Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle
vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto
fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato
fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di
Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle
sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare
un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi
erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e
Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”,
rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.
* * *
Film a tema reincarnazione ne hanno girati a migliaia. Tentare un elenco sarebbe un’impresa
disperata, e anche se ci sprovassi e riuscissi a mettere in fila un migliaio di titoli, probabilmente
altrettanti non me ne verrebbero in mente. Così, di getto, potrei citare "La Fontana" (2006) di
Darren Aronofsky, un film che intreccia tre diverse linee temporali esplorando temi di amore,
morte e rinascita, oppure potrei citare "Dead Again" (1991) di Kenneth Branagh, che
approfondisce il tema della reincarnazione attraverso le indagini di un detective sulle vite di una
coppia del passato, oppure ancora potrei citare "I Origins" (2014) di Mike Cahill, che combina
scienza e spiritualità in una storia su un biologo molecolare il cui studio dell'occhio umano porta a
profonde scoperte legate alla reincarnazione e alle vite passate.
O magari potrei andare a
spulciare quanto recensito in passato su questo blog, e così facendo recupererei “Lo zio Boonmee che ricorda le sue vite precedenti” (2010) di Apichatpong Weerasethakul.
Ma più di tutti potrei citare un titolo che, sebbene non parli di reincarnazione in maniera esplicita, è
un perfetto esempio di ciò di cui andremo a parlare tra un attimo. Ed è anche, ovviamente, uno dei
miei film preferiti. Sto parlando del mitologico “The Shining” (1980) di Stanley Kubrick,
adattamento dell’omonimo romanzo del Re del terrore, un film il cui finale ha fatto discutere intere
generazioni di appassionati cinefili.
Anche “Reincarnation” (Rinne, 2005) ha un finale aperto alle
più disparate interpretazioni e, aspetto da sottolineare, ricorda molto da vicino il capolavoro di
Kubrick, poiché la vicenda si basa su un uomo che, in preda alla follia, uccide la sua stessa
famiglia (e molti altri) in un hotel isolato. E, come in “Shining”, questo è solo il preambolo.
Certo, starà pensando qualcuno, qualunque cosa possa essere, questo “Reincarnation” non potrà
mai raggiungere i vertici espressivi di uno come Kubrick. Posso anche essere d’accordo (e non v’è
dubbio che lo sia), ma al timone di questo lavoro giapponese c’è un tizio di nome Takashi
Shimizu, mica il primo arrivato. Shimizu, lo preciso anche se mi pare ovvio, è lo stesso della
formidabile saga di Ju-On (The Grudge), ma anche lo stesso di “Marebito” (2004) e “ShockLabyrinth” (2009), tutta roba recensita in passato su questo stesso blog.
Azzardare un paragone
tra i due registi è tuttavia un’impresa senza senso, visto che, al di là delle culture diametralmente
opposte, uno è celebre per la sua cura maniacale dei dettagli, mentre l’altro è più attento alle
atmosfere generali, per cui non ci provo nemmeno e lascio ad altri l’ardua sfida.
Ma veniamo alle reincarnazioni. Se, come dicevo, in “The Shining” la reincarnazione è suggerita
ma mai effettivamente espressa, in “Reincarnation” questa è immediatamente dichiarata, e non
solo dal titolo. Si parla, come detto, di un dramma avvenuto in un hotel negli anni Settanta e
dell’uomo che, riprendendo se stesso con una cinepresa, assassinò la sua famiglia più diversi
clienti e dipendenti dell'hotel (per poi suicidarsi). Da allora l'hotel è rimasto chiuso e la vicenda
dimenticata, finché un misterioso regista non decide di realizzare un film descrivendo il caso in tutti
i suoi i dettagli. E per trarne maggior ispirazione, ha la brillante idea di effettuare le riprese proprio
nell’hotel incriminato.
Si tratta di un coraggioso “meta-film” a tre livelli (il film che stiamo guardando,
la realizzazione del film e il film girato dal killer) che si diverte a giocare con la percezione del pubblico
e con il modo in cui quest’ultimo è costretto a orizzontarsi nel labirinto psicologico che Shimizu gli
ha alzato attorno.
Quando il regista, il cast e la troupe arrivano all'hotel, le cose si mettono subito male: l'attrice
Nagisa Sugiura (Yûka) inizia percepire strane presenze, in particolare sembra essere perseguitata
dallo spirito di una bambina che le appare stringendo tra le braccia una bambola malconcia. In
men che non si dica, iniziate le riprese, Nagisa viene travolta dalle terribili visioni degli omicidi e si
rende conto, non chiedetemi come, che le persone coinvolte nel film sono in realtà, nessuna
esclusa, la reincarnazione di quelle che furono uccise nell'hotel.
