sabato 7 marzo 2026

J-horror Theatre #2: Yogen

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

* * *

Mi accingo alla visione di “Premonition” (Yogen), il secondo capitolo della serie J-Horror Theatre, con qualche perplessità. Sono sicuro di averlo già visto molti anni fa, e lo proverebbe il fatto di avere su uno dei miei scaffali il DVD correttamente spacchettato. L’immagine della cover qualcosa mi dice, ma potrebbe essere solo per via del fatto che nel tempo mi è capitato di spolverarlo, lui come tutti gli altri, un sacco di volte. Sicuramente un po’ mi disorienta l’esistenza del film omonimo di Mennan Yapo con Sandra Bullock (2007) e di un altro quasi omonimo di Afonso Poyart con protagonisti Anthony Hopkins e Colin Farrell (2015), ma questo è indubbiamente un dannato horror giapponese, impossibile da confondere con gli altri, e il fatto di non ricordarmi quasi nulla non è affatto un buon segno. Decido comunque di rischiare, anche perché altrimenti questa recensione sarebbe un po’ difficile da scrivere. 

L’inizio è folgorante: una coppia sposata con la figlia piccola sta tornando a casa in auto dalle vacanze. La moglie Ayaka si trova alla guida, mentre padre e figlia siedono comodamente sul sedile posteriore, l’uno assorto nel suo computer portatile, l’altra intenta a cantare una di quelle sciocche canzoncine tipiche dell’infanzia. Quando il padre, il professor Hideki Satomi, si rende conto di dover inviare una e-mail urgente e di non avere connessione, chiede alla moglie di fermarsi presso una cabina telefonica per connettersi a Internet. 
Si noti che è il film è del 2004, e da quanto mi ricordo in quegli anni queste cose erano più vicine alla magia che alla tecnologia, ma forse sono io che ho una falsa percezione del tempo che passa – o magari i giapponesi erano più avanti di noi. 
Ad ogni modo, mentre Hideki attende che la sua mail venga inviata (ok, la connessione non era il massimo), nota a terra, tra gli elenchi del telefono, un ritaglio di giornale. È un frammento che riporta la fotografia di sua figlia Nana e un breve articolo che ne descrive la tragica morte, avvenuta a seguito dell’esplosione dell’auto dopo che questa è stata colpita da un camion privo di controllo. Hideki nota la data del quotidiano e l’ora dell’incidente. Sta per accadere!, anzi accade adesso, proprio alle sue spalle. 

Lasciatemi dire che gli asiatici sono fantastici: questa abitudine dei camion che, specialmente negli horror, appaiono dal nulla per polverizzare pedoni innocenti è uno di quei cliché a cui non riuscirò mai ad abituarmi abbastanza, sebbene sia ormai in grado di prevederli con largo anticipo. A memoria, una scena identica è presente in uno degli episodi del film collettivo “Three” (2002) e anche in “Cursed” (2004) di Yoshihiro Hoshino, ma potrei giurare di averla vista mille altre volte, addirittura forse in “Final Destination” (2000) di James Wong, un film che con il continente asiatico non ha nulla da spartire nonostante il nome del registra tradisca radici tutt’altro che americane. 
Non ho citato “Final Destination” a vanvera: come nella pellicola di Wong, che precede “Premonition” di quattro anni, si parla dell’ineluttabilità del fato, nonostante vengano lanciati chiari segnali di avvertimento e offerte ampie possibilità di prevenire o di aggirare la tragedia imminente. Per il resto le similitudini sembrano finire lì, sia perché, come spiegato in chiusura di questo articolo, il film del regista Norio Tsuruta è ispirato a un manga degli anni ‘70 (che non ho mai letto perché è rimasto inedito in Italia), sia perché, rispetto al film americano, “Premonition” è decisamente privo di effetti speciali, ma soprattutto perché qui le premonizioni non appaiono affatto finalizzate all’avvertimento. 
Detto in un altro modo, non c’è l’anticipazione di una fatalità che riguarda direttamente l’individuo che sta avendo la premonizione (es.: il tuo aereo esploderà in volo e ti sto suggerendo di non prenderlo), bensì sembra che ci sia da qualche parte una volontà malvagia che insegue le persone sotto forma di un giornale che a tratti sembra essere senziente, e che le costringe a leggere le notizie di eventi futuri ai quali sono spesso completamente estranee, eventi futuri sui quali non possono quasi in alcun modo interferire. E se qualcuno dovesse provare a farlo, perché è questo ciò cui ruota attorno il film, scatenerà su di sé conseguenze grottesche. Ma andiamo con ordine. 

