Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle
vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un senso indelebile nel cosiddetto
fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato
fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di
Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle
sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare
un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi
erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e
Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, "Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”,
rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.
Visto ormai una manciata di anni fa, ben prima del periodo in cui su questo blog era in corso di
pubblicazione l’ultimo, almeno cronologicamente, mio “speciale” a tema J-horror, decido solo oggi
di affrontarlo perché la mia penna ha cercato fino a ieri di rimanere distaccata da temi che anche
lontanamente potessero richiamare avvenimenti di cui si è parlato sin troppo, e la maggior parte
delle volte a sproposito. Non che adesso abbia molta voglia di recensire un film che si intitola "Infection" (Kansen), ma essendo
esso il primo di una serie, inevitabilmente devo passare da questo per poter proseguire nel mio
percorso. Senza contare che, se ci sono cose che mi disturbano, queste sono principalmente di
natura medica: dottori, ospedali, malattie, trattamenti ecc., tutte cose che vanno ad arricchire la
mia riluttanza nell’affrontare questo tema in un discorso, anche se in un contesto di fantasia.
Faccio tuttavia meno fatica ad affrontare un film horror ospedaliero, in cui in genere
l’ambientazione è solo marginalmente funzionale al racconto, che ad assistere a serie tivù come
“Dr. House” o “Grey’s Anatomy”, che pongono impietosamente in primo piano il dolore della gente
per soddisfare il voyerismo di alcuni o per stuzzicare impietosamente le fobie di altri.
Il regista giapponese Masayuki Ochiai, al quale abbiamo già accennato in questo blog
presentando un paio di superflui capitoli del franchise “Ju-on” (ed è un peccato, visto che ha
prodotto ben di meglio), nel 2004 ha però decisamente portato la fobia ospedaliera a un livello
superiore. Detto a posteriori, non avrei dovuto stupirmi, considerato che i registi giapponesi sono
abilissimi nello scavare all’interno delle nostre paure più recondite e a porvi dentro il seme
dell’angoscia e dell’inquietudine.
Siamo all’interno di un ospedale completamente isolato, lontano dai sentieri battuti, e gestito da
medici e infermieri del tutto inetti. Come se non bastasse, l’ospedale è prossimo alla chiusura e da
ciò deriva il fatto che il personale è ridotto, le stanze e i corridoi sono scarsamente illuminati e di
conseguenza tutto appare ancora più minaccioso agli occhi dello spettatore. Certo, mi è venuto da
chiedermi, cosa viene tenuta aperta a fare una struttura se il personale è costretto a lavorare con
delle torce in mano? Ma ho deciso di passare comunque sopra a tale questione, anche perché
l’aspetto dimesso del nosocomio è funzionale al primo avvenimento.
Abbiamo appena detto che il
personale è ridotto ed è quindi normale che stia lavorando sotto stress, ed è proprio per quello
stato di stress continuo che viene commesso un grave errore: un paziente con gravi ustioni viene
curato, ma un'infermiera gli inietta accidentalmente il liquido sbagliato, causandone la morte. Il
primario finge di pensarci sopra un secondo e poi, senza peraltro alcuna difficoltà, convince il resto
della squadra a falsificare il referto per salvare la carriera sua e quella di tutti. Si tratta di un
episodio che poco ha a che fare con il tema del film, ma è perfetto per creare quel senso di rabbia
e impotenza che favorisce nello spettatore un iniziale e forte sentimento di disistima per i
personaggi. Nota a margine: nel 2004 tale sentimento andava con evidenza un po’ incentivato;
oggi è tristemente, e per vari motivi, piuttosto diffuso.
Ma quel senso di implacabile minaccia permane e l'atmosfera così lugubre trasfonde nello
spettatore un senso di incombente sventura e di terrore ineluttabile che non tarda a materializzarsi.
Al pronto soccorso giunge un’ambulanza con a bordo un uomo privo di coscienza affetto da una
misteriosa infezione, che tra l’altro pare molto contagiosa. Il medico del triage, in barba al
giuramento di Ippocrate, annuncia che l'ospedale ha esaurito le risorse e non può più accettare
pazienti, e nonostante le insistenze dei paramedici respinge bruscamente il paziente. Si noti che il
pronto soccorso è tutt’altro che sovraffollato, anzi è praticamente deserto e come tutto il resto del
nosocomio immerso in una penombra che ne suggerisce l’imminente abbandono. Ciò rende la
successiva mossa dei paramedici estremamente facile da mettere in pratica: non visti,
abbandonano la barella con il paziente sulla porta e si dileguano. È la svolta. Il misterioso individuo
viene infine condotto, attraverso i soliti corridoi resi ancora più inquietanti dall’inattesa situazione,
in una stanza sterile, dove viene messo in isolamento e abbandonato a sé stesso mentre già in lui
cominciano a rendersi evidenti i primi terrificanti sintomi di una malattia tutt’altro che ordinaria (una
specie di melma verde comincia a gocciolare dal suo corpo). La situazione non tarda a precipitare:
durante un controllo un’infermiera scopre che l’individuo si è completamente dissolto e quel che
resta di lui è solo una gigantesca e ributtante pozzanghera verde.
