra il “working class hero” che era lo Springsteen delle origini e il rocker mainstream in cui egli si trasformò negli anni successivi. 
Anche la promessa del bianco e nero, con il quale è stato girato questo film, ha un collegamento con l’album, quell’emozionante bianco e nero che il boss scelse per copertina del disco come ideale sfondo per storie cupe, di dolore, morte e solitudine viste attraverso la lente delle piccole città rurali del Midwest americano. Ecco, si tratta di uno dei rari casi in cui si può dire, senza timore di essere smentiti, che un libro (un album, in questo caso, e, per estensione, un film) si può giudicare dalla sua copertina: storie che ci portano nelle grandi pianure, verso una terra promessa che è sì lontana, ma non pare così irraggiungibile. Sono storie di persone che hanno perso tutto, anche la propria anima, persone tradite dalla natura illusoria del "sogno americano”, con qua e là lampi di speranza che brillano come squarci tra le nuvole, per poi troppo spesso finire inghiottite da una pioggia battente. 

lunedì 19 ottobre 2020

Cent'anni di ordinaria follia

Quando arrivai a Los Angeles trovai un alberghetto a buon mercato in una traversa di Hoover Street e rimasi a letto a bere. Ci rimasi per un po’, tre o quattro giorni. Non riuscivo a decidermi a dare un’occhiata alle offerte di lavoro. Non sopportavo l’idea di sedermi davanti a un uomo dietro una scrivania e dirgli che volevo un lavoro, che avevo i requisiti necessari. La vita mi faceva semplicemente orrore. Ero terrorizzato da quello che bisognava fare solo per mangiare, dormire e mettersi addosso qualche straccio. Così restavo a letto a bere. Quando bevi, il mondo è sempre là fuori che ti aspetta, ma per un po’ almeno non ti prende alla gola. (Charles Bukowski, Factotum) 

Magari non ci crederete, ma in quel lontano giorno del 2011 in cui Obsidian Mirror vide la luce, il sottoscritto si prese un impegno: il giorno in cui il vecchio Henry Charles "Hank" Bukowski, se fosse vivo, avrebbe compiuto 100 anni, avrei dovuto dedicargli un post. Ebbene, quel giorno era lo scorso 16 agosto e il sottoscritto, come sempre distratto, se n’è accorto solo quando era ormai troppo tardi per rimediare. Avrei potuto, certo, buttarmi a capofitto nella scrittura quella stessa sera, con l'incombenza dello scoccare della mezzanotte a tormentare la mia creatività, ma ho deciso di rinunciare e di prendermela comoda. Il vecchio Buck, compagno di sbronze e di tante serate solitarie occupate dalla lettura dei suoi racconti e delle sue poesie, mi avrebbe certamente perdonato. 

domenica 16 ottobre 2016

...e Lillie sparì nella notte (Pt.3)

Image Credits: NY Nat'l Police Gazette 1887
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

I motivi che portarono all’arresto di Dixon Cowie non furono però le voci che avevano ormai preso a circolare con sempre maggior decisione. Non fu nemmeno il particolare del suo repentino, per alcuni provvidenziale, trasferimento in un'altra città, comportamento che in molti ritennero equivalere a una fuga. Ciò che convinse gli inquirenti fu invece una clamorosa quanto inaspettata confessione.
Lo stesso giorno, comunque, la polizia procedette a un secondo arresto. Questa volta le manette scattarono ai polsi di Thomas B. McQuaid, studente di medicina all’università di New York, ex cittadino di Webster e rampollo di una delle famiglie più potenti della contea.
L’accusa era ovviamente una delle più infamanti: omicidio di primo grado nei confronti della diciannovenne Lillie Hoyle, con la quale McQuaid avrebbe avuto una relazione l’anno precedente.
Come erano giunti i detective alla clamorosa svolta? Alice Hoyle, che per tutti era la povera sorella inconsolabile, decisa a liberarsi dell’insopportabile peso del rimorso si era recata alla stazione di polizia con una nuova, incredibile versione dei fatti. Dimenticate quindi tutto ciò che vi ho raccontato finora: la verità, secondo la nuova versione dettata da Alice Hoyle, era molto diversa. Una verità secondo la quale Lillie Hoyle, la sera dei tragici fatti, non era affatto uscita dalla sua stanza per recarsi in bagno e poi sparire per sempre. Il 1 settembre 1887 è la data in cui un complotto pianificato da tempo ebbe il suo apice e quindi nulla, in base a quanto raccontò Alice Hoyle, accadde per caso (a parte forse il tragico epilogo).

