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lunedì 26 febbraio 2024

Rapporto sulla cecità (Pt.3)

LA PRIMA PARTE SI TROVA QUI

Un ribaltamento della prospettiva pare averlo operato anche la letteratura moderna rispetto a quella classica, almeno a giudicare dagli esempi proposti qui sopra, anche se non ne so a sufficienza per poterlo dire con certezza; a ben vedere, comunque, a grandi linee parlano di cecità anche quei racconti distopici, come “1984” (“Nineteen Eighty-Four”, 1949) di George Orwell, che utilizzano il concetto dell’occhio invisibile per parlare della sorveglianza di massa, della repressione e della propaganda nei regimi totalitari, assurto poi a metafora di quanto esprime il potere nella società contemporanea, perché deputare una vista illimitata a un “Grande Fratello”, cioè all'élite come ingannevole surrogato della collettività, significa in fondo sottrarla al singolo, condannandolo a qualcosa di molto simile alla cecità. 
Del resto, Orwell prese ispirazione dal Panopticon, il carcere circolare ideato alla fine del ‘700 da Jeremy Bentham, e il nome Panopticon, letteralmente “l'occhio che tutto vede”, deve il suo nome ad Argo Panoptes (Ἄργος Πανόπτης”), una creatura della mitologia greca che aveva molti occhi sparsi sul corpo (secondo Ovidio, addirittura cento), grazie ai quali non doveva mai dormire... 

martedì 1 febbraio 2022

Da donna a strega: prostituzione sacra

Ishtar
L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI

In tempi molto remoti, nei riti magici che inscenavano i sacri sponsali il ruolo più controverso dovette essere quello della donna. Perfino i Greci, che ancor oggi consideriamo la popolazione più evoluta del mondo antico, erano irritati dall’autosufficienza erotica della donna, ma soprattutto dal potere che da questo derivava, e che Galeno non mancò di minimizzare nella famosissima teoria fisiologica che vedeva nella sessualità femminile qualcosa di imperfetto. 
A differenza dell’uomo, la donna non ha bisogno di particolari stimoli per portare a termine l’accoppiamento, e la sua capacità di sedurre l’uomo-dio, e per esteso la natura, dovette essere fonte di grande meraviglia e di timore per gli antichi, perlomeno fra coloro che prendevano parte ai riti misterici e che verosimilmente formarono il nucleo primitivo della Chiesa cristiana. 
Con il tempo si arrivò a considerarlo alla stregua di un vero e proprio controllo mentale: dal fascinus nacque il concetto di “malocchio” per indicare l’attrazione irresistibile che le donne sono in grado di esercitare tanto sugli umani che sugli dèi. 

mercoledì 5 maggio 2021

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.5)

L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI
LA 1' PARTE DI LACRIME E SANGUE QUI

Le tracce più corpose di queste tradizioni (i sacrifici di costruzione, ndr, cfr. articolo precedente) si trovano nella produzione letteraria del sudest europeo. Ballate serbe, greche, romene, ungheresi, bulgare, estoni eccetera, narrano di edifici nelle cui fondamenta viene murata viva una donna (spesso la moglie del Mastro, talora una vergine), un bambino o due gemelli per rendere l’opera perenne o addirittura per poter terminare la costruzione (talora ciò che viene costruito durante il giorno crolla di notte). Ci sono varianti in cui la donna accetta il suo destino, altre in cui maledice il marito oppure il palazzo/monastero/ponte; in genere la vittima ha un figlio che, restando orfano, assume attributi divini, perché condivide il destino dell’orfano primordiale che nel mito viene allevato da un animale o da un essere soprannaturale. In altre varianti si racconta anche la sorte del Mastro, che si riunisce con sua moglie tramite una morte violenta, una forma del sacrificio che gli permette di trasportarsi nello stesso piano cosmico dove lei si trova. È il caso della famosissima Ballata di Mastro Manole: il ricongiungimento tra i due sposi è possibile perché la moglie sta prolungando la propria esistenza nella pietra dell’edificio che ospita le sue spoglie mortali, e quando lui muore cadendo da un’impalcatura, dal punto in cui è caduto sgorga una sorgente, le cui acque filtrano tra le pietre. Il monastero della leggenda è quello di Argeș, in Romania; anche la Fonte di Manole esiste ancora, ed è tappa obbligata per i turisti che si recano al monastero.

venerdì 23 aprile 2021

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.4)

