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venerdì 17 ottobre 2025

Benjamin Nathan: un antico delitto della camera chiusa (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

L’illustrazione che ho riportato in chiusura dell’articolo precedente sembra smentire del tutto la planimetria diffusa dagli inquirenti, e che li aveva messi in difficoltà come solo il più classico mistero della “camera chiusa” potrebbe fare. Al di là di alcuni dettagli marginali, quali la posizione della cassaforte, orientata diversamente rispetto alla planimetria ufficiale, salta subito agli occhi una seconda porta di accesso allo studio di Benjamin, una porta che porterebbe direttamente al corridoio con la scalinata e da qui all’esterno. 
Se mai fosse confermata la fedeltà dell’illustrazione, allora non ci sarebbe proprio alcun mistero e sarebbe incredibile come per oltre 150 anni centinaia di investigatori da poltrona si siano scervellati su questo delitto. 
La realtà è che è molto improbabile che quella seconda porta sia mai esistita. Preferisco credere a una libera interpretazione del disegnatore, sebbene alcuni particolari secondari (tipo il giaciglio di fortuna fatto di materassi sovrapposti) non siano affatto lì per caso. 

venerdì 10 ottobre 2025

Benjamin Nathan: un antico delitto della camera chiusa (Pt.1)

Solo qualche settimana fa, attorno a ferragosto, scrissi una recensione a "I delitti della casa decagonale" di Yukito Ayatsuji che, come spesso accade, specialmente in piena estate, è passata più o meno inosservata. Perché ve ne parlo proprio ora? Semplicemente perché l'incipit di quel post, dove facevo una rapida rassegna dei cosiddetti “delitti della camera chiusa” nella letteratura gialla, ci starebbe a pennello, senza alcuna variazione, anche oggi. Il fulcro di tale sottogenere, come scrivevo nell'altro post, non è quello classico del poliziesco, cioè scoprire il responsabile, bensì scoprire il modo in cui il crimine è stato commesso. Ho citato naturalmente i classici più importanti, da Gaston Leroux a John Dickson Carr, da S.S. Van Dine a Ellery Queen, fino ad arrivare alla regina indiscussa Agatha Christie. Lo scopo di quella carrellata era introdurre un romanzo abbastanza recente che era difficile non notare sugli scaffali delle librerie nei primi mesi di quest'anno.
La storia che racconterò oggi non nasce però, ahimè, dalla fantasia di uno scrittore di romanzi gialli; la storia è reale, un delitto è realmente accaduto e le circostanze con cui si sono trovati ad avere a che fare gli investigatori rientravano perfettamente nello schema tanto caro ai giallisti citati pocanzi.

venerdì 4 ottobre 2024

Fuori Speciale: the untold story

“Fuori speciale” è una serie di articoli che vengono scritti di getto nel periodo di pubblicazione dello speciale “La grande abbuffata”. Pur non essendone parte integrante, ciò che viene qui trattato ruota intorno all’argomento principale senza spezzarne il filo logico. Si tratta, in estrema sintesi, di piccoli approfondimenti che non hanno trovato posto nella struttura principale. “Fuori speciale”, in uscita tutti i venerdì, non è una lettura necessaria alla comprensione degli articoli de “La grande abbuffata” (che usciranno invece il lunedì), è viceversa una lettura che può essere ignorata o rimandata, a vostro piacimento. 

***

Nei giorni più caldi dello scorso mese di agosto ho fatto uscire su questo blog un breve articolo “True Crime”, passato quasi inosservato per via della stagione. Sto parlando del cosiddetto massacro degli “Otto Immortali”, dal nome del ristorante di Macao in cui erano avvenuti i fatti. Sintetizzando, per chi avesse già letto l’articolo o per chi non avesse voglia di farlo adesso, si tratta di uno dei casi più controversi della storia della penisola cinese che ancora oggi, dopo quasi mezzo secolo, fa discutere e rabbrividire i locali.

