Questo che oggi sto scrivendo è un post strano. Strano, ma non nel senso di anomalo, visto che altre volte mi sono trovato a indagare su faccende strane e misteriose; questo post è strano nel senso che tutto ciò che vi ruota attorno è strano, a partire dalla sua genesi. Oggi parliamo di un film, o per meglio dire di un film che dovrebbe essere tale ma che forse nemmeno lo è. Confusi? Anch'io, ed è per questo che ho bisogno di scriverne: magari riesco anch'io a chiarirmi le idee.
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lunedì 27 febbraio 2023
mercoledì 15 settembre 2021
White: Melody of Death
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Il tema della melodia maledetta non è affatto una novità, e mi viene quasi da dire che è vecchio quanto la musica stessa. Nonostante ciò il lato oscuro della musica è sempre affascinante e non sorprende che, a cadenze regolari, ritorni a entusiasmare tutti gli appassionati del bizzarro e dell’inspiegabile.
Proviamo a fare un po’ di storia: capostipite di una lunga serie di melodie maledette è stata indiscutibilmente la celebre ballata "Gloomy Sunday" (Szomoru Vasarnap) che il compositore ungherese Rezso Seress scrisse in un momento di grande depressione. Il suo lavoro era in gran parte ignorato dall'industria musicale, la sua carriera era destinata al fallimento e la donna che amava lo aveva abbandonato. E così, seduto al pianoforte, perso nella disperazione, iniziò a pigiare oziosamente sui tasti e inciampò nella melodia che sarebbe diventata il suo capolavoro. Ma poi iniziarono i suicidi. A centinaia. I corpi di molti di essi furono trovati che ancora stringevano lo spartito della canzone, altri furono trovati con la melodia che saltava all'infinito su un giradischi. Tutti, in poche parole, si tolsero la vita lamentando di non riuscire a togliersi la canzone dalla testa. Leggenda metropolitana? Forse.
venerdì 30 agosto 2019
Confessioni di una maschera #3
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The Cure
Avevo pensato di riaprire il blog dopo la pausa estiva con uno dei miei tipici post “del rientro”, uno di quelli in cui sono solito illustrare progetti futuri recriminando contestualmente di non essere riuscito a onorare quelli passati. Li conoscete bene, quei post, visto che ogni qual volta se n'è presentata l’occasione non ve ne ho mai risparmiato uno. Una volta tanto, però, mi sono detto: “basta”! Ecchecavolo! Se mi sono annoiato io, mi sono detto, figuriamoci che tedio deve provare chi passa di qua come visitatore. Ho deciso quindi di aggirare il problema entrando direttamente nel vivo del blog, come se non ci fosse mai stata una pausa estiva.
Giusto due righe introduttive valeva però la pena di scriverle, sfruttando magari quel piccolo spazio iniziale che ho riservato a me stesso nei “Traditi dalla fretta”… ma anche quella rubrica è stata più che mai abusata ultimamente. Non mi rimaneva quindi che riportare alla luce le “Confessioni di una Maschera” e utilizzare quel contenitore per i saluti e i ben ritrovati. Così è stato.
Giusto due righe introduttive valeva però la pena di scriverle, sfruttando magari quel piccolo spazio iniziale che ho riservato a me stesso nei “Traditi dalla fretta”… ma anche quella rubrica è stata più che mai abusata ultimamente. Non mi rimaneva quindi che riportare alla luce le “Confessioni di una Maschera” e utilizzare quel contenitore per i saluti e i ben ritrovati. Così è stato.
giovedì 14 marzo 2019
Confessioni di una maschera #2
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Visitors
Più di un anno è ormai passato dal giorno in cui lanciai il numero zero di questa rubrica e ancora non ho ben capito quale significato dargli. In un remoto numero uno, scritto tra una sigaretta e l'altra mentre vivevo da profugo in un monolocale preso in affitto tra due traslochi, avevo anche permesso a qualche idea di farsi largo (avrei voluto raccontare qualcosa di tutte le case che mi hanno ospitato nel corso di una vita, per esempio), ma dopo tanto tempo, e dopo tanti progetti ventilati e mai realizzati, non so se è davvero il caso di continuare su quella strada.
Confessioni di una maschera rimane però uno spazio dedicato ai ricordi, con particolare attenzione a quelli più remoti, belli o brutti, che il tempo ha cancellato o rischia di cancellare.
