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lunedì 16 dicembre 2024

Karma, colpa e fine vita (Pt.3): Plan 75 e riflessioni finali

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Per riallacciarci alla prima parte di questo post, abbiamo appurato che la relazione del Giappone con la morte volontaria non riguarda solo la famosa pratica del seppuku, il suicidio rituale dei samurai, o le missioni suicide degli aviatori giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale; è una pratica se possibile ancor più antica, il cui ricordo permane nell’immaginario collettivo della nazione e di tanto in tanto ritorna in auge, se pur camuffato da narrazione distopica. Un esempio recente è il film del 2022 "Plan 75" di Chie Hayakawa, ambientato in un futuro in cui il Paese del Sol Levante inaugura un programma di suicidio assistito gratuito per gli anziani ultra settantacinquenni. Prima che la narrazione prosegua concentrandosi su pochi personaggi, vediamo come la proposta susciti l’attenzione degli anziani per i motivi più disparati: c’è chi ha perso il lavoro, si sente inutile e sente di pesare sulle casse dello stato, chi vuole uscire di scena quando ancora è autosufficiente per non creare problemi ai parenti, chi è allettato dalla somma messa a disposizione dallo stato agli anziani per soddisfare i loro ultimi desideri o pensa di lasciarla in eredità a figli e nipoti, chi semplicemente è solo e non ha nulla e nessuno per cui continuare a vivere. A partire dall’incipit, in cui viene mostrato un attentato contro una casa di cura per attirare l'attenzione sul problema dell’invecchiamento della popolazione (“il crescente numero di anziani sta distruggendo l'economia del nostro paese”, dice l'attentatore prima di togliersi la vita), il film è un crescendo di angoscia e di profonda commozione mostrati col tipico minimalismo giapponese. 

lunedì 9 dicembre 2024

Karma, colpa e fine vita (Pt.2): un cambio semantico

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Ma vediamo anche quanto scrive Houston Smith in "Le religioni del mondo", un classico della saggistica sulla storia delle religioni che lessi alcuni anni orsono, a proposito di Induismo e di India: 
“...può forse sorprendere che ancora oggi ci siano indiani, perfettamente a conoscenza delle alternative occidentali, che difendono il sistema delle caste, naturalmente non nella sua interezza e non per quello che è diventato, ma come modello fondamentale”; e ancora “Tra le caste non esisteva nessuna uguaglianza, eppure all’interno di ciascuna i diritti degli individui erano più sicuri di quanto non sarebbero stati in generale se fossero stati costretti a difendersi da soli nel mondo. Ogni casta si reggeva sull’autogoverno e in caso di guai si poteva star certi di essere processati dai propri pari. All’interno di ciascuna casta c’erano uguaglianza, opportunità e sicurezza sociale.” (cap. 2). 

lunedì 2 dicembre 2024

Karma, colpa e fine vita (Pt.1): la ballata di Narayama

Quello di karma è un concetto nel quale ho creduto a lungo, o in cui ho voluto credere, o che comunque ho accarezzato abbastanza da citarlo nelle più svariate situazioni, reali e virtuali. Da tempo non è più così, e il fatto che ancora oggi lo tiri spesso in ballo non è indicativo dei miei sentimenti a riguardo; insomma, sono come uno di quegli atei che bestemmia perché viene da un contesto in cui si fa così e lo fa come un automatismo appreso da tempo immemore, che non ha un vero significato e neppure alcuna implicazione se non quella di renderlo inviso agli altri. La mia riflessione di oggi non riguarda solo letteratura e cinema, ma soprattutto la realtà di ieri e di oggi e, vi avverto, è forse tra le cose più controverse che abbia mai scritto. 
Nulla meglio di "Le canzoni di Narayama" (楢山節考, Narayama bushikō, letteralmente "La ballata di Narayama") di Shichirō Fukazawa, un racconto giapponese risalente agli anni ‘50, potrebbe offrirmi spunto migliore per introdurre il tema di oggi. Ho quindi ripescato dalla libreria e riletto la mia edizione Einaudi del 1961 (una traduzione dal francese) di questo libro, una copia così ingiallita e fragile, tra le dita, che ogni volta che la prendo in mano ho paura che la costa si rompa e le pagine si sparpaglino. 