domenica 4 agosto 2024

The Eight Immortals Murders

Huang Zhiheng
Torniamo a occuparci di True Crime dopo diversi mesi e per farlo approfittiamo di questa piccola “pausa” estiva dove il blog, anziché fermarsi del tutto come in passato, procede imperterrito ma a velocità ridotta. Era inoltre mia intenzione rimanere legato anche in questo breve periodo, per quanto possibile, all’argomento monopolizzante di questo 2024 (le abbuffate), e quale miglior momento, se non questo, è più adatto a narrare le vicende che sto per narrare? Vorrei potervi dire che il caso in questione è da considerarsi definitivamente risolto, ma, per motivi che vedremo più avanti, in esso si nascondono ancora numerosi misteri. 
Di fatto, quindi, quello noto come “The Eight Immortals Murders” è tuttora un caso aperto, benché il responsabile sia stato inequivocabilmente (e abbastanza facilmente) identificato; un caso che si potrà archiviare ma sicuramente non chiudere, a causa della scomparsa di tutti gli attori coinvolti. Ma veniamo subito al sodo. Da dove iniziare? 
Il tempo è l’agosto del 1985, il luogo è Macao, una località che la maggior parte di noi, lasciatemelo almeno credere, nemmeno sa dove si trovi. Fino a non molto tempo fa io stesso non ero nemmeno certo in quale dei cinque continenti posizionarlo. Un nome così vagamente spagnoleggiante non poteva, pensavo, che trovarsi da qualche parte in Sudamerica, o se non altro nell’arcipelago caraibico. E invece no! La minuscola provincia di Macao si trova là dove proprio uno non se lo aspetta: a uno sputo da Hong Kong, dalla quale solo il delta di un fiume la divide. 

lunedì 18 dicembre 2023

Il mistero della stanza 1046 (Pt.4)

Negli stessi giorni, qualcuno si
prende la briga di inviare dei fiori...
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Se le circostanze che circondano l'omicidio possono, così come le ho descritte finora, sembrare piuttosto ordinarie (non abbastanza bizzarre, voglio dire, per legittimare un articolo così lungo), quello che accade in seguito certamente giustifica lo sforzo, sia mio di scrivere, sia vostro di leggere. Siamo intanto arrivati a un punto morto. La polizia si rende conto che l’uomo della camera 1046 si è registrato al President sotto falso nome e ogni speranza di risalire rapidamente alla sua famiglia va subito in frantumi. 
Viene quindi interrogato il personale del Muehlebach Hotel, la struttura presso la quale il misterioso individuo aveva più volte accennato di aver alloggiato in precedenza. Non risulta nessun Roland T. Owen ma, quando venne fornita una descrizione dell’uomo, il personale la collega a un ospite registrato con il nome di Eugene K. Scott. Niente da fare: come avrete di sicuro immaginato, si tratta di un altro nome falso. Pista chiusa e tanti saluti. 
Per quasi due mesi il suo corpo viene conservato presso la Melody McGilley Funeral Home. Poiché nessuno era venuto a reclamarlo, era previsto che fosse sepolto nella fossa comune, dove trovavano posto i resti mortali di quelli così poveri da non potersi nemmeno permettere una sepoltura. 

lunedì 11 dicembre 2023

Il mistero della stanza 1046 (Pt.3)

Sopra: la scheda di registrazione di Owen al
President. - Sotto: alcuni curiosi oggetti
ritrovati nella stanza 1046
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Questa è la storia dell'omicidio di Roland T. Owen, avvenuto nella stanza 1046 del President Hotel di Kansas City, Missouri, in una fredda mattina di gennaio del 1935. Roland T. Owen viene ritrovato gravemente ferito, ricoperto di sangue ma lucido. Quando il dottor Flanders del Kansas City General Hospital arriva, lo trova legato mani e piedi, con degli strani segni attorno al collo (*), chiaro indizio di un tentativo di strangolamento andato a vuoto, numerose ferite da arma da taglio al petto e una vasta ferita alla testa. Il dottor Flanders, accingendosi a liberare i polsi di Owen, gli chiede “Chi ti ha fatto questo?”. “Nessuno”, risponde Owen. Alla domanda, poi, sui motivi di tutto quel casino, Owen risponde di essersi ferito accidentalmente, cadendo in bagno e sbattendo la testa contro la vasca. L’uomo perde quindi conoscenza e viene trasferito in ospedale, dove muore poco dopo la mezzanotte del 5 gennaio. Perché Roland T. Owen, nei suoi ultimi istanti di lucidità, decide di negare l’evidenza, attribuendo tutto quel casino a uno sciocco incidente domestico? Chi, o cosa, cercava di proteggere? Di chi, o di cosa, aveva paura? 

