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lunedì 15 giugno 2026

The coffee table

Porca puttana. Anzi, dirò di più. Puttana troia. È tutto quello che mi viene da dire nel momento in cui lo schermo diventa scuro e il sipario si chiude su questa visione che mi ha scatenato per un’ora e mezza di fila un rilascio di adrenalina tale da farmi dubitare della salute del mio povero muscolo cardiaco, già provato da anni di body-horror, torture porn, shockumentary e gore/splatter di ogni tipo. E pensare che, quando mi si prospetta un po’ di shock cinema, io non sono certo il tipo che si tira indietro. Anzi, sono uno che si è visto tutta la saga dei Guinea Pig giapponesi con un sacchetto di popcorn in mano e il sorriso sulle labbra. Eppure, il controllo dell’ansia rimane il mio punto debole. Mettimi di fronte anche a una commedia romantica dove c’è un tipo che rischia di essere scoperto a prendere il caffè con una tipa che non è la fidanzata e io vado subito in paranoia. Non parliamo poi di quando in un film compare un cane, un gatto o un altro animale d’affezione che, come da copione, so essere stato messo lì apposta per fargli fare una brutta fine. E, nonostante il titolo vi faccia un vago riferimento, c’è molto più di un semplice caffè in questo “The coffee table” (2002), titolo internazionale di “La mesita del comedor”, una commedia nera diretta da Caye Casas, che ha curato anche la sceneggiatura insieme a Cristina Borobia

sabato 4 aprile 2026

J-horror Theatre #6: Kyōfu

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

sabato 28 marzo 2026

J-horror Theatre #5: Kaidan

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

sabato 21 marzo 2026

J-horror Theatre #4: Sakebi

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

sabato 14 marzo 2026

J-horror Theatre #3: Rinne

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

sabato 7 marzo 2026

J-horror Theatre #2: Yogen

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

sabato 28 febbraio 2026

J-horror Theatre #1: Kansen

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, "Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno. 

mercoledì 24 dicembre 2025

Armand, o la geometria proibitiva del nuovo cinema norvegese

In questa mattina di dicembre, a poche ore dal Natale, mi ricollego dopo una lunga latitanza dal blog per una sorta di senso di colpa. Mai prima d’ora avevo lasciato la mia “creatura” così abbandonata a se stessa, quasi come se improvvisamente la creatività (ma anche la voglia di fare) avesse deciso di lasciarmi e spostarsi altrove. Decido di rientrare proprio oggi, approfittando di qualche giorno di ferie, spinto dalla voglia di scrivere qualcosa a tema cinematografico, qualcosa a proposito di un film su cui sono inciampato qualche settimana fa e il cui ricordo fatica a sbiadire. Un grande film, se non lo si fosse capito. Mi occorreva qualcosa per chiudere quell’esperienza ed è proprio il post di oggi, il cui scopo è cercare di mettere a terra questa babele di pensieri, e che mi consentirà, almeno mi auguro, di passare finalmente ad altro. Altre volte in passato mi era capitato di rimanere colpito da una visione, non tanto da ciò che attraverso di essa viene raccontato, ma dalla forza delle sue immagini. C'è stato un tempo in cui avevo anche inaugurato una piccola serie di post etichettata “Obsploitation Visions” sotto il cui cappello, vado a memoria, avevo infilato opere enigmatiche, esoteriche e iniziatiche come “The Capsule” (2012), della regista greca Athina Rachel Tsangari. e “Les Garçons sauvages” del francese Bertrand Mandico. La logica qui è molto simile, il cinema e le sue immagini, spesso fortemente simboliche, prendono il sopravvento e si lasciano alle spalle ogni forma di intrattenimento.

