
Ho appena voltato l'ultima pagina di questo libro e mi precipito a scriverne di getto, come un fiume in piena che aspetta l'indispensabile sbocco sul mare, dopo la prossima ansa, o quella dopo ancora. Non so ancora dove mi porterà la tastiera di questo computer, ma battere freneticamente su questi tasti di plastica è un po' come far vibrare delle lamiere di acciaio, una specie di cerimoniale primitivo volto a far passare il temporale, a costringere la natura a richiudersi a guscio su se stessa, placando i suoi ardori, ammansendosi e in un certo senso proteggendosi.
Vi siete mai soffermati ad ammirare un quadro? No, non parlo di quelli esposti ai musei, eredità di artisti troppo grandi per essere retrocessi a oggetto di esperimento. Mi riferisco a quei quadri di autori in genere ignoti che facevano capolino sulle pareti delle abitazioni dei nostri genitori o dei nostri nonni, quadri insignificanti ma allo stesso tempo essenziali in quegli ambienti domestici così familiari. A casa mia, dei miei genitori, ce n'era uno, un paesaggio con case, una crosta di quelle che si trovano ai mercatini per quattro lire. Non era certamente un capolavoro, ma sicuramente l'anonimo pittore si era impegnato parecchio nell'arricchirlo di particolari, particolari sui quali io passato intere ore e mi ci perdevo, sognavo di entrare in quel paesaggio, di farne parte, di scoprire il mondo che c'era dietro ognuna di quelle minuscole finestre, di scoprire cosa si nascondesse dietro l'ultima ansa del fiume sullo sfondo, che piegava dietro una roccia e spariva alla vista con la complicità della cornice.