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lunedì 2 ottobre 2023

Da donna a strega: piccolo intermezzo cinematografico (Pt.2)

L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI

Rieccomi qui con l’attesa (?) seconda parte dell’intermezzo cinematografico pubblicato pochi giorni fa. Sono moltissimi anche i film che non sono proprio a tema “stregonesco”, ma che hanno comunque parecchio a che fare con gli argomenti trattati in questa mia serie di post, anche solo per come dipingono le figure femminili. Anche in questo caso ho dovuto fare una selezione e scegliere alcuni titoli a scapito di altri. Non sarà condivisibile da tutti, ma la mia scelta è questa. 
Parto da un film che da noi è poco conosciuto, forse a causa del fatto che non è mai stato doppiato in italiano: “Night tide” (Curtis Harrington, 1961). Tuttavia, questo film fantastico, il cui titolo deriva da un verso di "Annabel Lee" di Edgar Allan Poe, un poema che idealizza un amore più tenace della morte, in patria è un piccolo cult anche per la presenza di un giovanissimo Dennis Hopper nei panni di un introverso e inesperto marinaio, un ruolo molto diverso da quelli che interpreterà poi per la maggior parte della carriera. Un ruolo minore è invece affidato a quella Marjorie Cameron di cui ho parlato di straforo nei post dedicati a Kenneth Anger, cosa che ha contribuito alla nomea di film occultistico di una pellicola che però, più che dall’occulto, pesca a piene mani dal mito e dal folclore. 

lunedì 25 settembre 2023

Da donna a strega: piccolo intermezzo cinematografico (Pt.1)

L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI

Questo articolo e quello successivo, ve lo anticipo fin d’ora, tratteranno di cinema. Prima però di entrare nel vivo dell’argomento, vorrei condividere una riflessione con voi. Di recente ho riesaminato la storia di questa serie di post e mi sono reso conto che la media di pubblicazione dei vari articoli che la compongono è imbarazzante: infatti, l’introduzione e il primo articolo risalgono a ben sei anni fa, cioè al lontano 2017, cui sono seguiti 3 post nel 2018, 2 nel 2019, 2 nel 2020, 4 nel 2021 e 2 nel 2022. Sono tutti articoli scritti molto prima del 2017, ma rimaneggiati molte volte prima della pubblicazione, eppure ciò non basta a spiegare il ruolo da “Cenerentola” cui, pur senza farlo apposta, li ho relegati. Forse la ragione è da ricercarsi nel fatto che questo blog tratta molti argomenti diversi, che alcuni di questi, per motivi “di calendario”, hanno sempre finito per avere la precedenza, e anche forse nella mia cronica disorganizzazione. Comunque, quel che mi resta per mandare avanti il progetto, da ora in avanti e con poche eccezioni, sono appunti sparsi slegati fra loro, nulla che possa essere proposto qui così com’è. 
Quindi, siamo al punto in cui questa serie di post potrebbe diramarsi in più direzioni, alcune impreviste, portandomi via molto tempo e lavoro e dilatandosi per chissà quanto altro tempo ancora, oppure cessare del tutto. Non so onestamente quale delle due soluzioni sia preferibile… Ma lasciamo la questione in sospeso e torniamo al cinema. 

lunedì 6 giugno 2022

Da donna a strega: madre o strega

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Lascia ch’io pianga la mia cruda sorte. (Rinaldo, Georg Friedrich Händel) 

Antichrist” di Lars von Trier (2009) è uno dei miei film preferiti. I movimenti di macchina, il colore, il sonoro sottolineano benissimo i mutamenti di umore – e l’orrore – che variano e raggiungono via via nuovi livelli d’intensità, Charlotte Gainsbourg e Willem Dafoe ci regalano un'interpretazione magistrale, e si esplorano territori a me congeniali con coraggio e grande libertà. Soprattutto, questo non è solo un film ampiamente sottovalutato ma anche, secondo me, frainteso dai più. 
Antichrist” parla del dolore e del senso di colpa, certo, ma anche di qualcos’altro. Qualcosa che ha parecchio a che fare con il tema di questa serie di post, e non a caso ho deciso di affrontarlo proprio ora che, con l’articolo precedente, siamo finalmente giunti a quello che considero il nodo cruciale del discorso, ovvero l’identificazione della donna con la madre e lo squilibrio che segue la rottura di questa inevitabile equazione. Non prendete quindi questo post come una recensione del film, ma solo come una serie di pensieri sparsi che finalmente trovano uno spazio nel blog.

