Il nome di Takashige Ichinose (1961-) potrà non dire molto alla maggior parte di voi, ma nelle
vesti di produttore cinematografico ha indubbiamente lasciato un senso indelebile nel cosiddetto
fenomeno J-Horror. La sua società di produzione, la Oz Company Ltd., che ahimè ha dichiarato
fallimento nel 2012, ha apposto la propria firma sui più grandi classici del genere, dalla saga di
Ring-u (partita nel 1998) a quella di Ju-On (partita nel 2000). Spinto dal travolgente successo delle
sue produzioni, nel 2004 Takashige Ichinose decise di reclutare sei noti registi per realizzare
un’antologia senza precedenti da distribuire sotto l'egida di J-Horror Theatre. I nomi di quei registi
erano Masayuki Ochiai, Norio Tsuruta, Takashi Shimizu, Kiyoshi Kurosawa, Hideo Nakata e
Hiroshi Takahashi. I titoli da loro proposti “Kansen”, “Yogen”, “Rinne”, Sakebi”, “Kaidan” e “Kyōfu”,
rispettivamente. In questa serie di articoli andremo ad analizzarli a uno a uno.
***
Siamo giunti ai titoli di coda di questo mini-speciale “J-Horror Theatre” e, a proposito di titoli di
coda, non erano ancora partiti quelli di “The Sylvian Experiment” (in originale “Kyofu”, che
letteralmente significa “Paura”) che già mi stavo precipitando in rete per cercare di capire se c’era
una base scientifica dietro ciò a cui avevo appena assistito. Ho detto “scientifica”? No, in realtà
intendevo riferirmi a qualcosa che ha più il sapore di una teoria tutta da verificare, ma abbastanza
interessante da solleticare la mia curiosità, anche perché l’argomento in questione ha sempre
destato il mio interesse, come i miei lettori di lungo corso potranno facilmente intuire proseguendo
nella lettura.
Partiamo dal termine “Sylvian” inserito nel titolo internazionale. Si fa riferimento alla cosiddetta
“fissura silviana”, altrimenti nota come “scissura laterale di Silvio” dal nome del medico olandese
Franciscus de le Boë Sylvius che per primo la descrisse nel 1663 nella sua opera
"Disputationem Medicarum".
Nel rimandarvi a qualsiasi enciclopedia per i dettagli, in questa sede
mi limito a dire che si tratta, in estrema sintesi, di una struttura anatomica situata nel cervello,
precisamente nell'emisfero cerebrale laterale, che separa i lobi temporale e frontale. È una delle
fessure principali del cervello umano ed è coinvolta in molte funzioni cognitive, tra cui
l'elaborazione sensoriale e la comunicazione tra diverse aree cerebrali.
Ciò che il medico olandese certamente non poteva immaginare è che la fessura di Sylvian sarebbe
stata identificata (ma su questo punto c’è da discutere) come la regione del cervello responsabile,
se stimolata elettricamente in una certa maniera, delle visioni allucinogene e delle cosiddette
percezioni "paranormali", oltre che, in parte, delle alterazioni specifiche del sé corporeo, come per
esempio la sensazione che il corpo sia diviso in due, l'esperienza di avere un arto aggiuntivo, ma
anche di ciò che i neurologi definiscono una "illusory shadow person", fenomeno anche noto come
doppelgänger o gemello maligno.
È esattamente questo lo spunto su cui si basa il lungometraggio di Hiroshi Takahashi, già autore
della sceneggiatura del “Ring-u” originale di Hideo Nakata, nonché di un sequel, un prequel e di
ben due reboot a stelle e strisce della stessa saga. Uno spunto interessante, ma già dalle prime
scene si comprende come il regista abbia voluto spingersi un po’ più in là, attribuendo a quella
particolare area del cervello potenzialità verso le quali nemmeno il più fantasioso dei ricercatori ha
mai osato spingersi. Detto tra noi, quest’ultimo capitolo della serie “J-Horror Theatre” non era
quello che più fremevo per guardare, proprio perché, oltre a essere uscito 3 anni dopo l'ultimo film
della serie (il che lo rende un’anomalia), non è stato diretto da un grande nome dell'industria J-Horror. Senza contare, ma questo è un purismo, che è l'unico titolo della serie privo del suffisso "-tion" (dopo "Infection", "Premonition", "Reincarnation", "Retribution" e "Apparition").