lunedì 4 dicembre 2023

Il mistero della stanza 1046 (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Baltimore Avenue, Kansas City, Missouri, Stati Uniti. 1935. È il primo pomeriggio di mercoledì 2 gennaio 1935. Un uomo con un soprabito scuro dall’aspetto molto giovane fa il suo ingresso al President Hotel. 
Non ha con sé alcun bagaglio. Si avvicina alla reception e chiede una stanza, possibilmente a un piano alto e con vista sul cortile interno. Dice di chiamarsi Roland T. Owen. Si registra con un indirizzo di Los Angeles, paga una notte in anticipo e si vede assegnata la stanza 1046, decimo piano, unica stanza libera con le caratteristiche desiderate. L’uomo, preciserà in seguito il personale dell’albergo, ha i capelli castani e folti, una cicatrice ben visibile sulla tempia e un grave ematoma pericondrale. Per inciso, tale patologia, comunemente detta “orecchio a cavolfiore”, è una deformità dell’orecchio generalmente causata da un evento traumatico ed è molto comune in chi pratica sport di contatto come la boxe. 
Concluse le operazioni di check-in, un fattorino di nome Randolph Propst lo accompagna al decimo piano, fino alla porta della sua stanza, la 1046. Durante il tragitto, Owen dice di aver trascorso la notte precedente al vicino Muehlebach Hotel, ma di averlo trovato troppo costoso. I due entrano in camera e il fattorino vede Owen estrarre dalle proprie tasche e riporre sul lavandino del bagno pochi oggetti essenziali, un dentifricio, uno spazzolino e un pettine.

lunedì 27 novembre 2023

Il mistero della stanza 1046 (Pt.1)

È un fatto singolare, ma forse non più di tanto, che un numero spropositato di omicidi, il più delle volte irrisolti, siano andati in scena tra le mura impersonali di una camera d’albergo. Credo di non essere completamente fuori strada se dico che è l’ambiente stesso dell’hotel, così freddo, anonimo, distaccato, a essere ispiratore dei crimini più efferati. Il suo essere uno spettatore imparziale, testimone silenzioso di piccoli frammenti di esistenza che durano lo spazio di una notte e poi finiscono, per lasciare il posto ad altri frammenti, diversi ma uguali nella sostanza, lo rende uno scenario perfetto per irrompere nelle vite delle persone e farle a brandelli, spesso anche in maniera non figurata. 
Basti pensare al famigerato Cecil Hotel di Los Angeles, che nell’arco di un secolo ha ospitato un paio di serial killer e ha assistito a oltre quindici fra omicidi, suicidi e strani incidenti che hanno finito per appassionare migliaia di detective da tastiera e ispirare serie tivù come “American Horror Story” e, più recentemente, la docu-serie Netflix “Sulla scena del delitto”, incentrata sul caso di Elisa Lam. 

sabato 3 dicembre 2022

Smuttynose Axe Murders (Pt.2)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Nel 1866, John e Maren Hontvet, come molti loro connazionali, lasciarono la Norvegia per cercare fortuna in America. Trascorsero i primi anni a Boston e, non appena se lo poterono permettere, si spostarono lungo la costa, dove acquistarono una casa sull'isola di Smuttynose, nelle isole di Shoals, appartenente allo Stato del Maine, ma geograficamente più vicina al New Hampshire. 
John comprò una goletta da pesca e con il passar del tempo riuscì a mettere da parte una piccola fortuna, sufficiente a far arrivare dalla Norvegia suo fratello Mathew e la sorella di Maren, Karen Christensen. 
Mathew fu di grande aiuto nell’attività di John, ma il lavoro cresceva a vista d’occhio e quest’ultimo in breve si rese conto di aver bisogno di una terza persona. Nella primavera del 1872 offrì un lavoro a Louis Wagner, un immigrato prussiano che viveva a Portsmouth, nel New Hampshire, in cambio di vitto e alloggio.

