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domenica 28 settembre 2014
Estonia, vent'anni dopo
mercoledì 19 febbraio 2014
Overlord (Pt.2)
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Cruciverba del 2 maggio, 17 orizzontale, “Uno degli Stati Uniti”. Risposta: “UTAH”. Cruciverba del 22 maggio, 3 verticale, “Pellerossa del Missouri”. Risposta: “OMAHA”. Cruciverba del 27 maggio, 11 orizzontale, “Ma qualche pezzo grosso come questo ne ha rubato qualcuno a suo tempo”. Risposta: “OVERLORD”. Cruciverba del 30 maggio, 11 orizzontale, “Cespuglio che suscita reazioni infantili”. Risposta: “MULBERRY”. Cruciverba del 1 giugno, 15 verticale, “Divide il suo regno con Britannia”. Risposta: “NEPTUNE”.
Utah, Omaha, Mulberry, Neptune, ma soprattutto Overlord avevano attirato l’attenzione del controspionaggio inglese. Come era possibile che nomi in codice ritenuti segreti potessero apparire, in una sequenza così impressionante, all’interno dei cruciverba pubblicati proprio nei giorni precedenti lo sbarco in Normandia? Chi era quell’uomo che gli uomini del MI-5 (Military Intelligence, section 5) avevano di fronte? Un uomo qualunque o una spia al servizio dei nazisti? “Ma come faccio a sapere quali parole voi usate per i codici segreti e quali no?”
I servizi segreti inglesi avevano purtroppo tutte le ragioni per essere sospettosi. Sempre più spesso in quegli anni erano venuti alla luce i più bizzarri stratagemmi che la rete spionistica di Hitler, la cosiddetta Abwehr, aveva messo in atto per ricevere informazioni dai propri uomini ben distribuiti sul territorio inglese, tra i quali figuravano decine di insospettabili cittadini, proprio come l’uomo che avevano di fronte. Negli anni tra il 1939 e il 1945, in tutta la Gran Bretagna comunicazioni per il Terzo Reich furono scoperte un po’ ovunque, su spartiti musicali, su tappi di bottiglia, su cartoline d’auguri. Messaggi sconvolgenti, scritti in alfabeto morse, erano stati scoperti nelle cuciture di alcuni abiti femminili. Punto, linea, punto, linea. Come distinguere un messaggio in codice da quella che sembrava essere una semplice imbastitura? Abiti destinati ai mercati di paesi neutrali dai quali, con le dovute attenzioni, venivano dirottati a Berlino.
venerdì 14 febbraio 2014
Overlord (Pt.1)
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L’uomo aveva deciso di trascorrere quel tardo mattino di inizio giugno ai giardini pubblici, come era ormai sua abitudine consolidata da quando aveva deciso di condividere la sua vita con quel cucciolo. Era una splendida giornata e mai avrebbe potuto immaginare che, prima del calar della sera, dense nubi si sarebbero addensate sulla sua esistenza, scaraventando lui e il suo nome sulle prime pagine di tutti i giornali con un’accusa tra le più infamanti. Cinquantaquattro anni, ex calciatore dilettante, ora professore in fisica, Leonard Sydney Dawe era un uomo schivo e timido, con un ristretto giro di pochi amici di lunga data che ormai da tempo non riusciva a frequentare più una o due volte l’anno. Conduceva una vita tranquilla, concedendosi nulla di più di qualche birra al pub, una volta alla settimana, dove amava trascorrere qualche ora a discutere di football con altri occasionali avventori, per poi ritirarsi nella sua abitazione al centro del piccolo paese di Leatherhead, nel Sussex.
