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venerdì 28 marzo 2025

Rape Zombie: Lust of the Dead

Non so che dire. Era un bel po’ che non mi accomodavo davanti allo schermo davanti a un bel film di zombi. Questo principalmente per il fatto che non ho più grandi speranze di trovare materiale abbastanza buono là fuori che possa spingermi serenamente a premere il tasto play. 
Voglio dire, non che mi dispiaccia, nelle sere in cui la mia priorità è spegnere il cervello, assistere all’ennesima carneficina non-morta, ma un minimo di novità ogni tanto mi piacerebbe che ci ci fosse. Non dico di originalità, perché quella ormai non la vedo probabile, ma perlomeno un particolare, anche secondario, che mi strappi un’emozione, fosse anche una risata, e che mi faccia dire che non tutto quello che ho visto è da buttare nel cesso. 
Negli ultimi anni ho tirato lo scarico innumerevoli volte e senza alcun rimorso, eccezion fatta per un paio di pellicole a tema zombi di provenienza asiatica che sono state in grado di aggiungere un pizzico, ma giusto un pizzico, di sale sull’insalata. Penso alla zombi-comedy giapponese “Zombie 100. Cento cose da fare prima di non-morire” (Zom 100: Bucket List of the Dead, 2023), tanto per fare l’ultimo esempio in ordine cronologico, ma potrei citarne altre.

venerdì 27 settembre 2024

Fuori Speciale: gli zombi tra di noi

“Fuori speciale” è una serie di articoli che vengono scritti di getto nel periodo di pubblicazione dello speciale “La grande abbuffata”. Pur non essendone parte integrante, ciò che viene qui trattato ruota intorno all’argomento principale senza spezzarne il filo logico. Si tratta, in estrema sintesi, di piccoli approfondimenti che non hanno trovato posto nella struttura principale. “Fuori speciale”, in uscita tutti i venerdì, non è una lettura necessaria alla comprensione degli articoli de “La grande abbuffata” (che usciranno invece il lunedì), è viceversa una lettura che può essere ignorata o rimandata, a vostro piacimento. 

***

Un appassionato di cinema horror degno di questo nome ha certamente un rapporto di odio-amore con gli zombi, nel senso che ogni volta che ne viene presentato uno nuovo si precipita al cinema (o sulla piattaforma) per gustarselo, pur nella consapevolezza che l’entusiasmo iniziale si trasformerà ben presto in una drammatica incazzatura. 
Questo perché, diciamocelo, non ci sono più i film di zombi di una volta. O, per meglio dire, il 99% delle nuove proposte non sono altro che riproposizioni di uno schema visto e rivisto, riproposizioni delle quali avremmo potuto benissimo fare a meno se solo non fossimo stati così stupidi da farci calamitare per l’ennesima volta dal fascino che quegli abomini ritornati dalla morte esercitano su di noi. Ed è un fascino che difficilmente altre creature dell’horror moderno sono in grado di generare. 

lunedì 23 settembre 2024

La Grande Abbuffata: scorpacciate da paura (Pt.1: zombi)

La gola è il quinto vizio o peccato capitale e per gravità precede l’accidia e la lussuria. E a giudicare da quante favole o fiabe narrano di esseri puniti per la loro ingordigia, ha sempre colpito molto l’immaginazione umana. Nell’horror, è lo zombi la creatura che più di tutte correliamo all’idea di voracità. Nel folclore lo zombi appartiene alla tradizione coloniale haitiana, e indica semplicemente una persona soggetta al controllo mentale del bokor, il sacerdote, che ne detiene il “corpo astrale”, mentre il suo “cadavere” continua a vagare sulla terra per essere sfruttato come schiavo per i lavori più faticosi e degradanti; mentre il termine zombi, esistente in alcuni dialetti del Niger e del Congo, deve la sua diffusione a William Buehler Seabrook, un giornalista vissuto a cavallo fra '800 e '900, che lo utilizzò nel suo libro “The Magic Island” (ne abbiamo parlato qui), uno dei suoi incredibili racconti di viaggio. 
I primi film di zombi li rappresentavano proprio così, come vittime del voodoo, inermi davanti a forze aliene incontrastabili e che vengono usate dagli indigeni come forma di vendetta o riscatto sociale. 