martedì 1 febbraio 2022

Da donna a strega: prostituzione sacra

Ishtar
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In tempi molto remoti, nei riti magici che inscenavano i sacri sponsali il ruolo più controverso dovette essere quello della donna. Perfino i Greci, che ancor oggi consideriamo la popolazione più evoluta del mondo antico, erano irritati dall’autosufficienza erotica della donna, ma soprattutto dal potere che da questo derivava, e che Galeno non mancò di minimizzare nella famosissima teoria fisiologica che vedeva nella sessualità femminile qualcosa di imperfetto. 
A differenza dell’uomo, la donna non ha bisogno di particolari stimoli per portare a termine l’accoppiamento, e la sua capacità di sedurre l’uomo-dio, e per esteso la natura, dovette essere fonte di grande meraviglia e di timore per gli antichi, perlomeno fra coloro che prendevano parte ai riti misterici e che verosimilmente formarono il nucleo primitivo della Chiesa cristiana. 
Con il tempo si arrivò a considerarlo alla stregua di un vero e proprio controllo mentale: dal fascinus nacque il concetto di “malocchio” per indicare l’attrazione irresistibile che le donne sono in grado di esercitare tanto sugli umani che sugli dèi. 

martedì 23 novembre 2021

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.7)

James Jacques Joseph Tissot, The Scapegoat
Illustration for 'The Life of Christ', c.1886-94
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LA 1' PARTE DI LACRIME E SANGUE QUI

Il significato forse più evidente dell’uccisione rituale è quello espiatorio, o quantomeno questa è la prima, logica riflessione che può venire alla mente in una società, come la nostra, in cui il sentimento religioso si esprime tramite lo svelamento (confessione) del peccato e la riparazione. Meno immediato viene chiedersi in che modo il sacrificio di un singolo possa espiare le colpe della collettività, ma se avete letto fino a qui la risposta è piuttosto scontata: davanti a una simile esigenza, l'umanità si rivolse alla magia per trovare una soluzione. Per la legge del contagio è possibile trasferire le proprie malattie o le proprie colpe a un oggetto, e di conseguenza al primo che lo toccherà o comunque che ne verrà in contatto. Quando c’era la necessità di una purificazione o espiazione collettiva, gli antichi sacrificavano un animale-totem, che assurgeva a ricettacolo di tutte le colpe e le disgrazie della comunità e, morendo, le portava via con sé, ma in un certo periodo della storia è probabile che la vittima fosse umana. Se il re doveva morire prima di essere corrotto dalla vecchiaia, scaricare sul suo capo il peso dei peccati della comunità che rappresentava aveva un suo senso. 

giovedì 11 novembre 2021

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.6)

Prefiche su un frammento ceramico attico
535–525 a.C. circa
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LA 1' PARTE DI LACRIME E SANGUE QUI

Abbiamo visto in precedenza che i Greci adoravano Adone e le feste a lui dedicate si tenevano ogni anno, e anche se le cerimonie potevano variare da un luogo all’altro, le lamentazioni erano una costante. Le donne, in particolare, preparavano effigi del dio morto e al culmine delle celebrazioni le trasportavano fino al luogo della finta sepoltura tra sonori pianti e gemiti, e infine le gettavano in mare o in una sorgente. Talvolta il giorno dopo si celebrava il ritorno del dio alla vita, ma più spesso questo avvenimento era sottinteso. 
Nel culto trieterico dedicato a Dioniso ctonio il dio era assente dalla terra per dodici mesi, un tema che in origine non esisteva. In quel periodo gruppi di donne (o, in tempi più tardi, cantori e musicanti) lo celebravano con inni, poi gli dedicavano invocazioni e lamentazioni al suono delle trombe per sollecitare il suo aspetto vitale e risvegliarlo, dopodiché il dio era di nuovo presente fra loro, incarnato in un corpo umano. Ad Atene c’erano invece delle feste annuali a lui dedicate che prevedevano sacrifici animali. 