L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI
LA 1' PARTE DI LACRIME E SANGUE QUI

Marduk: "Opus Nocturne" album art, 1994
Con il post di oggi devierò un altro po’ (ma neanche troppo) dal tema cardine di questa serie, ma ora della fine spero che il motivo di questa parentesi sarà chiaro. 
Finora abbiamo parlato di alcuni significati attribuiti all’atto del sacrificio, e di altri parleremo in seguito, ma credo che valga la pena guardare a questo fenomeno da un altro punto di vista. Le sue interpretazioni più diffuse, infatti, tendono a non tener conto del grande mutamento che la mentalità dell’uomo deve aver subito con il passare del tempo. Ovvero, poiché l’uomo arcaico ragionava in modo profondamente diverso da noi, anche i suoi riti dovevano avere un significato diverso da quello che hanno assunto col passare del tempo, in una fase successiva della storia umana. 

giovedì 25 marzo 2021

Hellebore: ricordo di antichi terrori

The Yuletide Special
Ultimamente, vagando senza una precisa meta per siti e blog stranieri, mi capita di incappare in cose davvero interessanti. C'è un intero mondo là oltre i nostri confini, come sapete, e spesso è solo la pigrizia che ci trattiene all'interno delle mura domestiche. Fortunatamente l'ostacolo della lingua inglese è perfettamente sormontabile, e ciò mi consente di spaziare alla grande nel world wide web (altre lingue non ne conosco, ma me ne faccio una ragione) così come spazio tra siti e blog italiani. Il vero problema è la vastità del mondo: pensare di poter seguire migliaia di siti o blog, quando faccio fatica a seguire con costanza quei quattro o cinque connazionali, mi mette l'ansia. Per fortuna non si tratta di un lavoro, e ciò mi permette di uscire dal mio giardino solo quando ne ho voglia e quando mi ricordo. Ed è stato proprio in una delle mie ultime peregrinazioni che sono incappato sul sito di questa "casa editrice" indipendente specializzata nell'horror popolare britannico. Il virgolettato su "casa editrice" è quasi d'obbligo, visto che non ci sono veri indizi che lo sia davvero. Il sito è piuttosto minimale e lascerebbe pensare più che altro a dei fanzinari. In effetti, la loro proposta è un magazine a periodicità variabile il cui tratto distintivo è un forte interesse per uno specifico argomento; realizzata in pratica da appassionati per altri appassionati.

giovedì 1 ottobre 2020

Da donna a strega: lacrime e sangue (Pt.3)

Alexandre-denis Abel De Pujol
Sacrificio di Ifigenia, 1822, olio su tela 
L'INTRODUZIONE SI TROVA QUI
LA 1' PARTE DI LACRIME E SANGUE QUI

I sacrifici umani fanno parte della storia dell’umanità. C’è chi afferma che furono in effetti le forme più antiche di sacrificio, e che solo in seguito gli uomini siano stati sostituiti da un animale-totem (ucciso, anche se può sembrare paradossale, proprio perché sacro), da una pianta o da un cibo sacramentale che era considerato il corpo del dio. Certamente, come il mito di Ifigenia ci insegna, in varie epoche furono delle fanciulle vergini a venire prescelte per i sacrifici, tuttavia il mito del “dio morente”, sfrondato da tutti gli elementi inverosimili, testimonierebbe secondo Frazer di un tempo in cui i re venivano uccisi prima che il loro potere si indebolisse, di modo che il loro spirito potesse trasmigrare in un nuovo corpo quando era ancora nel pieno della potenza e del vigore.
Sappiamo che la ghirlanda, simbolo del primordiale cerchio magico, era usata per identificare gli animali da sacrificare: si indicava così che proprio quell’esemplare, e non altri, era il sacrificio “perfetto”. Privata delle foglie e dei petali, la ghirlanda non è altro che il cerchio metallico che cingeva la testa dei re: la corona. Ma anche le spose venivano incoronate e così, come ricorda anche Calasso, Ifigenia fu ingannata dal padre: ricevendo la corona pensava di sposarsi e veniva invece condotta sul luogo del sacrificio.