lunedì 20 novembre 2023

Country Zombie Apocalypse

Morti viventi al cinema ne ho visti tanti. Ne abbiamo visti tanti. Il mio percorso è iniziato ormai un milione di anni fa quando, nella piccola sala cinematografica del mio paese, che raggiungevo da ragazzino solo attraversando la strada, passavano i rassegna decine di horror a tema zombesco, dai capolavori indiscussi e indiscutibili del genere (*), a ottime vie di mezzo (**), a tutta una serie di nefandezze fulciane che avrebbero contribuito ad affossare il genere, relegando gli zombi da geniali elementi di critica sociale, così come li aveva immaginati Romero, a dozzinali mostriciattoli indistinguibili dai tanti antagonisti bestiali del cinema di quei tempi. Si sarebbe dovuto attendere il 2004 per resuscitare il genere, grazie soprattutto agli innovativi zombi corridori di Zack Snyder (***), ma da lì in avanti, e spiace dirlo, non si è fatto altro che mettere in scena, con titoli diversi, sempre lo stesso film. Un'immutabilità di cliché che, seppur riesca ancora a portare qualche spiccio al botteghino, spesso solo grazie alla presenza di volti noti (****), ha intorpidito il genere più di quanto abbia fatto il buon vecchio Fulci con i suoi zombi di cartapesta.

martedì 5 settembre 2017

George of the Dead

La prolungata chiusura estiva del blog ha lasciato numerosi strascichi, come potete ben immaginare. Mi sono lasciato indietro molte cose di cui avrei voluto parlare. Mantenere un blog non è solo osservare una programmazione standard, che cerchi di seguire e proseguire ciò che si è iniziato, bensì assecondare la scrittura "di pancia" che, proprio come in un diario, vorrebbe che le emozioni di un preciso istante possano liberarsi. Uno degli impulsi che a stento non mi ha fatto ribollire il sangue nelle vene è esploso di schianto un pomeriggio di metà luglio, solo un paio di giorni dopo la discesa del mio provvisorio sipario: era la notizia della scomparsa del buon vecchio zio George.
Ormai sono trascorsi quasi due mesi da quell'infausto giorno, ma mi piacerebbe lo stesso dedicare due parole al regista che, forse più di ogni altro (anzi, senza forse), ha rivoluzionato la logica del cinema dell'orrore.
Inizio a scrivere questo articolo senza aver ben chiaro fino a che punto potrò spingermi senza apparire noioso e melenso. Su George Andrew Romero è già stato scritto di tutto, specialmente (e inevitabilmente) nelle ultime settimane. Cosa mai potrei aggiungere?

venerdì 28 agosto 2015

Otto; or, Up with Dead People

In una società industrializzata che ha raggiunto un livello d'abbondanza caratterizzato dalla produzione di "beni improduttivi", sofisticati gadget, inutili sprechi, obsolescenza programmata, beni di lusso, eccessive scorte di armamenti, e altro... una certa repressione, oltre quella necessaria alle culture, è imposta al popolo. Il lavoro globale e superfluo sul quale il capitalismo era basato, caratterizzato da una degradante ripetitività, una sorta di condizione "zombie", allontana l'individuo dai suoi bisogni personali e sessuali. Un individuo che opera in una società corrotta, si ritrova lui stesso malato. Nella solitudine, l'individuo "inadatto" può pervenire ad una esteriorizzazione sana a dispetto delle costrizioni e delle esigenze troppo rigorose della cultura dominante. L'idea di concetti di senso comune come "realtà" o "buon senso" in un sistema così nocivo, è assurda. Visto che tutte le idee dominanti sono definite e controllate dalla classe dirigente, la prima cosa da fare per diventare un rivoluzionario è di opporsi a tutte le forme di realtà prestabilita. Chiaramente, essendo senza dimora e credendosi morto, Otto, guidava solitario la sua personale rivoluzione contro la realtà. 
A scanso di equivoci lo dico subito: non era nei miei piani iniziare la nuova stagione scrivendo un articolo di cinema. Nella mia testa (e nelle mie bozze) c’era già il post introduttivo di un progettino al quale io e la mia dolce metà stiamo lavorando. Chi mi segue su Google Plus probabilmente avrà già notato nelle scorse settimane una mezza anteprima, tutt’altro che esplicativa: a loro e a tutti gli altri chiedo quindi ancora qualche giorno di pazienza, dopodiché scopriremo le prime carte della “nuova stagione”.