mercoledì 5 maggio 2021

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.5)

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Le tracce più corpose di queste tradizioni (i sacrifici di costruzione, ndr, cfr. articolo precedente) si trovano nella produzione letteraria del sudest europeo. Ballate serbe, greche, romene, ungheresi, bulgare, estoni eccetera, narrano di edifici nelle cui fondamenta viene murata viva una donna (spesso la moglie del Mastro, talora una vergine), un bambino o due gemelli per rendere l’opera perenne o addirittura per poter terminare la costruzione (talora ciò che viene costruito durante il giorno crolla di notte). Ci sono varianti in cui la donna accetta il suo destino, altre in cui maledice il marito oppure il palazzo/monastero/ponte; in genere la vittima ha un figlio che, restando orfano, assume attributi divini, perché condivide il destino dell’orfano primordiale che nel mito viene allevato da un animale o da un essere soprannaturale. In altre varianti si racconta anche la sorte del Mastro, che si riunisce con sua moglie tramite una morte violenta, una forma del sacrificio che gli permette di trasportarsi nello stesso piano cosmico dove lei si trova. È il caso della famosissima Ballata di Mastro Manole: il ricongiungimento tra i due sposi è possibile perché la moglie sta prolungando la propria esistenza nella pietra dell’edificio che ospita le sue spoglie mortali, e quando lui muore cadendo da un’impalcatura, dal punto in cui è caduto sgorga una sorgente, le cui acque filtrano tra le pietre. Il monastero della leggenda è quello di Argeș, in Romania; anche la Fonte di Manole esiste ancora, ed è tappa obbligata per i turisti che si recano al monastero.

venerdì 23 aprile 2021

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.4)

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Marduk: "Opus Nocturne" album art, 1994
Con il post di oggi devierò un altro po’ (ma neanche troppo) dal tema cardine di questa serie, ma ora della fine spero che il motivo di questa parentesi sarà chiaro. 
Finora abbiamo parlato di alcuni significati attribuiti all’atto del sacrificio, e di altri parleremo in seguito, ma credo che valga la pena guardare a questo fenomeno da un altro punto di vista. Le sue interpretazioni più diffuse, infatti, tendono a non tener conto del grande mutamento che la mentalità dell’uomo deve aver subito con il passare del tempo. Ovvero, poiché l’uomo arcaico ragionava in modo profondamente diverso da noi, anche i suoi riti dovevano avere un significato diverso da quello che hanno assunto col passare del tempo, in una fase successiva della storia umana. 

giovedì 1 ottobre 2020

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.3)

Alexandre-denis Abel De Pujol
Sacrificio di Ifigenia, 1822, olio su tela 
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I sacrifici umani fanno parte della storia dell’umanità. C’è chi afferma che furono in effetti le forme più antiche di sacrificio, e che solo in seguito gli uomini siano stati sostituiti da un animale-totem (ucciso, anche se può sembrare paradossale, proprio perché sacro), da una pianta o da un cibo sacramentale che era considerato il corpo del dio. Certamente, come il mito di Ifigenia ci insegna, in varie epoche furono delle fanciulle vergini a venire prescelte per i sacrifici, tuttavia il mito del “dio morente”, sfrondato da tutti gli elementi inverosimili, testimonierebbe secondo Frazer di un tempo in cui i re venivano uccisi prima che il loro potere si indebolisse, di modo che il loro spirito potesse trasmigrare in un nuovo corpo quando era ancora nel pieno della potenza e del vigore.
Sappiamo che la ghirlanda, simbolo del primordiale cerchio magico, era usata per identificare gli animali da sacrificare: si indicava così che proprio quell’esemplare, e non altri, era il sacrificio “perfetto”. Privata delle foglie e dei petali, la ghirlanda non è altro che il cerchio metallico che cingeva la testa dei re: la corona. Ma anche le spose venivano incoronate e così, come ricorda anche Calasso, Ifigenia fu ingannata dal padre: ricevendo la corona pensava di sposarsi e veniva invece condotta sul luogo del sacrificio.

