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| Shunkosai Hokushu, 1826 |
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martedì 4 ottobre 2022
The Ghost of Oiwa
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Tsuruya Nanboku
martedì 18 febbraio 2020
Kaidan Botan Dōrō (Pt.4)
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| Warwick Goble, The Peony Lantern, illustrazione interna per Green Willow and Other Japanese Tales by Grace James (Macmillan, 1910) |
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI
Il richiamo inconscio delle storie di fantasmi risiede nella loro promessa di immortalità. Se hai paura di tali racconti, allora devi credere che uno spettro possa esistere. E se un fantasma esiste, allora l'oblio potrebbe non essere la fine (Stanley Kubrick).
Appena adolescente, Otsuyu incontra per caso Hagiwara Shinzaburō che, per una coincidenza, ha accompagnato un medico suo conoscente a renderle visita presso la sua abitazione. Superfluo a questo punto è precisare che i due giovani, già al primo sguardo, si innamorano perdutamente l’uno dell’altra, al punto che Otsuyu, prima di congedare il giovane, si fa promettere un nuovo incontro, in mancanza del quale si lascerà morire di tristezza.
L’etichetta vuole però che un giovane non si possa presentare da solo, così impunemente, a casa di una fanciulla: perciò venendo a mancare, per motivi che non starò qui a specificare, il supporto dell’amico, il destino si compie. I due innamorati, Shinzaburō e Otsuyu, riusciranno infine a riunirsi, nella maniera che sappiamo, durante la famosa ricorrenza dell’Obon. Oyone, por dovere di cronaca, devastata dal dolore per la perdita della sua signora, la raggiunge prontamente nel regno dei morti. Ciò che segue è una storia che ho già ampiamente raccontato, per cui non credo di dovermi ripetere.
venerdì 14 febbraio 2020
Kaidan Botan Dōrō (Pt.3)
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Speciale Botan Dōrō,
Teatro
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| Edizione italiana Marsilio, 2012 |
LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI
Negli uomini prevalgono le pure energie positive, nei morti le luride e corrotte forze negative - Qu You, Il racconto della lanterna delle peonie (Mudan Denjii, 1378)
Nei giorni scorsi abbiamo visto come Asai Ryōi si fosse divertito a rielaborare, a uso e consumo dei suoi connazionali, certe vecchie storie di fantasmi cinesi. È però sorprendente rendersi conto che, dei 68 racconti inclusi nell’Otogi-bōko (16 dei quali prelevati direttamente dal Mudan Denjii), solo il Botan Dōrō sia sopravvissuto attraverso i secoli nella cultura popolare.
Il segreto di tale longevità, possiamo tentare un’ipotesi, è la sua attitudine ad adattarsi ai tempi, prendendo di volta in volta nuove forme e ricomparendo periodicamente in più moderne varianti. Così come Asai Ryōi riscrisse un testo morale cinese del 1378, adattandolo al Giappone del 1666, così San'yūtei Enchō rivisitò ulteriormente il testo per renderlo più fruibile dai lettori della sua epoca (la prima stesura è datata 1861), a cavallo tra il periodo Edo (detto anche epoca del tardo shogunato Tokugawa) e l'inizio del periodo Meiji (1869-1912).
Fu, quello, un periodo di grandi cambiamenti sociali: il Giappone stava finalmente uscendo dal Medioevo, e si accingeva a inaugurare una stagione di profondo ammodernamento del Paese (tra le importanti riforme del governo Meiji vi furono l'abolizione del sistema feudale e l'istituzione di prefetture guidate da governatori incaricati dall'imperatore).
martedì 6 settembre 2016
Dance of darkness
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Quando nel secondo articolo dello speciale di Ring ho introdotto la figura di Sadako, ho fatto quello che inevitabilmente fanno tutti, chi prima e chi dopo: ho posto l'accento sulle sue caratteristiche fisiche e sul suo incedere claudicante, sbilenco e bizzarro, al limite dell'umano. È giunto il momento di riflettere un momento sulle ragioni per cui tutto ciò appare così terrificante per lo spettatore, quasi oltre la soglia della sopportabilità. La risposta a tale quesito pare ovvia, ma non è detto che lo sia davvero.
Come tutti i fantasmi in cerca di vendetta, anche Sadako ha alle spalle una storia di terribile violenza culminata con la sua uccisione, una storia da cui non si può prescindere. Come tutti i fantasmi, Sadako si mostra alle sue vittime trasfigurata dalla morte, gli occhi spiritati, il viso pallido ed emaciato e i lunghi capelli spettinati, ondeggianti davanti al viso. Il vero colpo di genio di Hideo Nakata è però quello di donarle delle movenze molto particolari: Sadako si muove a scatti, ora lenta ora inaspettatamente veloce, come un maratoneta che risparmi le forze per il rush finale; gli arti assumono pose innaturali, le articolazioni scricchiolano. Nessuna persona nel pieno del vigore e della salute potrebbe mai muoversi a quel modo. Ognuno di quei movimenti è uno spasmo di dolore che ci parla di una lunga e solitaria agonia nelle buie profondità del pozzo.