Dopo aver preso visione, assieme al marito, di una vecchia bobina contenente la registrazione di
alcuni esperimenti sul cervello umano svolti durante la Seconda Guerra Mondiale, la dottoressa
Hattori inizia a perseguire il desiderio di scoprire cosa “vede” una persona nell’istante esatto della
propria morte e di capire, al contempo, se esiste davvero un Aldilà in cui le persone "rinascono".
Quale miglior soggetto poteva mai scegliere l’estrosa ricercatrice per un esperimento del genere?
Un porcellino d’india? Una rana? Niente di tutto ciò. Sceglie una delle sue figlie, Miyuki, e lo fa
mettendo in piedi a sua insaputa un tranello che, lo scopriremo abbastanza presto, appare
totalmente irrazionale.
Miyuki è un’adolescente problematica, una di quelle ragazzine giapponesi i cui turbamenti
finiscono per persuaderla che il suicidio sia l’unica soluzione. Assieme ad altri adolescenti
(Kazochi, Takumi e Rieko), conosciuti su uno di quegli orribili forum dove ci si accorda per farsi
coraggio a vicenda, e andarsene magari mano nella mano, Miyuki fa il grande passo. I quattro si
recano in auto in un posto isolato, e con il classico tubo di gomma che fa sempre comodo in
queste circostanze decidono di soffocarsi con i gas di scarico.
Ma l’imprevedibile si manifesta: uno
dei ragazzi è complice della malefica luminare, nonché snaturata genitrice di Miyuki, e così, non
appena tutti perdono conoscenza, alcuni loschi figuri emergono dal nulla, caricano gli adolescenti
nel loro furgone nero e li trasferiscono in una specie di ospedale abbandonato che già di suo non
promette nulla di buono. A suo risveglio Miyuki trova una tizia vestita da infermiera che le fa
credere di essere morta e che quello che vede attorno a lei è l’Aldilà.
Non è chiarissimo se la presenza della figlia su quell’auto rientrasse nei piani della ricercatrice, ma
è un dato di fatto che quest’ultima, da lì a poco, non esiterà a farla accomodare sul lettino
operatorio. Tutto sommato, mi viene da dire, la ragazza sarebbe comunque morta per mano
propria, per cui c’è anche chi avrà pensato che valesse la pena sfruttare la gustosa opportunità.
Ad
ogni modo, in un impeto di amore materno Hattori decide di svegliare Miyuki a metà operazione
per rivelarle che non è affatto morta, ma che sta prendendo parte a un esperimento illegale per
sbloccare il vero potenziale del cervello umano e innescare il passo successivo, qualunque cosa
ciò voglia dire, del processo evolutivo. Pronunciate queste commoventi parole, Hattori riprende a
ravanarle nella calotta cranica. Ma questo è ovviamente solo l’inizio.
I riflettori si spostano a questo punto sull’altra figlia, Kaori, che nel frattempo ha già iniziato a
indagare sulla misteriosa scomparsa della sorella. Nell’impresa è affiancata dal fidanzato di Miyuki,
Motojima, e dal detective Hirasawa. Le ricerche partono dall’appartamento di Miyuki, dove un
dirimpettaio sostiene di aver visto una figura muoversi al suo interno nei giorni successivi alla
scomparsa della giovane.
A questo punto tutto diventa piuttosto confuso e, non lo nego, in parte potrebbe essere anche una
mia responsabilità. In pratica Kaori si rende conto di aver solo sognato di essere in
quell'appartamento, di aver lì visto una luce bianca al suo interno e di aver sentito Miyuki chiederle
di interrompere le ricerche perché ormai "non è più sua sorella".
In pratica, tra strani effetti luminosi, strani dialoghi, simbolismi vari e molteplici linee narrative che
divergono su diversi piani spaziali e temporali, la comprensione di quanto sta scorrendo davanti ai
nostri occhi diventa, col trascorrere dei minuti, una sfida sempre più impossibile.
Diciamo anche
che il regista non ci aiuta affatto a tenere il passo con gli avvenimenti e se ci distraiamo anche solo
per due minuti diventa estremamente difficile recuperare il bandolo della matassa. Quel che resta,
al termine della visione, è la strana sensazione che il regista abbia girato una serie di frammenti
del tutto scollegati tra loro che, in fase di montaggio, non avendo altri indizi, i tecnici hanno poi
ricomposto seguendo un ordine totalmente casuale (scartando magari qualche chilometro di
pellicola che nessuno sapeva dove mettere). Detto in un altro modo, lo spettatore non ha alcun
modo di orientarsi in quella che sembra essere una sceneggiatura scritta da un buontempone.