venerdì 31 gennaio 2020

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.2)

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Dioniso
Il mito orfico di Dioniso, il più antico, lo vuole figlio di Zeus e Persefone: il primo Dioniso è Zagreo, ovvero “colui che prende la preda viva”. Ma Zagreo è anche “il lacerato” e difatti, secondo il mito, Dioniso viene ucciso, in forma di toro, dai Titani, che lo smembrano e lo divorano; e una versione del mito dice che l’unica parte del suo corpo a non essere divorata fu il fallo, e che Zeus lo affidò alla dea Ipta, che se lo pose in capo a mo’ di corona.
Si potrebbe continuare a lungo su questa falsariga, ma ancora più interessante sarebbe l’analisi di quegli dèi o personaggi del mito la cui virilità viene persa o sacrificata: Attis, Osiride e Dioniso e indietro fino a Urano, evirato dal figlio Crono su istigazione della madre Gea.

martedì 22 ottobre 2019

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.1)

The Lovers of Ishtar: paintings by Paul Batou
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Al suo svanire intona ella un lamento, “Oh, figlio mio!”. Al suo svanire intona ella un lamento. “Mio Damu!”; al suo svanire intona ella un lamento, “Mio incantatore e sacerdote!”. [...] Il suo lamento è il pianto per l’erba che non cresce nel suo campo, il suo lamento è il pianto per il grano che non rigonfia la spiga. [...] Il suo lamento è per i campi, dove più non verdeggiano piante. Il suo lamento è per la sontuosa dimora dove più non c’è vita. Lamento dei flauti per Tammuz (antico inno babilonese)

Secondo la tradizione, Tammuz, sposo o amante della grande Dea Madre dei babilonesi, Ishtar, ogni anno moriva in circostanze vaghe (le fonti sono diverse e discordanti). Ishtar andava alla sua ricerca nell’oltretomba: in sua assenza, animali e piante dimenticavano di riprodursi, e la terra era consegnata alla momentanea sterilità. Per riavere Tammuz, Ishtar doveva lottare con Allatu, regina degli Inferi. 
Sarebbe forse riduttivo considerare Tammuz, come gli altri dèi a cui accenneremo, solo come la personificazione della vita vegetale che ogni anno si rinnovava, ma è evidente che il tema della fertilità nell’immaginario a lui legato era predominante; la prova è che i babilonesi collocavano la morte del dio al solstizio d’estate, momento dopo il quale le giornate cominciano ad accorciarsi, nel mese che da lui prendeva il nome, e osservavano un lutto di sei giorni durante i quali elevavano in suo onore inni che (come quello citato in apertura) paragonavano la sua dipartita alle piante che prendono ad appassire.

mercoledì 20 marzo 2019

Da donna a strega: sacerdotesse

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Nel mondo classico vi fu almeno un caso documentato di sacerdozio al femminile: sto parlando naturalmente delle Vestali, le sacerdotesse di Vesta, la controparte romana della greca Estia. Una dea che ha parecchio a che fare con l’immaginario cristiano.
La vergine Estia era una divinità che proteggeva la casa e il focolare: primogenita del padre Crono, fu la prima a venire ingoiata da lui e, di conseguenza, l'ultima a essere poi rigurgitata. Proprio per questo era ritenuta il centro dell'universo, e trovava spazio nell'edificio più importante di ogni città così come nei templi degli altri dèi. In un braciere circolare il fuoco, suo simbolo, doveva essere mantenuto sempre vivo, un'usanza poi estesa alla celebrazione delle Olimpiadi e in auge ancora oggi; all'inizio e alla fine del pasto calici di vino si levavano in suo onore.
Il culto romano di Vesta, per quel che ne sappiamo, era molto simile a quello di Estia, ma se possibile ancora più primitivo. Sappiamo per certo che le sue sacerdotesse, le Vestali, erano deputate al mantenimento del sacro fuoco (e chissà che le streghe medievali col loro calderone, o paiolo, oltre ad essere compagne simboliche – madri, figlie, mogli – del Sole, che è poi la fonte del fuoco stesso, non debbano qualcosa del loro immaginario a queste “custodi del fuoco”).