La Sadako di Nakata, insomma, non comunica solo con il suo aspetto esteriore, ma utilizza il linguaggio del corpo per narrare la sua storia, per mostrarci che è in preda all'odio e al rancore, ma anche che soffre e ha sofferto. Solo il pubblico occidentale può aver pensato che questo fosse qualcosa di nuovo, di mai visto prima: la realtà, per il pubblico giapponese, è un po' diversa.
Come tutti i fantasmi in cerca di vendetta, anche Sadako ha alle spalle una storia di terribile violenza culminata con la sua uccisione, una storia da cui non si può prescindere. Come tutti i fantasmi, Sadako si mostra alle sue vittime trasfigurata dalla morte, gli occhi spiritati, il viso pallido ed emaciato e i lunghi capelli spettinati, ondeggianti davanti al viso. Il vero colpo di genio di Hideo Nakata è però quello di donarle delle movenze molto particolari: Sadako si muove a scatti, ora lenta ora inaspettatamente veloce, come un maratoneta che risparmi le forze per il rush finale; gli arti assumono pose innaturali, le articolazioni scricchiolano. Nessuna persona nel pieno del vigore e della salute potrebbe mai muoversi a quel modo. Ognuno di quei movimenti è uno spasmo di dolore che ci parla di una lunga e solitaria agonia nelle buie profondità del pozzo.
La Sadako di Nakata, insomma, non comunica solo con il suo aspetto esteriore, ma utilizza il linguaggio del corpo per narrare la sua storia, per mostrarci che è in preda all'odio e al rancore, ma anche che soffre e ha sofferto. Solo il pubblico occidentale può aver pensato che questo fosse qualcosa di nuovo, di mai visto prima: la realtà, per il pubblico giapponese, è un po' diversa.
mercoledì 10 febbraio 2016
Cracked Actor
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David Bowie,
Teatro
Avete capito bene. A un mese esatto dalla sua scomparsa, su questo blog si torna nuovamente a parlare di David Bowie. Qualcuno potrebbe pensare, e credo sia inevitabile, che questi miei continui riferimenti al Duca Bianco siano un modo un po’ paraculo per attirare audience sfruttando un evento tragico… e non saprei davvero cosa rispondere, se non che mi dispiacerebbe se qualcuno davvero lo pensasse. La verità è dentro di me e non saranno certamente queste quattro righe di introduzione a cambiare le cose.
In quei primissimi giorni dopo la terribile notizia, tutto il web si è risvegliato all’improvviso e un po’ tutti si sono ricordati di essere (o di essere stati) fan di David Bowie. Ammetto che io stesso non sono stato da meno e, se non fosse stato per quell’unico album (Low, 1977) sempre presente nella memoria di tutti gli smartphone che si sono succeduti nella mia tasca, probabilmente adesso sarei qui a dire che non ascoltavo niente di suo da decenni. Che poi, a pensarci bene, un’affermazione del genere sarebbe quanto mai irreale, visto che la musica di Bowie, volente o nolente, ha sempre attraversato a intervalli alterni le varie fasi della mia vita senza mai, nemmeno una volta, lasciarmi indifferente. Anche quei pochi secondi di un suo pezzo captato in tivù durante uno spot pubblicitario, o anche quell’altro pezzo usato, perfetta pennellata finale, nei titoli di coda di un recente mainstream hollywoodiano. Fugaci attimi che mi hanno sempre fatto saltare una pulsazione, mentre mi sorprendevo a dire a me stesso “Ehi, questa è quella vecchia canzone che ascoltavo quando…”. Quanti ricordi!
In quei primissimi giorni dopo la terribile notizia, tutto il web si è risvegliato all’improvviso e un po’ tutti si sono ricordati di essere (o di essere stati) fan di David Bowie. Ammetto che io stesso non sono stato da meno e, se non fosse stato per quell’unico album (Low, 1977) sempre presente nella memoria di tutti gli smartphone che si sono succeduti nella mia tasca, probabilmente adesso sarei qui a dire che non ascoltavo niente di suo da decenni. Che poi, a pensarci bene, un’affermazione del genere sarebbe quanto mai irreale, visto che la musica di Bowie, volente o nolente, ha sempre attraversato a intervalli alterni le varie fasi della mia vita senza mai, nemmeno una volta, lasciarmi indifferente. Anche quei pochi secondi di un suo pezzo captato in tivù durante uno spot pubblicitario, o anche quell’altro pezzo usato, perfetta pennellata finale, nei titoli di coda di un recente mainstream hollywoodiano. Fugaci attimi che mi hanno sempre fatto saltare una pulsazione, mentre mi sorprendevo a dire a me stesso “Ehi, questa è quella vecchia canzone che ascoltavo quando…”. Quanti ricordi!
lunedì 23 febbraio 2015
Life mimics theatre
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Musica,
Teatro
Portata a termine, non senza fatica, la lunga maratona dedicata alle opere dello scrittore polacco Stefan Grabiński, era giunto il momento per il vostro blogger di ossidiana di tirare il fiato. E cosa c'è di meglio, in casi come questo, se non il poter contare su qualcuno che possa offrirmi l'opportunità di sedermi per un attimo in panchina e stare a guardare?
