Niente come il cibo si presta a essere utilizzato come arma di feroce critica sociale. In questo senso,
l’apice del non rappresentabile lo si raggiunse negli anni ‘70. Per il Marco Ferreri di “La Grande Abbuffata” (1973) il
cibo è la materializzazione del vuoto e della noia che pervadono la società borghese. I quattro uomini di successo che
decidono di rinchiudersi in una villa per ingozzarsi fino alla morte non fanno altro che reiterare la stessa artificiale,
amorale ingordigia che affligge l’umanità in ogni ambito della vita. Tra deiezioni, flatulenze, fluidi di vario genere, la vita
continua a incedere come una sequenza infinita di funzioni corporali; mangiare fino alla morte non è semplice, con il
corpo che cerca, nonostante tutto, di sopravvivere all’ordalia. Accanto a loro una donna che si rivelerà essere un
misericordioso angelo della morte, non scheletrica come la Morte, ma abbondante e materna (un generoso e forse ormai
inattuale apologo del femminile). Non c’è alcuna catarsi al sopraggiungere della morte, che rappresenta la morte della
borghesia intera. Non c’è catarsi neppure per i cani, l’immagine di un mondo affamato per cui l’abbondanza resta
qualcosa di irraggiungibile, infatti il cibo, leitmotiv del film, continua ad arrivare anche dopo la morte dei quattro, ma
rimane ad accumularsi in giardino.