venerdì 31 ottobre 2025

La casa del terrore

E siamo anche quest'anno arrivati a festeggiare la notte di Halloween! Sarò sincero: sono arrivato a un punto che anche Halloween mi fa l'effetto del Natale, ovvero non vedo l'ora che passi, con tutti i suoi cliché e gli articoli a tema che impietosamente strabordano dagli scaffali dei supermercati. 
Così quando la solida masnada di blogger mi ha chiesto se mi avrebbe fatto piacere partecipare a un'iniziativa di massa, ero quasi tentato di declinare l'invito. Halloween, e non credo qualcuno lo possa negare, è più che altro una sagra di paese, dove della paura, che è il sentimento che dovrebbe prevalere, non c'è alcuna traccia. Halloween è solo una parodia che la paura tende non tanto a esorcizzarla, quanto a sbeffeggiarla, è una ricorrenza che fa a pezzi un sentimento da molti ritenuto serissimo e se ne prende gioco, sia del tema che dei suoi appassionati. Detto in altro modo è come se qualcuno mi venisse a dire: "Ehi, smettila di credere in ciò a cui credi e concentrati sulla (nostra) realtà". 

giovedì 18 settembre 2025

Libro Vs. Film: Pedro Páramo

Prima di quest’anno non avevo mai veramente esplorato il realismo magico in letteratura. Voglio dire, negli anni ho letto qualcosa qua, qualcosa là (Kafka, Márquez, Borges, Murakami... le solite cose, insomma), ma in modo del tutto casuale e disordinato. Non mi era mai passato per la testa di seguire un ordine preciso, e men che meno di risalire alle origini del genere. Oggi sono ancora molto lontano dall’averlo fatto, ma ho colmato in parte questa lacuna recuperando un classico della letteratura messicana che risponde al nome di “Pedro Páramo” (1955) di Juan Rulfo (1917-1986), che è uno dei capostipiti di questo genere e nella cultura latino-americana è considerato un libro di culto. Era un po’ che adocchiavo l’edizione Einaudi in libreria, finché un giorno non mi è capitata in mano una copia usata e l’ho comprata di getto, leggendola quasi subito. In seguito ho recuperato anche due delle trasposizioni per il cinema (ben quattro*) che ne sono state tratte: la più vecchia, del 1967, e la più recente, uscita appena l’anno scorso. Cercherò di non raccontare troppo, ma qualche piccolo spoiler sarà inevitabile. 

martedì 9 settembre 2025

Nero veneziano

Dodici mesi fa, in occasione della precedente edizione dell’iniziativa “Notte Horror”, mi trovai a giurare che mai più mi sarei impegnato con così largo anticipo a recensire un film che, al momento della decisione, non avevo ancora mai visto. Il rischio, è ovvio, era quello di trovarsi di fronte a qualcosa di non recensibile, vuoi perché privo di spunti da sviluppare, vuoi perché talmente brutto e noioso da rendermi impossibile sopportarne la visione. Eccomi invece qua con lo stesso problema. Ci sono ricascato con tutte e due le scarpe e adesso mi trovo nella condizione di dover scrivere un articolo lungo quanto basti per sembrare il post di un blog. 
Non che manchino gli spunti, quelli magari riesco anche a trovarli, ma “Nero veneziano”, film del 1978 diretto da Ugo Liberatore, è una di quelle esperienze che hanno messo a dura prova le mie palpebre, palpebre che hanno iniziato a cascare dopo pochi minuti, anche in una sera di piena estate, in vacanza, dove la stanchezza di una giornata di lavoro non poteva essere chiamata in causa. Se quindi state cercando una valida alternativa al valium, che magari non volete assumere perché non avete un buon rapporto con la chimica, eccovi servita la soluzione. 

martedì 5 agosto 2025

Profondo rosso

Devo per forza essere impazzito. Non si potrebbe spiegare altrimenti questa mia temeraria iniziativa di voler scrivere a tutti i costi un pezzo su uno dei film più dibattuti del cinema italiano di genere, specialmente in un periodo, quello del cinquantesimo anniversario dalla sua uscita nelle sale, in cui tutti hanno già ampiamente detto la propria. 
Eppure, se non questa volta, prima o poi era inevitabile che sarebbe accaduto. In fondo ho sempre considerato “Profondo Rosso” uno dei più grandi capolavori del cinema nostrano, anche se, e questo devo ammetterlo, con il passare degli anni mi sono dovuto più volte ricredere su certe valutazioni che in prima battuta mi avevano fatto gridare al miracolo. “Profondo Rosso” è un bel film d’impatto, ma certamente non è un capolavoro. E forse non è nemmeno il migliore tra quelli girati dal regista romano. Resta indubbio che si tratti del titolo che, nell’altalenante produzione argentiana, più di ogni altro ha influenzato il mio immaginario, e credo che ciò sia abbastanza evidente per coloro (pochi) che hanno avuto l’ardire di seguire pedissequamente questi quasi quindici anni di blog.