lunedì 3 giugno 2024

La Grande Abbuffata: lotta al potere

Il digiuno umano è un fenomeno molto antico. Dico “umano” perché di questo parliamo oggi, ma l’esperienza ci dice che anche gli animali, quando stanno poco bene, rifiutano istintivamente il cibo; quel che manca loro, naturalmente, è la volontà ideologica - religiosa o politica - di praticare il digiuno. Tutte le religioni incoraggiano il digiuno come forma di disciplina e pratica di purificazione, e per altre motivazioni; si digiuna per ottenere l'autocontrollo, per "risvegliarsi" (come nel Buddhismo) o per conoscere il Signore, per espiare (come nel Cristianesimo), per tenere lontane le tentazioni, come forma di autoconoscenza che porta ad aprire il cuore a Dio e al prossimo (quindi con significato sia spirituale che sociale), come rito religioso, per adempiere un voto religioso (nell’Induismo) e perfino come forma di preghiera. Talvolta ci sono regole rigorose (ad esempio, nel ramadan), altre volte ci si rimanda alla coscienza dei fedeli, ma ha sempre e comunque una funzione educativa. 

lunedì 13 maggio 2024

La Grande Abbuffata: sugli aspetti psicologici e relazionali (Pt.2)

Come “301, 302”, anche “La vegetariana” (Lim Woo-Seong, 2009), tratto dall'omonimo libro di Han Kang, narra di una donna che rifiuta il cibo e (sarà un caso) anche questo film arriva dalla Corea. Ne avevo già parlato in passato, anticipando per forza di cose anche gran parte della trama, ma soltanto la lettura del romanzo avvenuta a posteriori mi ha permesso una visuale completa della storia così come la sua autrice l’aveva concepita in origine. 
La vita di Yeong-Hye, stravolta da un sogno, è l’odissea di una persona il cui rifiuto del cibo simboleggia quello delle costrizioni sociali, della famiglia e infine di se stessa in quanto essere umano, fatto di carne e sangue, così lontana dalla purezza placida e indifferente del mondo vegetale: Yeong-Hye finirà per essere rifiutata a sua volta, riuscendo a mantenere un flebile legame umano solo col cognato, un legame che però è al limite dell’abuso. Anche in questo caso non può esserci un lieto fine, non come noi ce l’immaginiamo (“e vissero felici e contenti...”). 

lunedì 15 aprile 2024

La Grande Abbuffata: verso nuovi orizzonti del reale

Quando ne parlai io, nel lontano 2016,
una traduzione in italiano di questo libro
ancora non esisteva (dannazione!)
Quando e come, ci stavamo chiedendo la volta scorsa, una necessità biologica è entrata a far parte di quell’eterogeneo agglomerato chiamato cultura? Va innanzitutto rilevato che per gli antichi cucinare era ben più che adempiere a un compito necessario a nutrire il proprio corpo, ma era un vero e proprio atto religioso: gli antropologi sono in gran parte concordi che in molti gruppi sociali fosse previsto un sacrificio cruento agli dèi (chiamato ”olocausto”) a cui seguiva un banchetto durante il quale l’animale vittima del sacrificio veniva consumato dai fedeli; è il caso dei riti misterici, come quelli eleusini, la religione dionisiaca o i baccanali, le feste dedicate a Bacco. In qualche momento della storia umana vi furono perfino pasti cannibalici, poiché a essere ucciso era un essere umano. E vi fu perfino chi ipotizzò che la figura di Cristo, il dio sacrificato per eccellenza, sia stato creato per sublimare (e occultare) una o più piante sacre che in tempi remoti erano state venerate come divinità, perché aprivano l’uomo alla conoscenza soprasensibile (Allegro docet). 
Si tratta di speculazioni oziose, naturalmente; nulla che possa essere provato. È però oltremodo curioso (sebbene i funghi ad esempio non si coltivino, ma casomai si colgono) che la parola latina colere significhi sia coltivare che onorare, venerare, a testimonianza del fatto che nell’area mediterranea l’agricoltura avesse un posto preminente tra le attività umane anche perché consentiva all’uomo di elevarsi sopra la condizione animale, piegando la natura ai suoi bisogni e garantendosi di non dover soffrire mai più la fame; in termini economici, aveva permesso di passare da un’economia di sussistenza a un’economia fondata sul processo produttivo. 