sabato 8 dicembre 2018

Da donna a strega: retaggi

The golden bough, Wenzel Hollar, XVII sec.
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Nel suo famoso saggio “Il ramo d’oro”, James Frazer fornì moltissimi esempi di riti della prosperità europei concentrati in primavera e in estate con al centro lo spirito arboreo o un suo rappresentante.
Letta oggi la sua opera risulta piuttosto ostica, marcata com’è da una “sociologia cristiana” che accomuna tutto quanto avvenuto in passato sotto la definizione di primitivo e inferiore, e inoltre le sue fonti, quando citate, sono state spesso giudicate carenti...
Eppure, per quanto mi riguarda, girando un po' per l'Europa ho notato che oggi tracce del folclore descritto da Frazer sono ancora ben evidenti; soprattutto in Inghilterra, paese in cui la vita sociale ruotava attorno a eventi legati al mondo agricolo-pastorale e alla caccia, e in cui le feste popolari e le sagre sopravvissero pressoché invariate anche dopo l'avvento del Cristianesimo.
Quelli che abbiamo visto la volta scorsa sono generici accenni a riti basati sulla concezione di spiriti incorporati negli alberi e di spiriti slegati dal loro involucro arboreo e incarnati in un uomo o donna viventi, che diventavano a tutti gli effetti uomini-dèi. Curiosamente, oltre agli Sposi di maggio (Re/Regina, Cavaliere/Dama, eccetera), esisteva anche una tradizione dello sposo o della sposa abbandonato/a: durante il rituale, che prevedeva in genere di trascinare per il paese un fantoccio di foglie e paglia per poi gettarlo nell’acqua o nel fuoco; un ragazzo o una ragazza si buttavano a terra e vi si rotolavano fingendo di addormentarsi, per poi venire risvegliati. Una metafora della vegetazione che si addormenta d’inverno e si risveglia in primavera?

domenica 30 settembre 2018

Da donna a strega: i culti arborei

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Se è vero che nell’antichità ci furono due tipologie di divinità prevalenti, una pastorale (diffusa fra le popolazioni nomadi) e una agricola (tipica delle popolazioni stanziali che, come sappiamo, col tempo divennero le più numerose), sembra che il contributo della donna fosse centrale proprio nel culto di queste ultime: il probabile retaggio di una precedente società di cacciatori, collocabile verso la fine dell’età glaciale, che divenne sedentaria proprio in seguito allo sviluppo dell’agricoltura. A quei tempi è probabile che la religione fosse prevalentemente di tipo domestico e come tale praticata in misura maggiore dalle donne, e che, non si sa bene come né quando, la donna stessa sia divenuta depositaria della salvaguardia dei ritmi della natura, che determinavano i ritmi della produzione agricola, e dell’energia sessuale, dalla quale dipendeva la prosecuzione della vita. 
Sappiamo da varie fonti che alcuni culti prevedevano la prostituzione rituale femminile. Nella mentalità degli antichi il modo migliore di assicurare la fecondità del suolo era quella di operare una sorta di incantesimo, o sortilegio, tramite rapporti sessuali (veri o simulati) che, su piccola scala, rappresentassero quelli del Cielo con la Terra, rispettivamente il principio maschile e femminile della Natura, fino (talora) a inscenare il mistero della nascita.

martedì 12 giugno 2018

Da donna a strega: Caotica Ana

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Prendendo spunto dal folclore italiano, nello scorso articolo abbiamo visto una breve panoramica di quelle creature che, in quanto tarda espressione di un’antica tradizione di divinità femminili agresti, di notte, tempo deputato agli spiriti, lavano lenzuoli funebri, e se non lavano tessono gli umani destini.
Le analogie con lavandaie e filatrici notturne e con messaggere di morte del resto d’Europa sono lampanti, e in particolare con quelle rintracciabili nel folclore di Irlanda, Scozia, Galles, Bretagna, tutti luoghi di comprovata e duratura influenza celtica.