giovedì 15 settembre 2016

Gli spiriti dell'acqua

Umi-bōzu (海坊主)
La centralità dell'acqua nella mitologia ha a che fare tanto con il suo potere di creazione che di distruzione, a partire dal mito biblico della genesi, in cui lo spirito divino aleggia sulle acque della creazione, fino a quello del diluvio universale volto a punire un'umanità infedele a Dio. Due racconti che difatti ricorrono, con poche variazioni, fra moltissimi popoli. In particolare, la concezione di una distesa di acque primordiali è praticamente universale: per molte culture, anche geograficamente lontanissime, se non agli antipodi, su queste acque galleggiava un uovo da cui sarebbe nato il mondo, il più famoso dei quali è senz'altro il Brahmanda della civiltà vedica. Spesso, come fra i cinesi, le acque primordiali simboleggiano il Caos prima della creazione (Wu-chi). Molte popolazioni, inoltre, veneravano divinità dell'acqua e della pioggia. L'acqua è anche elemento rituale, come nel sacramento del battesimo che lava via i peccati, o nelle abluzioni richieste agli ebrei e ai musulmani prima della preghiera. Abluzioni che, pur diverse nella forma, sono pratica comune anche in India e in generale nei paesi del Sudest asiatico. Vi è poi una ricorrente analogia fra acqua e saggezza, ad esempio nel Taoismo la saggezza viene concepita come libera e senza costrizioni come l'acqua che scorre seguendo la pendenza naturale del terreno, mentre per i cristiani l'acqua della saggezza, o Spirito Santo, dimora nel cuore del saggio. Nel Medioevo si consolidò la concezione dell'acqua come vita spirituale offerta da Dio e di cui Gesù è la sorgente. Il fatto che, ancora adesso, nelle più famose mete di pellegrinaggio vi siano delle sorgenti e che le loro acque vengano considerate sante e gli vengano attribuiti poteri curativi e spesso miracolosi è un retaggio degli antichi culti che si concentravano, appunto, attorno alle sorgenti.

lunedì 20 aprile 2015

La componente magica

Non pare anche a voi che in questo tipo di film le motivazioni che scatenano i torti verso i futuri fantasmi, e direttamente o indirettamente anche la loro morte, sembrino spesso futili, quasi pretestuose?
Certo, le opportunità date dalla scuola e dalle attività extrascolastiche vanno o andrebbero prese con la massima serietà, ma personalmente (e per fortuna) non conosco nessun adolescente italiano che arriverebbe a uccidere per vincere una gara, che sia quella per i voti migliori o per il primato nello sport. Sono certo che neppure in Corea si arrivi a questi eccessi, in compenso però i casi di suicido (di cui abbiamo già ampiamente parlato) per ragioni simili sono ben documentati perché la competitività in quelle lande è ben più forte dalla nostra.
Inoltre, gettare le basi per un horror richiede che le situazioni vengano estremizzate ma, ancora una volta, tutto è declinato al femminile. Come mai? Il motivo sono davvero gli istinti pruriginosi del potenziale pubblico, si ricerca davvero un effetto Lolita che, per giunta, strizzi l’occhio al cinema giapponese?
Abbiamo già accennato al fatto che nella pentalogia di Whispering Corridors, ma soprattutto nei primi due capitoli, l'ambientazione scolastica è stata intelligentemente utilizzata dagli autori per fare (auto)critica sociale, e questa non può prescindere dai suoi soggetti più deboli che, sono, appunto le donne, ancora alla ricerca di un ruolo sociale che possa dirsi definit(iv)o e non una conquista quotidiana. Le giovani donne protagoniste di questi film devono celare le proprie fragilità e i propri dubbi, la sofferenza e i propri lati oscuri, per guadagnarsi il proprio posto al sole in una società che, al minimo tentennamento, le relegherebbe volentieri accanto al focolare.

martedì 10 giugno 2014

Valhalla Rising (Pt.3)