lunedì 26 febbraio 2024

Rapporto sulla cecità (Pt.3)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Un ribaltamento della prospettiva pare averlo operato anche la letteratura moderna rispetto a quella classica, almeno a giudicare dagli esempi proposti qui sopra, anche se non ne so a sufficienza per poterlo dire con certezza; a ben vedere, comunque, a grandi linee parlano di cecità anche quei racconti distopici, come “1984” (“Nineteen Eighty-Four”, 1949) di George Orwell, che utilizzano il concetto dell’occhio invisibile per parlare della sorveglianza di massa, della repressione e della propaganda nei regimi totalitari, assurto poi a metafora di quanto esprime il potere nella società contemporanea, perché deputare una vista illimitata a un “Grande Fratello”, cioè all'élite come ingannevole surrogato della collettività, significa in fondo sottrarla al singolo, condannandolo a qualcosa di molto simile alla cecità. 
Del resto, Orwell prese ispirazione dal Panopticon, il carcere circolare ideato alla fine del ‘700 da Jeremy Bentham, e il nome Panopticon, letteralmente “l'occhio che tutto vede”, deve il suo nome ad Argo Panoptes (Ἄργος Πανόπτης”), una creatura della mitologia greca che aveva molti occhi sparsi sul corpo (secondo Ovidio, addirittura cento), grazie ai quali non doveva mai dormire... 

lunedì 27 marzo 2023

Nella corte del drago (Pt.2)

Riprendiamo oggi discorso interrotto la scorsa settimana. C'era un particolare significativo nel finale del racconto preso in esame che non poteva non attirare la nostra attenzione. Il riferimento è a una frase apparentemente molto semplice che sentiamo sussurrare dal Re in Giallo in persona: "È una cosa spaventosa cadere nelle mani del Dio vivente!". Si tratta di una frase dal significato piuttosto criptico, ma che i più attenti avranno forse riconosciuto come una citazione del Nuovo Testamento, rintracciabile, per chi volesse andare a verificare, nella “Lettera agli Ebrei” (versetto 10:31). 
L'espressione "Dio vivente" o "Iddio vivente", per quanto possa sembrare bizzarra, ricorre spesso nella Bibbia e ha un significato che ben si desume dal contesto. Nella maggior parte dei casi essa esprime la superiorità del Dio di Israele (vivente, e quindi esistente) nei confronti degli idoli adorati dai pagani (morti, e quindi inesistenti), che sono “dèi di legno e di pietra, i quali non vedono, non odono, non mangiano, non annusano” (Deuteronomio, 4:28) e che, proprio per questo, sono irreali, inesistenti, in poche parole “non vivi”.

martedì 1 novembre 2022

Breve storia dell'ira

Il Bodhisattva Vajrapani
Abbiamo parlato di odio, ma resta da fare un piccolo passo indietro e domandarsi che cosa gli permetta di germogliare e crescere, perché è evidente che un sentimento così devastante non può sedimentare in un animo sereno, ma attecchisce solo laddove lo spirito sia predisposto all’ira. Tutti conosciamo quella profonda alterazione dello stato emotivo che è il sintomo di un’avversione profonda; la sua caratteristica è la distruttività, perché si manifesta sempre in modo violento e talora non si esaurisce neppure con l’annientamento di chi o di ciò che lo ha generato, finendo per alimentarsi da sé in una spirale infinita.
Le due religioni più diffuse in Giappone vedono l’ira in maniera differente. 
Lo Shintoismo non ha dogmi veri e propri e quindi non si occupa nello specifico della questione, ma il suo fine è fornire una serie di insegnamenti positivi che in parole semplici possono essere riassunti nel condurre una vita semplice e gioiosa in armonia con le persone e la natura, il che include naturalmente anche la correttezza nei rapporti personali e il dare il giusto valore ai sentimenti degli altri. Non seguire questi precetti porta a divenire (e rimanere) impuri, ma ha effetti funesti anche sugli altri. Difatti, per lo Shintoismo le anime felici alla morte diventano spiriti ancestrali, mentre chi muore in preda all’angoscia diventa un fantasma (yūrei); in particolare, chi perisce per mano altrui non può trovare la pace, ma sarà pervaso dal rancore (urami) e diventerà uno yūrei, uno spirito rancoroso in cerca di vendetta, oppure un funayūrei, se morto in mare, o un goryō, se proveniente dalle classi aristocratiche. 