Quel qualcuno è la gothic girl per eccellenza, miei cari amici, la regina del palcoscenico, maestra di dizione, luce della ribalta, la fanciulla che fa fremere i vostri blogroll, ovvero colei che, senza indugio alcuno, ha voluto farmi il grande regalo di un guest post nel momento del bisogno.
Il suo nome? Non è difficile da indovinare, dai! Ma è bene che vi provveda ad avvertirvi che oggi, a sorpresa, la nostra ospite svestirà i panni con i quali siete abituati ad ammirarla nel suo blog, per indossare quelli, totalmente inaspettati, della metallara D.O.C.
Oggi si parlerà infatti di musica su Obsidian Mirror, si parlerà di una metal band molto particolare che, devo ammettere, non avevo mai sentito nominare fino a solo pochi giorni fa. E a proposito di musica, mi viene in mente che era davvero da molto tempo che non se ne parlava qui sul blog e, riflettendoci, quasi quasi mi viene voglia di riprendere a scriverne, magari riesumando quella vecchia rubrica intitolata “Certi concerti”, rubrica da me sedotta e abbandonata ormai due anni fa. Ma basta ciarlare di cose mie, è arrivato il momento di lasciarsi (più che volentieri) rubare la scena dalla nostra amica Elisa Elena Carollo, conosciuta anche come Drama Queen, dal nome del suo bellissimo blog. Il sottoscritto tornerà al timone nei prossimi giorni. STAY BRUTAL! \m/
Quel qualcuno è la gothic girl per eccellenza, miei cari amici, la regina del palcoscenico, maestra di dizione, luce della ribalta, la fanciulla che fa fremere i vostri blogroll, ovvero colei che, senza indugio alcuno, ha voluto farmi il grande regalo di un guest post nel momento del bisogno.
Il suo nome? Non è difficile da indovinare, dai! Ma è bene che vi provveda ad avvertirvi che oggi, a sorpresa, la nostra ospite svestirà i panni con i quali siete abituati ad ammirarla nel suo blog, per indossare quelli, totalmente inaspettati, della metallara D.O.C.
Oggi si parlerà infatti di musica su Obsidian Mirror, si parlerà di una metal band molto particolare che, devo ammettere, non avevo mai sentito nominare fino a solo pochi giorni fa. E a proposito di musica, mi viene in mente che era davvero da molto tempo che non se ne parlava qui sul blog e, riflettendoci, quasi quasi mi viene voglia di riprendere a scriverne, magari riesumando quella vecchia rubrica intitolata “Certi concerti”, rubrica da me sedotta e abbandonata ormai due anni fa. Ma basta ciarlare di cose mie, è arrivato il momento di lasciarsi (più che volentieri) rubare la scena dalla nostra amica Elisa Elena Carollo, conosciuta anche come Drama Queen, dal nome del suo bellissimo blog. Il sottoscritto tornerà al timone nei prossimi giorni. STAY BRUTAL! \m/
martedì 14 giugno 2011
Black Swan
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Cinema,
Darren Aronofsky,
Teatro
Oggi ho avuto per la prima volta la sensazione che questo si stia trasformando lentamente in un blog sul cinema, cosa che non era nelle mie intenzioni. A mia discolpa posso dire che di solito è molto più semplice parlare di un film che di un libro, tanto per fare un esempio... Ma non divaghiamo. Finalmente qualche giorno fa ho visto Black Swan: l’intenzione era di vederlo al cinema, ma purtroppo non ce l’ho fatta e allora mi è toccato vederlo sullo schermo molto più piccolo della mia tv, pazienza…
Nina Sayers (una intensa Natalie Portman) è una ballerina classica che fa parte del New York City Ballet e un bel giorno, contro ogni previsione, viene scelta dal direttore/coreografo Thomas Leroy (Vincent Cassel) per interpretare il ruolo di protagonista ne “Il lago dei cigni”. Tecnicamente la ragazza è una ballerina valida, ma emotivamente è fragile, tuttavia Thomas è convinto che abbia le potenzialità per riuscire e decide di darle un’occasione, anche perché è attratto da lei. La dolce e candida Nina infatti è perfetta per incarnare il cigno bianco, ma è totalmente priva della sensualità e della grinta necessarie per interpretare il cigno nero. Da questo punto in avanti - se il trailer del film e la descrizione della trama non avessero già fornito sufficienti indizi in precedenza… – diventa chiaro che questo non è affatto un film sul balletto, ma piuttosto un thriller/dramma psicologico dalle atmosfere dark molto coinvolgenti. A questo punto mi concedo una digressione su “Il Lago dei cigni”, la cui conoscenza è necessaria per comprendere la “sfida” di Nina…
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