venerdì 20 giugno 2025

Cinema, metacinema, miniature e manie di controllo (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Ma veniamo - senza alcuna intenzione di paragonarle, neppure fra loro, a livello qualitativo, ma solo in merito a come usano l’espediente oggetto del post - a opere ben più recenti. 
Nel bellissimo “Hereditary – Le radici del male” di Ari Aster (2018), la famiglia di Annie è un microcosmo in cui, in un meccanismo da tragedia greca, si manifesta il karma familiare, quel male ereditario che suo malgrado la stessa Annie contribuisce a perpetrare. Non a caso Annie costruisce miniature, e il modellino a cui sta lavorando è proprio la casa del film, come ci mostra la telecamera che, nelle scene iniziali del film, ci porta al suo interno e poi scivola fuori, nella realtà filmica (una tecnica, quella della telecamera che precede gli attori negli ambienti e vi indugia, che sarà usata anche in altri momenti nel lungometraggio). 
Qui la presenza del modello consente un gioco di specchi, non solo in senso fisico ma anche esoterico: ciò che è dentro, è fuori. L’ereditarietà si manifesta anche nella propensione artistica, diciamo così, delle donne di famiglia, nella loro urgenza di rappresentare il reale; ma traslando, il talento di Annie nella figlia si deforma, diventando grottesco (pensiamo all’armonia delle sue miniature a paragone con i brutti e inquietanti ritratti di famiglia abbozzati da Charlie, così come l’aspetto fisico di quest’ultima è una distorsione della bellezza materna).

venerdì 13 giugno 2025

Cinema, metacinema, miniature e manie di controllo (Pt.1)

Il metacinema, ovvero il cinema che parla di se stesso, che si svela o si cita, sia nella struttura operativa che nel linguaggio e negli intenti, è probabilmente un fenomeno vecchio quanto il cinema stesso. Non ho dati oggettivi, ma quantomeno non ho dubbi che non sia cosa recente, se è vero che uno dei primi esempi risale a detta di molti addirittura agli anni ‘50 (proprio del 1950 è infatti “Viale del tramonto”, il film in cui Billy Wilder fa recitare Gloria Swanson nella parte di una diva, appunto, sul viale del tramonto, ovvero nella parte di se stessa; operazione ripresa – tra l’altro – dalla regista Coralie Fargeat in “The Substance”, del 2024). 
È un tipo di narrazione che si contrappone a quella classica, diegetica, in cui lo spettatore viene cullato nella finzione filmica, senza vedere l’artificio che rende possibile il prodigio e senza la necessità, in realtà, di doversi sforzare in alcun modo per capire quanto viene messo in scena, perché i personaggi agiscono in modo lineare seguendo pattern ben consolidati che li portano all’inevitabile conclusione della storia, lieta o tragica che sia. 

venerdì 30 maggio 2025

Mystics in Bali: tra mito e frattaglie volanti

Sono passati quasi dieci anni dallo speciale thailandese “Bangkok Haunted” e ancora sono convinto si tratti di una delle cose migliori che abbia mai pubblicato qui sul blog. E non parlo di scrittura (non ho mai pensato di scrivere particolarmente bene), ma del fatto che credo di aver tratto il massimo dal poco materiale cinematografico a mia disposizione (come scrissi allora, “il cinema tailandese è molto restio a rivelarsi per intero.”). 
All’epoca avrei voluto proseguire nell’esplorazione del cinema folk horror del sudest asiatico, ma avevo sempre altro da fare e, semplicemente, la cosa mi è passata di mente, riaffiorando solo nei momenti meno opportuni. Faccio ammenda con questo timido tentativo, partendo da un film indonesiano che omaggia la figura che all’epoca più di tutte aveva colpito la mia immaginazione: Leyak/Leak, detta anche Palasik o Kuyang (il nome varia nei tre principali gruppi etnici del paese e anche la grafia a volte cambia, benché l’indonesiano usi in gran parte l’alfabeto latino). Leyak altro non è che l’equivalente della thailandese Krasue, un essere che si presenta sotto forma di una testa femminile con appese delle interiora sanguinanti che vaga di notte alla perenne ricerca di donne incinte per succhiare il sangue dei feti o dei neonati (vedi qui). Queste premesse sul folklore sono necessarie, altrimenti lo spettatore che fosse del tutto a digiuno di questi temi rimarrebbe spiazzato e finirebbe per capire ben poco di quello che sta guardando. 