lunedì 27 settembre 2021

Haïta il pastore

La sua vita trascorreva così, ogni giorno identico all'altro, tranne quando la tempesta dava sfogo all'ira di una divinità offesa. Allora Haïta si rifugiava nella sua grotta e, col viso tra le mani, pregava affinché solo lui venisse punito per i suoi peccati e il resto del mondo fosse risparmiato dalla distruzione. Talvolta, quando diluviava e il ruscello usciva dagli argini, costringendolo a spingere il gregge terrorizzato verso la alture, intercedeva presso gli dèi per gli abitanti delle città, che, come gli era stato detto, vivevano nella pianura, al di là delle due colline azzurre che costituivano l'ingresso della sua valle. «Ok Hastur», sei stato molto premuroso" invocava Haïta «nel porre le montagne così vicino alla mia grotta e al mio ovile, in modo tale che io e il mio gregge possiamo sfuggire alla collera dei torrenti; ma devi salvare anche il resto del mondo con mezzi a me ignoti, o altrimenti non ti adorerò più». (Ambrose Bierce, Haïta the Shepherd).

In questo lungo percorso che stiamo compiendo alla ricerca di una risposta sulla vera essenza del Re in Giallo e della perduta Carcosa, c'è un particolare a cui abbiamo accennato vagamente ma che mai abbiamo veramente approfondito, e di ciò mi sono ricordato scrivendo il precedente articolo. Oggi è quindi il caso di rimediare e fare un deciso passo indietro fino alle origini dei Mythos, ovvero fino ad uno dei primissimi racconti che, cronologicamente parlando, Ambrose Bierce consegnò a noi appassionati. 

giovedì 1 ottobre 2020

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.3)

Alexandre-denis Abel De Pujol
Sacrificio di Ifigenia, 1822, olio su tela 
L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI
LA 1' PARTE DI LACRIME E SANGUE QUI

I sacrifici umani fanno parte della storia dell’umanità. C’è chi afferma che furono in effetti le forme più antiche di sacrificio, e che solo in seguito gli uomini siano stati sostituiti da un animale-totem (ucciso, anche se può sembrare paradossale, proprio perché sacro), da una pianta o da un cibo sacramentale che era considerato il corpo del dio. Certamente, come il mito di Ifigenia ci insegna, in varie epoche furono delle fanciulle vergini a venire prescelte per i sacrifici, tuttavia il mito del “dio morente”, sfrondato da tutti gli elementi inverosimili, testimonierebbe secondo Frazer di un tempo in cui i re venivano uccisi prima che il loro potere si indebolisse, di modo che il loro spirito potesse trasmigrare in un nuovo corpo quando era ancora nel pieno della potenza e del vigore.
Sappiamo che la ghirlanda, simbolo del primordiale cerchio magico, era usata per identificare gli animali da sacrificare: si indicava così che proprio quell’esemplare, e non altri, era il sacrificio “perfetto”. Privata delle foglie e dei petali, la ghirlanda non è altro che il cerchio metallico che cingeva la testa dei re: la corona. Ma anche le spose venivano incoronate e così, come ricorda anche Calasso, Ifigenia fu ingannata dal padre: ricevendo la corona pensava di sposarsi e veniva invece condotta sul luogo del sacrificio.