Ed è quasi un caso che, giusto qualche giorno fa, frugando tra le mie vecchie cose di quand'ero ragazzino, è saltato fuori un vecchio disco. Un vecchio disco che ha riaperto una parte della memoria che avevo in tutti modi cercato di sigillare.
Confessioni di una maschera rimane però uno spazio dedicato ai ricordi, con particolare attenzione a quelli più remoti, belli o brutti, che il tempo ha cancellato o rischia di cancellare.
Ed è quasi un caso che, giusto qualche giorno fa, frugando tra le mie vecchie cose di quand'ero ragazzino, è saltato fuori un vecchio disco. Un vecchio disco che ha riaperto una parte della memoria che avevo in tutti modi cercato di sigillare.
mercoledì 23 gennaio 2019
Ascolti di un anno
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Subito dopo le "letture di un anno" eccoci nuovamente con un altro recap, questa volta dedicato agli ascolti che più di altri mi hanno fatto compagnia nel corso degli ultimi dodici mesi.
Ancora una volta, e forse in questo caso più che mai, la classifica sarà virata decisamente sul personale. Raramente infatti presto attenzione alle nuove uscite discografiche. Non ascolto praticamente più radio (e di questo un po' mi dispiaccio) e solo raramente, intrappolato nel traffico, mi metto alla ricerca di un canale che mi garbi, dando priorità ai notiziari, visto che quelli sono gli unici momenti dove mi aggiorno sui fatti del mondo, o scivolando vergognosamente nella bieca bestialità dei canali dedicati al calcio mercato, dove interminabili discussioni vengono portate avanti senza ragione alcuna (che è poi lo scopo stesso, e se volete il bello, di certe programmazioni). Ma sto divagando.
Stavo dicendo che, da buon vecchietto legato alle sue cose, ascolto poco le novità (anche perché mi fanno abbastanza ca#are, dovrei aggiungere). Resto ancorato come una cozza a ciò che ascolto da sempre, concedendomi di tanto in tanto alcune incursioni esplorative in questo e in altri generi. La piccola classifica di oggi riflette quindi la logica delle "letture" di qualche giorno fa: rappresenta ciò che ho ascoltato di più nel 2018, a prescindere dalle mode e da qualsiasi altro fattore esterno. Sarà, come vedrete, un elenco piuttosto eterogeneo e questo, lo ammetto, sorprende anche me. Aggiungo, e poi la faccio finita con questa palla di introduzione, che sto seriamente pensando di iniettare nuova linfa a una rubrica musicale che avevo iniziato sul blog un milione di anni fa senza poi darvi la continuità (o dovrei dire il seguito) che avrebbe meritato. Lasciatemi mettere un po' d'ordine tra le mie tante scartoffie e magari prossimamente ne riparliamo. Passiamo al sodo.
Ancora una volta, e forse in questo caso più che mai, la classifica sarà virata decisamente sul personale. Raramente infatti presto attenzione alle nuove uscite discografiche. Non ascolto praticamente più radio (e di questo un po' mi dispiaccio) e solo raramente, intrappolato nel traffico, mi metto alla ricerca di un canale che mi garbi, dando priorità ai notiziari, visto che quelli sono gli unici momenti dove mi aggiorno sui fatti del mondo, o scivolando vergognosamente nella bieca bestialità dei canali dedicati al calcio mercato, dove interminabili discussioni vengono portate avanti senza ragione alcuna (che è poi lo scopo stesso, e se volete il bello, di certe programmazioni). Ma sto divagando.
Stavo dicendo che, da buon vecchietto legato alle sue cose, ascolto poco le novità (anche perché mi fanno abbastanza ca#are, dovrei aggiungere). Resto ancorato come una cozza a ciò che ascolto da sempre, concedendomi di tanto in tanto alcune incursioni esplorative in questo e in altri generi. La piccola classifica di oggi riflette quindi la logica delle "letture" di qualche giorno fa: rappresenta ciò che ho ascoltato di più nel 2018, a prescindere dalle mode e da qualsiasi altro fattore esterno. Sarà, come vedrete, un elenco piuttosto eterogeneo e questo, lo ammetto, sorprende anche me. Aggiungo, e poi la faccio finita con questa palla di introduzione, che sto seriamente pensando di iniettare nuova linfa a una rubrica musicale che avevo iniziato sul blog un milione di anni fa senza poi darvi la continuità (o dovrei dire il seguito) che avrebbe meritato. Lasciatemi mettere un po' d'ordine tra le mie tante scartoffie e magari prossimamente ne riparliamo. Passiamo al sodo.
domenica 27 maggio 2018
Carne e metallo
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L’audio-tortura Barkeriana
Carne e Metallo
"The only group I've heard on disc, whose records I've been taken off because they made my bowels churn."