Il professor Dawe solo all’apparenza era una persona qualunque. Nessuno dei suoi concittadini poteva immaginare che fosse proprio lui quel Leonard Sydney Dawe che tutti i giorni faceva impazzire i lettori del Daily Telegraph: milioni di persone ogni giorno tentavano inutilmente di risolvere i suoi complicatissimi cruciverba, i più complicati che mai s’erano visti prima, quei cruciverba che Leonard Sydney Dawe inventava ogni sera, nella penombra del suo salotto, e che gli permisero di ascrivere il suo nome nell’olimpo dei più geniali enigmisti di tutti i tempi.
lunedì 11 febbraio 2013
Che fece per viltade il gran rifiuto
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Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.
Dante ha appena superato con Virgilio la porta dell'Inferno e ha raggiunto l'Antinferno, il luogo dove sono le anime degli ignavi, coloro «che visser sanza 'nfamia e sanza lodo», non facendo propriamente il male ma nemmeno operando il bene, così che tanto la misericordia divina li sottrae all'Inferno quanto la giustizia li esclude dal Paradiso. Poiché Dante non indica espressamente il nome di quell'anima, già i primi commentatori della Divina Commedia si posero il problema di dare un'identità al personaggio: in grande maggioranza essi si trovarono d'accordo nell'identificarlo in Pietro Angelerio da Morrone, l'eremita eletto papa il 5 luglio del 1294 e che assunse il nome di Celestino V: salito al soglio pontificio il 29 agosto successivo, egli rinunciò al papato dopo 107 giorni.
Celestino V, sguardo sereno ed altero, entrò nella sala del Concistoro, si avviò verso il trono tenendo stretta una pergamena arrotolata e rivolto ai Cardinali lì riuniti disse: "Molti di voi si stupiranno della mia decisione ormai irrevocabile di rinunciare al pontificato". Detto questo srotolò la pergamena e ne lesse il contenuto ai presenti, senza tradire la minima emozione: "Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe (di questa plebe), al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale."
Detto questo si alzò dal trono, raggiunse il centro della sala e qui, tra lo stupore generale, seduto a terra, cominciò a spogliarsi delle vesti papali. Tolse dal capo la tiara e la depose sul pavimento, si tolse l’anello, si spogliò del piviale rosso, della stola e della cotta. Si alzò in piedi e rivestì il suo vecchio e logoro saio. Austero, sereno e a fronte alta, Celestino attraversò la sala e se ne andò. Ma quello fu solo l’inizio.
Dante ha appena superato con Virgilio la porta dell'Inferno e ha raggiunto l'Antinferno, il luogo dove sono le anime degli ignavi, coloro «che visser sanza 'nfamia e sanza lodo», non facendo propriamente il male ma nemmeno operando il bene, così che tanto la misericordia divina li sottrae all'Inferno quanto la giustizia li esclude dal Paradiso. Poiché Dante non indica espressamente il nome di quell'anima, già i primi commentatori della Divina Commedia si posero il problema di dare un'identità al personaggio: in grande maggioranza essi si trovarono d'accordo nell'identificarlo in Pietro Angelerio da Morrone, l'eremita eletto papa il 5 luglio del 1294 e che assunse il nome di Celestino V: salito al soglio pontificio il 29 agosto successivo, egli rinunciò al papato dopo 107 giorni.
Celestino V, sguardo sereno ed altero, entrò nella sala del Concistoro, si avviò verso il trono tenendo stretta una pergamena arrotolata e rivolto ai Cardinali lì riuniti disse: "Molti di voi si stupiranno della mia decisione ormai irrevocabile di rinunciare al pontificato". Detto questo srotolò la pergamena e ne lesse il contenuto ai presenti, senza tradire la minima emozione: "Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe (di questa plebe), al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale."