lunedì 27 maggio 2019

Salvation Mountain

La prima volta che sentii parlare della Salvation Mountain era il 1995. I Kyuss, storico gruppo di stoner rock americano che si sarebbe sciolto due anni dopo, la ritrassero sul retro di copertina del loro disco di commiato “…and the circus leaves town”. In seguito avrei avuto modo, del tutto casualmente, di mettere le mani su un volume della Taschen che riporta alcune sue foto (Eccentric Style, 2002), e dopo ancora di vedere il film di Sean Penn (Into the Wild, 2007) in cui l’ideatore della Salvation Mountain, Leonard Knight, compariva in un cameo interpretando se stesso, ma all’epoca non possedevo un computer tutto mio, non avevo internet a disposizione e trovare informazioni su quell’installazione era abbastanza complicato. 
Per chi non la conoscesse, la Salvation Mountain è semplicemente uno dei più begli esempi di arte folk del mondo e si trova a Niland, appena fuori da Slab City, un piccolo villaggio composto principalmente di camper e roulotte - non troppo dissimile dal tipico agglomerato che si può trovare nel deserto, con le uniche asfittiche costruzioni in lamiera, che io stesso ho potuto vedere di persona quando ho visitato i dintorni nell’ormai lontano 2005. 

lunedì 15 aprile 2019

La monaca portoghese

"Sono riuscito, con molta cura e molti affanni, a recuperare una copia corretta della traduzione delle cinque Lettere portoghesi scritte a un nobile gentiluomo di stanza in Portogallo. Ho sentito tutti quelli che s'intendono di sentimenti lodarle o ricercarle con tanta sollecitudine, che ho creduto, dandole alle stampe, di far loro gran piacere. Non conosco il nome di colui al quale sono state scritte, né di colui che ne ha fatto la traduzione, ma mi è parso di capre che, rendendole note, non avrei recato loro un dispiacere. Difficilmente sarebbero state pubblicate senza errori di stampa, che le avrebbero sfigurate." (Claude Barbin, 1669.)
Fu non molto tempo fa che in una bancarella di libri usati trovai questo curioso, minuscolo quanto anonimo libretto nell'edizione Marsilio che vedete qui accanto. Non saprei dire perché mi rimase appiccicato alle dita così tenacemente da finire poi incastonato nella mia libreria. Forse il caso, forse una necessità improvvisa, forse qualcosa mi aveva inconsciamente colpito e ispirato... forse semplicemente il fatto che il libro era effettivamente anonimo, nel senso letterale che in copertina non era riportato il nome dell'autore.
Non avrei mai potuto immaginare che in quelle 30 pagine scarse, ampliate a 120 da una corposa pre(post)fazione, da numerose annotazioni e dal testo francese a fronte, si potesse trovare una così alta espressione di letteratura epistolare da far impallidire Goethe e tutti gli altri specialisti del genere.

venerdì 11 maggio 2018

Una storia mesoamericana

Il sacrificio umano e l’autosacrificio nella cultura azteca: piacere per la sofferenza o strumento politico? 

“How the gods had their beginning and where they began is not well known. But this is plain, [that] there at Teotihuacan... when yet there was darkness, there all the gods gathered themselves together, and they debated who would bear the burden, who would carry on his back - would become - the sun. And when the sun came to arise, they all [the gods] died that the sun might come unto being... and thus the ancient ones thought it to be.” (Bernardino de Sahagún, Florentine Codex)

Gli Aztechi sono stati uno dei pochi popoli mesoamericani a non essere nativi del luogo in cui hanno stabilito il proprio impero, bensì un insieme di diversi popoli uniti soltanto da un comune linguaggio, il Nahuatl, che migravano dalle regioni del nord del Messico (una mitica terra di nome Aztlan da cui deriva appunto il termine di Azteco) fino a stabilirsi nella più florida e ospitale Valle centrale. 
Fra tutti questi popoli quello di cui si conosce sicuramente di più è quello dei Mexica (che si pronuncia Mescica), il quale stabilendosi nella zona paludosa di quella che diventerà la città di Tenochtitlan creerà dal nulla uno degli imperi più straordinariamente organizzati fra le civiltà precolombiane.

mercoledì 9 maggio 2018

Religione e sofferenza

Farsi del male per uno scopo più alto
Religione e sofferenza

In molte religioni è presente il principio della mortificazione del corpo ai fini dell’elevazione dello spirito: ridurre all’indispensabile le pulsioni della carne tramite l’astinenza sessuale e il digiuno per concentrarsi sulla meditazione trascendente e la preghiera. Tali pratiche aiuterebbero il credente a entrare in contatto con l’entità divina (o quanto meno a percepirla) giungendo a sperimentare in alcuni casi la cosiddetta ‘estasi mistica’. 
La parola ‘estasi’ nell’accezione comune è però più affine al piacere fisico che non alla serenità spirituale, tanto è vero che una delle più celebri opere d’arte dedicate a questa sensazione estrema, ovvero la statua della Transverberazione di Santa Teresa d’Avila scolpita dal Bernini e conservata nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma, ci mostra una donna che – detto con rispetto e senza voler in nessun modo offendere né la santa né i cattolici in generale – sembra aver raggiunto l’orgasmo.