A questo punto è giunto il momento di riepilogare cosa sappiamo di Odino. Primo, Odino è un dio che presiede alla guerra e alla caccia ma, poiché come detto sopra padroneggia i segreti delle rune, non deve sorprendere che sia associato anche alla poesia, alla magia e alla divinazione; è saggio e onnisciente e inoltre – questo è particolarmente interessante - viene considerato uno psicopompo, avrebbe cioè la funzione (propria  ad esempo di Hermes/Mercurio e di Osiride) di transitare i defunti nella residenza ultraterrena – il Valhalla, per l'appunto.  (Le analogie fra i due dei non finiscono qui, ma non voglio andare troppo fuori tema.)
Torniamo ora al nostro film. Il viaggio di One-Eye, Are e dei vichinghi, nella nebbia e tra gli stenti, ha tutte le caratteristiche della sovrannaturalità. È possibile che tutti i personaggi -  tranne, forse, Are - siano deceduti durante la traversata e che all'approdo si trovino non in un luogo reale, ma nell'aldilà. Un aldilà che ognuno di loro interpreta come può, in base all'evoluzione spirituale raggiunta in vita, un aldilà che sconcerta e spaventa: i guerrieri cristiani sono terrorizzati dall'inferno, mentre One-Eye accetta il proprio ruolo di demiurgo e si autoimmola. Wrath, ira, era una caratteristica di Odino, ed è anche il sentimento che inizialmente guida tutte le azioni di One-Eye. Il sentimento che lo tiene in vita. Poi però qualcosa cambia, e l'intravedersi di uno scopo nella sua esistenza stempera quest'ira, la annichila. Se One-Eye è Odino o una reincarnazione di Odino, allora quelle all'inizio del film sono premonizioni di qualcosa che gli accadrà poi ed ecco perché alla fine soccombe senza combattere: la lotta non ha senso perché lui non esiste più, è già morto. Al contrario di alcuni degli altri che continuano a brancolare nel buio, ne è consapevole. Intraprendendo quel viaggio ha già determinato il suo destino.

domenica 8 giugno 2014

Valhalla Rising (Pt.2)

Il film è diviso in sei capitoli che si chiamano Wrath, Silent warrior, Men of God, The Holy Land, Hell e The sacrifice dall'indubbia (soprattutto per gli ultimi tre) reminiscenza cristiana. Eppure, anche se il Valhalla viene spesso definito come l’inferno della mitologia norrena, i due concetti sono molto diversi. L’inferno cristiano è un luogo di punizione e di dolore, il Valhalla invece è la residenza ultraterrena degli einherjar (o einheriar), gli spiriti dei guerrieri morti eroicamente in battaglia, una vera e propria città nella quale essi attendono l’avvento del Ragnarök, la fine del mondo, al quale prenderanno parte schierandosi con Odino contro i suoi nemici. Perciò dire che il Valhalla corrisponde all'inferno cristiano è una forzatura, è il modo di trovare un equivalente ad un concetto familiare alla mentalità cristiana, forse un tentativo postumo (e inconscio?) di giustificare la“colonizzazione” religiosa della Scandinavia.
Già nel IX secolo la religione primigenia della Scandinavia, quella norrena, era in declino e veniva gradualmente sostituita dal cristianesimo. Sappiamo che la divinità più importante di questo pantheon era Woden, a noi noto con il nome di Odino. La leggenda narra che Odino offrì uno dei suoi occhi al gigante Mímir per poter bere dell'acqua dalla fonte che egli sorvegliava e ottenere così la saggezza e l'onniscienza. In base a quanto narrato nell'Hávamál, uno dei poemi facenti parte dell'Edda poetica, una parte consistente dell'antico Codex Regius islandese, Odino “il signore degli impiccati” restò invece crocifisso per nove giorni e nove notti all'albero cosmico:

venerdì 6 giugno 2014

Valhalla Rising (Pt.1)

In principio c'erano solo gli uomini e la natura. Gli uomini vennero portando le croci e sospinsero i pagani ai margini della terra.
Di “Valhalla Rising”, in retrospettiva, mi restano soprattutto le suggestioni visive e uditive così indissolubilmente legate agli stupendi paesaggi scozzesi che fanno da sfondo alla vicenda. Mi è successo, come poche volte in precedenza, di lasciarmi ipnotizzare da quella natura evocativa e dimenticarmi quasi del filo logico della storia, e anche di me stesso. Forse perché ci sono poche distrazioni a quel flusso di immagini così potenti, viscerali da reggere quasi interamente su di sé il peso del film. 
Uno dei motivi per i quali molte persone non hanno apprezzato “Valhalla Rising” è la quasi totale assenza di dialoghi e la cripticità di quei pochi, eppure a me, da spettatore, la scelta appare non solo logica, ma anche l'unica davvero possibile. Se io fossi un guerriero vichingo che lotta per sopravvivere in una società tribale, alla mercé di in una natura ostile, dubito che avrei molta voglia di dissertare di filosofia (o di parlare di qualsiasi altra cosa, se è per quello. Il freddo può essere un vero deterrente per la vita sociale). Perciò sì, di film come “Valhalla Rising” nel bene e nel male non se ne vedono molti, ma non sono d'accordo con chi lo giudica solo un pretenzioso esercizio di stile. La verità è che il tema scelto da Nicolas Winding Refn (regista del successivo (e un tantino sopravvalutato) “Drive”) è abbastanza insolito e i suoi sono vichinghi atipici, perciò chi si fosse aspettato un film alla “Beowulf” inevitabilmente sarà rimasto molto deluso. Le scene di lotta e d’azione sono poche e quelle poche, benché efficaci, sono sviluppate in modo lento ed onirico, un po’ come tutto il racconto, e nonostante questo “Valhalla Rising” trova un senso proprio nella battaglia, è un film su un viaggio del destino che è dall’inizio alla fine una lotta.

