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domenica 9 febbraio 2014

The man whom the trees loved

Per affrontare per la prima volta Algernon Blackwood, uno dei maestri incontrastati della narrativa soprannaturale, ho scelto “The man whom the trees loved”, non certo la sua opera più famosa ma in qualche modo perfetta summa di alcuni dei suoi tratti più peculiari. Il genio di un Autore capace di intrigare con un racconto costruito per accumulo di piccoli avvenimenti solo all'apparenza poco significativi appare evidente dopo la lettura di questo testo: una settantina di pagine (quelle dell'edizione in inglese in mio possesso) per narrare quella che è, a tutti gli effetti, la storia di una possessione, dove però non c'è alcun bisogno di scomodare demoni o spettri di sorta.
Due anziani coniugi abitano in un cottage della campagna inglese al limitare di una foresta, un cedro solitario in fondo al loro giardino ad ergersi (non solo metaforicamente) come un guardiano tra due mondi. David e Sophia non potrebbero essere più diversi, tanto puritana e amante del focolare lei quanto progressista e amante della natura lui: passione, questa, che non solo la moglie non condivide, ma per la quale prova un'istintiva avversione. E non a torto. Già in passato David si è spinto così in là nelle sue esplorazioni della foresta tropicale da mettere a repentaglio la propria vita e compromettere la sua salute. Ma ora, man mano che la stagione avanza e l'autunno cede il posto all'inverno, quella del marito si trasforma in una vera e propria ossessione, e quel che è peggio è che è reciproca... Sollecitata da conversazioni poco convenzionali, l'attenzione della vicina foresta si desta e si focalizza su David. Portata dal vento, la voce degli alberi è un richiamo irresistibile per la mente e il cuore dell'uomo, la cui unica ragione di vita diviene il prendersi cura delle sue amate piante e passare tutto il suo tempo all'aria aperta, nella foresta. Sophia sente che una forza (volontà) schiacciante le sta sottraendo suo marito e si convince di doverlo salvare dalla perdizione, anche se non è chiaro se ad essere più in pericolo sia il corpo di David o la sua anima...

lunedì 23 settembre 2013

La vera natura dell'Uomo Verde

Rosslyn Chapel, Scozia. Una delle oltre cento raffigurazioni
dell’Uomo Verde presenti nella chiesa. L’Uomo Verde
viene generalmente interpretato come un simbolo di fertilità
pagana derivante dalla tradizione celtica, né buono né cattivo,
ma piuttosto con caratteristiche in bilico tra bene e male
Figura dalla potenza ancestrale, l'Uomo Verde incuriosisce e affascina perché sembra toccare corde profonde e inesplorate dentro di noi. Eppure non se ne parla molto e, quando lo si fa, l'argomento viene liquidato in fretta e spesso in modo non soddisfacente.
Se si è arrivati a sviscerare abbastanza bene l'origine di questi fregi, non si sono fatti molti tentativi per comprendere il significato nascosto all’ombra di quello convenzionale, universalmente accettato come veritiero. Il problema è che non esistono descrizioni dell’Uomo Verde in letteratura che ci possano aiutare, come invece ne esistono per altri tipi di simboli (ad esempio nei bestiari medievali), perciò nessuna interpretazione potrà mai essere indicata come assoluta. Signore e signori, ci troviamo in un terreno minato nel quale qualsiasi ipotesi si decida di abbracciare dovrà essere considerata necessariamente un'opinione, e non un fatto assodato.

Dell'Uomo Verde sapevo quel che sanno tutti, ovvero che si tratta di un simbolo pagano da interpretarsi come la raffigurazione dell'unione e del rispetto che i pagani nutrivano per la natura: Osiride, Nettuno, il titano Oceano, Artemide e suo fratello Dioniso, Pan, le ninfe driadi e amadriadi e il mito della Grande Madre sono solo esempi della divinizzazione della natura operata nel tempo dall'uomo. Un simbolo perpetuato per secoli da anonimi artisti che silenziosamente osteggiavano l'ortodossia cristiana a favore di fedi più antiche. Un simbolo che nel secolo scorso si è trasformato in simbolo di rinascita, un archetipo che indica il risvegliarsi della natura, ovvero la primavera, significato ripreso dalle cerimonie wiccan e dai numerosi festival dedicati all'Uomo Verde che si tengono annualmente in varie parti d'Europa (come quello di Clun, nella regione scozzese dello Shropshire). Per i neopagani si tratta di una rappresentazione del lato maschile del divino, un simbolo di forza e determinazione che probabilmente rimanda a tempi remoti in cui queste qualità erano indispensabili per la caccia e, quindi, per la sopravvivenza.
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