mercoledì 27 aprile 2011

Le tre madri

La storia delle Tre Madri comincia all'alba dell'XI secolo, quando tre sorelle crearono la pericolosa arte della stregoneria sulle coste del Mar Nero. Negli anni che seguirono, queste perfide donne vagarono per il mondo accumulando grandi ricchezze e poteri, e seminando morte al loro passaggio.
Nel tardo XIX secolo le donne commissionarono all'architetto italiano Emilio Varelli, che all'epoca viveva a Londra, di progettare e costruire per loro tre dimore, poste in tre luoghi diversi del mondo: Friburgo, Roma e New York. È da queste dimore che le Tre Madri dominano il mondo con il dolore, con le lacrime e con le tenebre. Un amico di Varelli, dopo aver trovato alcuni frammenti del suo diario, scritti in latino, ne fa un libro intitolato "Le Tre Madri": il libro inizia con la precisazione che quanto narrato è tutto reale, e in particolare che l'architetto scoprì troppo tardi la natura malvagia delle tre donne. Le case che egli ha progettato divennero dunque così corrotte che la terra dove erano costruite divenne mortifera e pestilenziale: uno sgradevole e agrodolce odore di malvagità pervade le aree circostanti ciascuna casa.

Non so quanto mi costerà rompere ciò che noi alchimisti abbiamo sempre chiamato Silentium. L'esperienza dei nostri confratelli ci ammonisce a non turbare le menti profane con la nostra sapienza. Io, Varelli, architetto in Londra, ho conosciuto "Le Tre Madri" e per loro ho creato e costruito tre dimore: una a Roma, una a New York e l'altra a Friburgo, in Germania. Solo troppo tardi scoprii che da questi tre punti esse dominano il mondo col dolore, con le lacrime e con le tenebre. Mater Suspiriorum, Madre dei Sospiri, la più anziana delle tre, abita a Friburgo. Mater Lacrimarum, Madre delle Lacrime, la più bella, governa a Roma. Mater Tenebrarum, la più giovane e la più crudele, impera su New York. E io ho costruito le loro sedi oscene, scrigni dei loro segreti. Madri, matrigne che non partoriscono la vita, sorelle, signore degli orrori della nostra umanità.
Gli uomini cadendo in errore le chiamano con un unico e tremendo nome, ma in principio tre erano le madri come tre erano le sorelle, tre le muse, tre le grazie, tre le parche, tre le furie. La terra dove le case sono costruite diviene mortifera e pestilenziale così che gli edifici intorno e a volte l'intero quartiere ne maleodorano, questa è la prima chiave per aprire il loro segreto. La seconda chiave per scoprire il venefico segreto delle tre sorelle è occultata nei sotterranei delle loro dimore, lì troverai l'immagine dell'abitante della casa, lì è la seconda chiave. La terza è sotto la suola delle tue scarpe.

Delle Tre Madri ci parla anche Thomas de Quincey nel 1845 nel suo libro "Suspiria de profundis" (ovvero "Sospiri dal profondo"). Il libro si basa su alcuni sogni fatti dall'autore il quale scrisse lo scrisse dopo una visita a Milano e un soggiorno nella casa dei conti Imbonati (in piazza San Fedele), incuriosito dalla storia di fantasmi e maledizioni che facevano di casa Imbonati una casa stregata. Tra le pagine del libro, si fa largo un sogno fatto da de Quincey quando ancora si trovava ad Oxford. L'autore sostiene di aver sognato la dea latina Levana, che gli presentava tre donne, le "Nostre Signore del Dolore". Esse hanno tre nomi latini: la prima, la maggiore, si chiama Mater Lacrimarum, "Nostra Signora delle Lacrime"; la seconda delle sorelle è Mater Suspiriorum, "Nostra Signora dei Sospiri"; la terza, la più giovane, è Mater Tenebrarum: "Nostra Signora delle Tenebre".

