venerdì 3 luglio 2015

Planetary Confinement

Save me, I'm in a sea of beings and there's no deny - the waves are holding me under. I'm drowning in a thousand faces. Alien expressions over and over again. I'm trying to scream but I can't exhale. The world seems to spin as I'm left on this square with no will to hold on. Am I the only one crushed by the weight of the world?
In qualche modo la vita deve andare avanti, e con essa il blog. Resta solo da affrontare la questione sul quale possa essere il modo migliore per ritornare a bloggare normalmente dopo la recente, dolorosa, scomparsa della Dori e, dopo una breve riflessione, ho deciso di andare a vedere cosa feci due anni e mezzo fa quando a lasciare questa casa fu Elvis.
A quel tempo il post del ritorno fu una specie di recensione di un disco di una tristezza infinita: l'album "Lights Out" della band britannica Antimatter. Di conseguenza, anche oggi sarà un album della stessa band ad aiutarmi a riportare questo blog sui suoi binari tradizionali. Tanto più che il suo mood, come si evince da quel bollino tondo applicato sulla cover (vedere immagine a lato), non si discosta moltissimo dal mio stato d'animo ancora ferito.

Acquistai questo album ai tempi della sua uscita, nell'ormai lontano 2005, trasportato dalla bellezza che avevo già riscontrato nell'ascolto del precedente album (il già citato "Lights Out", 2003).
Come credo sia stato per molti altri fan della band, il mio personale percorso di scoperta degli Antimatter inizia attraverso i primi dischi di un'altra band britannica, gli Anathema dei fratelli Cavanagh. Fu infatti proprio nelle file degli Anathema che militava un tempo il bassista Duncan Patterson, che nel 1998 avrebbe poi lasciato la line-up originale per fondare, assieme al suo vecchio amico Mick Moss, i qui presenti Antimatter.

Per qualche tempo, ricordo, feci fatica a ritrovare in Planetary Confinement le atmosfere che avevo conosciuto, ma, dopo l'ennesimo ascolto, improvvisamente riuscii ad entrare nella sua stessa sintonia. E finalmente mi resi conto che avevo tra le mani qualcosa di incredibile, un disco di una bellezza sfolgorante che, nonostante i dieci anni trascorsi, ancora non accenna a sfiorire. C'è stato addirittura un periodo in cui usavo la strumentale opening track (che riprende il titolo dell'album) come sveglia la mattina. Vorrà pur dire qualcosa, no?
Credo sia superfluo precisare che Planetary Confinement non è esattamente un disco da suonare durante una sagra estiva, una di quelle feste che si tengono d'estate, nelle giornate di sole, tra birra e salamelle. Planetary Confinement è piuttosto un disco da ascoltare in cuffia, a tarda notte, sdraiati sul letto al buio e in totale solitudine. C'è solo il problema che, se si è già depressi per qualcosa, l'ascolto di questo disco può rivelarsi davvero devastante, probabilmente anche letale. In altre parole Planetary Confinement è lo strumento perfetto per farsi del male. Ascoltatelo responsabilmente.

Recentemente le mie attenzioni, come immagino si sia capito nel mio post precedente, si sono concentrate esclusivamente sul pezzo a mio avviso più struggente (Epitaph) che, sono pronto a scommetterci, accompagnerà per sempre il ricordo dei giorni appena trascorsi. Un testo brevissimo, ma che spezza il cuore: Paint me a room where I can dream, Dream of a world that I used to see. Paint me a window, soft and defined, and flood yellow light through the open blinds. It's somewhere, hidden from view. A portrait, an epitaph...
Ma prima di arrivare ad Epitaph, c'è molto altro su cui vale la pena soffermarsi. Planetary Confinement è un disco incredibilmente malinconico, i cui brani andrebbero ascoltati nella loro corretta sequenza, che non è altro che un alternarsi delle due voci, maschile e femminile, appartenenti al già citato Mick Moss e alla singer francese Amélie Festa. Piccolo inciso: per quanto mi riguarda, alla voce di Amélie Festa preferisco un tantino di più quella di Michelle Richfield, la stupenda ed eterea vocalist del precedente "Lights Out", ma alla fine è solo una questione di sfumature. Quello che è certo è che "Mr. White", cover di un celebre brano dei Trouble (pioneristica doom-band americana), non avrebbe mai potuto risorgere dalle ceneri in cotanta bellezza senza la voce ipnotica di Amélie.
Ma prima ancora è il brano "The Weight of the World" che cattura l'attenzione. Un brano le cui parole, che ho citato in apertura, mettono subito in chiaro il concetto della perdita di speranza che farà da corollario a tutto l'album. La seguente "Line of fire", seppur straziante (Taste the hell you put us through. Grace the heavens I could promise you), è addolcita nelle atmosfere, in parte grazie alla voce di Amélie, ma soprattutto per via della lunga coda strumentale. Il momento più alto arriva però solo con la sesta traccia, scritta da Moss che, per l'occasione, riprende in mano il microfono elevando il brano a quote stratosferiche. Am I safe? Am I safe to be alone? When all around are lost, consumed by my indifference and left to count the cost of all the bleeding hearts, who suffered you because you told them… Ancora una volta, una chiusura completa verso una condizione di buio assoluto, verso una solitudine infinita che non lascia spazio al respiro. È il destino degli artisti, come suggerisce il titolo (A Portrait Of The Young Man As An Artist). Un destino che li allontana, che li separa dalla condizione di terrena umanità per relegarli in un limbo di non esistenza, in una realtà fatta di sogni non realizzati e di sofferenze indicibili. Il seguente "Relapse" è un brano abbastanza superfluo che ripropone nuovamente la voce di Amélie e che, proprio per questo, trasmette una forte sensazione di già ascoltato. È poi il turno di "Legions", sottolineato da una chitarra ipnotica, l'ennesimo pezzo dove ti vien voglia di riconsiderare per intero la tua esistenza: Stony and grey is the whore, and long are the days in the morgue... through legions and hordes. Chiude il disco un altro pezzo strumentale, "Eternity Part 24", di anathemiana memoria, un brano che accompagna l'incauto ascoltatore per ben più dei suoi otto intensissimi minuti di durata, un brano che trascina a fondo completamente, che chiude il sipario e con esso chiude ogni discorso salvifico. Non rimane nulla. Nemmeno la forza di alzarsi dal letto. Un finale che si chiude in un lungo silenzio e che costringe ad un'eternità di silenzio, nell'attesa, in questo caso vana, che accada qualcosa che ci riporti alla realtà.


6 commenti:

  1. Curioso perché mi rimanda a Joyce con il suo A Portrait of the Artist as a Young Man (Dedalus, Ritratto dell'artista da giovane) :O Farò un po' di ricerche e ascolti!
    Ciao TOM!!! ^_^

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    1. Figata! Potresti scriverci un post! ^_^

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  2. In questi casi non resta che andare avanti aiutandosi come si può.
    Ammetto di non conoscere gli Antimatter, appena posso vado ad ascoltarmeli sul tubo. :-)

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    1. Credo non siano in molti a conoscere gli Antimatter, perlomeno non tra quelli che passano abitualmente di qua.

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  3. Io non ce l'ho un album dei moneti tristi. Ho album, canzoni, che si portano dietro ricordi dei momenti in cui li ho ascoltati, ma non ho mai messo su un album particolare perchè mi sentivo triste o per una perdita..

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    1. Stessa cosa. È il caso che rende una canzone, un album, associabile ad uno specifico momento. Planetary Confinement non è finito nel lettore per premeditazione. Ci è finito e basta, come ci sono finiti tanti altri, ma lui ha avuto quel qualcosa in più...

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