Detto questo si alzò dal trono, raggiunse il centro della sala e qui, tra lo stupore generale, seduto a terra, cominciò a spogliarsi delle vesti papali. Tolse dal capo la tiara e la depose sul pavimento, si tolse l’anello, si spogliò del piviale rosso, della stola e della cotta. Si alzò in piedi e rivestì il suo vecchio e logoro saio. Austero, sereno e a fronte alta, Celestino attraversò la sala e se ne andò. Ma quello fu solo l’inizio.
martedì 22 gennaio 2013
Beatrice Cenci
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Roma, 11 settembre 1599. Le prime luci dell’alba illuminavano i volti pieni di angoscia della folla radunatasi nella piazza di Ponte Sant’Angelo. Tra i presenti anche Caravaggio insieme con il pittore Orazio Gentileschi. Sul patibolo, montato in fretta e furia per l’occasione, sarebbe stata da lì a poco giustiziata per volere di Sua Santità Papa Clemente VIII una giovinetta di 22 anni, appartenente ad a una delle più potenti famiglie tardo-rinascimentali romane.
La ragazza, genuflessa in una cappella poco distante, era talmente assorta nella preghiera che non fece attenzione al rumore ed alle grida; soltanto si riscosse quando gli armigeri entrarono nella cappella per precederla al supplizio. Si alzò, guardò in volto i suoi aguzzini e domandò loro: — La mia signora madre è veramente morta? — Le fu risposto affermativamente, ed ella gettatasi ai piedi del Crocifisso pregò con fervore per l'anima di lei. Fu accompagnata ai piedi del palco, ricevette una rapida benedizione e, salita senza indugio la scala, offrì orgogliosamente il suo esile collo alla mannaia del boia pontificio. Rimase con la testa appoggiata al ceppo per alcuni interminabili minuti, poi il colpo vibrò e tutto finì. Il boia raccolse il capo mozzo e lo mostrò al pubblico attonito, mentre il corpo della giovane alle sue spalle ancora si agitava, scosso dai violenti tremiti causati dall’estrema violenza subita. In quel preciso istante era giunta al termine la breve vita terrena di Beatrice Cenci e, inevitabilmente, aveva inizio la leggenda che oggi, dopo oltre 400 anni, fa ancora discutere.
mercoledì 4 luglio 2012
Ave, Cesare!
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Tiranno, pazzo, uxoricida, assassino… questi sono solo alcuni degli appellativi con cui Nerone, imperatore di Roma dall’anno 54 al 68, è universalmente conosciuto. Ma si tratta di verità, oppure la sua figura fu così complessa che soltanto un’analisi di quanto nascosto tra le pieghe della storia ce la può rivelare appieno? Io personalmente propenderei per questa seconda ipotesi.
Cominciamo dai fatti più noti. Sappiamo che Lucio Domizio Enobarbo, ovvero Nerone, nacque ad Anzio il 15 dicembre 37 da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo, e che fu il quinto ed ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia. Suo padre apparteneva ad una famiglia di nobiltà “plebea", cioè recente, mentre la madre era di ben più nobile lignaggio in quanto non solo era figlia di Germanico, il condottiero nipote di Marco Antonio, Agrippa e Augusto, ma anche sorella dell'imperatore Caligola e nipote di Claudio.
Agrippina era una donna ambiziosa che per la sua sete di potere congiurò addirittura contro Caligola. Durante il suo periodo di esilio nell'arcipelago Pontino cominciato nel 39, durante il quale Nerone visse con la zia Domizia Lepida, Caligola venne assassinato. Era il 41 e Nerone aveva ormai quattro anni: Agrippina ritornò a Roma, affidò il figlio a due precettori greci e sposò suo zio, l'imperatore Claudio. In seguito ottenne dal marito la revoca dell'esilio del filosofo Seneca, che volle come nuovo precettore del figlio, e inoltre, gelosa dell’affetto che Nerone provava per la zia Domizia Lepida, la fece accusare di complotto contro l'imperatore, come si usava all’epoca, e condannare a morte.
Cominciamo dai fatti più noti. Sappiamo che Lucio Domizio Enobarbo, ovvero Nerone, nacque ad Anzio il 15 dicembre 37 da Agrippina Minore e Gneo Domizio Enobarbo, e che fu il quinto ed ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia. Suo padre apparteneva ad una famiglia di nobiltà “plebea", cioè recente, mentre la madre era di ben più nobile lignaggio in quanto non solo era figlia di Germanico, il condottiero nipote di Marco Antonio, Agrippa e Augusto, ma anche sorella dell'imperatore Caligola e nipote di Claudio.