Lo ripeto: magari è colpa mia, ma un po’ l’estetica, un po’ il ritmo lento, un po’ le interminabili
divagazioni sulla vita oltre la morte, un po’ quella insistita tecnica di accavallare situazioni reali e
allucinazioni, mi ha portato a credere che non ci fosse davvero nessun mistero da risolvere. E
infatti i titoli di coda irrompono sullo schermo senza che vi sia stata una vera e propria chiusa; non
dico uno spiegone, per carità, ma nemmeno un aggancio su cui riflettere una volta spente le luci in
tutta la casa.
Quel che resta è solo lo spunto iniziale, ovvero la “fissura silviana” del titolo, che
incuriosisce e spinge lo spettatore a un piccolo lavoro di documentazione. Ed è esattamente quello
che ho fatto, cercando indizi circa la relazione di quella specifica area del cervello umano con
fenomeni di qualsiasi tipo. Ciò che ne emerso è che molte delle teorie che collegano anomalie
della fissura silviana a esperienze paranormali sono solo speculative e non supportate da prove
scientifiche. Tuttavia, ci sono alcuni punti di interesse che si potrebbero esplorare:
1. Anomalie cerebrali e percezione sensoriale: Alcuni fenomeni paranormali, come le
allucinazioni o le percezioni extrasensoriali, sono talvolta attribuiti a disfunzioni o anomalie nel
cervello. Se la fissura silviana o altre aree del cervello subiscono alterazioni, questo potrebbe
influenzare la percezione sensoriale, portando a esperienze che vengono interpretate come
paranormali.
2. Neurologia e disturbi percettivi: Alcuni studi neurologici suggeriscono che anomalie in aree
specifiche del cervello, come quelle coinvolte nell'elaborazione del linguaggio e delle emozioni,
possano portare a fenomeni come percezioni distorte, illusioni o esperienze mistiche, talvolta
descritte come paranormali. In questo contesto, il funzionamento della fissura silviana potrebbe
essere un fattore che influenza questi fenomeni.
3. Esperienze di "incontri" o "presenze”: In alcuni casi di esperienze percepite come
paranormali, i soggetti riferiscono sensazioni di presenza o percezioni visive e uditive che
potrebbero derivare da un'attività anomala in aree del cervello tra cui la fissura silviana. Tuttavia,
queste esperienze sono generalmente spiegate da processi neurologici, come il malfunzionamento
dell'area che gestisce l'integrazione sensoriale, anziché da cause sovrannaturali.
Tirando le somme, e qui mi ripeto, non c'è evidenza scientifica che stabilisca una connessione
diretta tra fissura silviana e fenomeni paranormali. Le esperienze che vengono definite paranormali
possono spesso essere spiegate tramite studi neurologici e psicologici che osservano il modo in
cui il cervello interpreta e reagisce agli stimoli, anche in condizioni di alterazione o stress.
Ma il film? Promosso o bocciato? È molto difficile giudicare, perché l’argomento è a suo modo
molto attraente, senza contare che sono stati sfiorati temi importanti come quello riguardante gli
esperimenti condotti dai giapponesi sui prigionieri di guerra nel corso della Seconda Guerra
Mondiale, o come quello del tasso di suicidi tra gli adolescenti in Giappone. Purtroppo, lo sforzo
richiesto allo spettatore per mantenere alta l’attenzione rende “The Sylvian Experiment”
un’esperienza, diciamo così, “migliorabile”.
Il presente articolo è parte di un vasto progetto che ho voluto chiamare Hyakumonogatari Kaidankai (A Gathering of One Hundred Supernatural Tales) in onore di un vecchio gioco popolare risalente al Giappone del periodo Edo (1603-1868) e, di tale progetto, esso rappresenta la parte 63 in un totale di 100.
Se volete saperne di più vi invito innanzitutto a leggere l'articolo introduttivo e a visitare la pagina statica dedicata, nella quale potrete trovare l'elenco completo degli articoli sinora pubblicati. Buona lettura! P.S.: Possiamo spegnere la 59° candela...





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