domenica 27 novembre 2022

Smuttynose Axe Murders (Pt.1)

Maren Hontvet
La donna saltò fuori dalla finestra nel momento esatto in cui lui faceva oscillare l'ascia, colpendo il davanzale con così tanta forza che la testa dell'ascia si staccò. Atterrò nella neve fresca e prese a correre più velocemente che poteva. A piedi nudi, corse velocemente nella neve, alla ricerca di un posto dove nascondersi. Vide il proprio cane, Ringe, che le correva incontro abbaiando. Lo prese in braccio, temendo che i suoi latrati potessero tradire la sua posizione, e lo portò con sé. Inizialmente pensò di nascondersi nel pollaio lì accanto, ma l’idea era troppo ovvia. Sarebbe stato quello il primo posto dove lui l’avrebbe cercata. Decise quindi di correre verso il molo, pensando di poter fuggire dall'isola con la barca con cui quell’uomo era di certo arrivato, ma non c'era nessuna barca. Probabilmente era approdato dall'altra parte dell'isola e aveva raggiunto l’abitazione a piedi, reso invisibile dalla complicità di quella notte senza luna. Proseguì verso la scogliera, indifferente alle ferite che le si aprivano sui piedi scalzi. Trovò infine un riparo tra delle rocce che, a colpo d’occhio, potevano offrirle quel minimo di sicurezza. Lì, scalza e in camicia da notte, con solo il cane a donarle un po’ di calore, attese fino all'alba. 

mercoledì 23 febbraio 2022

L'uomo ombra di Midlothian (Pt.5)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Terri “Missy” Bevers, insegnante di fitness, viene trovata morta all’interno della Creekside Church of Christ. Una telecamera di sorveglianza offre le immagini di una misteriosa figura in divisa da poliziotto che si aggira nell’edificio solo mezz’ora prima dell’omicidio. Nel corso della stessa notte, un veicolo sospetto viene ripreso nel parcheggio di un negozio poco distante. La situazione è ora più che mai ingarbugliata. C’è un nesso evidente tra lo strano comportamento del conducente della Nissan e l’omicidio di Missy Bevers, ma le ipotesi finora formulate sembrano reggersi in piedi a malapena. Qualsiasi tentativo di identificazione del soggetto in divisa da poliziotto non porta a nulla, così come non porta a nulla l’analisi del filmato del veicolo. 
L’unico segno particolare è un adesivo (illeggibile) di forma ovale presente appena sotto la targa posteriore, ma è decisamente troppo poco per gli inquirenti. 
Qualche “detective da poltrona”, che si è divertito ad analizzare il video al microscopio, sarebbe pronto a giurare che vi è un momento, quando la Nissan si appresta a parcheggiare sotto al lampione, dove sarebbe evidente la presenza di una persona seduta sul sedile del passeggero. Se questa cosa fosse appurata si aprirebbe l’ipotesi di un complice, e in parte si spiegherebbe quello strano gioco di lampeggianti, come un invito a salire a bordo rivolto a qualcuno nascosto nell’ombra.

sabato 19 febbraio 2022

L'uomo ombra di Midlothian (Pt.4)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Terri “Missy” Bevers, insegnante di fitness, viene trovata morta all’interno della Creekside Church of Christ. Una telecamera di sorveglianza offre le immagini di una misteriosa figura in divisa da poliziotto che si aggira nell’edificio solo mezz’ora prima dell’omicidio. Scagionato immediatamente il marito, che quella notte si trovava in un altro stato, i sospetti cadono sul suocero che, solo quattro giorni dopo il delitto, porta una maglietta sporca di sangue in lavanderia. 
Interrogato dagli inquirenti, il suo alibi si rivela subito inattaccabile. Anche Randy Bevers, come il figlio, si trovava in un altro stato al momento del delitto, e ancora una volta i biglietti aerei e il tracciamento del cellulare lo confermano. Per quanto riguarda la questione del sangue, Randy afferma che proveniva da un chihuahua ferito che egli aveva portato in una clinica veterinaria a Mansfield. Il veterinario e le analisi del DNA sulla maglietta confermano le parole del suocero di Missy. 

