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sabato 16 maggio 2020

Traditi dalla fretta #18

Tantissime cose sono successe dall'ultima volta che questa piccola rubrica è apparsa sul blog. Viceversa nulla è cambiato in termini di lockdown: ero carcerato in casa allora e sono carcerato in casa adesso, seppure con il beneficio di qualche ora d'aria nel tardo pomeriggio, dopo il lavoro agile, per tenere calde le suole delle scarpe.
Non sto facendo i salti di gioia, ve lo assicuro, al pensiero che lunedì andrò in ufficio per la prima volta dal 9 marzo a questa parte, ma un piccolo respiro di "normalità" non può che farmi bene, sebbene la prospettiva di indossare una dannata mascherina dalla mattina alla sera non sia la maniera migliore per farlo.
Nel frattempo ci sono state le votazioni per il Premio Italia e lo zio Nick, come accade ormai abitualmente da cinque anni a questa parte, è meritatamente entrato a far parte della ristretta rosa dei cinque finalisti. Niente di nuovo sotto il sole, direi, visto che il nostro mitico vicino di blog ci ha ormai da tempo abituati a simili performance. Resta a questo punto solo da incrociare le dita e stare a vedere cosa succederà il prossimo 13 giugno, giorno in cui verranno rivelati i vincitori delle 19 diverse categorie.
In tale competizione "The Obsidian Mirror" ha raggiunto, nel frattempo, il suo miglior risultato di sempre, grazie a quei 22 voti che lo hanno scaraventato all'ottavo posto in classifica generale nella categoria "Pubblicazione amatoriale". Si naviga ancora ai margini del sistema stellare, ma questo blog, dalle forme volutamente ibride, non potrebbe davvero chiedere di più.

giovedì 6 febbraio 2020

Kaidan Botan Dōrō (Pt.1)

Non fu un caso se, nell’ultimo articolo apparso su questo blog sotto l’etichetta “Kaidan”, mi presi la briga di dedicare ampio spazio a un personaggio decisamente di rilievo per il progetto che mi ero preso l’impegno di portare avanti.
Patrick Lafcadio Hearn, irlandese, di madre greca, è stato senza dubbio il più celebre narratore occidentale di storie di fantasmi giapponesi, ed è proprio dai suoi scritti che il mio piccolo lavoro di blogger trae ispirazione. Già a partire dal 1887, come già ebbi modo di dire, Lafcadio Hearn iniziò a sviluppare una vera e propria ossessione per la letteratura del paese che lo aveva adottato, in particolare raccogliendo frammenti di leggende, vecchie storie di fantasmi e di esseri soprannaturali, e mettendole insieme per l'entusiasmo dei lettori del magazine americano sul quale scriveva.
Stiamo parlando di un sacco di tempo fa, come avrete notato, ma non credo di andare molto lontano dalla verità affermando che, se non fosse stato per il certosino lavoro di raccolta che fece Lafcadio Hearn nel corso della sua esistenza, il mondo occidentale oggi non potrebbe vantare la stessa familiarità (o presunta tale) che ha con i fantasmi giapponesi. Quelle saghe cinematografiche divenute virali negli anni Novanta, quali “The Ring e “The Grudge”, giusto per citare i casi più emblematici, probabilmente non sarebbero state in grado di varcare i loro confini e, di conseguenza, il mondo non avrebbe potuto scrivere quel pezzo di storia del cinema horror che, a posteriori, si può ben definire fondamentale.

giovedì 28 settembre 2017

Koizumi Yakumo, Lafcadio Hearn

"Per i molti ai quali non fu dato di conoscere personalmente il Giappone, e che sempre, in una muta quanto bramosa curiosità, ricorrono alle fotografie e tengono in mano estasiati i preziosi oggetti leggiadri dell'arte giapponese per costruirsi, sulla base di tale precario supporto, un sogno multicolore di quel lontano paese, per tutti costoro Lafcadio Hearn è diventato un sostegno incomparabile e un amico." (Stefan Zweig, 1911).

