sabato 4 aprile 2026

J-horror Theatre #6: Kyōfu

Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un senso indelebile nel cosiddetto fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”, rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.

***

Siamo giunti ai titoli di coda di questo mini-speciale “J-Horror Theatre” e, a proposito di titoli di coda, non erano ancora partiti quelli di “The Sylvian Experiment” (in originale “Kyofu”, che letteralmente significa “Paura”) che già mi stavo precipitando in rete per cercare di capire se c’era una base scientifica dietro ciò a cui avevo appena assistito. Ho detto “scientifica”? No, in realtà intendevo riferirmi a qualcosa che ha più il sapore di una teoria tutta da verificare, ma abbastanza interessante da solleticare la mia curiosità, anche perché l’argomento in questione ha sempre destato il mio interesse, come i miei lettori di lungo corso potranno facilmente intuire proseguendo nella lettura. 
Partiamo dal termine “Sylvian” inserito nel titolo internazionale. Si fa riferimento alla cosiddetta “fissura silviana”, altrimenti nota come “scissura laterale di Silvio” dal nome del medico olandese Franciscus de le Boë Sylvius che per primo la descrisse nel 1663 nella sua opera "Disputationem Medicarum". 
Nel rimandarvi a qualsiasi enciclopedia per i dettagli, in questa sede mi limito a dire che si tratta, in estrema sintesi, di una struttura anatomica situata nel cervello, precisamente nell'emisfero cerebrale laterale, che separa i lobi temporale e frontale. È una delle fessure principali del cervello umano ed è coinvolta in molte funzioni cognitive, tra cui l'elaborazione sensoriale e la comunicazione tra diverse aree cerebrali. Ciò che il medico olandese certamente non poteva immaginare è che la fessura di Sylvian sarebbe stata identificata (ma su questo punto c’è da discutere) come la regione del cervello responsabile, se stimolata elettricamente in una certa maniera, delle visioni allucinogene e delle cosiddette percezioni "paranormali", oltre che, in parte, delle alterazioni specifiche del sé corporeo, come per esempio la sensazione che il corpo sia diviso in due, l'esperienza di avere un arto aggiuntivo, ma anche di ciò che i neurologi definiscono una "illusory shadow person", fenomeno anche noto come doppelgänger o gemello maligno. 

È esattamente questo lo spunto su cui si basa il lungometraggio di Hiroshi Takahashi, già autore della sceneggiatura del “Ring-u” originale di Hideo Nakata, nonché di un sequel, un prequel e di ben due reboot a stelle e strisce della stessa saga. Uno spunto interessante, ma già dalle prime scene si comprende come il regista abbia voluto spingersi un po’ più in là, attribuendo a quella particolare area del cervello potenzialità verso le quali nemmeno il più fantasioso dei ricercatori ha mai osato spingersi. Detto tra noi, quest’ultimo capitolo della serie “J-Horror Theatre” non era quello che più fremevo per guardare, proprio perché, oltre a essere uscito 3 anni dopo l'ultimo film della serie (il che lo rende un’anomalia), non è stato diretto da un grande nome dell'industria J-Horror. Senza contare, ma questo è un purismo, che è l'unico titolo della serie privo del suffisso "-tion" (dopo "Infection", "Premonition", "Reincarnation", "Retribution" e "Apparition").

Dopo aver preso visione, assieme al marito, di una vecchia bobina contenente la registrazione di alcuni esperimenti sul cervello umano svolti durante la Seconda Guerra Mondiale, la dottoressa Hattori inizia a perseguire il desiderio di scoprire cosa “vede” una persona nell’istante esatto della propria morte e di capire, al contempo, se esiste davvero un Aldilà in cui le persone "rinascono". Quale miglior soggetto poteva mai scegliere l’estrosa ricercatrice per un esperimento del genere? Un porcellino d’india? Una rana? Niente di tutto ciò. Sceglie una delle sue figlie, Miyuki, e lo fa mettendo in piedi a sua insaputa un tranello che, lo scopriremo abbastanza presto, appare totalmente irrazionale. 