La maggiore delle tre è chiamata Mater Lacrimarum, Nostra Signora delle Lacrime. È lei che notte e giorno delira e geme, invocando volti scomparsi. Ella fu a Roma, quando si udì un suono di lamenti: Rachele che piangeva i suoi figli, rifiutando ogni conforto. Ella pia), che salì a Dio non meno improvvisamente e lasciò dietro a sé una tenebra non meno profonda. È grazie al potere di queste chiavi che Nostra Signora delle Lacrime s'insinua, intrusa spettrale, nelle camere degli fu a Betlemme nella notte in cui la spada di Erode spazzò dalle sue case gli Innocenti e si irrigidirono per sempre i piccoli piedi che trotterellando per le stanze svegliavano nel cuore dei familiari palpiti di amore non inosservati in cielo. I suoi occhi sono di volta in volta dolci e astuti, intensi e assonnati; spesso si levano verso le nubi; spesso sfidano il cielo. Porta sul capo un diadema. E dai ricordi dell'infanzia sapevo che ella poteva allontanarsi sui venti quando udiva il singhiozzare delle litanie, o il tuonare degli organi o quando osservava l'adunarsi delle nubi estive. È questa sorella, la maggiore, che porta alla cintura chiavi più che apostoliche che aprono ogni capanna e ogni palazzo. So che ella sedette tutta la scorsa estate al capezzale del mendicante cieco, quello con cui così spesso e volentieri mi fermavo a parlare, e la cui pia figliuola di otto anni, dal volto luminoso, resisteva alle tentazioni dei giochi e dell'allegria del villaggio per camminare tutto il giorno lungo le strade polverose col suo infelice padre. Per questo atto, Dio le inviò una grande ricompensa. Nella primavera dell'anno e quando anche la sua primavera germogliava, Egli la richiamò a sé. Ma il padre cieco la piange in eterno; ancora egli sogna ad alta notte che la piccola mano che lo guidava è stretta nella sua; e ancora si sveglia in una tenebra che è ora avvolta in una seconda tenebra più profonda. La stessa Mater Lacrimarum ha anche trascorso tutto questo inverno 1844-45 nella camera dello Zar a rievocargli l'immagine di una figlia (non meno uomini insonni, delle donne insonni, dei bambini insonni, dal Gange al Nilo, dal Nilo al Mississippi.

La seconda delle sorelle è chiamata Mater Suspiriorum, Nostra Signora dei Sospiri. Non scala mai le nuvole, né si allontana sui venti. Non porta diadema. E i suoi occhi, se pur qualcuno potesse vederli, non sarebbero né dolci né astuti; nessun mortale saprebbe leggere in essi la loro storia; li troverebbe pieni di sogni morenti e relitti di estasi dimenticate. Ma ella non alza gli occhi; il suo capo, su cui è posato un turbante in brandelli, è in eterno reclinato, è in eterno nella polvere. Non piange, non geme. Ma sospira impercettibilmente a intervalli. Sua sorella, Madonna, è spesse volte tempestosa e frenetica, inveisce a gran voce contro il cielo e chiede che le rendano i suoi cari. Ma Nostra Signora dei Sospiri non grida mai, non sfida mai, non sogna aspirazioni ribelli. È umile fino all'abiezione. La sua è la sottomissione di chi non spera. Può mormorare, ma solo in sogno. Può sussurrare, ma solo tra sé nella penombra. Brontola, talvolta, ma solo in luoghi solitari, desolati come lei è desolata, in città diroccate e quando il sole è sceso al suo riposo. Questa sorella è la visitatrice del paria, dell'ebreo, dello schiavo al remo nelle galere mediterranee; del criminale inglese nell'isola di Norfolk, cancellato dal libro dei ricordi nella dolce, lontana Inghilterra; di chi si è pentito ormai invano e sempre ritorna con lo sguardo a una tomba solinga che gli appare come l'altare demolito di un passato e sanguinoso sacrificio, altare su cui ogni offerta è ormai vana, sia per implorare il perdono, sia per tentare una riparazione. Ogni schiavo che a mezzodì guardi il sole tropicale con timido rimprovero, mentre con una mano addita la terra, nostra madre comune ma per lui matrigna, e con l'altra addita la Bibbia, nostra maestra comune, ma sigillata e a lui preclusa; ogni donna che sieda nelle tenebre, senza amore che la protegga, senza speranza che illumini la sua solitudine, perché i divini istinti che accendono nella sua natura i germi di quei santi affetti posti da Dio nel suo seno di donna, sono stati soffocati dalle esigenze sociali e si consumano ora inutilmente ardendo tetri, come le lampade negli antichi sepolcri; ogni monaca defraudata della sua primavera, che più non ritorna, da parenti malvagi che Dio giudicherà; ogni prigioniero in ogni carcere; tutti quelli che sono traditi e tutti quelli che sono respinti; i reietti dalla legge della tradizione e i figli della disgrazia ereditaria: tutti costoro si accompagnano a Nostra Signora dei Sospiri. Anch'ella porta una chiave ma ne ha poco bisogno. Poiché ella regna soprattutto fra le tende di Seni e fra i vagabondi senza casa di ogni paese. Pure ella trova albergo fra gli uomini di più alto rango; e perfino nella gloriosa Inghilterra vi sono alcuni che di fronte al mondo portano la testa alta come la renna superba, eppure in segreto hanno ricevuto il suo marchio sulla fronte.