venerdì 16 maggio 2025

Possibly in Michigan

Quello che andiamo ad analizzare oggi è un perfetto esempio di "horror analogico", o analog horror, un sottogenere dell'horror di cui ignoravo l'esistenza sino a poco tempo fa, ma che ho scoperto avere una larga schiera di estimatori. No, in realtà non è esatto dire che non lo conoscevo; diciamo piuttosto che ignoravo fosse mai stato classificato come un genere a se stante. Di cosa si tratta? Semplicemente di un'opera che si basa sull'idea che la tecnologia analogica possa essere utilizzata per catturare eventi paranormali o soprannaturali, creando un'atmosfera di mistero e terrore. Nel contempo, e per quanto mi riguarda è la cosa più interessante, nonostante il mistero e il richiamo alla metafisica si tratta di una tecnica cinematografica che fa leva su timori fin troppo reali e concreti, come quello di essere osservati senza saperlo oppure di poter perdere la percezione di cosa è reale e cosa non lo è.
Sebbene il formato più comune dell'horror analogico sia quello del cortometraggio (e quindi pensato per un pubblico di nicchia), non mancano esempi in cui i media analogici possono ritagliarsi, in una sorta di metacinema, uno spazio all'interno di film veri e propri, spesso riuscendo a diventare l'elemento centrale della trama. È il caso della videocassetta maledetta di "The Ring", che è un perfetto esempio di come la tecnologia analogica possa essere utilizzata per creare un'atmosfera ansiogena, o di quei lungometraggi che utilizzano la forma del "found footage", quali "The Blair Witch Project" (1999), "V/H/S" (2012), "Paranormal Activity" (2007), "The Last Broadcast" (1998) o "Grave Encounters" (2011). 

venerdì 2 maggio 2025

The Lady in the Sea of Blood

Non so nemmeno perché mi sto mettendo a scrivere di ‘sta roba. Forse solo perché ho un post da pubblicare oggi, e non avendo nulla di pronto scrivo qualcosa che richiede il minimo impegno; conto infatti di scrivere questo post in una decina di minuti, considerato che non mi occorre nemmeno perdere tempo con il film in oggetto, talmente superflua ne è la visione. 
In realtà qualche minuto ce lo persi qualche tempo fa, ma lo feci in maniera smart. Detto in altri termini, un cortometraggio di trenta minuti scarsi guardato ai tempi con velocità 8x (ma a posteriori avrei potuto osare anche di più) mi ha rubato giusto il tempo di un caffè espresso, ed è esattamente il tempo che ho sacrificato io. 
Partiamo dal titolo, “The Lady in the Sea of Blood” (血の海の美女), che riassume perfettamente il contenuto di questa assurda creazione: c’è appunto una donna e c’è un mare di sangue. Sarebbe bastato che nel titolo il regista avesse aggiunto “in the bathroom”, specificando appunto l’ambiente dove si svolge l’intera vicenda, e non ci sarebbe stato più nulla da spoilerare. 
La locandina è quanto di più truculento un essere umano possa concepire, e ammetto di essere stato combattuto fino all’ultimo sul fatto di postarla qui sul blog oppure andarci giù pesante con la censura. Alla fine ho optato per lasciarla così com’è (nessuna censura da queste parti), ma credo che dovrò trovare una soluzione diversa quando (e se) deciderò di spammare l’esistenza di questo post sui social.  