martedì 15 febbraio 2022

L'uomo ombra di Midlothian (Pt.3)

Terri “Missy” Bevers
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Terri “Missy” Bevers, insegnante di fitness, viene trovata morta all’interno della Creekside Church of Christ. L'esame autoptico rivela che la donna è deceduta a causa di ferite multiple alla testa e al torace, provocate da un oggetto dalla forma appuntita. Una telecamera di sorveglianza offre le immagini di una misteriosa figura in divisa da poliziotto che si aggira nell’edificio solo mezz’ora prima dell’omicidio. 
Una delle domande che si rivolgono un po’ tutti è “perché quella divisa?”. Perché una persona dovrebbe travestirsi da poliziotto, entrare in una chiesa nel cuore della notte senza l’intenzione di rubare nulla e commettere un omicidio così brutale? A meno che non conoscesse la persona e non ce l'avesse con lei. Abbiamo accertato che non stiamo parlando né di un vero poliziotto né di una vera divisa. Anche l’occhio meno allenato, infatti, non può che trovare fuori posto quell’abbigliamento da SWAT, privo tra l’altro del benché minimo equipaggiamento di servizio, come può essere un’arma da fuoco.

venerdì 11 febbraio 2022

L'uomo ombra di Midlothian (Pt.2)

Terri “Missy” Bevers
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Terri “Missy” Bevers, 45 anni, insegnante di fitness, viene trovata morta alle 5:00 della mattina del 18 aprile 2016 all’interno della Creekside Church of Christ. L'esame autoptico rivela che la donna è deceduta a causa di ferite multiple alla testa e al torace provocate da un oggetto dalla forma appuntita, quale potrebbe essere un punteruolo o la penna di un martello. 
Nel corso delle prime indagini, gli inquirenti scoprono che una telecamera di sorveglianza aveva registrato una misteriosa figura aggirarsi nell’edificio solo mezz’ora prima dell’arrivo della Bevers. 
Se non avete ancora avuto modo di osservare il video, vi invito a recuperare il post della volta scorsa. Guardatelo con attenzione, perché in ogni singolo fotogramma potrebbe celarsi la soluzione del caso. Notiamo una figura, presumibilmente di sesso maschile, aggirarsi tra i corridoi con un fare apparentemente tranquillo. La figura indossa una divisa da poliziotto, più precisamente una di quelle divise da corpi speciali, con tanto di casco ben calato in testa. Cosa ci fa un rappresentante delle forze dell’ordine alle 3:50 di mattina all’interno di una chiesa deserta? La risposta è facile: non si tratta ovviamente di un vero poliziotto, ma di qualcuno che semplicemente ne indossa la divisa. 

lunedì 7 febbraio 2022

L'uomo ombra di Midlothian (Pt.1)

Terry "Missy" Bevers
In tanti anni di blog, i post che mi hanno davvero fatto arrotolare le budella si possono contare sulle dita di una mano. Intendo dire, con questo, che quelle forti sensazioni che ho provato mentre mi documentavo per la stesura dei testi mi sarebbero rimaste appiccicate addosso per mesi, se non per anni. Le sensazioni a cui mi riferisco sono angoscia e paura, sensazioni che ho dovuto affrontare mentre cercavo di mettere assieme quel numero mostruoso di tasselli necessari a una narrazione esaustiva. 
Tra quei pochi post, due in particolare non potrò mai dimenticare: quelli dove ho tentato di districare i nodi che avvolgono le assurde morti di Elisa Lam e di Kenneka Jenkins. In entrambi i casi, lo ricorderete, la narrazione fu supportata da brevi video catturati da telecamere di sorveglianza che, anziché far luce sui casi, contribuirono a renderli ancora più nebulosi, aggiungendo anche quel pizzico di “creepy” in grado di togliere definitivamente il sonno. Entrambi i casi della Lam e della Jenkins furono talmente impenetrabili che ancora oggi, ad anni di distanza, ci si interroga sulla loro natura: si trattò di omicidi, suicidi o incidenti causati da una straordinaria quanto irripetibile sequenza di circostanze sfortunate? 