venerdì 17 maggio 2013

Il culto di Lovecraft (Pt.3)

L'Esoteric Order of Dagon, di cui si parlava in chiusura del post precedente, ha l’obiettivo di utilizzare i miti di Cthulhu come metodo magico per esplorare la via Cosmica tramite l'Inconscio Collettivo, ovvero creare un legame con le entità cosmiche e testimoniare tutto ciò tramite le opere dei propri adepti (non a caso, infatti, dell'Ordine fanno parte scrittori e altri personaggi della cultura e dell’arte). Afferma di derivare dai culti misterici tradizionali delle antiche religioni sumera e babilonese - sopravvissuti tramite i riti dell'antico Egitto - e da quelli del Pacifico del Sud (in particolare polinesiani), e di utilizzare una simbologia derivata dalle tradizioni ermetiche massoniche, in particolare quelle di rito egiziano.
Nel libretto "An introduction to the Esoteric Order of Dagon" (facilmente reperibile sul web) si legge: “Anche se gli iniziati dell'Ordine Esoterico di Dagon non credono necessariamente nell'esistenza delle divinità che sono descritte nei Miti di Cthulhu, trovano l'iconografia del lavoro di Lovecraft un paradigma utile per accedere alle più profonde, irrazionali aree del subconscio. L'origine onirica delle storie di Lovecraft è di importanza cruciale nell’indicare la via di accesso a parti della mente umana che sono identificate con orrori alieni e (letteralmente) senza nome nella sua narrativa."

lunedì 13 maggio 2013

Il culto di Lovecraft (Pt.2)

Nell’universo letterario di Lovecraft, antichi semi-dei alieni (la cosiddetta "prole stellare di Cthulhu") scesero dalla costellazione del Cigno e presero possesso della Terra quando la vita era ancora agli albori; furono cacciati oltre la Porta quando la prima razza umana se ne impadronì e, dopo essere rimasti assopiti per milioni di anni in altri mondi o dimensioni, in epoche fuori dal tempo, cominciano a risvegliarsi e a tentare di riprendere possesso del nostro universo. Sono creature che hanno qualche vaga somiglianza con quelle che popolano il mondo acquatico (molluschi, polipi, crostacei e così via), ma la loro biologia e fisionomia non hanno nulla di terrestre. La natura in sé è corrotta e in putrefazione, e la disperazione più nera permea tutto. Le religioni umane non sono altro che pietose bugie create per occultare la vera realtà e i nostri dei non possono competere con questi mostruosi dei alieni, la cui sola menzione può scatenare la follia.
Ma che cosa ha spinto molti a considerare quanto narrato da Lovecraft non il parto di una fervidissima immaginazione, ma addirittura profezie e rivelazioni che denotano una profonda conoscenza di fatti iniziatici ed esoterici noti solo ad una ristretta cerchia di adepti?

giovedì 9 maggio 2013

Il culto di Lovecraft (Pt.1)

Finché quasi per caso non sono incappato in una notizia, una piccola curiosità per essere preciso, e non ho cercato di approfondirla, avevo solo un vago sentore che le creazioni di Howard Phillips Lovecraft nel tempo fossero diventate oggetto di un vero e proprio fenomeno di culto. Sapevo, naturalmente, che una fandome lovecraftiana esiste da decenni, ma non avevo idea della reale portata del fenomeno. Pensavo che si trattasse solo di appassionati lettori, e magari di aspiranti scrittori di genere, ma c'è ben altro.
HPL è stato fonte d’ispirazione per intere schiere di Autori e questa è cosa arcinota, così come è nota la passione che ha spinto critici e studiosi ad illustrarci il valore letterario dei suoi scritti (sebbene, spesso, più per i significati in essi rilevati che non per lo stile o la matrice narrativa dei racconti, talora definiti come abbastanza convenzionali). 
Che, però, ci fossero anche persone appartenenti a veri e propri ordini magici che basano i propri riti sui cosiddetti "miti di Cthulhu" mi ha davvero stupito. Le chiamerei sette, in effetti, se non temessi di creare la falsa impressione che si tratti di organizzazioni religiose sulla falsariga di Scientology: non lo sono.

