venerdì 6 dicembre 2013

Una gita a Barkerville (Pt.1)

Di tutti gli autori che hanno deciso di trattare del diverso e del mostruoso, Clive Barker è uno di quelli che hanno saputo farlo con lo sguardo più puro. Non mi sembra però, questo, un sintomo del suo distacco; anche se ammetto che questo giudizio potrebbe dipendere da me: io sono uno di quelli che hanno bisogno della paura per sentirsi vivi, pertanto mi riesce difficile concepire un atteggiamento mentale diverso dal mio.
Non è solo la fruizione delle sue opere (letterarie e non), ma anche le sue stesse parole di commento, le sue interviste, che mi hanno portato a esprimere questo giudizio, all'apparenza così tranchant, che mi sforzerò di spiegare di seguito. Una premessa importante: per il momento non intendo parlare del Barker regista, e questa scelta non deriva certo da disinteresse, ma esclusivamente dal fatto che è il Barker scrittore quello che ho conosciuto per primo, e pertanto è da quello che voglio partire. In futuro… chissà.
Ricordo ancora quando, all'inizio della sua carriera, si sprecavano i giudizi ed i paragoni con il re dell'horror Stephen King: quale miglior biglietto da visita per uno scrittore emergente delle lodi, vere o presunte, dello scrittore di genere più famoso? Solo più tardi ho riconosciuto in questo uno dei primi esempi di marketing da me saggiati quando il marketing non sapevo ancora bene che cosa fosse. Bei tempi, quelli!
Comunque si sbagliavano, tutti quanti. Clive Barker non è mai diventato l'erede di Stephen King, e molti anni e molti libri dopo si può affermare senza tema di smentita che i due autori hanno ben poco in comune. Spero mi si perdoni questa considerazione abbastanza banale (probabilmente chiunque scriva di Barker ne avrà fatta una analoga). Eppure credo che sia condivisibile da ogni fan dei due scrittori.
Questa non è né una critica a King, sia chiaro, né un'apologia di Barker. King l'ho amato molto in (sic) gioventù, e anche adesso che sono passati anni dall'ultima volta che ho preso in mano un suo libro continuo a pensare che sia un bravo scrittore. Il punto è che la sua scrittura migliora quanto più lui si allontana dall'horror, secondo me: lo trovo più bravo come narratore drammatico che come narratore dell'orrore, credo che sappia scavare in profondità nell'animo umano con molta efficacia, ma per me i suoi orrori legati al quotidiano e alle paure inconsce, con poche eccezioni, hanno sempre avuto ben poco di terrificante. Affascinante, sicuramente inquietante, ma non davvero terrorizzante. A parte questo, resta il fatto che diversi libri di King non mi hanno soddisfatto granché (“Il gioco di Gerald” in testa). Forse per questo a un certo punto me ne sono disamorato. 

Barker, invece, era più nelle mie corde e lo è tuttora. La sua scrittura è decisamente meno elaborata ma, per rispondere a chi considera tale caratteristica un difetto, questo modo di scrivere gli permette di catturare l'attenzione del lettore sin da subito. Qualche volta mi ha deluso con dialoghi a malapena convincenti o con fraseggi poco ispirati, eppure anche in quei momenti Barker è stato capace in poche righe di catapultarmi nel vivo delle storie, e trovo la sua capacità di immaginazione, così come la sua abilità evocativa, assolutamente fuori dal comune; le sue “creature di carta” hanno una qualità visiva che le ha rese materiale ideale per il cinema, che pure spesso non gli ha saputo rendere del tutto giustizia (ma la colpa è anche sua, dato che si è occupato personalmente dell'adattamento di alcune delle sue storie). Del resto oltre che scrittore Barker è anche un pittore, è abituato quindi a dissezionare, disegnare e colorare la realtà come se fosse un quadro. Senza esagerare, personalmente credo che a suo modo sia un genio.
Come ricorderete, Barker esordì nel 1984 con i cosiddetti “Libri di sangue” (Books of blood), in cui erano raggruppati diciotto racconti che erano incubo puro, deliranti e incredibilmente violenti. Racconti dove la violenza non è solo fisica ma anche sottilmente psicologica, dove l'orrore s'insinua nel quotidiano e quando esplode lo fa con inaudita potenza, spazzando via tutto, e che hanno una precisa e forte connotazione sessuale, dove il sesso è esso stesso elemento orrorifico e destabilizzante. Ricordo che quello che mi rimase più nella mente fu “In collina, le città”: una storia talmente stramba che mi parve che nessun altro, a parte lui, avrebbe potuto concepirla.