[L'unico gruppo che ho ascoltato su vinile, i cui dischi li ho rimossi perché mi hanno ridotto le viscere in poltiglia].
A pronunciare queste strane (e in un certo senso profetiche) parole è l’autore dei Libri di Sangue Clive Barker (uno che con viscere e poltiglie assortite aveva praticamente rifondato un genere) il quale, nei mesi di preparazione del suo primo film da regista, il famigerato Hellraiser (in Italia Hellraiser, Non Ci Sono Limiti), deciderà di assecondare i suoi umori funesti, affidando la colonna sonora a una band inglese che attraverso rimandi esoterici e lugubri sinfonie elettronico/industriali aveva costruito una carriera altrettanto controversa: parliamo dei Coil.
Barker ama e odia la musica del duo britannico (Peter Christopherson, ex-Throbbing Gristle e John Balance) e ricordando il disagio che aveva provato nell’ascoltare i loro dischi rompe gli indugi e si affida al terribile combo d’Albione per costruire quelle sinfonie di dolore e di morte che accompagneranno le gesta dei suoi Cenobiti sul grande schermo.
venerdì 25 maggio 2018
Pelle e metallo
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Pelle e metallo
Capelli lunghi, jeans, t-shirt nere, pelle e borchie: a meno che tu non viva sulla Luna, avrai già individuato che si tratta del look tipico di un amante dell’heavy metal. Se sei venuto in contatto con questo tipo di estetica, di sicuro ne sarai rimasto colpito, in positivo o (più probabilmente) in negativo. Ma ti sei mai chiesto perché i metallari si vestono proprio così?
Forse a te può sembrare solo sciatteria, o volontà di vestirsi male a tutti i costi, magari per attirare l’attenzione, ma non è così. Al contrario, ogni componente del vestiario heavy metal ha una sua precisa origine storica – e spesso capire quale non è nemmeno difficile. Per esempio, i jeans sono stati, fino almeno alla fine degli anni ottanta, il capo tipico dei giovani di ceto medio-basso. Proprio come quelli che crearono la New Wave of British Heavy Metal – il primo vero movimento del genere – agli inizi degli anni ottanta. E come quelli che, qualche anno dopo, diedero vita al thrash metal, che riprendeva la NWOBHM in una chiave più irruenta, con influssi punk, ed è alla radice delle branche più estreme del genere.
Forse a te può sembrare solo sciatteria, o volontà di vestirsi male a tutti i costi, magari per attirare l’attenzione, ma non è così. Al contrario, ogni componente del vestiario heavy metal ha una sua precisa origine storica – e spesso capire quale non è nemmeno difficile. Per esempio, i jeans sono stati, fino almeno alla fine degli anni ottanta, il capo tipico dei giovani di ceto medio-basso. Proprio come quelli che crearono la New Wave of British Heavy Metal – il primo vero movimento del genere – agli inizi degli anni ottanta. E come quelli che, qualche anno dopo, diedero vita al thrash metal, che riprendeva la NWOBHM in una chiave più irruenta, con influssi punk, ed è alla radice delle branche più estreme del genere.
mercoledì 23 maggio 2018
The Deviant Hearts
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La felicità è pericolosa
The Deviant Heart
"She stood there, dissolved in the simple completeness of the moment, leaning against the trunk of the familiar tree that welcomed her like an old friend by the waving of its branches and the rustling of its leaves.
Her spine complained as she bent down, one hand holding the tree for balance, one searching the ground, finding a small oval leaf. She inspected it and decided that it would do. Gently, she held it by both edges and pressed it against her lips. She closed her eyes and let the air travel from her lungs. As the simple melody it created traveled over the water, the long skinny branches of the willow swayed softly to the rhythm of the new song.
A sting in her chest, a smile on her lips."
Una fitta nel petto, un sorriso sulle sue labbra.
