martedì 12 agosto 2014

Il signore del male

Questo non è un sogno. Non è un sogno. Noi usiamo il sistema elettrico del tuo cervello come una ricevente. Non possiamo trasmettere attraverso interferenze consce. Tu ricevi questo messaggio come se fosse un sogno. Noi trasmettiamo dall'anno uno nove nove nove. Ricevi questo messaggio perché tu possa modificare gli eventi che vedrai. La nostra tecnologia è conosciuta da coloro che hanno delle trasmittenti abbastanza potenti da raggiungere il tuo stato conscio e la tua consapevolezza. Ma questo non è un sogno. Tu vedi quello che succede realmente.

Come possono coesistere due argomenti così lontani tra loro come la religione cattolica e la fisica quantistica? Come si può parlare di creazione, di avvento messianico, di apocalisse e cercare di spiegare il tutto attraverso lo studio dei fenomeni connessi con le energie atomiche e subatomiche e comunicando i risultati per mezzo di particelle superluminali? Tutto e niente, mi verrebbe da rispondere così, di primo acchito. E se poi aggiungessimo alla nostra ricetta un po’ del grandioso immaginario legato allo specchio, quell’oggetto così sinistramente radicato nel folklore e nella mitologia di tutto il mondo, ecco che otterremmo “Il signore del male”!
Prima o poi doveva pur accadere che questo blog dedicasse un po’ del suo spazio al principe delle tenebre. Ma non a un “qualsiasi” principe delle tenebre: il “Prince of Darkness” di cui si parla oggi è l’omonimo film ideato e realizzato sul finire degli anni Ottanta da quel vecchio volpone di John Carpenter. Quel “doveva pur accadere” è molto di più che una frase buttata lì a caso: sono anni che rifletto sull’opportunità di scrivere un mio articolo su “Il signore del male”. Addirittura fantasticavo di scriverne ancora prima di aprire il blog. Non l’ho mai fatto finora solo perché non volevo rischiare di scrivere qualcosa che non fosse più che perfetto, per cui ho rimandato e poi ancora rimandato. Fino a oggi.

mercoledì 6 agosto 2014

Rapsodia in agosto

"Nelle stesse circostanze - e sottolineo «le stesse circostanze» sì, lo farei di nuovo. Eravamo in guerra da cinque anni. Stavamo combattendo un nemico che aveva la fama di non arrendersi mai, di non accettare la sconfitta. È davvero difficile parlare di moralità e di guerra nella stessa frase. In una guerra si compiono tante azioni discutibili. Dov'era la moralità nel bombardamento di Coventry, o nel bombardamento di Dresda, o nella marcia della morte di Bataan, o nel massacro di Nanchino, o nel bombardamento di Pearl Harbor? Credo che quando c’è una guerra, una nazione deve avere il coraggio di fare ciò che è in suo potere per vincerla con una minima perdita di vite umane". Colui che pronunciò questa frase, il 93enne Theodore Van Kirk, è morto una settimana fa, il 28 luglio. Era l’ultimo superstite dell’equipaggio del famigerato B-29-45-MO Superfortress, meglio conosciuto come “Enola Gay”, che nel 1945 era in forza al 393º squadrone bombardieri, 509º Gruppo Composito dell'USAF.
Il bombardiere era decollato alle 03:20 del 6 agosto da Tinian, un isola nell'arcipelago delle Isole Marianne, e si era diretto a nord, puntando verso una cittadina del sud ovest del Giappone, placidamente adagiata sulle sponde del mare interno. Era un caldo e soleggiato mattino d’estate e nessuno tra i 300.000 abitanti di Hiroshima poteva prevedere quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Alle 08:14 e 45 secondi, l'Enola Gay sganciò un ordigno atomico da 13 chilotoni sul centro di Hiroshima: dopo 45 secondi, a circa 600 metri dal suolo, la bomba deflagrò e 80.000 persone, le più fortunate, vennero vaporizzate all’istante. Altre 100.000 morirono nei mesi successivi. Si calcola che il totale delle vittime, incluse le persone i cui corpi verranno consumati dalle radiazioni nel corso degli anni, saranno infine oltre 300.000. A questo numero vanno sommate le vittime dell’attacco di Nagasaki, avvenuto tre giorni più tardi, che fu però meno devastante in quanto l’ordigno, sebbene di potenza superiore (25 chilotoni), cadde a 4 km dalla città e il suo effetto venne in parte attutito dalle colline circostanti.

venerdì 1 agosto 2014

Parlando di fumetti underground

Come avevo preannunciato qui sul blog solo qualche giorno fa, è venuto a sedersi nel salotto di Obsidian Mirror l'ideatore del progetto U.D.W.F.G., nonché padre della Hollow Press, una piccola realtà sorta con il fine di diffondere, in questo mondo affamato di nuovi spazi underground, un piccolo sprazzo di cultura alternativa. Il suo nome è Michele Nitri, il quale, come senz’altro noterete leggendo l’intervista riportata qui di seguito, si è dimostrato una persona brillante e intelligente, cosa non da poco, ben lieto di affrontare le domande non facili che avevo in serbo per lui.
Oggi parleremo di fumetti, gente, nel caso non si fosse ancora capito. Ma soprattutto, grazie a Michele, andremo a tuffarci in un mondo incredibile, popolato da grandi artisti e da appassionati disposti a lasciare giù centinaia di euro per poter accapparrarsi un loro cimelio.
Ma bando alle ciance. Vi lascio senza altro indugio all’intervista perché ciò che ha da raccontarci Michele è mille volte più interessante di qualsiasi mia introduzione.
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