Siamo ancora all’inizio del film e già si direbbe che tutte le carte siano in tavola: ciò che allo
spettatore rimane da vedere, si pensa, è solo un’ora abbondante di scene splatter dove i contagiati
si trasformano, uno dopo l’altro, in ripugnanti esseri informi che via via involvono in una poltiglia
verde. Niente di più sbagliato. Ed è proprio qui che la sfida di Masayuki Ochiai nei confronti del
suo pubblico prende forma: ora tocca allo spettatore cercare di trovare una logica in ciò che con la
sola forza delle parole e delle immagini non può essere spiegato. Il diffondersi del contagio, per
carità, è lampante, ma non nel senso che ci si aspetta. Non racconterò altro, per ovvi motivi, ma si
sappia che da questo momento in avanti medici e infermieri inizieranno a scontrarsi l'uno contro
l'altro in un tripudio di insensata follia. E da ciò lo spettatore non può che rimanere disorientato.
Un curioso aneddoto circa la produzione di questo film darebbe per certo che il regista avesse
originariamente pianificato di girare uno slasher ospedaliero senza troppe pretese, ma che, a
causa di una specie di colossale errore, abbia finito per ricevere 50 galloni di melma verde invece
dei 50 galloni di sangue finto che aveva ordinato. Personalmente ritengo tale aneddoto campato
per aria, ma se si rivelasse esatto si spiegherebbe la decisione di Ochiai di trasformare il suo
progetto originale in un’opera di ispirazione lovecraftiana, il che, per quanto mi riguarda, non può
che essere un bel punto a suo favore. Peccato solo che Ochiai si sia fatto prendere un po’ la
mano, finendo per inserire nel suo lavoro dei momenti apparentemente fuori contesto, non
giustificabili neppure prendendo per buono il solitario di Providence come suo modello di
riferimento. Mi riferisco in particolare ad altalene che oscillano da sole nel giardino dell'ospedale, o
a una vecchia pazza che vede i suoi parenti morti negli specchi. Tutto ciò dovrebbe comunicare
allo spettatore la presenza di fantasmi, che però in realtà non ci sono e non potrebbero in alcun
modo esserci. Il sospetto è che Ochiai abbia inserito forzatamente quegli episodi per fare il verso
agli horror giapponesi che proprio in quegli anni stavano riscuotendo un successo planetario. Bel
tentativo, mi viene da dire, ma davvero non serviva.
Tornando a noi, proprio come accadrebbe in un'infezione, Ochiai ci offre una graduale
trasformazione nello stile, nella struttura e nel contenuto della sua opera. Se le scene iniziali erano
fino a poco prima solo cupamente illuminate, impercettibilmente, di momento in momento, la
fotografia vira enfatizzando colori sempre più saturi, in particolar modo il verde, quasi come se la
pellicola stessa, intesa come supporto fotografico, manifestasse gli stessi sintomi dei presenti. Ma
non solo: “La bellezza, l'aspetto spiccatamente visivo del film, è molto importante” - ci conferma
Masayuki Ochiai in un’intervista rilasciata a cinema.com – “Quando ho iniziato a dirigere film più
di dieci anni fa, non c'erano molti registi giapponesi che prestavano il tipo di attenzione che mi
piace ai dettagli visivi raffinati, come l'uso di elementi come il colore. Il colore è estremamente
importante per me, il colore naturale e l'illuminazione. In un ospedale tutti indossano camici
bianchi, quindi in “Infection” ho usato un bianco grigiastro, giallastro o bluastro, sottili variazioni del
bianco puro. Penso che queste cose abbiano un impatto enorme sull'atmosfera e sulla qualità di
un film".
Arrivati a questo punto, per riuscire a mettere a fuoco l’intenzione del regista occorre fare un passo
indietro e provare a osservare la scena da una maggior distanza. Ciò che si inizia a percepire è il
decadimento fisico e morale del personale dell’ospedale e che qualcosa, forse il senso di colpa
collettivo, sta iniziando a recitare un ruolo importante, poiché vediamo i vari personaggi cadere a
uno a uno, perseguitati dalle loro più grandi paure. In questo nuovo scenario potrebbe trovare
giustificazione la presenza dei “fantasmi” a cui avevo accennato pocanzi. L'idea di un’infezione che
prima ancora che nel corpo si diffonde nella mente attraverso il complesso di colpa dei dottori e
degli infermieri che hanno ucciso un paziente è senz’altro originale e ben rivela l’attenzione del
regista alla metafora e al simbolismo. Senza contare quel finale volutamente ambiguo che lascia
spazio a ben più di un’interpretazione.
Accompagnato da una colonna sonora che sembra appositamente progettata per mettere a
disagio lo spettatore, “Infection” è certamente uno dei film "J-horror" più interessanti che abbia mai
visto negli ultimi anni, ed è davvero un promettente inizio per questa rassegna “J-Horror Theatre”.
Il presente articolo è parte di un vasto progetto che ho voluto chiamare Hyakumonogatari Kaidankai (A Gathering of One Hundred Supernatural Tales) in onore di un vecchio gioco popolare risalente al Giappone del periodo Edo (1603-1868) e, di tale progetto, esso rappresenta la parte 58 in un totale di 100.
Se volete saperne di più vi invito innanzitutto a leggere l'articolo introduttivo e a visitare la pagina statica dedicata, nella quale potrete trovare l'elenco completo degli articoli sinora pubblicati. Buona lettura! P.S.: Possiamo spegnere la 58° candela...





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