giovedì 22 febbraio 2018

Il mito di Gesù in India (Pt.4)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

4. Esplode lo scandalo

«[1] La terra tremò e il cielo pianse a causa del grande crimine che è stato commesso nella terra d’Israele, [2] perché veniva torturato e giustiziato il grande e giusto Issa, in cui risiedeva l’anima dell’universo, [3] che si è incarnato in un semplice mortale per fare del bene agli uomini e sterminare i cattivi pensieri, [4] e per rilanciare la pace, l’amore e il bene, l’uomo degradato dal peccato e per ricordargli l’unico ed indivisibile Creatore la cui misericordia è infinita e illimitata: [5] ecco cosa raccontano i mercanti provenienti da Israele.»  
Questo l’incipit con cui Notovitch presenta la raccolta di pensierini che dovrebbe raccontarci la vita sconosciuta di Gesù, spacciando il tutto per racconti dei mercanti di Israele: se ci sono inesattezze, sembra suggerire, prendetevela con loro... 
Mentre l’interesse dei lettori e degli editori sale con una velocità esponenziale, arrivare ad un largo pubblico fa sì che ci si accorga subito che il saggio del nostro eroe fa acqua da tutte le parti.

lunedì 19 febbraio 2018

Il mito di Gesù in India (Pt.3)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

3. Primi segnali di "bruciato" 

Nell’Ottocento grandi schiere di viaggiatori hanno pubblicato i resoconti dei loro viaggi in terre esotiche ed erano tutti testi apprezzati perché, in epoca pre-televisiva, era l’unico modo per conoscere terre lontane: il testo che Notovitch fa pubblicare nel 1894 è esattamente un diario di viaggio, pieno di lunghe descrizioni e minuziosi particolari... finché ad un certo punto aggiunge, quasi di sfuggita, di aver trovato un testo incredibile e lo pubblica come se fosse un’appendice al suo memoriale. Ma allora perché non spendere qualche parola anche sui dieci anni di viaggi precedenti? Perché di tanti mirabolanti percorsi in territori spesso selvaggi il nostro eroe non ha fatto mai la pur vaga menzione? Io credo che Notovich non sia mai stato interessato ai diari di viaggio, e il suo racconto lunghissimo ha un’unica ragione di esistere: distrarre l’attenzione del lettore da quelle incredibili (cioè da non credere) quattro righe... 
Il primo segnale che qualcosa non vada è talmente evidente che stupisce non sia lo stesso Notovitch a rilevarlo. Durante la sua prima visita ad Hemis il lama gli parla di rotoli (rouleaux), ma poi mentre il viaggiatore è a letto con la gamba rotta il lama gli si presenta con due grossi libri rilegati (deux gros livres cartonnés) e specifica che sono fatti di carta (étaient en papier): come mai il viaggiatore non nota questa differenza fondamentale? Come mai non fa caso al fatto che i libri rilegati sono enormemente più recenti rispetto ai rotoli? A voler ritenere Notovitch onesto bisogna allora pensare che il lama, scocciato dal viaggiatore importuno, gli abbia rifilato una bella fregatura promettendogli rotoli antichi ma leggendogli poi un qualche recente libro locale...