Agrippina era una donna ambiziosa che per la sua sete di potere congiurò addirittura contro Caligola. Durante il suo periodo di esilio nell'arcipelago Pontino cominciato nel 39, durante il quale Nerone visse con la zia Domizia Lepida, Caligola venne assassinato. Era il 41 e Nerone aveva ormai quattro anni: Agrippina ritornò a Roma, affidò il figlio a due precettori greci e sposò suo zio, l'imperatore Claudio. In seguito ottenne dal marito la revoca dell'esilio del filosofo Seneca, che volle come nuovo precettore del figlio, e inoltre, gelosa dell’affetto che Nerone provava per la zia Domizia Lepida, la fece accusare di complotto contro l'imperatore, come si usava all’epoca, e condannare a morte.
sabato 2 giugno 2012
Rasputin
“Quando Sodoma e Gomorra saranno riportate sulla terra e gli uomini vestiranno da donna e le donne vestiranno da uomini vedrete passare la Morte cavalcando la peste bianca. E le antiche pestilenze saranno come una goccia d’acqua nel mare, rispetto alla peste bianca. Montagne di cadaveri verranno ammassate nelle piazze e milioni di uomini porteranno la morte senza volto... Città con milioni di abitanti non troveranno le braccia sufficienti per seppellire i morti e molti paesi di campagna saranno cancellati con un’unica croce... Nessuna medicina riuscirà a frenare la peste bianca perché questa è l’anticamera della purificazione. E quando nove uomini su dieci avranno il sangue marcio verrà gettata sulla terra la falce perché sarà giunto il tempo di ritornare a casa.”
Di questa, famosissima, e altre agghiaccianti profezie sono pieni gli scritti di Rasputin: sono il testamento che ci ha lasciato insieme al ricordo indelebile della sua personalità, così controversa e complessa da sfuggire a ogni precisa collocazione. Su questo bizzarro personaggio è già stato detto di tutto e di più. Forse non c’è davvero bisogno del mio post, ma la sua figura ammantata di ambiguità e mistero e, proprio per questo, così affascinante da far ancora parlare di sé a quasi un secolo dalla sua scomparsa, mi ha sempre affascinato moltissimo e voglio quindi rendergli omaggio; e voglio ricordare le circostanze della sua morte, ormai entrate a far parte della leggenda.
mercoledì 25 maggio 2011
Papa Formoso
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Tutto è pronto per l’inizio del processo. Se, come trama di un racconto, si fosse immaginato di celebrare un processo ad un cadavere forse l’idea sarebbe apparsa stravagante ed eccessiva persino per un romanzo gotico. Invece qui il fatto è vero; ed è storia; il cadavere è quello di una papa; il processo avviene nella basilica lateranense nel gennaio 897. Si processa il cadavere di papa Formoso.
Per l’occasione era stato allestito un apposito trono. Una sorta di tribunale d’inquisizione “ante litteram” di fronte all’altare e dietro ai lunghi banchi coperti da un tessuto rosso che suonava sinistro. La curia giudiziaria si era sistemata ai lati del papa, dall’una e dall’altra parte; conosceva ormai dettagliatamente quali erano le imputazioni a carico dell’accusato. Tutti ne parlavano da tempo. L’alto clero fatto di teologi, cardinali, vescovi, i prelati più importanti della curia e i vescovi venuti da quasi tutta l’Italia erano seduti in appositi stalli, ai lati, lungo la navata. Il banco dei giudici e quello dei prelati riquadravano tre lati dello spazio. Al quarto lato c’era il popolo in piedi e ammassato di fronte al banco dei giudici. Nelle chiese medievali le sedie e gli scanni non erano ancora entrati nelle comuni usanze; nella fila davanti, pigiati come il loglio, c’erano naturalmente i più solleciti e i più curiosi che si erano presi il posto buono.
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