martedì 12 gennaio 2021

La santona di Ponzano

Il grosso portone di legno cedette infine all'ennesima spallata del brigadiere. La fioca luce di quel gelido sole mattutino a fatica riusciva a far breccia nell'oscurità di quell'abitazione secolare. La voce dei due carabinieri, anch'essa, a fatica riusciva a rompere quel silenzio irreale, un silenzio che sembrava assorbire quelle pareti da un tempo incalcolabile. Il più anziano dei due conosceva bene quel tipo di situazione, avendola già sperimentata più volte in passato, ma non osò dire nulla: l'altro, sebbene arruolato nell'Arma non più di due mesi prima, lo avrebbe capito da solo. Il più anziano colse anzi l'occasione per mandare avanti il suo collega per primo, così che si facesse le ossa. Si scambiarono un paio di sguardi e giudicarono entrambi preferibile non indugiare ulteriormente. Torce alla mano, superarono rapidamente il modesto ingresso e si ritrovarono in un'ampia cucina, di quelle che solo persone di una certa età possono giudicare abitabili. Accanto a una stufa, spenta da chissà quanto tempo, un corpo semicongelato giaceva a terra, in una posizione tale che la morte sembrava non averlo nemmeno toccato. I due militari non parlarono. Il più giovane dei due si abbassò sul cadavere della donna, come a volersi assicurare meglio del suo stato; l'altro prese a curiosare in giro, partendo dalla credenza sulla quale era appoggiata una quantità impressionante di corrispondenza mai aperta.

martedì 25 settembre 2018

La verità sul caso Kenneka (Pt.5)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

The trick to being smart is knowing when to play dumb (Irene Roberts). 
Non avrei mai pensato, nel momento in cui mi accingevo a ungere d’inchiostro il mio primo foglio bianco, che questo articolo potesse occupare tanto spazio. L’argomento alla fine si è rivelato talmente complesso che ho dovuto spezzare il testo in cinque parti, per non far andare in vacca la sua leggibilità. Prima di mettere la parola fine avrò di gran lunga superato le seimila parole; praticamente, un romanzo breve. Mi chiedo se anche Tolstoj, mentre provava a buttar giù l’incipit di "Guerra e Pace", pensasse di starci dentro in poche pagine. 
Sta di fatto che nelle ultime sere, proprio come adesso, ogni qual volta spingevo in là il piatto sporco della cena per far spazio al computer, mi infilavo in una serie di tunnel talmente intricati che finivo sempre, invariabilmente, per smarrirmi. La vicenda di Kenneka Jenkins, lo avrete certamente notato, è assurdamente complicata. È complicata al punto che non sai mai se hai scovato tutti i piccoli dettagli, l’assenza di uno solo dei quali può davvero ribaltare la prospettiva. Ho corretto e ricorretto quanto scritto decine di volte, praticamente a ogni battito di ciglia. Ogni cinque minuti un particolare nuovo rimetteva in discussione quanto pensavo di aver compreso. Il nome della festeggiata, per esempio, l’ho scoperto solo nel momento in cui ne ho parlato (alla fine del post precedente) e ciò, inevitabilmente, mi ha costretto a correggere il testo sin dall’inizio.

venerdì 21 settembre 2018

La verità sul caso Kenneka (Pt.4)

