Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle
vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nel cosiddetto
fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato
fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di
Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle
sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare
un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi
erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e
Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”,
rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.
***
Più o meno una decina di anni fa, su questo blog iniziò una serie di post il cui obiettivo era
raccontare cento storie di fantasmi giapponesi in altrettanti articoli, sulla falsariga di un gioco
popolare diffusosi in Giappone durante il periodo Edo (1603-1868) e chiamato Hyaku-monogatari
Kaidan-kai (百物語怪談会), a sua volta derivante dal termine Kaidan (怪 談) che significa, più o
meno letteralmente, "racconto del mistero" o “strana storia”. Come scrissi nel post introduttivo,
l’origine del termine si perde nella notte dei tempi e, trascendendo la parola scritta, si dice che la
sua nascita possa precedere addirittura la nascita stessa della letteratura in Giappone.
Il termine Kaidan, il cui significato si è in seguito evoluto verso un più definito “racconto
soprannaturale” o “storia di fantasmi”, oggi lo associamo in prevalenza all’omonima raccolta di
racconti che Lafcadio Hearn scrisse nei primi anni del Novecento partendo dalla tradizione orale
che lo studioso statunitense, naturalizzato giapponese, raccolse pazientemente nei lunghi anni di
permanenza nel paese del Sol Levante. Alcuni di quei racconti sarebbero stati portati sul grande
schermo quarant’anni più tardi dal regista Masaki Kobayashi (nel film a episodi “Kwaidan”, del
1964), che ne mantenne più o meno inalterata la struttura.
Ma non è di quel “Kwaidan” che
andremo a parlare oggi. Parleremo invece del “Kaidan” di un altro regista iconico, quell’Hideo
Nakata che sul finire degli anni Novanta rese celebre Sadako, da molti indicato come il più celebre
fantasma vendicativo della storia del cinema.
Per il quinto episodio della serie “J-Horror Theatre” Nakata decide anch’egli di utilizzare il titolo
generico “Kaidan”, successivamente tradotto in “Apparition” per il mercato occidentale e
sottotitolato “Amare oltre la morte” nella versione giunta in Italia, portando un po’ di confusione
nello spettatore occidentale, il cui pensiero inevitabilmente va a Lafcadio Hearn e a quel vecchio
film a episodi; non esiste invece alcuna connessione con l’opera di Nakata, anche se è facile
immaginare che la leggenda che ne sta alla base, sebbene mai portata su carta da Hearn, abbia
fatto parte dei suoi studi.
Il “Kaidan” di Nakata si ispira, per essere precisi, alla celebre leggenda
giapponese intitolata Shinkei Kasane-ga-fuchi, che è giunta fino a noi grazie a un popolare
racconto di Enchō San'yūtei, un rinomato narratore dell'era Meiji, il cui titolo originale può essere
tradotto come "Il vero aspetto dell'abisso di Kasane". Per inciso, abbiamo già parlato di Enchō
San'yūtei qualche anno fa quando affrontammo la sua opera più nota, “La lanterna delle peonie" (“Kaidan botandōrō”), considerata un capolavoro del genere. Fine dell’inciso. “Apparition” si ispira quindi alla vicenda di Kasane ed è un omaggio o un "quasi-remake" di “The
Ghost of Kasane Swamp” (“Kaidan Kasane-ga-fuchi”) del 1957, diretto da Nobuo Nakagawa, uno
dei padri fondatori dell'horror giapponese classico.
Ci troviamo in pieno periodo Edo e in apertura
assistiamo a un’animata discussione tra un altezzoso samurai e un anziano contadino venuto a
riscuotere un vecchio debito. Il primo uccide vilmente il secondo che, prima di esalare l’ultimo
respiro, scaglia una maledizione sul samurai e sulla sua discendenza. Anni dopo, il destino farà
incontrare e innamorare Shinkichi (figlio del samurai) e Toyoshiga (figlia dell'usuraio) che, ignari del
passato dei loro padri, daranno il via a una spirale di gelosia, orrore e morte soprannaturale.
“Un'altra storia di vendetta?”, vi starete chiedendo. Certo che sì. D’altra parte, lo spirito
vendicativo, secondo la tradizione, non è semplicemente un mostro, ma un agente universale di
retribuzione karmica. Il vero orrore, nelle storie del Kaidan, non deriva dall'aspetto del fantasma
(non solo, perlomeno), ma dalla consapevolezza che una volta commesso un torto la "macchina
del fato" si mette inesorabilmente in moto al fine di ristabilire l'ordine morale violato.