Nei lavori che seguirono l’intensità non manca, anche se nelle sue incursioni nel fantasy Barker ha mitigato parecchio questi tratti per dedicarsi ad una narrazione a più ampio respiro, dimostrando che le grandi epopee gli sono congeniali tanto quanto le storie con pochi personaggi, i romanzi voluminosi come i brevi racconti. In queste opere predomina spesso un altro dei bisogni dell'uomo, l'amore, forse non primario come il sesso, ma elemento chiave per influenzare gli avvenimenti narrati. Per sua stessa ammissione, questi non sono libri pensati per spaventare, ma per stimolare il nostro innato desiderio di avventura; sono esse stesse avventure metafisiche, nel magico e nel trascendente, incluse quelle porzioni di magico e trascendente che sono presenti dentro noi stessi. Sono storie con elementi dark, ma spesso lontane dall'horror vero e proprio, con tanti personaggi e nessun eroe, ma piuttosto persone che nel corso del viaggio smarriscono se stesse e, quando si ritrovano, perdono qualcosa (persino la vita!) per guadagnare qualcosa di ancora più importante.
Per esempio, a proposito di “Imagica” Barker dichiarò: “What I've tried to do to the reader is say, "There isn't the solid moral clarity of Lord of the Rings". I do the reverse of that. Imajica's characters are human beings like you and I who, of course, discover a larger purpose for themselves. But in discovering a larger purpose, rather than becoming more themselves - like the hobbits out there in the wilderness becoming more hobbity - my characters skin themselves. The lives they have fall away."
Qualche paragrafo fa ho usato il verbo “dissezionare”, e non l'ho fatto a caso. Nella sua dimensione horror Barker dimostra una vera e propria ossessione per la carne e la sua devastazione, spesso legata all'immaginario sadomasochistico e che come tale ha sempre dato adito a precise interpretazioni in chiave psicanalitica. In quelle storie ha dato origine ad alcuni dei più orribili mostri che penna umana abbia mai partorito, mostri come i Cenobiti del ciclo di “Hellraiser” che non si limitano a nutrirsi delle paure altrui come vampiri psichici, ma il cui unico scopo è perseguitare fisicamente le proprie vittime arrecandogli più dolore possibile, lacerando, sezionando e strappando loro la carne, in un parossismo di sofferenza che non finisce nemmeno con la morte, anzi nella morte trova perpetuazione eterna.
CONTINUA

13 commenti:

  1. Ammetto di non aver mai letto nulla di Barker, ma ho visto gli HellRaiser (fino al tre capolavori, ma ho visto anche gli altri direct-to-video, amo il trash) e Cabal.
    L'orrore di Barker comunque mi piace, e l'ho poi ritrovato persino in Berserk (l'autore è un fan di Hellraiser e ha creato un gruppo di antagonisti sul modello dei Cenobiti).
    La sua ossessione per la carne, una ossessione quasi sadomasochista, avevo letto potesse derivare dalla sua paura delle malattie nell'ambiente omosessuale che Barker stesso frequenta, in primis il terrore dell'aids negli anni '80...

    Moz-

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    1. Io ho deciso di vedere i suoi film a prescindere, anche se la qualità è altalenante (e poi il trash piace anche a me). A proposito di fumetti, consigliatissimo è l’adattamento di Cabal pubblicato sull’ormai scomparsa rivista “Hellraiser, l’inferno di Clive Barker” edita da Play Press (questa qui). Purtroppo di quell’incredibile periodico videro la luce solo una dozzina di numeri. Per il resto, di questo e altro parlerò nel prosieguo dell’articolo.