giovedì 13 ottobre 2016

...e Lillie sparì nella notte (Pt.2)

Image Credits: New York National Police Gazette 1887
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Col particolare che la giovane Lillie Hoyle potesse aver nascosto per oltre sette mesi una gravidanza, la stampa ovviamente andò a nozze.
Vennero immediatamente battute le piste più scomode, quelle che invadevano nel profondo l’intimità della ragazza. Nonostante tutti gli scossoni, la reputazione di Lillie sembrava tuttavia inossidabile: come molti ragazzi della sua età, la diciannovenne aveva molti amici e amiche, ma l’unica persona alla quale era davvero intimamente legata era la sorella Alice, al fianco della quale, nel suo tempo libero, non mancava mai di apparire. 
Evidentemente l’opinione pubblica gradiva molto di più razzolare nel torbido della vita della giovane vittima, e fu così che il dito indice finì inevitabilmente per essere sollevato contro Alice Hoyle, rea non solo di negare di essere stata perfettamente a conoscenza della gravidanza della sorella, ma anche di sapere molto più di quanto non avesse ammesso sino a quel momento. È davvero possibile che Alice Hoyle potesse essere a conoscenza di particolari riguardanti la vita sentimentale di Lillie e tacerli, pur sapendo che l’identità di un eventuale fidanzato segreto, a lei sola confidata, avrebbe potuto rapidamente instradare gli investigatori sulle tracce del killer? Oppure dietro il suo silenzio si celava qualcosa di più, magari qualcosa di mostruoso, difficile da accettare e da affrontare? Oppure ancora Alice intendeva, con il suo continuo negare, proteggere se stessa o qualcuno a lei caro?

lunedì 10 ottobre 2016

...e Lillie sparì nella notte (Pt.1)

Image Credits: New York National Police Gazette 1887
Avrebbe potuto rimanere avvolta nel tepore delle sue coperte e trattenere la pipì fino alla mattina, ma Lillie Hoyle, in quella tragica notte del 1 settembre 1887, decise di affrontare i primi pungenti freddi di fine estate per recarsi al bagno che, come era tipico nelle abitazioni dell’epoca, era situato all’esterno dell’edificio principale. La sorella Alice decise di non attenderla e, lasciandosi vincere dalla stanchezza accumulata nel corso della giornata precedente, si voltò nel letto e cadde rapidamente in un sonno profondo. Non l’avrebbe mai più rivista. La mattina seguente Alice si alzò e si preparò in fretta per la giornata che l’attendeva senza fare granché caso all’assenza della sorella. Valutando frettolosamente che Lillie si fosse alzata prima di lei, Alice uscì di casa chiudendosi la porta alle spalle. Solo in tarda serata, una volta rientrata, Alice ebbe chiara l’inaccettabile verità: Lillie non aveva affatto dormito nel suo letto e quelli che erano i suoi effetti personali, l’orologio e i pochi gioielli, erano ancora sul comodino là dove li aveva posati la sera prima. Cosa successe a Lillie Hoyle in quella sera di inizio settembre a pochi passi dalla sua abitazione di Webster, nel Massachusetts? Alice Hoyle attese la risposta per tutta la vita, ma inutilmente. Oggi, quasi 130 anni dopo, i fatti di quella notte restano ancora avvolti nel mistero. 

giovedì 13 novembre 2014

Twin Visions (Pt.5)

La prima parte si trova qui.