Il J-horror
moderno, tuttavia, ha parzialmente infranto la regola: la maledizione diventa spesso "virale"
colpendo vittime casuali, trasformando il terrore in qualcosa di nichilista e privo del conforto di un
ordine superiore.
Nel caso di “Apparition”, Nakata si limita ad applicare tecniche moderne di suspense per
"amplificare gli shock" rispetto al ritmo più lento della narrazione tradizionale, utilizzando ad
esempio inquadrature che celano i volti dietro cascate di capelli per aumentare il terrore, una
tecnica tipica del J-horror moderno ma meno comune nei kaidan classici.
Per il resto viene
mantenuta l’ambientazione originale (il Giappone feudale), con le atmosfere “da fiaba” che
contraddistinguono quell'epoca, e la sua struttura narrativa, religiosamente rispettosa dell’originale
a cui si ispira. Come nel racconto di Enchō San'yūtei il "cattivo karma" si trasferisce giusto da una
generazione a quella successiva, e mai a casaccio su tutti quelli che passano lì vicino.
Shinkichi, maledetto fin dalla nascita a causa delle colpe del padre, è coinvolto in una relazione
sentimentale con Toyoshiga, la figlia maggiore del contadino assassinato. Il loro rapporto inizia a
incrinarsi il giorno che Shinkichi viene sorpreso a fare il cretino con una giovane studentessa,
scatenando la furibonda gelosia di Toyoshiga. Durante un litigio, Shinkichi ferisce accidentalmente
Toyoshiga al sopracciglio con un plettro di shamisen (che richiama simbolicamente una ferita
simile inflitta anni addietro dal samurai al contadino). La ferita si infetta, sfigura il volto della donna
e le causa nel giro di pochi giorni una morte dolorosamente atroce. Prima di spirare, quest’ultima
lascia una lettera in cui giura di perseguitare chiunque Shinkichi oserà sposare in futuro,
informandolo che qualsiasi tentativo in tal senso scatenerà la sua ira. Ignorando l’avvertimento
l’uomo tenta di rifarsi una vita, ma il fato gli si ripresenta e si ripete invariabilmente a ogni suo
nuovo tentativo.
Una trama tutto sommato semplice, ma la vera forza di “Apparition” trascende la vicenda narrata;
la sua forza è nell’ambientazione storica, in come vengono rappresentati le abitazioni semplici, i
villaggi angusti, ma anche il formalismo tipico della società giapponese, che garantisce un
retroterra spettacolare per una bella storia di fantasmi vecchio stile. Gli sfondi, talvolta visibilmente
e volutamente artificiali, contribuiscono a realizzare una dimensione teatrale e stilizzata funzionale
a mettere in scena una tragedia governata da forze che trascendono la comprensione umana. Si
noti, a titolo di esempio, quella sequenza d’apertura di forte impatto visivo girata in bianco e nero,
che è anche una ricreazione minuziosa di quella del film originale di Nakagawa del 1957.
Un percorso lento ma avvincente, quello messo in scena dal regista di Ring-u, che sfocia in un
finale che sancisce la vittoria definitiva dell'ossessione post-mortem di Toyoshiga nei confronti del
malcapitato Shinkichi, un uomo che non ha alcuna possibilità di fuggire o di redimersi, rimanendo
vincolato per l'eternità alla donna che aveva tradito e sfigurato.
Resta solo un dubbio nello
spettatore, una volta sopraggiunti i titoli di coda: il dubbio, né confermato né smentito, che i
fantasmi siano reali o semplici allucinazioni prodotte dalla mente del protagonista, la cui integrità
psicologica è irrimediabilmente corrotta dal senso di colpa.
Il presente articolo è parte di un vasto progetto che ho voluto chiamare Hyakumonogatari Kaidankai (A Gathering of One Hundred Supernatural Tales) in onore di un vecchio gioco popolare risalente al Giappone del periodo Edo (1603-1868) e, di tale progetto, esso rappresenta la parte 62 in un totale di 100.
Se volete saperne di più vi invito innanzitutto a leggere l'articolo introduttivo e a visitare la pagina statica dedicata, nella quale potrete trovare l'elenco completo degli articoli sinora pubblicati. Buona lettura! P.S.: Possiamo spegnere la 59° candela...




Nessun commento:
Posta un commento