venerdì 18 aprile 2025

Libro Vs. Film: The Shout

Sono appena riemerso dalla lettura di “L’urlo” (The Shout) (sono almeno alla quinta o sesta in una decina d’anni: è un testo molto breve) come si riaffiora dopo un’immersione prolungata, o come una foglia che ripiombi a terra dopo essere stata a lungo in balia del vento. E già le mie dita cercano la tastiera, perché voglio fissare le mie impressioni prima che svaniscano, frastornato da quello che forse è poco più che un gioco letterario e tuttavia è pieno di suggestioni, e che mescola il sogno e l’inconscio, ma anche immagini, oggetti e parole ricorrenti. L’Autore di questo racconto, Robert Graves (ovvero Robert von Ranke Graves, 1895 – 1985), professore e poeta inglese, fu anche un apprezzato saggista e un romanziere. Alla sua attività di saggista ho già accennato in passato (per esempio, qui e qui), e certo ne avrei parlato ancora, se una certa serie di post non si fosse arenata nelle sabbie mobili della mia mancanza di tempo e d’ispirazione; stavolta mi dedico invece a una sua opera di narrativa (che è anche l’unica incursione nel fantastico di una carriera in prosa che conta quasi solo romanzi storici), e alla trasposizione per il cinema che ne è stata tratta. 

venerdì 28 marzo 2025

Rape Zombie: Lust of the Dead

Non so che dire. Era un bel po’ che non mi accomodavo davanti allo schermo davanti a un bel film di zombi. Questo principalmente per il fatto che non ho più grandi speranze di trovare materiale abbastanza buono là fuori che possa spingermi serenamente a premere il tasto play. 
Voglio dire, non che mi dispiaccia, nelle sere in cui la mia priorità è spegnere il cervello, assistere all’ennesima carneficina non-morta, ma un minimo di novità ogni tanto mi piacerebbe che ci ci fosse. Non dico di originalità, perché quella ormai non la vedo probabile, ma perlomeno un particolare, anche secondario, che mi strappi un’emozione, fosse anche una risata, e che mi faccia dire che non tutto quello che ho visto è da buttare nel cesso. 
Negli ultimi anni ho tirato lo scarico innumerevoli volte e senza alcun rimorso, eccezion fatta per un paio di pellicole a tema zombi di provenienza asiatica che sono state in grado di aggiungere un pizzico, ma giusto un pizzico, di sale sull’insalata. Penso alla zombi-comedy giapponese “Zombie 100. Cento cose da fare prima di non-morire” (Zom 100: Bucket List of the Dead, 2023), tanto per fare l’ultimo esempio in ordine cronologico, ma potrei citarne altre.

venerdì 21 febbraio 2025

Le Bunker de la Dernière Rafale

Quando capita che ti ritrovi la sera a casa nel bel mezzo della settimana, si sono già fatte le dieci e mezza e il giorno dopo devi alzarti presto per andare a lavorare, le alternative sono tre: ti metti a cazzeggiare col telefono intossicandoti anima e corpo in un'attività che non porta da nessuna parte, ti rifugi al cesso e ti metti davanti allo specchio alla ricerca di invisibili punti neri oppure, scelta preferita, ti metti a frugare nei tuoi "archivi" alla ricerca di un cortometraggio che ti accompagni verso un'ora più consona per andarsi a coricare. Ci sarebbe anche l'alternativa di mettersi a leggere o a scrivere qualcosa per il blog, che è ciò che sto facendo in questo momento, ma la sera di cui vi sto parlando è un'altra e risale a un periodo ormai imprecisato dello scorso anno. 
Ciò che venne fuori da quella ricerca serale fu un cortometraggio di appena 26 minuti il cui titolo e la cui locandina avevano, in un tempo di molto precedente, già attirato la mia attenzione per una certa dose di "singolarità" che mi aveva trasmesso così, a pelle. Il genere di riferimento è il "grottesco", un genere che ritengo essere sostenibile, ma questo è di certo un mio limite, esclusivamente se il minutaggio complessivo dell'opera non supera quello che una scatoletta di tonno richiedere per essere mangiata di fretta sul lavandino. In realtà, più che grottesco l'avrei definito "cyberpunk" perché, come spero vi sarà chiaro proseguendo nella lettura di questo articolo, certi dettagli non possono che far andare la memoria al cinema di Shin'ya Tsukamoto
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