sabato 28 febbraio 2026

J-horror Theatre #1: Kansen

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un senso indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, "Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno. 

* * *

Visto ormai una manciata di anni fa, ben prima del periodo in cui su questo blog era in corso di pubblicazione l’ultimo, almeno cronologicamente, mio “speciale” a tema J-horror, decido solo oggi di affrontarlo perché la mia penna ha cercato fino a ieri di rimanere distaccata da temi che anche lontanamente potessero richiamare avvenimenti di cui si è parlato sin troppo, e la maggior parte delle volte a sproposito. Non che adesso abbia molta voglia di recensire un film che si intitola "Infection" (Kansen), ma essendo esso il primo di una serie, inevitabilmente devo passare da questo per poter proseguire nel mio percorso. Senza contare che, se ci sono cose che mi disturbano, queste sono principalmente di natura medica: dottori, ospedali, malattie, trattamenti ecc., tutte cose che vanno ad arricchire la mia riluttanza nell’affrontare questo tema in un discorso, anche se in un contesto di fantasia. 
Faccio tuttavia meno fatica ad affrontare un film horror ospedaliero, in cui in genere l’ambientazione è solo marginalmente funzionale al racconto, che ad assistere a serie tivù come “Dr. House” o “Grey’s Anatomy”, che pongono impietosamente in primo piano il dolore della gente per soddisfare il voyerismo di alcuni o per stuzzicare impietosamente le fobie di altri. 

Il regista giapponese Masayuki Ochiai, al quale abbiamo già accennato in questo blog presentando un paio di superflui capitoli del franchise “Ju-on” (ed è un peccato, visto che ha prodotto ben di meglio), nel 2004 ha però decisamente portato la fobia ospedaliera a un livello superiore. Detto a posteriori, non avrei dovuto stupirmi, considerato che i registi giapponesi sono abilissimi nello scavare all’interno delle nostre paure più recondite e a porvi dentro il seme dell’angoscia e dell’inquietudine. 
Siamo all’interno di un ospedale completamente isolato, lontano dai sentieri battuti, e gestito da medici e infermieri del tutto inetti. Come se non bastasse, l’ospedale è prossimo alla chiusura e da ciò deriva il fatto che il personale è ridotto, le stanze e i corridoi sono scarsamente illuminati e di conseguenza tutto appare ancora più minaccioso agli occhi dello spettatore. Certo, mi è venuto da chiedermi, cosa viene tenuta aperta a fare una struttura se il personale è costretto a lavorare con delle torce in mano? Ma ho deciso di passare comunque sopra a tale questione, anche perché l’aspetto dimesso del nosocomio è funzionale al primo avvenimento. 
Abbiamo appena detto che il personale è ridotto ed è quindi normale che stia lavorando sotto stress, ed è proprio per quello stato di stress continuo che viene commesso un grave errore: un paziente con gravi ustioni viene curato, ma un'infermiera gli inietta accidentalmente il liquido sbagliato, causandone la morte. Il primario finge di pensarci sopra un secondo e poi, senza peraltro alcuna difficoltà, convince il resto della squadra a falsificare il referto per salvare la carriera sua e quella di tutti. Si tratta di un episodio che poco ha a che fare con il tema del film, ma è perfetto per creare quel senso di rabbia e impotenza che favorisce nello spettatore un iniziale e forte sentimento di disistima per i personaggi. Nota a margine: nel 2004 tale sentimento andava con evidenza un po’ incentivato; oggi è tristemente, e per vari motivi, piuttosto diffuso. 

Ma quel senso di implacabile minaccia permane e l'atmosfera così lugubre trasfonde nello spettatore un senso di incombente sventura e di terrore ineluttabile che non tarda a materializzarsi. Al pronto soccorso giunge un’ambulanza con a bordo un uomo privo di coscienza affetto da una misteriosa infezione, che tra l’altro pare molto contagiosa. Il medico del triage, in barba al giuramento di Ippocrate, annuncia che l'ospedale ha esaurito le risorse e non può più accettare pazienti, e nonostante le insistenze dei paramedici respinge bruscamente il paziente. Si noti che il pronto soccorso è tutt’altro che sovraffollato, anzi è praticamente deserto e come tutto il resto del nosocomio immerso in una penombra che ne suggerisce l’imminente abbandono. Ciò rende la successiva mossa dei paramedici estremamente facile da mettere in pratica: non visti, abbandonano la barella con il paziente sulla porta e si dileguano. È la svolta. Il misterioso individuo viene infine condotto, attraverso i soliti corridoi resi ancora più inquietanti dall’inattesa situazione, in una stanza sterile, dove viene messo in isolamento e abbandonato a sé stesso mentre già in lui cominciano a rendersi evidenti i primi terrificanti sintomi di una malattia tutt’altro che ordinaria (una specie di melma verde comincia a gocciolare dal suo corpo). La situazione non tarda a precipitare: durante un controllo un’infermiera scopre che l’individuo si è completamente dissolto e quel che resta di lui è solo una gigantesca e ributtante pozzanghera verde. 

