Non ricordo il giorno in cui lo vidi per la prima volta, ma sicuramente sono trascorsi anni, decenni o
forse intere ere geologiche. Non saprei nemmeno quantificare il numero di volte che le sue
immagini sono passate davanti ai miei occhi o il numero di volte che le note della sua colonna
sonora sono entrate nel mio cervello attraverso i padiglioni che mi ritrovo ai lati della testa.
Ciò che
è certo è che basta davvero poco per farmi risalire prepotentemente la voglia di tornare per la
milionesima volta a premere il tasto play di un telecomando e ricadere di nuovo in quell’esperienza
lisergica che è la visione del primo Halloween di John Carpenter.
Sarà per via della sua semplicità
di fondo che Halloween mi attrae. La sua musica, per esempio, fa quasi tutto con pochissimo: una
figura ritmica semplice e ossessiva, affidata soprattutto al pianoforte, che non accompagna
Michael Myers come farebbe una normale colonna sonora, ma sembra piuttosto dirci che si trova
lì, da qualche parte, anche e soprattutto quando non lo vediamo.