Sofferenza e piacere, dolore e felicità. Quanto sembrano lontane queste coppe di emozioni? Quante volte, invece, capita di provarle mescolate, avvolte una sull'altra e inseparabili come il dì e la notte?
venerdì 20 ottobre 2017
The Day the Southern Rock Died
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Qualunque sia il palcoscenico su cui si recita la propria vita, arriva il momento di calare il sipario e, quando i riflettori si sono spenti e il pubblico se n'è andato, si può cercare di capire se quello che è stato fatto è buono o cattivo. Questa è una regola che vale per tutti, a meno che...
a meno che il destino non venga a metterci il naso, trasformando un'esistenza magari normalissima in qualcosa di davvero unico.
Ed è così che, qualche volta, nascono le leggende.
Ed è così che, qualche volta, nascono le leggende.
Quel 20 ottobre 1977, esattamente quarant'anni fa, il destino volava sulle ali di un Convair CV-300 decollato poche ore prima dall'aeroporto di Greenville, nella Carolina del Sud, puntando la prua verso Baton Rouge, in Louisiana. Era però scritto che quelle ali non sarebbero scivolate delicatamente sulla pista di atterraggio prevista: il destino decise invece che quel volo si schiantasse tra gli alberi di una foresta dalle parti di Gillsburg, nel Mississippi, strappando alla vita delle vite umane per consegnarle direttamente alla leggenda.
Avrete ormai capito che quello di oggi vuole cercare di essere un piccolo tributo alla band che, forse più di ogni altra, ha lasciato una traccia indelebile nella storia del rock americano.
giovedì 31 agosto 2017
Come ti evado l'ultimo meme estivo
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Dopo aver dato ampio spazio al Liebster, prosegue senza tregua l’attività di recupero degli impegni accantonati nel corso della lunga pausa estiva del blog. Questa volta però il mio personale contributo è limitato a poche righe introduttive, visto che questo spazio sarà tutto appannaggio di Lady Obsidian, al secolo Simona, mia compagna di vita e di blog, che entusiasticamente (?) si adoprerà per onorare la nomination di Ivano Landi.
Due righe di cronaca sono necessarie: tutto nasce sul blog intitolato Grafica Creattiva, la cui ideatrice Elisabetta ha lanciato l’iniziativa “Top 5 Summer” (che credo sia alla sua seconda edizione). La logica di tale “Top 5”, che di blog in blog è sbarcata da Ivano, consiste nel citare tre punti fermi della propria estate, un libro, una ricetta e una colonna sonora, invitare qualcuno a proseguire il meme e condividere.
Questa iniziativa è infine planata diritta sul blog che state leggendo, con la postilla di evaderla entro e non oltre il 31 agosto (oggi). Come è potuta planare qui e, nello specifico, come mai è finita sulla scrivania di Simona?
lunedì 11 gennaio 2016
Ashes to ashes
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Oggi sarebbe dovuto essere il giorno del rientro: stamattina era infatti programmato il post con cui questo blog avrebbe riaperto i battenti dopo la lunga pausa natalizia e salutato questo 2016 pieno di aspettative. Ma poi mi sono alzato, ho acceso il notiziario e improvvisamente tutto quanto avevo immaginato ha perso di significato. La scomparsa di David Bowie è una di quelle cose che lasciano il segno, sicuramente la notizia più infausta che questo inizio di anno avrebbe potuto portarmi.
Come molte persone della mia generazione, feci il mio primo incontro con il Duca Bianco nel 1983 quando, volente o nolente, non potei fare a meno di essere risucchiato dal successo mondiale di "Let's Dance". Non fu in quell'occasione però che me ne innamorai: quello successe dopo, un paio di anni più tardi, quando, lo ricordo come fosse ora, mi sintonizzai a tarda sera su un canale radiofonico che aveva programmato uno speciale sulla carriera della popstar britannica. In poche ore recuperai tutto quello che c'era da recuperare, dagli esordi con Space Oddity e Hunky Dory all'era di Ziggy Stardust, dal successo di Alladin Sane al concept orwelliano Diamond Dogs, lungo altri momenti significativi chiamati Young Americans e Station to Station. Il vero colpo di fulmine arrivo però con la celebre trilogia di Berlino, composta da tre album realizzati con il supporto di Brian Eno tra il 1977 e il 1979, vale a dire Low (ad oggi il mio preferito), Heroes e Lodger. Il seguente Let's Dance (e ancora di più il successivo Tonight, che all'epoca odiavo ma che poi ho ampiamente rivalutato) era quindi solo la punta di un iceberg dalle dimensioni spropositate che fino a quel giorno avevo ignorato.
venerdì 3 luglio 2015
Planetary Confinement
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Save me, I'm in a sea of beings and there's no deny - the waves are holding me under. I'm drowning in a thousand faces. Alien expressions over and over again. I'm trying to scream but I can't exhale. The world seems to spin as I'm left on this square with no will to hold on. Am I the only one crushed by the weight of the world?