Siamo ancora all’inizio del film e già si direbbe che tutte le carte siano in tavola: ciò che allo spettatore rimane da vedere, si pensa, è solo un’ora abbondante di scene splatter dove i contagiati si trasformano, uno dopo l’altro, in ripugnanti esseri informi che via via involvono in una poltiglia verde. Niente di più sbagliato. Ed è proprio qui che la sfida di Masayuki Ochiai nei confronti del suo pubblico prende forma: ora tocca allo spettatore cercare di trovare una logica in ciò che con la sola forza delle parole e delle immagini non può essere spiegato. Il diffondersi del contagio, per carità, è lampante, ma non nel senso che ci si aspetta. Non racconterò altro, per ovvi motivi, ma si sappia che da questo momento in avanti medici e infermieri inizieranno a scontrarsi l'uno contro l'altro in un tripudio di insensata follia. E da ciò lo spettatore non può che rimanere disorientato. 

Un curioso aneddoto circa la produzione di questo film darebbe per certo che il regista avesse originariamente pianificato di girare uno slasher ospedaliero senza troppe pretese, ma che, a causa di una specie di colossale errore, abbia finito per ricevere 50 galloni di melma verde invece dei 50 galloni di sangue finto che aveva ordinato. Personalmente ritengo tale aneddoto campato per aria, ma se si rivelasse esatto si spiegherebbe la decisione di Ochiai di trasformare il suo progetto originale in un’opera di ispirazione lovecraftiana, il che, per quanto mi riguarda, non può che essere un bel punto a suo favore. Peccato solo che Ochiai si sia fatto prendere un po’ la mano, finendo per inserire nel suo lavoro dei momenti apparentemente fuori contesto, non giustificabili neppure prendendo per buono il solitario di Providence come suo modello di riferimento. Mi riferisco in particolare ad altalene che oscillano da sole nel giardino dell'ospedale, o a una vecchia pazza che vede i suoi parenti morti negli specchi. Tutto ciò dovrebbe comunicare allo spettatore la presenza di fantasmi, che però in realtà non ci sono e non potrebbero in alcun modo esserci. Il sospetto è che Ochiai abbia inserito forzatamente quegli episodi per fare il verso agli horror giapponesi che proprio in quegli anni stavano riscuotendo un successo planetario. Bel tentativo, mi viene da dire, ma davvero non serviva. 

Tornando a noi, proprio come accadrebbe in un'infezione, Ochiai ci offre una graduale trasformazione nello stile, nella struttura e nel contenuto della sua opera. Se le scene iniziali erano fino a poco prima solo cupamente illuminate, impercettibilmente, di momento in momento, la fotografia vira enfatizzando colori sempre più saturi, in particolar modo il verde, quasi come se la pellicola stessa, intesa come supporto fotografico, manifestasse gli stessi sintomi dei presenti. Ma non solo: “La bellezza, l'aspetto spiccatamente visivo del film, è molto importante” - ci conferma Masayuki Ochiai in un’intervista rilasciata a cinema.com – “Quando ho iniziato a dirigere film più di dieci anni fa, non c'erano molti registi giapponesi che prestavano il tipo di attenzione che mi piace ai dettagli visivi raffinati, come l'uso di elementi come il colore. Il colore è estremamente importante per me, il colore naturale e l'illuminazione. In un ospedale tutti indossano camici bianchi, quindi in “Infection” ho usato un bianco grigiastro, giallastro o bluastro, sottili variazioni del bianco puro. Penso che queste cose abbiano un impatto enorme sull'atmosfera e sulla qualità di un film". 

Arrivati a questo punto, per riuscire a mettere a fuoco l’intenzione del regista occorre fare un passo indietro e provare a osservare la scena da una maggior distanza. Ciò che si inizia a percepire è il decadimento fisico e morale del personale dell’ospedale e che qualcosa, forse il senso di colpa collettivo, sta iniziando a recitare un ruolo importante, poiché vediamo i vari personaggi cadere a uno a uno, perseguitati dalle loro più grandi paure. In questo nuovo scenario potrebbe trovare giustificazione la presenza dei “fantasmi” a cui avevo accennato pocanzi. L'idea di un’infezione che prima ancora che nel corpo si diffonde nella mente attraverso il complesso di colpa dei dottori e degli infermieri che hanno ucciso un paziente è senz’altro originale e ben rivela l’attenzione del regista alla metafora e al simbolismo. Senza contare quel finale volutamente ambiguo che lascia spazio a ben più di un’interpretazione. 
Accompagnato da una colonna sonora che sembra appositamente progettata per mettere a disagio lo spettatore, “Infection” è certamente uno dei film "J-horror" più interessanti che abbia mai visto negli ultimi anni, ed è davvero un promettente inizio per questa rassegna “J-Horror Theatre”.

Il presente articolo è parte di un vasto progetto che ho voluto chiamare Hyakumonogatari Kaidankai (A Gathering of One Hundred Supernatural Tales) in onore di un vecchio gioco popolare risalente al Giappone del periodo Edo (1603-1868) e, di  tale progetto,  esso rappresenta la parte 58 in un totale di 100.
Se volete saperne di più vi invito innanzitutto a leggere l'articolo introduttivo e a visitare la pagina statica dedicata, nella quale potrete trovare l'elenco completo degli articoli sinora pubblicati. Buona lettura! P.S.: Possiamo spegnere la 58° candela...

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