venerdì 16 febbraio 2018

Il mito di Gesù in India (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

2. Il viaggio 

Appena siglata la pace di Santo Stefano del 1878, che mette fine alle ostilità fra Russi e Turchi che incendiano i Balcani, c’è finalmente possibilità di viaggiare tranquillamente per avventurieri curiosi come il nostro eroe: Nikolaj Aleksandrovič Notovič. (Il suo nome conosce molte varianti a seconda della lingua utilizzata: per comodità lo chiamerò all’inglese, Nicolas Notovitch.) 
Stabilire chi sia egli veramente è impresa ardua e destinata al fallimento, in quanto gli avventurieri del suo livello non hanno mai amato divulgare troppe informazioni personali (o divulgarle vere), e visto che dopo lo scandalo del suo “ritrovamento” egli scomparirà nel nulla, tanto che si ignora persino la sua data di morte, non val la pena perdere tempo in una biografia che sarebbe solo ipotetica. Non possiamo fare altro che fidarci delle parole di Notovitch stesso: da quel 1878 egli intraprende una serie di viaggi che lo portano dai Balcani all’Asia centrale, alla Persia e, nel 1887, in India. Come possa permettersi un decennio di viaggi continui, non si sente in dovere di spiegarlo: si parlerà di viaggi mercantili e addirittura di missioni di spionaggio, ma in mancanza di prove certe è necessario sospendere il giudizio.

martedì 13 febbraio 2018

Il mito di Gesù in India (Pt.1)

Mentre su New York calavano le prime ombre della sera (cit.), dall'altra parte dell'Atlantico il solito, ossidianico blogger continuava ad essere indaffarato nell'organizzazione del proprio trasloco, lasciando la sua creatura digitale colpevolmente in balia degli eventi. Nella realtà credo mai nella storia sia accaduto che un blog dichiaratamente in pausa riaprisse di continuo, appellandosi alla necessità di fare così spesso il punto della situazione. La verità è che il blogging causa dipendenza e, per chi scrive, ogni occasione è buona per aprire una piccola finestra alla quale potersi affacciare.
I più attenti di voi si saranno accorti che, solo qualche giorno fa, un mio vecchio post è stato rispolverato dai tipi di Heroic Fantasy Italia (link). Se tutto andrà come mi auguro, quell'episodio dovrebbe essere solo l'inizio di una collaborazione a lungo termine; una collaborazione a cui potrebbero seguirne altre, visto che il blogging costretto tra le proprie quattro mura è qualcosa che ormai inizio a percepire come incompleto.
È la stessa logica, seppur con inversa prospettiva, che si trova alla base dell'evento che inizierà da queste parti all'inizio di aprile, in occasione della riapertura definitiva di Obsidian Mirror. È anche la stessa logica che vuole che oggi sia giunto il momento di un'ennesima (già annunciata) finestra che vede al timone della baracca un guest blogger d'eccezione, un ospite che ci intratterrà con un argomento che mi auguro possa essere di vostro interesse così come lo è per me. Diamo quindi spazio al misterioso ospite che, come forse avrete già intuito, altri non è che...

sabato 18 marzo 2017

Orizzonti del reale (Pt.13)

Crucifixion, Antony Van Dyck, 1622, oil on canvas
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

In precedenza abbiamo visto che molti dei nomi segreti del Fungo Sacro sono ricollegabili al sumero e vennero tramandati in molta mitologia, in gran parte a “tema gemellare”, che spesso e volentieri trova un corrispettivo nei testi biblici. Questi nomi sono riconducibili a figure come quelle di Pietro “Cefa”, Giona, Giuda Iscariota e dello stesso Gesù Cristo
Fra i personaggi mitologici che vengono correlati da Allegro con il culto della sacra pianta ci sono Ilizia, Elena, Castore e Polluce, i “Boanerges” Giacomo e Giovanni, Giacobbe ed Esaù, Caino e Abele ma anche Adone e il suo corrispettivo biblico Davide, Persefone (Proserpina, Kore), Dioniso (Bacco), Hermes, Atlante, Medea e molti altri. Solo per completezza, per il solito riferimento alla fertilità e alla resurrezione, ovvero al ciclo della morte e rinascita della natura, Allegro aveva rilevato dei legami anche tra il fungo e uccelli di biblica e mitologica memoria come, ad esempio, la colomba, il corvo, il cigno, la cicogna e la fenice. In parte questo accostamento può derivare dalla somiglianza, rilevata anche da Plinio, fra il pulcino nella pellicola dell'uovo e il fungo nella sua membrana, che a sua volta ricorda il feto umano nell'utero, e in parte dalla somiglianza fra le ali degli uccelli e le tube di Falloppio.
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