In qualche modo la vita deve andare avanti, e con essa il blog. Resta solo da affrontare la questione sul quale possa essere il modo migliore per ritornare a bloggare normalmente dopo la recente, dolorosa, scomparsa della Dori e, dopo una breve riflessione, ho deciso di andare a vedere cosa feci due anni e mezzo fa quando a lasciare questa casa fu Elvis.
A quel tempo il post del ritorno fu una specie di recensione di un disco di una tristezza infinita: l'album "Lights Out" della band britannica Antimatter. Di conseguenza, anche oggi sarà un album della stessa band ad aiutarmi a riportare questo blog sui suoi binari tradizionali. Tanto più che il suo mood, come si evince da quel bollino tondo applicato sulla cover (vedere immagine a lato), non si discosta moltissimo dal mio stato d'animo ancora ferito.
In qualche modo la vita deve andare avanti, e con essa il blog. Resta solo da affrontare la questione sul quale possa essere il modo migliore per ritornare a bloggare normalmente dopo la recente, dolorosa, scomparsa della Dori e, dopo una breve riflessione, ho deciso di andare a vedere cosa feci due anni e mezzo fa quando a lasciare questa casa fu Elvis.
A quel tempo il post del ritorno fu una specie di recensione di un disco di una tristezza infinita: l'album "Lights Out" della band britannica Antimatter. Di conseguenza, anche oggi sarà un album della stessa band ad aiutarmi a riportare questo blog sui suoi binari tradizionali. Tanto più che il suo mood, come si evince da quel bollino tondo applicato sulla cover (vedere immagine a lato), non si discosta moltissimo dal mio stato d'animo ancora ferito.
lunedì 23 febbraio 2015
Life mimics theatre
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Portata a termine, non senza fatica, la lunga maratona dedicata alle opere dello scrittore polacco Stefan Grabiński, era giunto il momento per il vostro blogger di ossidiana di tirare il fiato. E cosa c'è di meglio, in casi come questo, se non il poter contare su qualcuno che possa offrirmi l'opportunità di sedermi per un attimo in panchina e stare a guardare?
Quel qualcuno è la gothic girl per eccellenza, miei cari amici, la regina del palcoscenico, maestra di dizione, luce della ribalta, la fanciulla che fa fremere i vostri blogroll, ovvero colei che, senza indugio alcuno, ha voluto farmi il grande regalo di un guest post nel momento del bisogno.
Il suo nome? Non è difficile da indovinare, dai! Ma è bene che vi provveda ad avvertirvi che oggi, a sorpresa, la nostra ospite svestirà i panni con i quali siete abituati ad ammirarla nel suo blog, per indossare quelli, totalmente inaspettati, della metallara D.O.C.
Oggi si parlerà infatti di musica su Obsidian Mirror, si parlerà di una metal band molto particolare che, devo ammettere, non avevo mai sentito nominare fino a solo pochi giorni fa. E a proposito di musica, mi viene in mente che era davvero da molto tempo che non se ne parlava qui sul blog e, riflettendoci, quasi quasi mi viene voglia di riprendere a scriverne, magari riesumando quella vecchia rubrica intitolata “Certi concerti”, rubrica da me sedotta e abbandonata ormai due anni fa. Ma basta ciarlare di cose mie, è arrivato il momento di lasciarsi (più che volentieri) rubare la scena dalla nostra amica Elisa Elena Carollo, conosciuta anche come Drama Queen, dal nome del suo bellissimo blog. Il sottoscritto tornerà al timone nei prossimi giorni. STAY BRUTAL! \m/
Quel qualcuno è la gothic girl per eccellenza, miei cari amici, la regina del palcoscenico, maestra di dizione, luce della ribalta, la fanciulla che fa fremere i vostri blogroll, ovvero colei che, senza indugio alcuno, ha voluto farmi il grande regalo di un guest post nel momento del bisogno.
Il suo nome? Non è difficile da indovinare, dai! Ma è bene che vi provveda ad avvertirvi che oggi, a sorpresa, la nostra ospite svestirà i panni con i quali siete abituati ad ammirarla nel suo blog, per indossare quelli, totalmente inaspettati, della metallara D.O.C.