mercoledì 10 ottobre 2012

Il Qilin e gli occhi del drago


Due sono le figure che la protagonista sceglie di tatuare sul proprio corpo nel romanzo “Serpenti e piercing”, recensito su questo blog pochi giorni fa: uno è il Qilin, ovvero l’unicorno della mitologia cinese, l’altro è un enorme drago senza occhi. Approfondire entrambe le figure, incredibilmente affascinanti, è lo scopo del post di oggi. Ma prima di tutto: voi credete alle coincidenze? Qualche mese fa stavo trascorrendo qualche giorno di vacanza in Giappone quando, complice una pioggia torrenziale, decisi di trovare rifugio per qualche ora nelle sale del museo nazionale di Tokyo. In particolare, uno degli ambienti situati proprio vicino all’ingresso non mancò di attirare la mia attenzione, in quanto dedicato ad uno strano essere dal bizzarro nome di Qilin, che avevo visto molte altre volte ma di cui non conoscevo il nome. Scattai le fotografie che vedete qui attorno, a corredo del testo, con il pensiero ad un eventuale post che, ne ero certo, prima o poi ne sarebbe scaturito. Passò il tempo e, come spesso succede, coinvolto in mille progetti, me ne dimenticai.  Poi ecco “Serpenti e piercing”, ed ecco il Qilin che ritorna. Un post a questo punto è quasi d’obbligo.

mercoledì 5 settembre 2012

Megera e le altre

Negli ultimi giorni si è parlato un po’ di mitologia sui blog qui attorno. Ha iniziato Orlando che ha incautamente citato Medusa in un suo post, poi si è passati a citare Parche e Grazie e, da qui, attraverso un mio vecchio post, alle Graie e alle Muse e sulla questione del loro numero, chiarito definitivamente sul blog di Argonauta Xeno. È evidente che l’argomento affascina parecchio, per cui ho deciso di rincarare e la dose, complice un vecchio film Hammer che ho visto proprio un paio di sere fa.
Che belli erano questi vecchi film della Hammer: scenografie inquietanti e musica dall’incedere incalzante fin dai titoli di testa, come una promessa di brivido immediato e senza tregua.
“Gorgon – Lo sguardo che uccide”, anno 1964, comincia proprio così, con sullo sfondo l’immagine di un goticissimo castello abbandonato, ma sempre maestoso, nell’Europa centrale dei primi del ‘900. La regia è di Terence Fisher che girò, tra gli altri "Dracula il vampiro" (1958), "La maschera di Frankenstein" (1957), "Il mostro di Londra" (1960), "Le spose di Dracula" (1960)...

Il sipario si apre all’interno di una casa dove un uomo e la sua amante discutono. Lei è incinta e lui le dice che si prenderà le sue responsabilità, anzi andrà subito in paese per parlare con il padre di lei. Lui è Bruno Heitz (Jeremy Longhurst), un pittore, e lei Sascha Cass (Toni Gilpin). Quando Bruno esce di casa, lei lo insegue per cercare di fermarlo, ma rimane indietro, da sola nel bosco, come nella più classica delle fiabe dei fratelli Grimm. Nel bosco, immobile nella notte, buio e virato di verde, l’unica nota di colore è il suo vestito azzurro. Non appena la telecamera inquadra la luna piena, seminascosta dalle nuvole, in un cielo troppo chiaro per essere un cielo notturno, sentiamo che qualcosa sta per accadere. Un urlo. La donna grida in preda all’orrore guardando qualcosa – o qualcuno – che è fuori campo e noi non possiamo vedere: Sascha si porta le mani al volto, poi cade riversa. Quando viene ritrovata la polizia pensa che sia stata uccisa da Bruno e scatena una caccia all’uomo, ma viene ritrovato anche lui cadavere, impiccato.