Jerome Witkin, Jesus (A disbeliever's vision)
In questa rivisitazione delle varie facce dell'Olocausto non possono mancare rappresentazioni di Cristo, l'agnello sacrificale per eccellenza, la vittima predestinata: la vittima ebrea. È il caso di “Jesus (A disbeliever's vision)”, in cui Gesù è calato in un paesaggio urbano decadente, violento; se ne sta in piedi, intento a leggere qualcosa, mentre sottili e inquietanti segnali di minaccia lo circondano (un uomo nell’atto di gettare qualcosa verso di lui, la motosega poggiata per terra, perfino il muro scrostato e pericolante). Nel pannello di destra ci sono un tavolo, quelli che sembrano attrezzi da carpentiere, pezzi di legno a forma di croce, e di nuovo Gesù, questa volta ritratto senza braccia: un Gesù inerme, ma con un serafico sorriso sul viso, forse perché sullo sfondo una scala dorata sembra indicare una possibile via di fuga per lui e, con lui, per tutta l’umanità? Curiosamente, anche in questo dipinto è presente uno dei leitmotiv di Witkin, la valigia.

martedì 11 novembre 2014

Twin Visions (Pt.4)

Jerome Witkin, The Devil as a Tailor
La prima parte si trova qui.

Ma eccoci di nuovo alle prese con “l'altra faccia della medaglia”: Jerome Witkin. Le sue opere sono un'infinità, e anche se tra di esse non mancano ritratti e autoritratti i suoi temi ricorrenti sono le cronache di eventi ordinari e straordinari, inseriti di preferenza in paesaggi urbani. Nel corso della sua lunghissima carriera ha rappresentato normali scene di vita domestica in quadri familiari sconfortanti, ma soprattutto una lunga parata di vittime – dell'Olocausto, del terrorismo, della droga, dell'AIDS – di calamità naturali e causate dall'uomo, riuscendo a convogliare un messaggio di universalità anche alle tragedie più intime.
Che siano opere di piccole dimensioni oppure polittici formati da più pannelli, i suoi sono dipinti drammatici, emotivamente intensi, le emozioni rese tramite un estremo dinamismo.
Per ottenere un effetto narrativo quasi cinematografico, Jerome sviluppa spesso la scena in senso orizzontale su più pannelli, ove le tele utilizzate hanno dimensioni diverse per creare una sorta di piano focale sulle scene prescelte; le pennellate e l'uso del colore fanno il resto. Per questo, per definire la sua pittura si alternano gli aggettivi “narrativa” e “percettiva”. Lui stesso, a rischio di sforare nell’ossimoro, viene definito un pittore figurativo che mescola elementi della pittura classica all’Espressionismo (percepibile soprattutto nei suoi primi lavori) e al Realismo - il Realismo moderno, quello riemerso sul finire degli anni ’60 e nei primi anni ’70 dopo il lungo predominio dell’Astrattismo e della Pop Art, che però nel suo caso non è solo una scelta stilistica, ma anche di significato in quella che sembra, a tutti gli effetti, un’esplorazione dell’umana sofferenza, della sua dimensione intima e spirituale contestualizzata nella storia e nella contemporaneità, inclusi i suoi aspetti più paurosi. Come se per lui l’esperienza visivo-estetica fosse fondamentale anche se non è foriera di bellezza né armonia, ma solo di bruttezza e dolore.

domenica 9 novembre 2014

Twin Visions (Pt.3)

Joel-Peter Witkin, Night in a Small Town
La prima parte si trova qui.

Come i più acuti critici hanno rilevato, chi non ha fede non può essere blasfemo e non stupisce, quindi, leggere di affermazioni come queste rilasciate dal nostro nel corso di varie interviste: Per me queste persone [i freaks, ndr] andavano oltre il normale perché mostravano il genio di Dio e il nostro bisogno di amare, oppure La fede cattolica è sempre stato il mio punto d’osservazione sulla vita; eccetera.
La sua blasfemia, quindi, andrebbe intesa come sintomo di un dualismo interiore (conseguenza della diversa eredità spirituale, cristiana ed ebraica, dei due genitori), di un’insofferenza profonda per la morale e l’estetica cristiana, contro il “peso della religione”, ovvero come tentativo di slegarsi dal conformismo dilagante anche in società che a parole si dichiarano laiche. Ecco allora che le deformità e le anomalie ritratte su cellulosa ed enfatizzate assumono il sapore di un'apocalittica disfatta, il disincanto verso la mortale, fallace e condannata natura umana, una sorta di personale e grottesca danse macabre.

venerdì 7 novembre 2014

Twin Visions (Pt.2)

Joel-Peter Witkin, Crucified Horse
La prima parte si trova qui.