Miyuki è un’adolescente problematica, una di quelle ragazzine giapponesi i cui turbamenti finiscono per persuaderla che il suicidio sia l’unica soluzione. Assieme ad altri adolescenti (Kazochi, Takumi e Rieko), conosciuti su uno di quegli orribili forum dove ci si accorda per farsi coraggio a vicenda, e andarsene magari mano nella mano, Miyuki fa il grande passo. I quattro si recano in auto in un posto isolato, e con il classico tubo di gomma che fa sempre comodo in queste circostanze decidono di soffocarsi con i gas di scarico. 
Ma l’imprevedibile si manifesta: uno dei ragazzi è complice della malefica luminare, nonché snaturata genitrice di Miyuki, e così, non appena tutti perdono conoscenza, alcuni loschi figuri emergono dal nulla, caricano gli adolescenti nel loro furgone nero e li trasferiscono in una specie di ospedale abbandonato che già di suo non promette nulla di buono. A suo risveglio Miyuki trova una tizia vestita da infermiera che le fa credere di essere morta e che quello che vede attorno a lei è l’Aldilà. 

Non è chiarissimo se la presenza della figlia su quell’auto rientrasse nei piani della ricercatrice, ma è un dato di fatto che quest’ultima, da lì a poco, non esiterà a farla accomodare sul lettino operatorio. Tutto sommato, mi viene da dire, la ragazza sarebbe comunque morta per mano propria, per cui c’è anche chi avrà pensato che valesse la pena sfruttare la gustosa opportunità. 
Ad ogni modo, in un impeto di amore materno Hattori decide di svegliare Miyuki a metà operazione per rivelarle che non è affatto morta, ma che sta prendendo parte a un esperimento illegale per sbloccare il vero potenziale del cervello umano e innescare il passo successivo, qualunque cosa ciò voglia dire, del processo evolutivo. Pronunciate queste commoventi parole, Hattori riprende a ravanarle nella calotta cranica. Ma questo è ovviamente solo l’inizio. 
I riflettori si spostano a questo punto sull’altra figlia, Kaori, che nel frattempo ha già iniziato a indagare sulla misteriosa scomparsa della sorella. Nell’impresa è affiancata dal fidanzato di Miyuki, Motojima, e dal detective Hirasawa. Le ricerche partono dall’appartamento di Miyuki, dove un dirimpettaio sostiene di aver visto una figura muoversi al suo interno nei giorni successivi alla scomparsa della giovane. 

A questo punto tutto diventa piuttosto confuso e, non lo nego, in parte potrebbe essere anche una mia responsabilità. In pratica Kaori si rende conto di aver solo sognato di essere in quell'appartamento, di aver lì visto una luce bianca al suo interno e di aver sentito Miyuki chiederle di interrompere le ricerche perché ormai "non è più sua sorella". In pratica, tra strani effetti luminosi, strani dialoghi, simbolismi vari e molteplici linee narrative che divergono su diversi piani spaziali e temporali, la comprensione di quanto sta scorrendo davanti ai nostri occhi diventa, col trascorrere dei minuti, una sfida sempre più impossibile. 

Diciamo anche che il regista non ci aiuta affatto a tenere il passo con gli avvenimenti e se ci distraiamo anche solo per due minuti diventa estremamente difficile recuperare il bandolo della matassa. Quel che resta, al termine della visione, è la strana sensazione che il regista abbia girato una serie di frammenti del tutto scollegati tra loro che, in fase di montaggio, non avendo altri indizi, i tecnici hanno poi ricomposto seguendo un ordine totalmente casuale (scartando magari qualche chilometro di pellicola che nessuno sapeva dove mettere). Detto in un altro modo, lo spettatore non ha alcun modo di orientarsi in quella che sembra essere una sceneggiatura scritta da un buontempone. 
Lo ripeto: magari è colpa mia, ma un po’ l’estetica, un po’ il ritmo lento, un po’ le interminabili divagazioni sulla vita oltre la morte, un po’ quella insistita tecnica di accavallare situazioni reali e allucinazioni, mi ha portato a credere che non ci fosse davvero nessun mistero da risolvere. E infatti i titoli di coda irrompono sullo schermo senza che vi sia stata una vera e propria chiusa; non dico uno spiegone, per carità, ma nemmeno un aggancio su cui riflettere una volta spente le luci in tutta la casa. 