Calato il sipario sulla scena iniziale, l’aspettativa è altissima. Salto temporale di tre anni e scopriamo che il matrimonio di Hideki e Ayaka non è sopravvissuto all'orribile esperienza. Nessuno dei due, tuttavia, è incolpato dall’altro per quanto è successo (cosa più unica che rara in un film che parte con la morte di un figlio), anzi, tra i due tornerà a ristabilirsi un legame che è esplorato dal regista con sorprendente profondità ed empatia. Quel legame si fonda, in estrema sintesi, sulle esperienze che entrambi hanno accumulato in quei tre anni nel campo dei fenomeni psichici. 
Ayaka è una ricercatrice che sta lavorando con una donna anziana, una sensitiva che usa il suo potere per produrre, attraverso una Polaroid, immagini di tragedie non ancora accadute: le Polaroid raffigurano persone che affermano di ricevere notizie sulle tragedie prima che queste accadano. La sensitiva, una scena di rara intensità, racconta ad Ayaka di essere stata in contatto con un ricercatore da tempo scomparso, Rei Kigata, che avrebbe scoperto l’esistenza di un posto nel cosmo in cui tutti i pensieri e i ricordi convergono. Hideki è invece un disincantato insegnante di liceo che vive nella solitudine di uno squallido appartamento da scapolo e che continua a rivivere l’orrore della sua perdita. E la rivive non solo nell’irrazionalità che deriva da un pensiero non risolto, ma la rivive ogni giorno attraverso il continuo manifestarsi di quei malefici ritagli di giornale che invariabilmente gli preannunciano eventi catastrofici (ad esempio, una frana) ai quali oggettivamente non può in alcun modo opporsi. Quando un giorno invece scopre, per mezzo del solito giornale, che una delle sue studentesse è destinata a morire per mano di un serial killer, ecco che Hideki e Akaya torneranno a riunirsi nel tentativo di venire a capo del mistero… 

Norio Tsuruta, reduce delle riprese di “Ring 0: birthday”, gira questo film concentrandosi più sullo sviluppo dei personaggi e su una sceneggiatura convincente piuttosto che su secchiate di sangue, arti mozzati o jump scare a buon mercato (aspetto curioso, visto che i giapponesi ci sono sempre andati a nozze con i salti sulla poltrona). Con una recitazione sorprendente, inquadrature ben studiate e una colonna sonora appropriata, “Premonition” potrebbe rivelarsi una delusione per chi si approccia alla visione convinto di assistere a un film nella più classica tradizione del J-horror (perlomeno di quello da esportazione), ma si rivela efficace per chi in un horror predilige quell'atmosfera di disorientante incertezza che si colloca a metà strada tra sogno e realtà, un viaggio trascendentale tra fantasmi e ombre dove anche il tempo pare aver perso il suo significato. Tuto questo, perlomeno, per poco più di un’ora, dopodiché assistiamo a una svolta inaspettata: “Premonition” cambia marcia e scaraventa la nostra adrenalina a un livello impossibile, per un finale che è un vero colpo di coda; un finale magari non del tutto imprevedibile, ma che certamente fa drizzare sulla sedia anche lo spettatore più esigente. 

Premonition” di Norio Tsuruta è un libero adattamento del manga giapponese "Kyôfu Shinbun" (letteralmente “il giornale dell'orrore”) di Jiro Tsunoda, autore appassionato di parapsicologia e occulto, che fu serializzato sulla rivista “Weekly Shonen Champion” (Akita Publishing) dal 1973 al 1975 in 29 episodi. Il manga descrive una vicenda che ha come protagonista un certo Onigata Rei, il quale indaga sul mistero di un giornale (il "Kyôfu Shinbun”, appunto) che accorcia la vita di cento giorni ogni volta che lo si legge. La serie è stata successivamente pubblicata in nove volumi da Shonen Champion Comics, in cinque volumi da Akita Comic Select, in cinque volumi da Akita Bunko e in unico volume da SourceNext Collection Comic. In queste diverse versioni sono ovviamente presenti numerose differenze, come ad esempio episodi inclusi in una versione e non nell’altra oppure inserite in un ordine diverso, un vero pasticcio che rende lo sviluppo della storia un po' difficile da seguire. 

Dagli anni Settanta ad oggi "Kyôfu Shinbun" ha continuato ad essere riprodotto in vari media, anime, videogiochi, slot machine pachinko, radiodrammi e molto altro. Sul grande e piccolo schermo, in particolare, oltre a “Premonition” sono sbarcati una serie animata nel 1991, un film diretto da Teruyoshi Ishii (1996), un altro diretto da Ken'ichi Ohmori (“Horror News”, 1996), una serie tivù in 16 episodi nel 2014 e una seconda serie in 7 episodi (“Fear Newspaper”, 2020), parzialmente diretta da Hideo Nakata. Un elenco completo è comunque consultabile sulla wikipedia giapponese, utile per districarsi nelle vicende editoriali di un franchise (per quanto un po’ sui generis) che aveva le stesse potenzialità di Ring-u o di Ju-On e forse solo per un caso, o per un tempismo sbagliato, non ha assurto alla medesima popolarità al di fuori della madre patria. Un piccolo difetto (ma è un mio parere) è che la scoperta di Rei Kigata, quel punto di convergenza di pensieri e ricordi nel cosmo da lui descritto, avrebbe potuto essere un po’ più centrale nella trama (se lo sia negli altri film, serie e anime, non saprei), ma è evidente che l’autore abbia voluto lasciare gli avvenimenti avvolti dal mistero per puntare di più sulla concatenazione di eventi e sulla lotta contro il destino e forse, dopotutto, è meglio così.

Il presente articolo è parte di un vasto progetto che ho voluto chiamare Hyakumonogatari Kaidankai (A Gathering of One Hundred Supernatural Tales) in onore di un vecchio gioco popolare risalente al Giappone del periodo Edo (1603-1868) e, di  tale progetto,  esso rappresenta la parte 59 in un totale di 100.
Se volete saperne di più vi invito innanzitutto a leggere l'articolo introduttivo e a visitare la pagina statica dedicata, nella quale potrete trovare l'elenco completo degli articoli sinora pubblicati. Buona lettura! P.S.: Possiamo spegnere la 59° candela...

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