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lunedì 23 ottobre 2023

Enjoy the silence

L’opera di cui andremo a parlare oggi, il cui titolo strizza l’occhio ad una vecchia canzone synth pop, non è un romanzo, e forse nemmeno un racconto. Sono una cinquantina di pagine mal contate che potremmo intendere come una raccolta di appunti sparsi o forse, ancor meglio, come un piccolo tutorial, una specie di “manuale di istruzioni per principianti della vita”. Nulla di universale come ciò che fece
Georges Perec, che proprio su un manuale di istruzioni costruì la sua notorietà, ma un “manuale”, quello di Marta Dieffe, destinato prevalentemente a un target di giovanissimi, e non necessariamente femminile.
Cosa c’entro quindi io, vi starete chiedendo, che l’adolescenza l’ho vissuta in un secolo ormai terminato? Beh, diciamo che quella di tentare un articolo è una specie di sfida con me stesso. Una sfida nella quale un membro della cosiddetta Generazione X (uno tra i primi, tra l’altro, a potersi fregiare di questo, sempre più scomodo, titolo) cerca di rintracciare delle similitudini tra la sua esperienza personale e quella di chi è venuto al mondo giusto quella manciata di decenni più tardi. Avrei forse fatto prima a osservare i miei nipoti, con tutte le loro insicurezze e le loro piccole manie, ma certamente, mi sono detto, non avrei potuto aprire certe porte che, di regola, a uno zio sono giustamente precluse (non che ve ne fosse bisogno, visto che probabilmente sono le stesse porte che io stesso mi indaffaravo a tener sigillate). 

mercoledì 15 settembre 2021

White: Melody of Death

Il tema della melodia maledetta non è affatto una novità, e mi viene quasi da dire che è vecchio quanto la musica stessa. Nonostante ciò il lato oscuro della musica è sempre affascinante e non sorprende che, a cadenze regolari, ritorni a entusiasmare tutti gli appassionati del bizzarro e dell’inspiegabile. 
Proviamo a fare un po’ di storia: capostipite di una lunga serie di melodie maledette è stata indiscutibilmente la celebre ballata "Gloomy Sunday" (Szomoru Vasarnap) che il compositore ungherese Rezso Seress scrisse in un momento di grande depressione. Il suo lavoro era in gran parte ignorato dall'industria musicale, la sua carriera era destinata al fallimento e la donna che amava lo aveva abbandonato. E così, seduto al pianoforte, perso nella disperazione, iniziò a pigiare oziosamente sui tasti e inciampò nella melodia che sarebbe diventata il suo capolavoro. Ma poi iniziarono i suicidi. A centinaia. I corpi di molti di essi furono trovati che ancora stringevano lo spartito della canzone, altri furono trovati con la melodia che saltava all'infinito su un giradischi. Tutti, in poche parole, si tolsero la vita lamentando di non riuscire a togliersi la canzone dalla testa. Leggenda metropolitana? Forse. 

giovedì 15 gennaio 2015

Les Paradis Perdus

Narra qual mai cagion gli antichi nostri / Padri, sì cari al cielo e in sì felice / Stato locati, a ribellarsi mosse / Da lui che gli creò. Mentre signori / Eran del mondo, un suo leggier divieto / Come romper fur osi? Al turpe eccesso / Chi sedusse gl’ingrati? Il Serpe reo / D’inferno fu. Mastro di frodi e punto / Da livore e vendetta egli l’antica / Nostra madre ingannò, quando l’insano / Orgoglio suo dal ciel cacciato l’ebbe / Con tutta l’oste de’ rubelli Spirti. / Su lor coll’armi loro alto a levarsi / Ambìa l’iniquo e d’agguagliarsi a Dio/  Pensò, se a Dio si fosse opposto. (John Milton, Paradise Lost, Book I, 1667)
Questo è un post che ho scritto e riscritto decine di volte in questo periodo di pausa blog. Ogni volta che mi pareva finito e adeguato per la pubblicazione succedeva qualcosa che mi faceva cambiare nuovamente idea, un particolare, una sensazione, un avvenimento più o meno importante. Questo post non sarà perfetto, non può esserlo oggi e non lo sarà mai ma, se lo state leggendo, significa che in qualche modo sono riuscito a quadrare il cerchio, o perlomeno a fare in modo, con un po' di fortuna, che sia almeno vagamente simile a ciò che avevo in mente all'inizio.
La domanda che ci poniamo oggi è "ha ancora senso oggi parlare di paradiso perduto?". La domanda è intesa in senso generale; non è limitata al significato biblico o a quello dell'opera miltoniana che ho citato in apertura. La domanda è intesa nel senso più ampio del termine, partendo dalla non trascurabile questione se il paradiso, nel senso che volete dargli, esiste oppure no.

lunedì 12 maggio 2014

L'ultimo treno della notte

Non so come sia per te, ma il mio problema sono le ragazze. Ho sempre voluto stare con una ragazza. E non ci sono mai riuscito. La cosa peggiore erano tutte quelle feste della scuola. Io che le guardavo, loro che ballavano. Non con me però. A molte scendevano giù continuamente le spalline del vestito, e gli idioti che erano con loro le tiravano su con un sorriso malizioso. Quello era il mio più grande desiderio, sistemare le spalline del vestito a una ragazza. Ma non è mai successo. E le ragazze erano tutte così stupende. Come se brillassero. E avevano quell’odore, come se prima di venire alla festa fossero state in un altro universo, in un altro mondo, sdraiate su un prato dal profumo soprannaturale. Io ero lì ed eco così lontano da tutto. Anche se fisicamente ero così vicino. Le persone nella sala erano racchiuse in una bolla invisibile. E io ero fuori. A pensarci sembra un po’ strano. Sarei potuto andare da una di quelle ragazze, per esempio per toccarle la schiena. Ma non le avrei toccato veramente la schiena. Solo la bolla, capisci?

Era da molto tempo che non mi capitava di leggere un libro tutto d’un fiato. Sapete, quei libri che una volta iniziati non ne vogliono proprio sapere di farsi riporre sul comodino. Mi è capitato nuovamente poche settimane fa con questo “L’ultimo treno della notte”, scritto nel 2005 dall’allora ventitreenne scrittore tedesco Benjamin Lebert. Trovai questo libro molto tempo fa su una bancarella dell’usato e, se ci penso adesso, non so dire come fu che lo portai in cassa e lo pagai. Credo che la molla sia stata una frase letta aprendo il libro a caso, una frase che mi colpì molto e che diceva: “Odio il buio. Il buio illumina sempre le cose più orribili.” Personalmente non odio il buio. Anzi, lo trovo, come dire, confortante. Immerso nel buio riesco a guardare dentro di me e a trovare, non dico delle risposte, quelle no, perché nella vita non esistono risposte, ma perlomeno delle indicazioni. 
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