Si può dire che la carriera di Joel-Peter iniziò in un lontano giorno del 1956, quando aveva 17 anni, in un Freak Show di Coney Island, dove tra l'altro si dice che abbia avuto anche le sue prime esperienze sessuali (ma questa è un'altra storia e a noi, in fondo, poco importa). In quell'occasione fotografò nani, ermafroditi, tronchi umani, eccetera - un campionario di umanità triste e reietta, disperata - per la prima volta, e da allora non smise più. Da quel momento, per i suoi scatti ha sempre prediletto soggetti deformi o con qualche tipo di imperfezione o anomalia fisica o psichica. In un'operazione non dissimile da quella fatta nel cinema da un regista come Tod Browning, mette questi “mostri” proprio al centro della scena; e si spinge oltre, mostrando spavaldamente devianze di ogni tipo, incluse pratiche sadomaso o necrofile, “innestando” nei suoi soggetti protesi o parti meccaniche, o travestendoli da personaggi della mitologia greca o romana in composizioni che reinterpretano, stravolgendone il significato, i capolavori della pittura classica e i miti da cui essi derivano, non esimendosi neppure dal ritrarre cadaveri - il tutto condito da una profusione di nudo. Questa scelta (così ricordò, anni dopo) fu per lui istintiva: sua nonna materna - che lo crebbe insieme a sua madre e che lui amava moltissimo - era storpia e fu lei con la sua stessa presenza ad abituarlo alla diversità. Inoltre, nella sua vita ci fu un momento di svolta, un’esperienza che lo segnò nel profondo da bambino, quando vide la testa decapitata di una bambina rotolare sul marciapiede a pochi passi da sé dopo un incidente d'auto avvenuto di fronte a casa.

mercoledì 5 novembre 2014

Twin Visions (Pt.1)

Nascere nella stessa famiglia è come condividere una corsa in autobus, un viaggio a tappe in cui prima o poi ci si ritrova a percorrere parte del tragitto da soli perché ognuno, arrivata la propria fermata, scende e mette della distanza tra sé e gli altri. A volte si tratta di pochi chilometri, a volte di una distanza che pare abissale, ma sempre ci si porta dietro qualcosa di intangibile e indelebile: il legame del proprio DNA. Nascere dallo stesso utero vuol dire avere gli stessi geni, le stesse opportunità, ma tutto questo poi la vita lo plasma in modi spesso imprevedibili. E Jerome Witkin, considerato da molti il più grande pittore figurativo vivente, e Joel-Peter Witkin, il fotografo icona del weird, sono più che fratelli: sono gemelli omozigoti. Il tempo trascorso dall’inizio della loro longeva e straordinaria carriera è testimone che entrambi, in qualche modo, hanno sviluppato una visione artistica inquieta(nte) e originale che non può che derivare dalle comuni radici.
È proprio questo che la mostra “Twin Visions”, inaugurata il primo marzo di quest'anno presso la galleria Jack Rutberg Fine Arts di Los Angeles, ha voluto celebrare. Si è trattato di un evento più unico che raro, dato che i due fratelli non avevano mai esposto nello stesso luogo simultaneamente. Il video di presentazione, se vi interessa, lo trovate in fondo a questa prima parte dell'articolo.