Ma la terza sorella, che è anche la più giovane ...! Ssst! Abbassiamo la voce quando parliamo di lei. Il suo regno non è grande, altrimenti non vi sarebbe più vita; ma dentro quel regno il suo potere è assoluto. Il suo capo, coronato di torri come quello di Cibele, si erge fin quasi a celarsi allo sguardo. Non si china mai; e i suoi occhi sollevandosi così in alto potrebbero esser nascosti dalla distanza. Ma, quali essi sono, non possono essere nascosti; attraverso il triplice velo di crespo che ella porta, la fiera luce di un'ardente sofferenza, che mai non ha posa al mattutino o ai vespri, al mezzodì o alla mezzanotte, alla marea crescente o alla marea calante, può esser veduta da terra. Ella sfida Iddio. Ella è anche la madre delle follie; l'ispiratrice dei suicidi. Molto si affondano le radici del suo potere; ma ristretto è il numero di coloro su cui domina. Poiché ella può avvicinare solo coloro in cui una natura profonda è stata sconvolta da un'intima convulsione; coloro in cui il cuore trema e il cervello vacilla sotto i colpi combinati di tempeste interne ed esterne. Madonna si muove con passi incerti, rapidi o lenti, ma sempre con tragica grazia. Nostra Signora dei Sospiri si trascina timida e furtiva. Ma questa più giovane sorella si muove con moti imprevedibili, a scatti e con salti da tigre. Non porta chiavi; poiché sebbene venga di rado fra gli uomini apre a forza tutte le porte che le è permesso di varcare. Il suo nome è Mater Tenebrarum, Nostra Signora delle Tenebre.

Anche in altre opere troviamo la ricorrenza di tre madri:

Klimt dipinse "il fregio di beethoven" in cui appaiono le tre figlie del vizio, le gorgoni, lussuria-impudicizia-intemperanza, malattia-follia-morte. Le Gorgoni sono figure della mitologia greca, erano figlie di Forco e di Ceto. Erano tre sorelle, Steno, Euriale e Medusa. Di aspetto mostruoso, avevano ali d'oro, mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli e chiunque le guardasse direttamente negli occhi rimaneva pietrificato. La gorgone per antonomasia era Medusa, unica mortale fra le tre e loro regina, che, per volere di Persefone, era la custode degli Inferi. Le Gorgoni rappresentavano la perversione nelle sue tre forme: Euriale rappresentava la perversione sessuale, Steno la perversione morale e Medusa la perversione intellettuale. Il mito narra che Perseo, avendo ricevuto l'ordine di consegnare la testa di Medusa a Polidette, signore dell'isola di Serifo, si recò prima presso le Graie, sorelle delle Gorgoni, costringendole a indicargli la via per raggiungere le Ninfe. Da queste ricevette sandali alati, una bisaccia e un elmo che rendeva invisibili, doni ai quali si aggiunsero, uno specchio da parte di Atena e un falcetto da parte di Ermes. Così armato, Perseo volò contro le Gorgoni e, mentre erano addormentate, guardandone l'immagine nello specchio divino di Atena per evitare di rimanere pietrificato, tagliò la testa a Medusa e la chiuse subito nella bisaccia delle Graie. Dal tronco decapitato di Medusa uscirono, insieme ai fiotti di sangue, il cavallo alato Pegaso e Crisaore, padre di Gerione. Perseo donò la testa della gorgone alla dea Atena, la quale la fissò al centro del proprio scudo per terrorizzare i nemici.

Nei Vangeli Gesù cade tre volte mentre porta la croce e ai piedi della sua croce appaiono le tre marie, figure abbastanza misteriose di cui non si conosce bene la storia e la loro provenienza. Tutti i quattro Vangeli canonici riportano il racconto della crocifissione di Gesù, ma attraverso narrazioni diverse tra loro; questa diversificazione riguarda anche il particolare delle tre Marie:
Matteo (27,55-56) presenta tre donne ai piedi della croce: due di esse si chiamano Maria (Maria di Magdala e la madre di Giacomo e Giuseppe), della terza non viene riferito il nome. La madre di Gesù non viene ricordata.
Marco (15,40-41) riferisce anch'egli di tre donne: due di esse si chiamano Maria (Maria di Magdala e la madre di Giacomo e Ioses); la terza si chiama Salome. Neanche Marco ricorda la madre di Gesù. La sostanziale identità tra i racconti di Marco e Matteo si spiega con il fatto che (secondo la nota teoria delle due fonti) Matteo avrebbe usato Marco come fonte per la stesura del proprio testo
Luca (23,49) ricorda semplicemente che c'erano delle donne che assistevano alla scena, ma non riferisce né il loro numero, né il loro nome.
Giovanni (19,25), infine, presenta l'elenco di tre donne che si chiamano Maria: la madre di Gesù, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Quindi l'espressione tradizionale "tre Marie" deriva proprio da questo racconto di Giovanni.