Quel che resta è solo lo spunto iniziale, ovvero la “fissura silviana” del titolo, che incuriosisce e spinge lo spettatore a un piccolo lavoro di documentazione. Ed è esattamente quello che ho fatto, cercando indizi circa la relazione di quella specifica area del cervello umano con fenomeni di qualsiasi tipo. Ciò che ne emerso è che molte delle teorie che collegano anomalie della fissura silviana a esperienze paranormali sono solo speculative e non supportate da prove scientifiche. Tuttavia, ci sono alcuni punti di interesse che si potrebbero esplorare: 
1. Anomalie cerebrali e percezione sensoriale: Alcuni fenomeni paranormali, come le allucinazioni o le percezioni extrasensoriali, sono talvolta attribuiti a disfunzioni o anomalie nel cervello. Se la fissura silviana o altre aree del cervello subiscono alterazioni, questo potrebbe influenzare la percezione sensoriale, portando a esperienze che vengono interpretate come paranormali. 
2. Neurologia e disturbi percettivi: Alcuni studi neurologici suggeriscono che anomalie in aree specifiche del cervello, come quelle coinvolte nell'elaborazione del linguaggio e delle emozioni, possano portare a fenomeni come percezioni distorte, illusioni o esperienze mistiche, talvolta descritte come paranormali. In questo contesto, il funzionamento della fissura silviana potrebbe essere un fattore che influenza questi fenomeni. 
3. Esperienze di "incontri" o "presenze”: In alcuni casi di esperienze percepite come paranormali, i soggetti riferiscono sensazioni di presenza o percezioni visive e uditive che potrebbero derivare da un'attività anomala in aree del cervello tra cui la fissura silviana. Tuttavia, queste esperienze sono generalmente spiegate da processi neurologici, come il malfunzionamento dell'area che gestisce l'integrazione sensoriale, anziché da cause sovrannaturali. Tirando le somme, e qui mi ripeto, non c'è evidenza scientifica che stabilisca una connessione diretta tra fissura silviana e fenomeni paranormali. Le esperienze che vengono definite paranormali possono spesso essere spiegate tramite studi neurologici e psicologici che osservano il modo in cui il cervello interpreta e reagisce agli stimoli, anche in condizioni di alterazione o stress. 

Ma il film? Promosso o bocciato? È molto difficile giudicare, perché l’argomento è a suo modo molto attraente, senza contare che sono stati sfiorati temi importanti come quello riguardante gli esperimenti condotti dai giapponesi sui prigionieri di guerra nel corso della Seconda Guerra Mondiale, o come quello del tasso di suicidi tra gli adolescenti in Giappone. Purtroppo, lo sforzo richiesto allo spettatore per mantenere alta l’attenzione rende “The Sylvian Experiment” un’esperienza, diciamo così, “migliorabile”.


Il presente articolo è parte di un vasto progetto che ho voluto chiamare Hyakumonogatari Kaidankai (A Gathering of One Hundred Supernatural Tales) in onore di un vecchio gioco popolare risalente al Giappone del periodo Edo (1603-1868) e, di  tale progetto,  esso rappresenta la parte 63 in un totale di 100.
Se volete saperne di più vi invito innanzitutto a leggere l'articolo introduttivo e a visitare la pagina statica dedicata, nella quale potrete trovare l'elenco completo degli articoli sinora pubblicati. Buona lettura! P.S.: Possiamo spegnere la 59° candela...

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