Porca puttana. Anzi, dirò di più. Puttana troia. È tutto quello che mi viene da dire nel momento in cui lo schermo diventa scuro e il sipario si chiude su questa visione che mi ha scatenato per un’ora e mezza di fila un rilascio di adrenalina tale da farmi dubitare della salute del mio povero muscolo cardiaco, già provato da anni di body-horror, torture porn, shockumentary e gore/splatter di ogni tipo. E pensare che, quando mi si prospetta un po’ di shock cinema, io non sono certo il tipo che si tira indietro. Anzi, sono uno che si è visto tutta la saga dei Guinea Pig giapponesi con un sacchetto di popcorn in mano e il sorriso sulle labbra. Eppure, il controllo dell’ansia rimane il mio punto debole. Mettimi di fronte anche a una commedia romantica dove c’è un tipo che rischia di essere scoperto a prendere il caffè con una tipa che non è la fidanzata e io vado subito in paranoia. Non parliamo poi di quando in un film compare un cane, un gatto o un altro animale d’affezione che, come da copione, so essere stato messo lì apposta per fargli fare una brutta fine. E, nonostante il titolo vi faccia un vago riferimento, c’è molto più di un semplice caffè in questo “The coffee table” (2002), titolo internazionale di “La mesita del comedor”, una commedia nera diretta da Caye Casas, che ha curato anche la sceneggiatura insieme a Cristina Borobia.
lunedì 15 giugno 2026
sabato 11 aprile 2026
15 anni di blog
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Comunicazioni di servizio
Sembra ieri. No, ma che che dico? Manco per le palle sembra ieri. Sono passati 15 anni da quel piovoso pomeriggio di aprile quando, complice la noia, decisi di alzare il sipario su quella che al tempo ritenevo essere un’avventura della durata di un paio di anni al massimo.
Ne sono passati quindici, invece. Avevo 43 anni, praticamente un pischello tardo adolescente, mentre oggi mi ritrovo con i capelli bianchi e con l’occhio fisso sul calendario, a contare i giorni che mancano alla pensione.
Sono stati anni di alti e bassi, nella vita reale così come in quella digitale, come è normale che sia. Ho affrontato matrimoni (il mio) e funerali (di amici, parenti e animali domestici), traslochi e viaggi di ogni tipo e destinazione, ma il tempo e la voglia di rispettare le scadenze del blog non sono mai mancate, almeno fino a ieri.
sabato 4 aprile 2026
J-horror Theatre #6: Kyōfu
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Speciale J-horror Theatre,
Takashige Ichinose
Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle
vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto
fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato
fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di
Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle
sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare
un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi
erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e
Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”,
rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.
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