Senza entrare nel dettaglio, due sono le cose da sottolineare. La prima è che alcune di queste figure femminili, come le Agane, vivevano in piccoli nuclei di tre guidati da una “madre” o “sorella maggiore”, denominata sovente anche badessa o priora. Un’altra peculiarità che le accomuna a figure mitiche di solito rappresentate come triadi, oppure dai triplici attributi: le Parche; le Moire; le Norne; le Matres; Core/Persefone/Ecate, a propria volta raggruppate nella figura “una e trina” di Demetra, che racchiude in sé la vergine, la madre e l’anziana, ovvero le tre fasi della vita della donna; la celtica Brigit, o Brighid; eccetera.

domenica 8 ottobre 2017

Da donna a strega: l’eterno ritorno

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In Europa, le analogie fra miti e figure del folclore in territori anche molto distanti geograficamente si spiegano per via delle migrazioni e dei contatti fra vari popoli, e in particolare i Celti e gli Sciti, ma anche i Daci e i Traci, il cui immaginario evidentemente si fuse con quello romano. Il patrimonio culturale italiano, in particolare, è stato plasmato anche da influenze di culture come quella illirica, quella cimbra e quella degli indoeuropei, i nomadi delle steppe russe, e, specie nelle regioni del Nordest, da quelle delle popolazioni slave, tanto che se oltre ai termini generici di Fate e Streghe tenessimo in considerazione tutte le variazioni dialettali dei nomi che ricorrono nelle varie leggende locali, dovremmo contare decine e decine di nomi, molti dei quali fanno parte da tempo immemore della toponomastica: Agane, Angolane, Anguane, Aquane, Begane, Bugadére, Cavestrane, Desodre, Dujacesse, Eguane, Fade, Gandane, Gane, Guane, Inguane, Ivane, Janare, Jane, Krivapete, Lagane, Langane, Linguane, Longane, Melusine, Nanguane, Pagane, Pane, Salinghe, Sequane, Somegane, Spilunghe, Stane, Torke, Varvuole, Vivane, Zuane, e ancora Vecchie Signore, Beate Donnette, eccetera eccetera... 

venerdì 15 settembre 2017

Da donna a strega: introduzione

Che ci crediate o meno, il progetto Orizzonti del Reale non è nato per parlare di religione – non in senso stretto, almeno. Non è nato neppure per parlare di John Marco Allegro, che tuttavia lo ha monopolizzato per un bel pezzo. Volendo ora affrontare quella che chiamerò la “questione femminile”, ovvero il ruolo della donna nella pratica religiosa e più in generale nella società, credo quindi che sia giusto aprire un percorso contiguo ma parallelo. Un percorso che costituisce l’ideale punto di partenza per parlare di streghe, un argomento che non ho mai affrontato prima se non a spizzichi e bocconi. 
Vi chiederete forse in che modo le due cose siano collegate. Ebbene, è presto detto: negli ultimi anni, qui sul blog, ho sfiorato quel discorso molte volte, non ultima in occasione dell’ultimo speciale di aprile e la sua incursione in folclore e tradizioni così legati alla dimensione magica come quelli tailandesi. Mi mancava però la voglia di fare di più, dato che molti altri blog lo avevano già fatto e data la vastità e complessità della materia. Il saggio di Allegro mi ha però fornito lo stimolo decisivo (oltre che nuovi spunti) per questa riflessione, e infatti posso dire che il nucleo del post odierno sia nato proprio mentre scrivevo questa parte di OdR.
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