Le tre streghe" del 1783, dipinto conservato nel Kunsthaus di Zurigo è una delle diverse versioni che Johann Heinrich Fussli (1741-1825) realizza del medesimo soggetto. Raffigurando le tre vecchie della tragedia di William Shakespeare raffigura la parte più misteriosa, collegata al mondo della magia e del fantastico. L'immaginario è sogno, il sogno è l'incubo. Tutto ciò è una bellezza di tipo sublime. L'ispirazione per il dipinto "Le tre streghe" è il Macbeth, atto I, scena III, versi 39-47, quando Banquo e Macbeth incontrano le streghe sulla piana e Banquo dice: “. . . What are these, So wither'd and so wild in their attire, That look not like th' inhabitants o' the earth, And yet are on't? Live you? or are you aught that man may question? You seem to understand me, by each at once her choppy finger laying Upon her skinny lips: you should be women, and yet your beards forbid me to interpret that you are so. ” (... E queste? così vizze e selvagge nell'aspetto... chi sono? non hanno nulla di terrestre, eppure stanno in terra. Siete vive? E un uomo può parlarvi? Mi capite sembra: poiché ciascuna a turno poggia il moncone del dito sulle labbra consulte. Donne vi si direbbe se non fosse per quella barba.). Le tre streghe del Macbeth sono colte identificate con le Norne della mitologia nordica, cioè le Dee del Destino. I loro nomi erano Urdhr "destino", Verdhandi "ciò che diviene" e Skuld "debito-colpa”. Stabilivano il destino degli uomini: la prima filava il tessuto della vita, la seconda dispensava i destini, stabilendone la durata, e la terza tagliava il filo al momento stabilito. Nessuno poteva opporsi alle loro decisioni, nemmeno gli dèi.
Nella storia di Siddharta appaiono tre figure femminili, le tre figlie di Mara che lo tentano proprio nel momento in cui sta per raggingere l'illuminazione, Siddharta seduto sotto un albero (l'albero della cabala ha numerologia 7, come i 7 stadi per arrivare all'illuminazione) deve superare queste tre donne come ultimo sforzo per abbandonare la vita terrena e passare ad un livello superiore.

"L'intero cosmo fu scosso dal Risveglio di Siddharta, e Mara, il re del male, fece ancora un tentativo per riattizzare il desiderio sessuale nel Buddha, che era comunque un uomo nel pieno della sua virilità. Mara inviò tre sue bellissime figlie per sedurre il Buddha, che rispose con un semplice gesto della mano, in grado di allontanare ogni tentazione."

7 commenti:

  1. oh ma guarda, sai che non lo sapevo che in arte erano presenti le tre madri? Quindi si deve essere una leggenda :)

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    1. Considera che mi sono preso la libertà di allargare un attimino il concetto delle tre madri. Sono partito dalla frase, recitata all'inzio del film, che dice "in principio tre erano le madri come tre erano le sorelle, tre le muse, tre le grazie, tre le parche, tre le furie" e da lì poi ho trovato mille analogie, spesso (lo ammetto) un poco forzate.
      Credo che Argento non si sia inventato nulla. L'unico personaggio davvero di fantasia pare sia l'architetto Varelli...

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  2. Ho sempre trovato Perseo un eroe sopravvalutato. Solo chiacchere e super-oggetti! Interessante però la ricorrenza di queste tre losche figure. Ancora una volta, devo manifestare la mia ignoranza; il film di Argento non l'ho visto.
    Tra parentesi, qual è la fonte sul numero delle muse? Su wiki riporta che secondo Erodoto sono ben nove!

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    1. Forse una semplificazione fatta apposta per "Inferno", o forse tre furono le Muse originali che successivamente si sono moltiplicate (magari nel passaggio dalla mitologia greca a quella romana). Sembrerebbe saperla lunga l'amministratore di questo blog qui in cui sono finito proprio adesso.

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    2. Però! Non pensavo ci fossero diverse generazioni di muse. Sono andato a riprendere Esiodo e lui, per esempio, parla solo delle muse olimpie (nove). Il punto è che non penso abbia senso riferirsi alle generazioni successive, probabilmente parlando di tre ci si riferisce alle muse dei titani in quanto primigenie e, se vogliamo, ispiratrici (e genitrici) delle nove canoniche. Però, sempre Esiodo, si riferisce a Mnemosune senza definirla musa. Non è chiaro quindi se non valga l'identificazione con Mneme o, più semplicemente, se nell'ortodossia del mondo classico era implicito considerare Muse solo le nove figlie di Zeus.

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    3. Ho appena trovato un sito (http://www.settemuse.it/arte/storia_muse_index.htm, pagina 6) dove collega le prime tre muse al culto della Dea Madre. In quest'ottica il discorso si chiude ed è abbastanza coerente. Non lo specifica, ma ho dato per scontato che queste tre siano le tre titanidi di cui parlavano nel blog che hai citato.
      Mi sa che è proprio da Esiodo in poi che si ha la canonizzazione di nove muse, con relative specializzazione. E poi le altre che seguiranno...

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