La prima parte di questo articolo si trova qui.
Quale che sia la verità, bisogna ammettere che le prove a carico di Kazuo Ishikawa erano, come minimo, indiziarie. Per citarne alcune, la sua scrittura aveva delle peculiarità in comune con quella del rapitore (ad esempio, il vezzo di scrivere alcune parole in katakana anziché in hiragana, di scrivere le date usando in parte i numeri arabi e in parte i numerali cinesi, ecc.); un guidatore di risciò asserì di averlo incrociato nei pressi della casa dei Nakata dopo che egli avrebbe lasciato accanto alla porta la richiesta di riscatto, ma la polizia identificò il testimone solo dopo la confessione di Ishikawa; a un altro testimone, un contadino, il sospettato quel giorno avrebbe chiesto indicazioni per raggiungere la casa dei Nakata; Tomie e uno dei poliziotti affermarono di riconoscere nella voce del rapitore, che avevano udito la notte della tentata consegna del denaro, la voce di Ishikawa; una penna appartenente alla vittima fu ritrovata nell’abitazione di Ishikawa; e così via. L’indizio più grave, a detta degli inquirenti, fu però il falso alibi fornito da Ishikawa per il giorno della tentata estorsione, ma il giovane potrebbe aver mentito per paura. Ci sono altrettanti indizi che indicherebbero però la completa estraneità di Ishikawa ai fatti. Il più importante è che, come molti Burakumin a quell’epoca, egli aveva avuto un’educazione scolastica minima e di certo non poteva essere l’autore di una lettera di riscatto che, come quella ricevuta dalla famiglia Nakata, era palesemente il frutto di una mano avvezza a scrivere e infarcita di ideogrammi. Inoltre si appurò, attraverso analisi più accurate, che la calligrafia non poteva essere la sua e, tra l’altro, non furono rilevate le impronte di Ishikawa né sul foglio né sulla busta.