Oggi si parlerà infatti di musica su Obsidian Mirror, si parlerà di una metal band molto particolare che, devo ammettere, non avevo mai sentito nominare fino a solo pochi giorni fa. E a proposito di musica, mi viene in mente che era davvero da molto tempo che non se ne parlava qui sul blog e, riflettendoci, quasi quasi mi viene voglia di riprendere a scriverne, magari riesumando quella vecchia rubrica intitolata “Certi concerti”, rubrica da me sedotta e abbandonata ormai due anni fa. Ma basta ciarlare di cose mie, è arrivato il momento di lasciarsi (più che volentieri) rubare la scena dalla nostra amica Elisa Elena Carollo, conosciuta anche come Drama Queen, dal nome del suo bellissimo blog. Il sottoscritto tornerà al timone nei prossimi giorni. STAY BRUTAL! \m/
domenica 25 maggio 2014
When the music's over
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The Doors
"Il film inizierà fra cinque minuti" annunciò la voce vacua. "Chi è senza posto aspetterà il prossimo spettacolo." Entrammo nella sala in fila, indolenti. L'auditorio era vasto e silenzioso.
Ci sedemmo, nel buio, la voce continuò:
"Il programma di stasera è un ripasso, l'avete visto e rivisto.
È la vostra nascita, vita e morte. Vi ricorderete ogni parte.
Avete avuto un buon mondo morendo?
Abbastanza da farci un film?"
Jim, oggi è il tuo compleanno. Che ne dici se continuiamo un'altra sera? Mi abbassi un altro po' le luci? Come mai non ci sono anche i Doors in questa cosa? Niente musica, niente Doors. Su, incidiamo. Partito.
Siete riusciti a entrare? Siete riusciti a entrare?
Siete riusciti a entrare?
La cerimonia sta per cominciare.
Vi dirò dell'angoscia e della perdita di Dio.
Vagando nella notte disperata.
Qui fuori, nel perimetro, non ci sono stelle. Qui siamo strafatti, immacolati.
domenica 27 ottobre 2013
Goodbye Mr. Lou Reed
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lunedì 15 luglio 2013
Full Moon Madness
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Milano, marzo 2007. Rainbow Club. È lunedì sera e nel locale semibuio ci sono sì e no una cinquantina di persone. O di più, forse anche molte di più ed è la mia memoria che m'inganna, ma cambia poco: il locale, già di suo non grandissimo, è semivuoto. Quando parte la musica, però, i più sfegatati si accalcano davanti al palco saltando, pogando e gridando a squarciagola le parole delle canzoni. Io mi tengo un po' in disparte, sullo sfondo, ma sono ipnotizzato da quello che sta succedendo a pochi metri da me. Alla fine il concerto sarà memorabile. Sarà perché sono portoghesi, ma i Moonspell sono un gruppo, a dir poco, malinconico. Non di quella malinconia cupa e spesso rabbiosa tipica delle terre del nord, no, di una malinconia un po’ più pacata, ma forse anche più disperata.
venerdì 12 luglio 2013
Certi... concerti
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venerdì 21 giugno 2013
Giugno '73
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Sì, avete letto bene. Lo so. Lo so che è il 2013. Volevo proprio scrivere “Giugno ‘73”. Il fatto è che da qualche giorno, così casualmente, suona ininterrottamente nella mia testa (e nel mio lettore CD) quella vecchia canzone di Fabrizio De André. Ho improvvisamente realizzato che sono passati esattamente 40 anni da quel lontano mese di giugno cantato da Faber, e allora mi sono sentito salire dentro l’idea di questo post, di questo ultimo post di giugno (me ne andrò infatti qualche giorno in vacanza sperando di ritrovarvi tutti a luglio)
Fabrizio De André scrisse questa canzone qualche anno dopo, esattamente nel 1975, e la inserì nel suo album “Volume VIII”. Io a quei tempi ero piccolino: ci avrei messo molti anni ancora per innamorarmi delle canzoni del Grande Genovese e questa “Giugno ‘73”, in particolare, è una di quelle che ho sempre preferito. Il fatto è che è impossibile non lasciarsi trasportare da quella voce così malinconica, da quelle note di una semplicità quasi imbarazzante e da quelle parole così intense e ricche di significato. Ecco, appunto, l’interpretazione di “Giugno ‘73” è praticamente lo scopo del post di oggi. Non sarà per nulla facile: molte parole sembrano buttate lì a caso, senza uno scopo apparente. Ci sono solo alcuni passaggi abbastanza chiari che lasciano poco spazio al dubbio, ma la maggior parte del testo è davvero criptica. Ho letto in rete diverse opinioni circa il significato di questo testo, che riporterò laddove necessario, ma qui cercherò di fare qualche passo in più. Perlomeno questo è il mio proposito: non è nemmeno detto che ci riesca.