Le sue visioni si intensificano ed
emerge che lei stessa è la reincarnazione della bambina che, trentacinque anni prima, fu l’ultima
vittima del massacro. In altre parole, Nagisa finisce per rivivere in prima persona i particolari di
quel suo antico (e vano) tentativo di sfuggire alla morte, come se una parte di lei venisse trascinata
in quel momento specifico. Ben presto Nagisa perde di vista la differenza tra ciò che è reale e ciò
che è solo un'immagine della sua mente e…
Non racconterò altro. In tutto questo c’è però un aspetto che finisce per confondere lo spettatore, e
probabilmente lo avrete capito anche solo leggendo quanto ho scritto: come è possibile che gli
spiriti delle vittime siano presenti sia come persone reincarnate sia come spiriti infestanti? Il motivo
è forse da ricercarsi nel fatto che sia l’antico assassino, professore universitario, sia la sua
concretizzazione nel presente, erano e sono ossessionati dal tema della reincarnazione.
Ma ho
parlato anche troppo. Diciamo piuttosto che il concetto di reincarnazione è usato abilmente da
Shimizu per interconnettere i vari piani narrativi in un modo originale e soddisfacente. Occorre però
prestare una buona attenzione ai particolari per riuscire cogliere tutte le implicazioni e i vari
sottotesti, questo perché Shimuzu gioca parecchio sulla quella sottile linea che fa da
demarcazione tra l’effettiva possibilità della reincarnazione e quel fenomeno che la scienza nota
come “deja-vu”, ovvero un glitch della memoria secondo la quale una persona vive delle
esperienze che ritiene essere originali quando in realtà le ha già vissute, incontrate o apprese in
precedenza (da non confondersi con la criptomnesia, secondo la quale una persona ricorda
un’idea, un’immagine o con un concetto come se fosse una sua creazione originale).
In altre
parole, stiamo davvero parlando di un corto circuito tra una vita precedente e una successiva
oppure più semplicemente di un processo cognitivo tutto sommato abbastanza comune?
Comunque la vediate, non fa differenza. Quel che importa, almeno per quanto mi riguarda, è
trascorrere un’ora e mezza entusiasmante davanti a uno schermo, un tempo in cui la sola ipotesi
di staccarsi mettendo in pausa è completamente fuori discussione, talmente ipnotizzante è il lavoro
cucito dal regista giapponese.
Occorre dire (e non è uno spoiler) che nell’ultima mezz’ora ben tre
colpi di scena ci piombano addosso uno dopo l'altro, e se è vero che la maggior parte degli
spettatori sarà probabilmente in grado di prevedere il primo, è molto improbabile che riesca anche
solo a immaginare gli altri due.
Intendiamoci, se state pensando di trovarvi di fronte al solito J-horror che non fa altro che riciclare
e ricalcare i propri stereotipi, tipo il fantasma che scende le scale o si cala dal soffitto, siete fuori
strada. Questo è più che altro un lavoro psicologico in cui Shimizu offre tutto il suo campionario
creativo, sfruttando abilmente il suo straordinario senso degli spazi, facendo leva su inquadrature
seducenti e personaggi perfettamente calati nel ruolo e utilizzando una “spettralità” sottile anziché
quella “urlata” tipica del genere.
La scelta di utilizzare un vero hotel fatiscente, per l’occasione
ricostruito come set cinematografico, e di inserire in pellicola il girato d’epoca in 8 millimetri, virato
seppia, catturato dalla cinepresa a mano dal killer, sono infine la vere ciliegine sulla torta che
conferiscono a “Reincarnation” un'atmosfera “d’antan”, portando a galla nello spettatore le sue
paure di bambino con il solo potere della suggestione. Un’esperienza visiva assolutamente da non
perdere.
Il presente articolo è parte di un vasto progetto che ho voluto chiamare Hyakumonogatari Kaidankai (A Gathering of One Hundred Supernatural Tales) in onore di un vecchio gioco popolare risalente al Giappone del periodo Edo (1603-1868) e, di tale progetto, esso rappresenta la parte 60 in un totale di 100.
Se volete saperne di più vi invito innanzitutto a leggere l'articolo introduttivo e a visitare la pagina statica dedicata, nella quale potrete trovare l'elenco completo degli articoli sinora pubblicati. Buona lettura! P.S.: Possiamo spegnere la 59° candela...




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