sabato 28 settembre 2013

Martyrs

È tipico di un certo tipo di religiosità cercare sempre un tramite per le proprie esperienze mistiche. Siamo talmente abituati ad avere intermediari nel nostro rapporto con Dio che il nostro senso della scoperta è ormai irrimediabilmente compromesso, e la smania di trovare conferme empiriche a questioni spirituali non conosce limiti: sacerdoti, santoni, guru, sensitivi e medium, non importa a chi ci rivolgiamo, l’importante è trovare qualcuno che riesca a confermare che non stiamo credendo invano, che la morte è solo un passaggio perché esiste un altro luogo dove possiamo vivere per sempre. Tutto ciò ha senz’altro a che vedere con la paura della morte insita dentro di noi, con il desiderio di rivedere ancora coloro che abbiamo amato e perso, e con molte altre cose. Tutte umanissime, per carità. Ma la fede? In tutto ciò, che posto ha? Io non so dirlo, ma tant’è.
A mio avviso, il significato di un film come “Martyrs” di Pascale Laugier (2008), l’horror francese che ha scioccato il mondo, sta tutto, o prevalentemente, qui. Se aveste la possibilità di gettare uno sguardo, anche indiretto, sull’aldilà, lo fareste?

lunedì 23 settembre 2013

La vera natura dell'Uomo Verde

Rosslyn Chapel, Scozia. Una delle oltre cento raffigurazioni
dell’Uomo Verde presenti nella chiesa. L’Uomo Verde
viene generalmente interpretato come un simbolo di fertilità
pagana derivante dalla tradizione celtica, né buono né cattivo,
ma piuttosto con caratteristiche in bilico tra bene e male
Figura dalla potenza ancestrale, l'Uomo Verde incuriosisce e affascina perché sembra toccare corde profonde e inesplorate dentro di noi. Eppure non se ne parla molto e, quando lo si fa, l'argomento viene liquidato in fretta e spesso in modo non soddisfacente.
Se si è arrivati a sviscerare abbastanza bene l'origine di questi fregi, non si sono fatti molti tentativi per comprendere il significato nascosto all’ombra di quello convenzionale, universalmente accettato come veritiero. Il problema è che non esistono descrizioni dell’Uomo Verde in letteratura che ci possano aiutare, come invece ne esistono per altri tipi di simboli (ad esempio nei bestiari medievali), perciò nessuna interpretazione potrà mai essere indicata come assoluta. Signore e signori, ci troviamo in un terreno minato nel quale qualsiasi ipotesi si decida di abbracciare dovrà essere considerata necessariamente un'opinione, e non un fatto assodato.

Dell'Uomo Verde sapevo quel che sanno tutti, ovvero che si tratta di un simbolo pagano da interpretarsi come la raffigurazione dell'unione e del rispetto che i pagani nutrivano per la natura: Osiride, Nettuno, il titano Oceano, Artemide e suo fratello Dioniso, Pan, le ninfe driadi e amadriadi e il mito della Grande Madre sono solo esempi della divinizzazione della natura operata nel tempo dall'uomo. Un simbolo perpetuato per secoli da anonimi artisti che silenziosamente osteggiavano l'ortodossia cristiana a favore di fedi più antiche. Un simbolo che nel secolo scorso si è trasformato in simbolo di rinascita, un archetipo che indica il risvegliarsi della natura, ovvero la primavera, significato ripreso dalle cerimonie wiccan e dai numerosi festival dedicati all'Uomo Verde che si tengono annualmente in varie parti d'Europa (come quello di Clun, nella regione scozzese dello Shropshire). Per i neopagani si tratta di una rappresentazione del lato maschile del divino, un simbolo di forza e determinazione che probabilmente rimanda a tempi remoti in cui queste qualità erano indispensabili per la caccia e, quindi, per la sopravvivenza.

mercoledì 18 settembre 2013

Un cittadino di Carcosa

Esistono diversi tipi di morte: in alcuni il corpo rimane, in altri svanisce insieme allo spirito. Questo di solito succede in solitudine (tale è il volere di Dio) e, non vedendo la fine, diciamo che l’uomo si è perso, o è partito per un lungo viaggio, come infatti avvenne; ma qualche volta può accadere in vista di molti, come mostra un’ampia testimonianza al riguardo. In un tipo di morte, anche lo spirito muore, e questo può accadere mentre il corpo rimane vigoroso per molti anni. Talora, come è veridicamente attestato, lo spirito muore insieme al corpo, ma dopo un certo tempo risorge nuovamente in quel luogo  in cui il corpo si è putrefatto. (The Secret Book of Hali)
Con queste parole si apre il sipario su “Un cittadino di Carcosa”, il racconto forse più caratteristico della vasta produzione di Ambrose Bierce, giornalista e scrittore statunitense, con il quale inizieremo un lungo percorso che ci porterà (come anticipato qui qualche giorno fa) a scoprire una mitologia ormai quasi dimenticata. Una mitologia che ha anticipato di un paio di decenni (e palesemente ispirato) quella, ben più nota, partorita dalla penna di Howard Phillips Lovecraft.

venerdì 13 settembre 2013

Vuoi vedermi morire?