domenica 12 agosto 2012

Corpus Imperfectum

Anche dopo il trionfo di “The Artist” all’ultima edizione degli Oscar, chi continua a trovare noiosi i film muti alzi la mano. Scommetto che là fuori siete in tanti. E vi capisco, davvero. In quest’era in cui la tecnologia permette di ottenere risultati strabilianti a livello audio e video, con girati che sembrano più veri del vero, mi rendo conto che i film muti non sono per tutti. Eppure, se amate le atmosfere gotiche non potete prescindere da alcuni classici come, tanto per fare i soliti nomi, “Il gabinetto del Dr. Caligari” e il “Nosferatu” di Murnau. E naturalmente come “Golem - Come venne al mondo” (Der Golem, wie er in die welt kam di Paul Wegener, 1920), considerato un capolavoro dell’espressionismo tedesco nonostante il parere del suo stesso regista, che lo descrisse piuttosto come un film naturalista.
E pensare che da qualche anno a questa parte i registi fanno a gara a realizzare film visivamente “poveri” - i cosiddetti PoV - e che di recente addirittura è stato completato il primo film interamente girato con un iPhone… Immaginate invece cosa avrebbe potuto fare Wegener del suo film se avesse avuto a disposizione i mezzi odierni… Ma no, non ha senso ragionare in questi termini: il fascino dei film di quell’epoca sta principalmente nella loro aria vintage, nella loro diversità e anche in quello che hanno in meno, e non in più, rispetto ai film moderni. 

lunedì 21 novembre 2011

Yokai Monsters

This is a One Hundred Stories social gathering. Every time one story ends, one candle is meant to be put out. There is an old saying in which, when the last light is put out, an apparition will make an appearance. At the end of the gathering, it is customary to participate in the curse eliminating ritual.



Altre volte in questo blog ho parlato degli yōkai o yōukai (妖怪), creature mitologiche giapponesi, il cui termine dovrebbe tradursi come “apparizioni (kai) che attraggono (you)”. Spesso e volentieri il termine è genericamente semplicato con “dèmoni” (e di fatto alcuni di essi lo sono) ma più precisamente si riferisce a una miriade di esseri bizzarri e grotteschi che sembrano molto più propensi a fare scherzi burloni che a nuocere seriamente. Parlando di yōkai avrò senz’altro già ammesso in passato che poco essi hanno a che fare con la logica di questo blog (che dovrebbe teoricamente essere incentrato sul gotico) ma come credo sia ormai evidente, la mia passione per il folklore e per la cultura orientale, giapponese in particolare, mi spinge a fare delle eccezioni. Questa è una di quelle.

mercoledì 26 ottobre 2011

Kakashi

Kakashi nasce dalla fantasia di Ito Junji (伊藤潤二), uno dei più famosi autori di manga-horror giapponesi, divenuto precocemente famoso grazie alla sua opera prima, un'agghiacciante racconto intitolato  Tomie (富江), divenuto poi cult e saga di successo ispirando addirittura otto film. "La peculiarità della narrazione di Ito Junji è di mostrare eventi imprevedibili e sconcertanti che scaturiscono da situazioni normali e 'deviazioni' che si manifestano in forme inconcepibili e traumatizzanti. Ogni tentativo di dare un senso a tali eventi non fa che accelerare il passo dell'incauto razioncinatore verso la follia" (Citazione tratta dalla biografia dell'autore nel volume di Tomie - Hazard Edizioni).
Il manga è divenuto ben presto (nello stesso anno della sua realizzazione, il 2001) anche un film, diretto da Norio Tsuruta (鶴田法男),  lo stesso regista del visionario Premonition (予言, Yogen) e del superfluo Ring 0: Birthday (リング0 バースデイ Ringu 0: Bāsudei).

La storia ha il grosso merito di introdurci la leggenda del Kakashi che altro non è se non lo spaventapasseri, queste strane e bizzarre figure a braccia aperte, vestite di vecchi abiti dismessi, che piazzate in mezzo alle coltivazioni, avevano un tempo il compito di spaventare non tanto gli innocenti passeri, quanto i corvi (come rende meglio il termine inglese Scarecrow). Erano, quindi, l’evidente testimonianza della lotto dell’uomo contro i pericoli della natura rispetto al bene più prezioso di cui disponeva per assicurare il sostentamento della famiglia. Gli spaventapasseri hanno ispirato nei secoli fiabe, miti e leggende, non limitandosi quindi al loro compito anti-volatili, bensì rappresentando un potente amuleto contro gli spiriti e le forze del male.
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