Monifah Shelton e Kenneka Jenkins
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Come sono finiti 3000 ng/ml di topiramato nel sangue di Kenneka Jenkins? Questo è un gran bel mistero e così, a sensazione (ma potrei sbagliarmi), potrebbe anche essere questa la chiave per arrivare alla verità. Essendo ormai escluso che la ragazza ne facesse uso personale per motivi terapeutici, ci basterebbe teoricamente capire come è finito lì, visto che il Topamax® può uscire dalle farmacie solo dietro presentazione della ricetta medica. 
Dicevamo la volta scorsa che si stava aprendo un piccolo spiraglio a un’ipotesi diversa dalla pura morte accidentale. A questo punto lo spiraglio inizia ad allargarsi. Se non Kenneka, sicuramente qualcun altro quella sera se ne andava in giro con delle compresse di Topamax® in tasca; e quelle compresse, per motivi a noi ancora ignoti, sono finite disciolte nel sangue di una ragazza. 
Mmmh, mi viene da dire, sta a vedere che siamo di fronte a una “cena con delitto” delle più classiche. Basterebbe, rifletto, capire se qualcuno dei presenti abbia un motivo medico per prendere topiramato e, voilà, ecco trovato uno che ha degli scheletri nell’armadio. Prima di pensare al peggio però, mi sono detto, lasciami controllare un’ultima cosa. Può essere che, nella mia ingenuità, mi sia sfuggito un punto fondamentale, vale a dire l’esistenza di certi individui disagiati che usano mix di alcol e topiramato per sballarsi meglio.

lunedì 17 settembre 2018

La verità sul caso Kenneka (Pt.3)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Occorrono solo venti minuti a Teresa Martin per coprire le 16 miglia che separano la sua abitazione, nel West End, all’Hotel Crown Plaza di Rosemont, giusto adiacente all’aeroporto internazionale O’Hare di Chicago. Solo qualche ora prima le ragazze avevano percorso lo stesso tratto di strada in quarantacinque minuti abbondanti ma, si sa, l’urgenza di arrivare non era per loro la stessa. Teresa entra nella hall dell’albergo poco dopo le 5 del mattino e al suo arrivo chiede aiuto al personale di turno, domandando di poter visionare i video di sorveglianza; riceve però un rifiuto in quanto, come da prassi, l’accesso a simili sistemi di video-sorveglianza necessita di una formale richiesta da parte delle autorità. La donna allora chiama il dipartimento di polizia di Rosemont e si sente rispondere che, a causa dell’elevato numero di falsi allarmi, è necessario attendere alcune ore prima di poter presentare rapporto. Ciò avviene alle 13:15 di sabato pomeriggio.

giovedì 13 settembre 2018

La verità sul caso Kenneka (Pt.2)

Un selfie di Kenneka Jenkins con sua madre
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Alle 23:30 del venerdì, Kenneka Jenkins lascia la sua casa nel West Side, dove vive con la madre Teresa Martin e la sorella Leonore Harris, sale sull’auto prestatale dalla madre e passa a prendere alcune sue amiche con il proposito di recarsi prima al cinema e poi al bowling, trascorrendo così serenamente qualche ora in compagnia. Qualcosa però, probabilmente una telefonata, fa in modo che i piani cambino e che le ragazze decidano di recarsi invece ad una festa di compleanno, organizzata in una camera d'albergo al nono piano del Crowne Plaza di Rosemont. Sulla strada per l'hotel, le ragazze si fermano per comprare una bottiglia di Hennessy Cognac, qualche lattina di energy drink, un altoparlante bluetooth e, secondo quanto successivamente dichiarato dalle stesse ragazze, un po' di maria “che non si sa mai”. Non sono ovviamente qui per giudicare la lista della spesa delle quattro amiche, perché da ragazzo di puttanate ne ho fatte anch’io, però lasciatemi dire che il cognac è davvero uno strano carburante da mettere nel serbatoio. E lo definisco “strano” perché ancora oggi, dopo anni di piccole esperienze alcoliche, lo considero una schifezza imbevibile di cui non giustifico nemmeno l’esistenza. Sulla questione degli energy drink non mi esprimo, perché 1) ai miei tempi non esistevano e 2) perché l’unica volta che ho assaggiato quella merda, l’ho subito sputata. Nulla da dire nemmeno sulla maria, considerando che ha praticamente messo d’accordo tre generazioni. Mi pare anzi che sia roba già ampiamente sdoganata, e non mi stupisco che il suo fascino possa resistere invariato ancora oggi.
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