mercoledì 22 luglio 2015

E.N.D. The Movie

Ogni tanto fa bene parlare di cinema italiano, non credete? Ora che ci penso, qui su questo blog se ne è parlato solo in rare occasioni e, tra l’altro, è stato molto tempo fa. Ricordo vagamente alcuni articoli dedicati al cinema cosiddetto “di genere”, quello impreziosito da nomi di elevato spessore quali Giuliano Montaldo, Antonio Margheriti, Brunello Rondi, Mario Bava, Corrado Farina e Alberto De Martino. Tutta gente alla quale dei miei articoli non importa, o non sarebbe importato, nulla. Tutta gente, quella che ho appena citato, che è stata recensita in lungo e in largo, che è stata studiata, esaminata, presa ad esempio e diffusa come le tavole di Mosè. Ma non è quello il cinema italiano di cui parleremo oggi. Oggi parleremo di un cinema, oltre che più recente, un pochino più invisibile, qualcosa che difficilmente un giorno i nostri figli potranno recuperare e apprezzare, sepolti come saranno da migliaia di proposte mainstream dal contenuto discutibile.
Sarebbe facile iniziare questo post con frasi fatte come “c’era una volta il cinema italiano” o “non siamo più bravi come una volta”. In realtà in frasi del genere c’è tanta superficialità se non, in certi casi, un po’ di ipocrisia. Il cinema italiano esiste ancora, forse ancora di più che negli anni dei Bava e dei Margheriti, per non andare a scomodare per forza gli autori neorealisti o i pionieri dell’anteguerra. Magari a prima vista il nostro cinema non è in perfetta salute, questo è vero, ma esiste un sottobosco estremamente fervido che attende soltanto il momento adatto per poter germogliare, crescere e spalancare al mondo tutti i suoi meravigliosi petali. Succederà mai? Bella domanda.

lunedì 25 maggio 2015

William Buehler Seabrook (Pt.1)

William Buehler Seabrook (1884-1945) è stato uno dei personaggi più controversi vissuti a cavallo fra il XIX e il XX secolo, un giornalista arguto ma, soprattutto, una sorta di moderno Marco Polo i cui resoconti di viaggio ebbero un incredibile successo e sono tuttora oggetto di culto.
Amante dell'avventura, curioso fino all'estremo, Seabrook incarnava il tipico, irriducibile avventuriero che, per pura sete di conoscenza, sfidava il pericolo e oltrepassava (poi vedremo meglio come) i limiti tra normale e a-normale, lecito e illecito.
Seabrook fu inoltre uno sfrenato edonista. Alcolista, consumatore abituale di alcol e droghe, sadico che (leggenda narra) non si separava da frustini e catene nemmeno quando viaggiava, fu anche un essere umano dalle molte ombre. Senza per forza volerne fare un’apologia, ma nemmeno demonizzarlo, non posso negare che ammiro il suo spirito inquieto e indomito ed è proprio questo che oggi, a quasi settant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1945, voglio ricordare.
Il nostro nacque nel 1884 nel Maryland, a Westminster e, se si eccettua una parentesi come pubblicitario e una come guidatore di ambulanze nell’esercito americano di stanza in Francia durante la Prima Guerra Mondiale (che gli valse una medaglia), si occupò sempre di giornalismo, dapprima come caporedattore dell’Augusta Chronicle e poi come giornalista presso il New York Times. I suoi racconti di viaggio venivano telegrafati in patria a riviste come Vanity Fair, Cosmopolitan e il Reader's Digest e poi venivano raccolti in volumi che, immancabilmente, diventavano dei best seller.
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