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martedì 9 settembre 2014

L'incidente di Sayama (Pt.2)

La prima parte di questo articolo si trova qui.

Quale che sia la verità, bisogna ammettere che le prove a carico di Kazuo Ishikawa erano, come minimo, indiziarie. Per citarne alcune, la sua scrittura aveva delle peculiarità in comune con quella del rapitore (ad esempio, il vezzo di scrivere alcune parole in katakana anziché in hiragana, di scrivere le date usando in parte i numeri arabi e in parte i numerali cinesi, ecc.); un guidatore di risciò asserì di averlo incrociato nei pressi della casa dei Nakata dopo che egli avrebbe lasciato accanto alla porta la richiesta di riscatto, ma la polizia identificò il testimone solo dopo la confessione di Ishikawa; a un altro testimone, un contadino, il sospettato quel giorno avrebbe chiesto indicazioni per raggiungere la casa dei Nakata; Tomie e uno dei poliziotti affermarono di riconoscere nella voce del rapitore, che avevano udito la notte della tentata consegna del denaro, la voce di Ishikawa; una penna appartenente alla vittima fu ritrovata nell’abitazione di Ishikawa; e così via. L’indizio più grave, a detta degli inquirenti, fu però il falso alibi fornito da Ishikawa per il giorno della tentata estorsione, ma il giovane potrebbe aver mentito per paura. Ci sono altrettanti indizi che indicherebbero però la completa estraneità di Ishikawa ai fatti. Il più importante è che, come molti Burakumin a quell’epoca, egli aveva avuto un’educazione scolastica minima e di certo non poteva essere l’autore di una lettera di riscatto che, come quella ricevuta dalla famiglia Nakata, era palesemente il frutto di una mano avvezza a scrivere e infarcita di ideogrammi. Inoltre si appurò, attraverso analisi più accurate, che la calligrafia non poteva essere la sua e, tra l’altro, non furono rilevate le impronte di Ishikawa né sul foglio né sulla busta.

giovedì 4 settembre 2014

L'incidente di Sayama (Pt.1)

La vicenda che mi accingo a raccontare, e che passerà alla storia come "The Sayama Incident", ebbe inizio il primo di maggio del 1963. Era il giorno del sedicesimo compleanno di Yoshie Nakata, studentessa della Kawagoe High School di Irumagawa, un distretto della città di Sayama, sito a non più di una cinquantina di chilometri dalla capitale Tokyo.
Quel giorno, un mercoledì, come d’abitudine, la giovane Yoshie uscì di casa e si incamminò lungo il breve tratto di strada che divideva l’edificio scolastico dalla sua abitazione. Nessuno l’avrebbe più rivista. Verso sera, non vedendola rientrare, il padre Sakuei mandò uno dei suoi figli, Kenji, a ripercorrere la strada da e verso la scuola e nei pressi della stazione, ma la ricerca fu inutile. Fu sempre Kenji, la sera stessa, a trovare infilata in una nicchia accanto alla porta di casa una lettera contenente richiesta di riscatto scritta a mano per una somma di 200.000 yen (meno di 2.000 euro di oggi, equivalenti a circa 350.000 lire dell'epoca).
Nonostante la cifra richiesta fosse tutt’altro che impossibile da sostenere, la famiglia Nakata decise di rivolgersi immediatamente alla polizia, la quale dispose di preparare una borsa piena di ritagli di giornale e, nel fingere di acconsentire alle richieste del rapitore, organizzò una trappola che avrebbe dovuto scattare al momento della consegna. La sorella maggiore di Yoshie, Tomie, accettò di buon grado la proposta di recarsi all’appuntamento che, come da istruzioni del rapitore, sarebbe dovuto avvenire per la mezzanotte del giorno successivo nei pressi del Sanoya, un piccolo supermercato non lontano dall’abitazione di famiglia. Il Sanoya era situato appena fuori città, lungo una strada circondata da campi coltivati. Un luogo perfetto per il rapitore, il quale avrebbe potuto apparire, impossessarsi del denaro, e in un attimo scomparire alla vista del testimone approfittando dell’oscurità.
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