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    2. Purtroppo la Play Press aveva diversi gioielli... Quella rivista non me la ricordo... addirittura della Marvel!

      Moz-

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  2. Ho conosciuto Barker con i film tratti dai suoi romanzi o a essi ispirati (Hellraiser IV, Cabal...).
    Di suo ho letto solo qualche racconto, e devo dire che "Terrore" è uno dei racconti di paura migliori che abbia mai letto.

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    1. Hellraiser e Cabal sono senza dubbio i lavori con i quali Clive Barker ha raggiunto il successo. In questa serie di articoli ci concentreremo invece più che altro sul suo lato “fantasy”, quello forse meno conosciuto.

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  3. Apprezzavo molto Barker ...o meglio ho apprezzato i romanzi di Barker fino a Everville, dopo secondo il mio parere si è parecchio perso per strada. Vorrei non dico riavere indietro il Barker degli esordi ma almeno quello di The Last and Secret Show. A detta di tutti (Barker compreso) è stato il suo periodo losangelin -hollywoodiano a rovinarlo anche come scrittore.

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    1. Di certo si è persa per strada un po’ della sua “visionarietà”, la sua scrittura è diventata meno incisiva ma questo lo si deve probabilmente anche al fatto che ormai è molto tempo che non scrive più horror che si possano definire tali. Detto questo, non ho letto tutto Barker e non sono un critico, pertanto questo post non pretende certo di essere una recensione della sua opera omnia, cosa che neanche sarei in grado di fare, ma solo un elenco di spunti interessanti che ci ho trovato e, soprattutto, un omaggio ad uno scrittore con un passato indimenticabile.

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    2. Un omaggio, lasciamelo dire, scritto bene come solo tu sai fare. ;)

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  4. Ed eccomi approdato anche qui. Sto facendo, uno alla volta, il giro dei blog letterari partendo dal blogroll di Romina Tamerici (che sta lentamente diventando anche il blogroll del mio blog) per avere un'idea dello stato delle cose.
    Premetto di non aver mai letto Barker. Ho visto due film tratti da lui: il primo Hellraiser (che mi è piaciuto) e Cabal (che non mi è piaciuto, nonostante la presenza di Cronenberg). Di King viceversa ho letto abbastanza da L'incendiaria fino a Cuori in Atlantide e condivido (forse reinterpretandolo) il tuo giudizio: è essenzialmente uno scrittore intimista prestato all'horror.
    Non è che leggo abitualmente horror, ma i miei studi di svedese mi hanno portato a conoscere in Svezia i libri di uno scrittore definito (guarda caso) lo Stephen King di Svezia: John Ajvide Lindqvist (il nome si pronuncia: "Ion" non John). Mi è piaciuto al punto che i suoi libri hanno finito per influenzare i miei testi più recenti nonostante in realtà non pensi minimamente a lui mentre scrivo. In Italia ho visto che di suo è stato tradotto: Il porto delle nebbie, Lasciami entrare (originale: Lascia che il giusto entri), L'estate dei morti viventi (originale: Come trattare con i morti viventi). Lo conosci?

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    1. Ciao Ivano e benvenuto sul blog. Non ho mai letto Lindqvist ma spero di poter rimediare un giorno. Ho invece visto l'adattamento cinematografico del suo "Lasciami entrare" (quello svedese del 2008, per la precisione, visto che solo due anni più tardi ne uscì pure una seconda versione americana, che io sappia praticamente identica).

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  5. Ciao e grazie del benvenuto! Le due versioni cinematografiche di Lasciami entrare, svedese e americana, non sono in realtà molto simili. Comunque mi sono piaciute entrambe, ciascuna a suo modo. Do mezza stella in più alla versione svedese.

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    1. Ottimo. Se non altro ho visto la migliore delle due.

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