Fabrizio De André scrisse questa canzone qualche anno dopo, esattamente nel 1975, e la inserì nel suo album “Volume VIII”. Io a quei tempi ero piccolino: ci avrei messo molti anni ancora per innamorarmi delle canzoni del Grande Genovese e questa “Giugno ‘73”, in particolare, è una di quelle che ho sempre preferito. Il fatto è che è impossibile non lasciarsi trasportare da quella voce così malinconica, da quelle note di una semplicità quasi imbarazzante e da quelle parole così intense e ricche di significato. Ecco, appunto, l’interpretazione di “Giugno ‘73” è praticamente lo scopo del post di oggi. Non sarà per nulla facile: molte parole sembrano buttate lì a caso, senza uno scopo apparente. Ci sono solo alcuni passaggi abbastanza chiari che lasciano poco spazio al dubbio, ma la maggior parte del testo è davvero criptica. Ho letto in rete diverse opinioni circa il significato di questo testo, che riporterò laddove necessario, ma qui cercherò di fare qualche passo in più. Perlomeno questo è il mio proposito: non è nemmeno detto che ci riesca.
domenica 31 marzo 2013
Easter (we shall live again)
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Pasqua,
Patti Smith
“I am the spring, the holy ground, the endless seed of mystery, the thorn, the veil, the face of grace, the brazen image, the thief of sleep, the ambassador of dreams, the prince of peace. I am the sword, the wound, the stain. Scorned transfigured child of Cain. I rend, I end, I return. Again I am the salt, the bitter laugh. I am the gas in a womb of light, the evening star, the ball of sight that leads that sheds the tears of Christ dying and drying as I rise tonight." cantava una giovane artista newyorkese nel lontano 1978. Quale migliore occasione del giorno di Pasqua, quindi, per riproporre, a 35 anni di distanza, quegli intramontabili versi? Era da un po’ che mi prudeva sotto i polpastrelli la voglia di scrivere qualcosa su un grande classico del rock. Il dubbio era cosa scrivere, di chi scrivere e soprattutto come riuscire ad essere originali scrivendo di qualcosa di cui hanno già scritto tutti. Non so dire cosa alla fine verrà fuori da questo post che ho appena iniziato: probabilmente poco o nulla di interessante, poco o nulla in grado di trattenere i miei occasionali lettori per poco più di qualche secondo, prima di cliccare su un link a caso e prendere il volo verso altri lidi.
lunedì 10 settembre 2012
Nevermore (Pt.2)
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Nevermore,
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Spiritualità,
Timothy Leary
Continua oggi la nostra esplorazione dell'universo Nevermore, iniziata il mese scorso. Per chi se la fosse persa, la prima parte di questo post è disponibile qui. Dopo “Dreaming…” venne “Dead Heart in a Dead World”. Era ormai il 2000. Per molti questo disco rappresenta il picco creativo della band; io non sono del tutto d’accordo, ma ammetto che si tratta una pietra miliare della loro discografia. Sicuramente si tratta del loro disco più melodico e “radiofonico”, se mi permettete l’azzardo; e include anche una cover di “The sound of silence” di Simon e Garfunkel, ma così stravolta da sembrare una vera e propria canzone dei Nevermore. Anche in “Dead heart…” le tematiche più prettamente filosofiche si mischiano a quelle politiche e ad amare osservazioni sulla realtà e sulle (mancate) qualità intrinseche dell’umanità. In tal senso, il titolo del disco è abbastanza esplicativo… "How did it come to this, Narcosynthesis" (Narcosynthesis) Il disco si apre subito con una decisa presa di posizione contro la nostra società (la narcosintesi, o narco-ipnosi, consiste nell’uso psichiatrico di sostanze stupefacenti, in genere scopolamina o barbiturici, combinate con tecniche di ipnosi, per curare disturbi da stress post-traumatico, ma anche casi di schizofrenia ed ossessione. L’efficacia di tale pratica è ancora dibattuta, per non parlare dei suoi aspetti etici).
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