Era quasi il tramonto, faceva caldo sulla via Emilia che Ruggero percorreva in calesse per tornare a casa, a San Mauro di Romagna, dove la moglie Caterina lo attendeva. Era un sabato di agosto del 1867 e Ruggero stava facendo ritorno dal mercato di Cesena dove avrebbe dovuto incontrare un fantomatico signor Achille, funzionario dei principi Torlonia, proprietari della tenuta “La Torre”, un latifondo di cui l’uomo era amministratore e presso il quale viveva con la sua famiglia. Il signor Achille, chiunque egli fosse, non si era presentato all’appuntamento, e solo verso le sei del pomeriggio Ruggero, arresosi all’evidenza, decise di rientrare.
Ruggero, nato nel 1815, era diventato amministratore del latifondo nel 1855, dopo la scomparsa prematura del cugino che rivestiva quel ruolo prima di lui, e nel 1867 erano quindi dodici anni che svolgeva quell’incarico. In veste di amministratore della “Torre” era noto e stimato per lo zelo, lo scrupolo e l’onestà con cui adempiva alle sue mansioni. Quando si mise sulla via del ritorno, Ruggero non sapeva ancora che non avrebbe mai più rivisto l’amata moglie e i suoi otto figli Margherita, Giacomo, Luigi, Giovanni, Raffaele, Giuseppe, Ida e Maria.
La cavalla trotterellava pacatamente lungo la strada di casa. Era una cavalla minuta in confronto ai grossi cavalli normanni usati per il lavoro nei campi, ed era l’unica ad avere il mantello grigio scuro, colore degli uccelli storni. Ruggero aveva con lei un rapporto che andava oltre il semplice rapporto tra uomo e animale: le era molto affezionato e la cavalla ricambiava il suo affetto come poteva, trainando il calesse e affrontando imperturbabile anche grandi distanze.