Ormai un anno è passato dall'ultima volta che il progetto Kaidan è apparso sulle pagine virtuali di questo blog. Oltre un anno e mezzo, se vogliamo escludere dal conteggio la lunga digressione dedicata all'universo di Ring. Il tempo, sebbene venga scandito con estrema precisione dalle lancette degli orologi, sembra avere la strana caratteristica di comprimersi e di espandersi al di fuori del nostro controllo... Ma, lo avete capito, sto solo cercando delle scuse.
Lasciataci alle spalle Sadako Yamamura e tutta la sua mitologia, è giunto il momento di rientrare sulla carreggiata principale, quella che, attraverso cento articoli, cercherà di affrontare il tema che ci eravamo prefissati in tutta la sua interezza. E da dove ripartire se non da Lafcadio Hearn, il più celebre narratore di storie di fantasmi giapponesi?
Strano nome Lafcadio Hearn. Non sembra affatto giapponese. E avete ragione: Patrick Lafcadio Hearn era irlandese, nato da padre irlandese e madre greca... e... e come avete già intuito, ho deciso di raccontare questa storia proprio dall'inizio.

lunedì 25 maggio 2015

William Buehler Seabrook (Pt.1)

William Buehler Seabrook (1884-1945) è stato uno dei personaggi più controversi vissuti a cavallo fra il XIX e il XX secolo, un giornalista arguto ma, soprattutto, una sorta di moderno Marco Polo i cui resoconti di viaggio ebbero un incredibile successo e sono tuttora oggetto di culto.
Amante dell'avventura, curioso fino all'estremo, Seabrook incarnava il tipico, irriducibile avventuriero che, per pura sete di conoscenza, sfidava il pericolo e oltrepassava (poi vedremo meglio come) i limiti tra normale e a-normale, lecito e illecito.
Seabrook fu inoltre uno sfrenato edonista. Alcolista, consumatore abituale di alcol e droghe, sadico che (leggenda narra) non si separava da frustini e catene nemmeno quando viaggiava, fu anche un essere umano dalle molte ombre. Senza per forza volerne fare un’apologia, ma nemmeno demonizzarlo, non posso negare che ammiro il suo spirito inquieto e indomito ed è proprio questo che oggi, a quasi settant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta nel 1945, voglio ricordare.
Il nostro nacque nel 1884 nel Maryland, a Westminster e, se si eccettua una parentesi come pubblicitario e una come guidatore di ambulanze nell’esercito americano di stanza in Francia durante la Prima Guerra Mondiale (che gli valse una medaglia), si occupò sempre di giornalismo, dapprima come caporedattore dell’Augusta Chronicle e poi come giornalista presso il New York Times. I suoi racconti di viaggio venivano telegrafati in patria a riviste come Vanity Fair, Cosmopolitan e il Reader's Digest e poi venivano raccolti in volumi che, immancabilmente, diventavano dei best seller.

giovedì 5 maggio 2011

Mujina

Nella via Akasaka a Tokyo c’è un pendio chiamato Kii-no-kuni-zaka, che significa il Pendio della Provincia di Kii.
Su un lato di questo pendio si può vedere un antico fossato, profondo e molto largo, con rive verdi che si alzano verso un luogo coperto da giardini, e sull’altro lato della strada si estendono le mura lunghe e alte di un palazzo imperiale. Prima dell’epoca dei lampioni e degli jinrikisha, questa zona era assolutamente deserta dopo il tramonto, e i passanti ritardatari erano disposti a percorrere chilometri fuori della loro strada pur di non salire sul Kii-no-kuni-zaka da soli dopo il tramonto.
Tutto per colpa di un Mujina (1) che aveva l’abitudine di aggirarsi da quelle parti. L’ultimo uomo che aveva visto il Mujina era un vecchio mercante del quartiere Kyobashi, morto circa trent’anni fa. Questa è la storia così come l’ha raccontata.
Una sera, a tarda ora, si stava affrettando su per il Kii-no-kuni-zaka, quando scorse una donna accovacciata presso il fossato, tutta sola, che piangeva amaramente. Temendo che avesse intenzione di affogarsi, si fermò per offrirle aiuto o consolazione per quanto era in suo potere. Sembrava essere una persona esile e graziosa e vestita con gusto, e i capelli erano acconciati come quelli di una ragazza di buona famiglia. «O-jochu!» (2) esclamò avvicinandosi a lei. «O-jochu, non piangere così! Dimmi cosa ti preoccupa, e se c’è un modo per aiutarti, sarò felice di farlo». Dicendo questo era sincero, perché era un uomo molto gentile e disponibile.
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