Pom, sei sicuro che Chaba sia quella che ha rapito i bambini? Ne sei sicuro? Sembra così fragile. Riesce a malapena a camminare.
Ci fu un fatto di cronaca, uno di quelli che fece parlare per diverso tempo stampa e televisione. A quel tempo diversi bambini scomparvero senza lasciare traccia nella piccola comunità di xxxxx, in Thailandia. Per lungo tempo le ricerche degli investigatori si rivelarono infruttuose. Diverse piste furono seguite. Prima tra tutte si indagò, come è uso fare in queste occasioni, negli ambienti familiari, ma l’ipotesi venne a cadere ben presto quando, dopo l’ennesima sparizione, divenne evidente a tutti che si trattava di qualcosa di ben più spaventoso. Non c’erano indiziati. Nessuno aveva notato facce nuove in città da diversi mesi e, tra i concittadini, non c’era nessuno che potesse anche vagamente corrispondere alle caratteristiche tipiche di un predatore. Nelle settimane e nei mesi successivi le abitudini delle famiglie si adeguarono alla nuova realtà: alcuni genitori si organizzarono e a turno, volontariamente, prima affiancarono le forze dell’ordine nelle ricerche e poi, quando il nervosismo crebbe, alcuni presero a seguire nuove piste autonomamente. Fu proprio in questo modo che il caso alla fine venne risolto, anche se non felicemente come molti si auguravano.

domenica 8 settembre 2013

L'ultimo show di Mary

Se siete amanti degli animali forse è meglio che vi avverta sin da ora: la tragica storia dell’elefantessa Mary, che andrete tra poco a leggere in questo blog, vi lascerà con l’amaro in bocca. Non ci credete? Diciamo che oggi, nell’era di internet e con il rapido diffondersi dei canali social, le notizie a proposito dei maltrattamenti sugli animali si sono moltiplicate a tal punto che molti addirittura se ne sono assuefatti e non ci fanno più caso, per cui è probabile che questa storia vi potrà sembrare solo una delle tante. Che assurdità, però. Ci pensate? Siamo in grado di abituarci davvero a tutto. Forse è proprio per questo che la nostra società sta andando a rotoli. E pensare che non c’è nulla di più odioso di un’inutile e crudele atto di violenza nei confronti di chi, senza colpa alcuna, è costretto suo malgrado a condividere questo merdoso pianeta con una delle razze più spregevoli, più superbe, più egoiste che nemmeno il più folle scrittore di fantascienza avrebbe mai potuto immaginare. 
Non so descrivere quello che ho provato quando sono venuto a conoscenza di questa storia, avvenuta ormai quasi un secolo fa a Erwin (Tennessee). È passato un sacco di tempo, potrà obiettare qualcuno, perché andare a rivangare così lontano? Come dargli torto completamente? Credo però che riportare alla luce queste vecchie storie dimenticate possa servire a noi, abitanti del XXI secolo, a farci riflettere. Non mi aspetto di cambiare il mondo con un blog, per me sarebbe già un successo se almeno un visitatore, anche occasionale, capitato magari qui per colpa di un click sbagliato, possa fermarsi un momento a riflettere e magari, se ne ha uno, allungare la mano sotto il tavolo e dare una carezza o una palpatina al proprio “scodinzolante” da parte mia.

martedì 3 settembre 2013

Il frutto della conoscenza

Non ci sarebbe stata alcuna battaglia tremenda fra la luce e le tenebre, quando Dio avesse riconosciuto la sua presenza. Non ci sarebbe stata nessuna battaglia perché lei era già stata sconfitta, giudicata e punita in un colpo solo. Non c'era alcuna gloria, solo quell'insopportabile desiderio, una fame spirituale più insaziabile di qualsiasi fame che la carne potesse mai provare, per l'uomo che non avrebbe più avuto.
Così si delinea il destino di Lilith nell’immaginazione di Catherine Lucille Moore, una delle migliori scrittrici di fantascienza di tutti i tempi (1911-1987): americana, cominciò a pubblicare le sue opere nel 1933 sulla rivista Weird Tales firmandosi come C. L. Moore, e grazie a questo espediente poté nascondere al pubblico di essere una donna per lunghissimo tempo (all'epoca una donna che scrivesse storie di fantascienza sarebbe stata una stranezza e la Moore, che naturalmente lo sapeva, da persona intelligente non esitò a spacciarsi per un uomo pur di farsi prendere sul serio).

Il racconto da cui è tratta la citazione riportata qualche riga fa è “Il frutto della conoscenza” (Fruit of Knowledge, 1940) dove, per la verità, più che nella fantascienza, si entra in pieno in territorio fantasy. È considerato un racconto minore nella non molto estesa produzione della scrittrice, ma non per questo è privo di interesse, perché l'Autrice lo usa come pretesto per rileggere a modo suo il mito di Lilith e della creazione, tratteggiando un personaggio (sembra un paradosso, ma non lo è) dai tratti profondamente umani, punito atrocemente per il suo breve “soggiorno nei cinque sensi” come prima donna nel Giardino dell'Eden, persino prima della stessa Eva.
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