domenica 24 agosto 2014

L'uomo che restò solo sulla terra

Avete notato che dei romanzi si riporta sempre l'incipit, molto spesso degli estratti e quasi mai la fine? Certamente questo ha a che fare col fatto che, in qualche maniera, riportare il finale di un libro rischia di rovinare la sorpresa a chi dopo di noi volesse cimentarsi con la sua lettura; se sono molte le storie che non riservano un colpo di scena proprio all'ultima pagina, che magari hanno già svelato le proprie carte strada facendo, che addirittura cominciano dalla conclusione per poi raccontarne l'antefatto, è vero però che le ultime parole di uno scritto spesso, anche sottilmente, ne contengono il senso più profondo. Non una rivelazione, no, ma un pensiero che aiuta a quadrare il cerchio, che offre una chiave di lettura a volte inedita, che tradisce i sentimenti dell'autore o ne è la summa. Il mio dilemma, dunque, nel parlare di “L'uomo che restò solo sulla terra” era profondo: citare o non citare le parole che chiudono il racconto, e che costituiscono il vero testamento morale del personaggio di Sam Magruder? Ho scelto una via di mezzo: ne citerò solo una parte, lasciandovi il piacere, se lo desiderate, di recuperare il romanzo e leggere il resto da voi.

domenica 8 settembre 2013

L'ultimo show di Mary

Se siete amanti degli animali forse è meglio che vi avverta sin da ora: la tragica storia dell’elefantessa Mary, che andrete tra poco a leggere in questo blog, vi lascerà con l’amaro in bocca. Non ci credete? Diciamo che oggi, nell’era di internet e con il rapido diffondersi dei canali social, le notizie a proposito dei maltrattamenti sugli animali si sono moltiplicate a tal punto che molti addirittura se ne sono assuefatti e non ci fanno più caso, per cui è probabile che questa storia vi potrà sembrare solo una delle tante. Che assurdità, però. Ci pensate? Siamo in grado di abituarci davvero a tutto. Forse è proprio per questo che la nostra società sta andando a rotoli. E pensare che non c’è nulla di più odioso di un’inutile e crudele atto di violenza nei confronti di chi, senza colpa alcuna, è costretto suo malgrado a condividere questo merdoso pianeta con una delle razze più spregevoli, più superbe, più egoiste che nemmeno il più folle scrittore di fantascienza avrebbe mai potuto immaginare. 
Non so descrivere quello che ho provato quando sono venuto a conoscenza di questa storia, avvenuta ormai quasi un secolo fa a Erwin (Tennessee). È passato un sacco di tempo, potrà obiettare qualcuno, perché andare a rivangare così lontano? Come dargli torto completamente? Credo però che riportare alla luce queste vecchie storie dimenticate possa servire a noi, abitanti del XXI secolo, a farci riflettere. Non mi aspetto di cambiare il mondo con un blog, per me sarebbe già un successo se almeno un visitatore, anche occasionale, capitato magari qui per colpa di un click sbagliato, possa fermarsi un momento a riflettere e magari, se ne ha uno, allungare la mano sotto il tavolo e dare una carezza o una palpatina al proprio “scodinzolante” da parte mia.

lunedì 7 novembre 2011

Villisca Axe Murder

Villisca, Iowa, 10 giugno 1912. E’ da poco passata la mezzanotte nella piccola cittadina del Midwest. La casa della famiglia Moore è avvolta nel silenzio e nelle tenebre. I suoi abitanti si sono già ritirati per la notte nelle loro rispettive stanze. Un’ombra si introduce in casa. Impugna un ascia. Quello che si materializzerà da lì a poco tra quelle mura sarà l’inferno. Otto persone, due adulti e sei bambini, verranno sorpresi nel sonno. Nessuno avrà il tempo di rendersi conto del pericolo. Verranno trovati la mattina successiva nei loro letti. Sangue ovunque, sui mobili, sulle pareti. L’assassino non fu mai identificato. L’episodio passò alla storia come il Villisca Axe Murder, uno dei delitti più orribili della storia americana del secolo scorso. Da quel giorno, per molto tempo, la tranquilla vita del paese cambiò drasticamente. Gli abitanti rinforzarono le serrature delle proprie case. I componenti delle famiglie del circondario si organizzarono per rimanere svegli a turno durante le lunghe notti, a protezione del sonno degli altri. Nessuno andava più in giro disarmato.
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